Manuela Montanaro / Sud Dakota, Italia
Dell’autrice di questo curioso romanzo so solo che è del Sud e che risiede nel
Sud. Parliamo del nostro Mezzogiorno, non della Louisiana o del Mississippi.
Eppure questa donna dell’Italia meridionale ha raccontato una storia ambientata
nel Sud Dakota. Un posto più diverso, per clima, paesaggio, società, cultura,
usi e costumi non si riuscirebbe a immaginare; e per un’autrice al primo romanzo
(preceduto da una raccolta di racconti, Catrame) è una scelta senza dubbio
rischiosa. Hemingway consigliava di raccontare di quel che si conosce. Prima di
scrivere Addio alle armi era stato in Italia e non una volta sola; e la prima
guerra mondiale l’aveva vissuta sulla sua pelle, anche se brevemente (ma la
lunga degenza a Milano va addizionata ai pochi giorni al fronte). Di
conseguenza, la sua Italia e i suoi italiani suonano tutt’altro che fasulli o
stereotipati.
Non so se Montanaro sia stata veramente nel Sud Dakota, nella classicissima
small town americana, Keystone, dove si svolge la sua storia. Non so come si sia
documentata, come abbia fatto ricerche. Una cosa però la so: che i suoi Stati
Uniti suonano del tutto convincenti. Che se sulla copertina del romanzo ci
fossero stati un nome e cognome del tutto bianchi, anglosassoni e protestanti (o
qualche variante etnica), non avrei avuto difficoltà a credere di star leggendo
la traduzione di un romanzo pubblicato da Knopff o da Scribner. E già questa è
un’impresa tutt’altro che trascurabile.
Callista Wood è una ragazza di sangue nativo, o come diciamo noi, indiano, che
viene ritrovata cadavere una sera in una via di Keystone. Fin qui potremmo
pensare di star leggendo l’inizio del solito giallo, non della varietà
“metropoli corrotta” ma di quella “provincia velenosa”. Non proprio Twin Peaks,
ma non lontano di lì (l’autrice lo cita espressamente nei ringraziamenti). Solo
che da subito ben otto abitanti della cittadina (tutt’altro che ridente)
dichiarano di aver ucciso la ragazza, che si prostituiva in un locale malfamato
del posto, e di essersi disfatti del cadavere. Ovviamente otto colpevoli sono
decisamente troppi; ovviamente c’è qualcosa che non va. Non mi azzardo a dire
altro della trama, perché in effetti questo è anche un giallo. Ma Montanaro
sembra soprattutto interessata a esplorare le vite delle persone qualsiasi (o
apparentemente tali) che vivono in questo piccolo mondo provinciale, e mi sembra
a tratti posseduta da Edgar Lee Masters (o Sherwood Anderson, visto che non
scrive poesie). E la galleria di personaggi che ritrae è convincente; e lo è
anche l’evocazione del paesaggio del west – impresa più impegnativa.
Certo, sarei curioso di vedere le reazioni di un lettore del Sud Dakota se
L’incredibile storia… venisse mai tradotto in inglese. Ma non è questo il punto.
Kafka scrisse uno dei suoi capolavori, America, senza essere mai stato negli
Stati Uniti; la cultura americana (quella vera) lo ha adottato come se Franz
fosse uno dei loro. Non si deve cedere a quella mentalità proprietaria che va
ultimamente di moda, per cui per scrivere la storia di un gay l’autore deve
essere certificato gay, o solo un afroamericano (meglio se discendente di
schiavi) può parlare della vita degli afroamericani, eccetera. Una mentalità che
ha molto a che fare con la pervasività dell’autofiction, molto auto e poco
fiction, con l’anoressico che parla della sua vita anoressica, l’autistica che
parla delle sue vicissitudini autistiche, e così via, tutti imprigionati nel
loro vissuto. Come se l’immaginazione non avesse più cittadinanza nel mondo
delle lettere; come se non si potessero raccontare le vite diverse dalla tua.
Grazie a Dio qualcuno ancora lo fa, e speriamo che questa razza di narratori non
si estingua.
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