Anubi D’Avossa Lussurgiu, ragazzo della PanteraÈ tornato spesso il nome di Walter Benjamin, nel saluto pubblico ad Anubi
D’Avossa Lussurgiu, che si è svolto a Roma – straziante – lo scorso sabato. Di
Anubi, di passioni teoriche sovrabbondanti, Benjamin è stata l’ultima. Un
saggio, tra i tanti mozzafiato, mi è balzato alla mente: Il compito del
traduttore, del 1921-1923.
Anubi era un traduttore: di culture politiche, di mondi culturali, di forme di
vita. Viveva al limite, sempre. Nel senso che stava tra un mondo e l’altro, nel
mezzo – «la vita sta nel mezzo» (Bluvertigo). Tra giornale e partito, tra
partito e movimenti, tra movimenti e sindacati. Stando nel mezzo, transitava,
una sorta di cantiere vivente. Coerentemente con le sue passioni teoriche
ultime, sostava in una zona di indeterminazione tra potenza e atto. Sempre
potenziale, mai compiuto: inquieto.
L’indeterminazione è stata la sua virtù, la sua grandezza. Nessuno, come lui,
sapeva attraversare paesaggi umani e politici disparati – gli stessi che si sono
ritrovati al Verano, lo scorso sabato. In ognuno di essi, Anubi andava alla
sostanza dei problemi, di ognuno ne assumeva le sembianze, le movenze; ogni
paesaggio, però, era solo un approdo temporaneo. La sua grandezza, dunque, ma
anche la sua fatica. Quando, dopo Genova, la sua (e la nostra) scommessa – il
movimento dei movimenti, autonomi e Rifondazione insieme – naufraga, e lo fa
nonostante gli oltre cento milioni di donne e uomini in piazza contro la guerra
di Bush junior (nella primavera del 2003), lo smottamento fu pesante. Quella di
Anubi fu una sofferenza vera, carnale, mai più risolta – forse.
Prevalse allora uno sradicamento erratico, tanto brioso, quanto (apparentemente)
insoddisfatto, a volte scomposto. Brioso, perché la ricerca del nuovo, nel mezzo
delle cose, era pura adrenalina per Anubi. Insoddisfatto, perché appariva, agli
occhi degli amici più cari, smanioso, per molti versi disordinato, spesso
dissipativo. Gli amici, io tra questi, non lo capirono più tanto.
Ho avuto la fortuna di conoscere Anubi a dodici anni. Nel 1990, l’anno della
Pantera. Per un periodo, circa sei mesi nel 1991 (a mio ricordo), visse
addirittura a Ciampino, nella casa in affitto nella quale ero cresciuto e dove,
a seguire, vivevano Paolo e Silva, i miei zii. Con loro, che da studenti fuori
corso si erano riaffacciati nei movimenti con la Pantera, Anubi si era legato.
La sua presenza la domenica a pranzo, con mia nonna contadina che storpiava il
suo nome e preparava la lasagna, era per me, per noi tutti in casa, un evento.
Lo ascoltavamo, a volte per ore. Di tutto, su tutto, Anubi riusciva a essere
esaustivo, nel senso che esauriva, nel discorso, tutto ciò che c’era da dire.
Per me, allora, fu un modello.
> Ma è questo il punto: Anubi fu, innanzitutto, la Sapienza. Lo fu lui, con
> migliaia di altre e di altri, durante la Pantera e dopo. Niente si capisce
> della singolarità di Anubi senza ricordare la città universitaria occupata, di
> notte e di giorno. Un pullulare di amori e di odi, di idee e di scommesse
> mancate, di cortei imprevisti e strabordanti, di mattinate plumbee. La
> Sapienza è stata, e sono certo sarà di nuovo, la «fabbrica della strategia».
> Chi non è di Roma, pur mettendocela tutta, non riesce a capire. Perché si è
> trattato di un ecosistema irripetibile, nel rapporto con i centri sociali,
> collettivi di tutte le risme, comitati di quartiere e lotta per l’abitare,
> artisti e smanettoni, randagi.
Anubi, traduttore, è stato la Sapienza. E, al contempo, un compagno privo di
radici, come i personaggi dei romanzi (infiniti) di Joseph Roth. La sua
andatura, le sue camminate veloci quanto i pensieri che affaticavano le
chiacchierate itineranti, erano indice plastico dello sradicamento. Come le sue
sparizioni telefoniche o le sue riapparizioni inaspettate in assemblea. Dove lo
cercavi, non lo trovavi; dove lo trovavi, non lo aspettavi.
Ascoltando Antonio e Milo, lo scorso sabato, ascoltando i tanti compagni giovani
che lo hanno ricordato, guardando i tanti giovanissimi che c’erano, ho però
capito che Anubi ci ha spiazzato ancora e che, tutto sommato, ha messo radici in
modo diverso: nel futuro e non, come sempre accade, nel passato. E ciò è cosa
importante. Ciao Anubi.
P.s. Convinto che da qualche parte la mens di Anubi ci legge, volevo
rassicurarlo. Della Sapienza, lo scorso sabato, non mancava nessuno. C’erano
quelli del Novanta, che poi fu ancora 1992, a Lettere. Quelli che occuparono nel
1996, contro i fascisti a Giurisprudenza. E quelli delle mobilitazioni contro la
guerra in Kosovo, nel 1999. C’erano quelli che occuparono nel marzo del 2001,
contro l’aumento delle tasse di D’Ascenzo, e che a luglio riempirono i treni che
andarono a Genova, al Carlini. E c’erano quelli dell’interruzione
dell’inaugurazione dell’anno accademico del 2003, con tanto di diretta, e contro
la seconda guerra in Iraq. C’erano quelli che occuparono nell’autunno del 2005,
contro Moratti, e quelli che fecero l’Onda, il biennio di insubordinazione
studentesca che, esploso nel 2008, si protrasse fino al dicembre del 2010, in
tutta Italia. Quindi, quelli delle tende per la Palestina e contro il genocidio.
Sì, la Sapienza c’era, come un mondo di lotte che si tramanda, che Anubi, a modo
suo, ha contribuito a tramandare.
L’Associazione Pantera 90 Archivio ha fatto partire una raccolta fondi da
destinare alla famiglia, si può inviare un bonifico intestato a Pantera 90
Archivio con causale “Anubi” all’IBAN IT78C0760103200001078549811
Immagine dal funerale
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