Cecile Pin / Casa è dove staiNel suo romanzo d’esordio, Anime erranti, la scrittrice franco-vietnamita Cecile
Pin affonda nella tragedia personale e collettiva dei “boat people” vietnamiti –
ovvero le centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini che, dopo la fine
della guerra del Vietnam nel 1975 e l’instaurazione del regime comunista,
fuggirono dal Paese a più riprese su imbarcazioni di fortuna, affrontando
pericoli estremi pur di cercare asilo in altri Stati. Molti morirono in mare,
vittime di naufragi, pirateria o malattie. Quella dei “boat people” fu una delle
prime crisi umanitarie moderne legate alla migrazione via mare e segnò
profondamente l’immaginario dell’esilio asiatico.
Pin intreccia questo trauma storico con un’indagine poetica sul significato
della memoria, della morte e della narrazione. La storia si apre con una fuga in
mare: una famiglia lascia il Vietnam in due barche separate. Solo una raggiunge
la salvezza. Nella barca superstite ci sono la giovanissima protagonista, Anh, e
i suoi due fratellini minori. I genitori e gli altri figli annegano. La tragedia
diventa così fondamento e ferita, radice di uno sradicamento che costringerà i
sopravvissuti a reinventarsi altrove.
È qui che Pin inserisce l’elemento più originale e toccante del romanzo: i
fratellini morti non spariscono, ma continuano a vivere come anime erranti, voci
che intervengono nel corso della narrazione, commentano, consolano, osservano.
Non sono fantasmi gotici, ma presenze discrete, impregnate di un dolore tenero,
che si fanno carico di una memoria impossibile da elaborare. Non a caso il
titolo del romanzo richiama sia un elemento centrale dell’immaginario spirituale
vietnamita – l’anima errante è lo spirito di chi non ha ricevuto degna sepoltura
– sia una pagina poco nota della guerra del Vietnam: l’“Operazione Wandering
Soul”, una campagna di guerra psicologica messa in atto dall’esercito
statunitense che, sfruttando proprio queste credenze radicate, trasmetteva di
notte nei villaggi registrazioni di ‘fantasmi’ di soldati morti, voci disperate
che imploravano i vivi di tornare a casa. L’intento era spezzare il morale dei
combattenti Viet Cong, evocando il terrore di un’anima in pena. Pin ribalta
quella strategia di terrore in un contro-dispositivo narrativo: le anime erranti
del suo romanzo non minacciano, ma curano; non smobilitano, ma aiutano a tenere
insieme i fili di un’identità frantumata. I fratellini diventano la voce che
rompe il silenzio in cui Anh si è chiusa, il coro discreto che dà forma a ciò
che la protagonista, schiacciata dal trauma e dall’assimilazione forzata, non
riesce a dire.
Come tutte le storie migranti, anche quella di Anh si muove nel tempo e nello
spazio, attraversando campi profughi, incontri con pirati, violenze di ogni
genere delle quali l’autrice si chiede se raccontare di più o di meno, fino ad
arrivare in Inghilterra. Sradicamenti linguistici, e poi il lento e spesso
doloroso processo di integrazione. Ma Anime erranti non è solo una storia di
sopravvivenza. È anche un romanzo sull’impossibilità del ritorno. Quando, molti
anni dopo, i fratelli sopravvissuti decidono di dare finalmente una sepoltura ai
familiari annegati, scelgono di portare le loro ceneri non in Vietnam – terra
d’origine ormai divenuta estranea – ma in Inghilterra, dove la loro vita si è
svolta. È un gesto emblematico, che rifiuta la retorica del ritorno alle radici
per affermare un’appartenenza più complessa, ibrida, sradicata ma non per questo
meno autentica. “E cosí ora tutta la famiglia era a Londra, perché Londra era
dove stavano, e dove stavano era casa”.
Un altro aspetto fondamentale che il romanzo Anime erranti porta alla luce — in
modo implicito ma devastante — è il meccanismo della selettività
nell’accoglienza. Se è vero che la storia della migrazione si ripete come un
tragico “giorno della marmotta”, dove nulla cambia se non i volti e le rotte, è
anche altrettanto vero che non tutti i migranti sono accolti o percepiti allo
stesso modo. La vicenda della famiglia vietnamita, inserita nel contesto storico
della Guerra del Vietnam, vede l’Occidente (in particolare gli Stati Uniti, ma
anche l’Europa) in una posizione diversa da oggi: il Vietnam era un teatro di
guerra ideologica, e i suoi profughi venivano letti come vittime del comunismo,
dunque meritevoli di salvezza. È così che i “boat people” della fine degli anni
Settanta trovarono — almeno formalmente — una certa apertura. Non furono accolti
a braccia aperte, ma non furono nemmeno respinti in mare o lasciati morire sotto
gli occhi delle telecamere.
Il romanzo mostra, oggi, quanto quella stessa fuga disperata, con gli stessi
rischi, non riceva più lo stesso trattamento. Perché a fare la differenza,
spesso, non è la sofferenza, ma la provenienza. I governi, operano — più o meno
consapevolmente — una scala emotiva della compassione, distinguendo tra profughi
“ammissibili” e altri che restano invisibili. Si tratta di un razzismo
umanitario, che stabilisce chi è degno di accoglienza e chi invece è percepito
come minaccia, o semplicemente come scarto geopolitico. Persino all’interno dei
movimenti solidali, esistono “profughi preferiti”, più facili da raccontare, da
abbracciare, con i quali identificarsi politicamente. I migranti asiatici degli
anni Settanta appaiono oggi come figure quasi nobili, ricollocate nel mito
dell’integrazione riuscita. Ma i morti in mare di oggi, che arrivano da altre
coste, continuano a restare animi erranti senza voce né ascolto. Anime erranti è
anche questo: un libro che ci costringe a riconoscere le ipocrisie della memoria
e della solidarietà selettiva, e a chiederci perché alcuni esodi vengono
ricordati — e altri no.
In questo paesaggio spezzato, la letteratura ha un compito preciso. Non è solo
il luogo del lutto e della memoria ferita, ma anche uno spazio di possibilità,
dove ciò che è indicibile può essere tramandato. Per questo, nel finale del
romanzo, è significativo scoprire che non sia Anh – la sopravvissuta – a
scrivere la sua storia. È sua figlia, nata e cresciuta in Inghilterra, con un
nome inglese – Jane – a farsene carico. La narrazione si sposta così alla
generazione successiva, a chi ha abbastanza distanza per ascoltare, per nominare
il dolore, per raccogliere ciò che è rimasto in sospeso.
Questa scelta metanarrativa avvicina il romanzo di Pin a Io sono l’uomo con due
facce di Viet Thanh Nguyen, che pure si confronta con la diaspora vietnamita e
con la lacerazione identitaria che essa comporta. Ma mentre Nguyen sceglie una
voce maschile, duplice, spaccata tra due lealtà e due verità, e costruisce un
dispositivo ironico e spietato per denunciare l’ipocrisia del potere, Pin lavora
per sottrazione: la sua è una scrittura sobria, empatica, che lascia spazio al
non detto, ai fantasmi, al bisogno di cura.
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