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Progetto ICARO, Polstrada-MIM: se voli troppo in alto, cadi e ti fai male!
Il Progetto ICARO 26 è un’iniziativa promossa dal Ministero dell’Istruzione insieme ad altri enti primo fra tutti la Polizia Stradale e il Ministero dei Trasporti, (insieme ad associazioni, università, aziende) con l’obiettivo «di educare gli studenti alla sicurezza stradale, al rispetto delle regole e alla cittadinanza responsabile. Si inserisce nel quadro più ampio dell’educazione civica che oggi viene considerata prioritaria nella formazione degli studenti, soprattutto per contrastare comportamenti rischiosi e promuovere la cultura della legalità». Ancora una volta, quindi, non si affronta il disagio, le ragioni profonde che portano ai cosiddetti comportamenti a rischio che non sono solo quelli alla guida, ma coinvolgono tutta la sfera di vita dei giovani. Dal progetto formativo si individuano diversi temi condivisibili, dalla mancanza di consapevolezza che la “guida” non è un atto individuale, ma sociale, agli effetti degli “scroll” compulsivi al cellulare tra un semaforo e l’altro o peggio durante la guida. Restano fuori però, in quest’ultimo esempio, le cause della dipendenza dalle applicazioni contenute nei telefonini, e tante altre cause che, proprio perché Icaro si rivolge addirittura anche alle scuole primarie, andrebbero affrontate in termini formativi e non solo semplicisticamente “informativi”. C’è un altro comportamento a rischio, ad esempio il fumo da tabacco legalmente venduto con la supervisione-tassazione statale sebbene alla base delle oltre 90mila morti all’anno, quindi ben oltre le morti sull’asfalto (circa 3mila l’anno): ebbene, è come se entrassimo nelle scuole per mostrare agli studenti e alle studentesse i polmoni anneriti dal fumo o un filmato di un reduce da ictus che cammina col deambulatore oppure cercassimo di convincere bimbi e le bimbe che hanno una vita davanti a loro e che il tabagismo causa in media una perdita di 10 anni di vita rispetto al resto della popolazione. Non ci si discosta dal solito equivoco tra deterrenza e prevenzione. La Polizia, in divisa e armata, nelle scuole non fa prevenzione, ma fa, o tenta di fare, quando il tarlo della trasgressione non si insinua nelle giovani menti, solamente deterrenza: causa-effetto-sanzione, il trinomio perfetto del “buon padre di famiglia” come si legge sui testi di giurisprudenza. Formazione vuol dire fare emergere da dentro conoscenze e a volte competenze spesso già possedute, sistematizzarle, darle un senso ed una nuova forma di consapevolezza: ancora una volta non vuol dire “in-formazione”, pertanto occorrono strumenti formativi adatti all’età, come giochi di ruolo, t-group, tecniche che possano andare in profondità nelle percezioni delle singole persone in relazione nel contesto di gruppo. L’approccio che qui contestiamo è sempre quello tendenzialmente “cazziante”, sempre un po’ paternalistico di chi la sa lunga rispetto al tema trattato: l’autorevolezza della fonte, insomma, non deriva da quanti morti ammazzati, sanguinanti, esanimi si sono incontrati durante una lunga carriera nella Polstrada. Il progetto, poi, ha due componenti principali quella sedicente formativa «per sensibilizzare gli studenti sui comportamenti corretti» e l’immancabile nazionale: le classi partecipano producendo un elaborato, in questo caso un reel, cioè un video breve, il cui contenuto deve essere «originale, comunicare in modo efficace il tema della sicurezza stradale, avere caratteristiche tecniche precise (durata, formato, ecc.) tenere presente i seguenti concetti-chiave, quali la responsabilità individuale, la consapevolezza dei rischi, il valore della vita, il rispetto delle regole e tener conto che gli studenti non sono solo destinatari passivi, ma diventano “messaggeri” attivi verso i coetanei». Molta carne al fuoco, quindi, ma anche molta fuffa, concetti tanto altisonanti quanto complessi da tradurre in immagini soprattutto se a produrle sono ragazzi e ragazze senza esperienza filmica, se non come spettatori passivi in lunghe ore passate davanti ai monitor dei cellulari. Come al solito, inoltre, si inserisce la logica della competizione: nonostante il linguaggio educativo e civico, il progetto è strutturato come un concorso competitivo, con tanto di valutazione da parte di una commissione, criteri di giudizio tanto altisonanti quanto ampiamente discrezionali, (creatività, efficacia, coerenza) e alla fine l’immancabile selezione dei «migliori elaborati e premiazione finale dei vincitori». Gli studenti e le studentesse (o le classi) non collaborano, ma sostanzialmente competono tra loro per emergere, quindi da una parte si promuovono valori come collaborazione, responsabilità, cittadinanza, bene comune (il bene “sicurezza stradale”), dall’altra si inserisce tutto dentro una logica cosiddetta meritocratica e competitiva: si premiano “i migliori”, non il processo collettivo e anche un tema etico si trasforma in una gara rafforzando l’idea che il valore stia nel “vincere” o distinguersi. Sul piano formativo, peraltro, si sposta l’attenzione dal “capire il problema” a “fare il prodotto migliore”, privilegiando implicitamente chi ha più risorse (competenze tecniche, supporto, tempo, ecc.) ed escludendo o demotivare chi non “vince” riducendo così un tema serio (la “sicurezza” e la vita) ad una performance. La scuola continua a funzionare come un sistema selettivo e competitivo anche quando si affrontano temi importanti sul piano della cittadinanza attiva e consapevole. La scuola è già satura di competizione interna, prima fra tutte l’INVALSI, ma anche il sistema stesso educativo basato su competenze standardizzabili e quindi valutabili secondo, appunto, parametri standard. Più esplicitamente si va dalle olimpiadi in campo scientifico (della matematica, della fisica, ecc.), ai vari “certamen” in campo classico, fino ai concorsi letterari, ecc..: di un’altra competizione a cavallo tra educazione civica e cinematografia non se ne sentiva di certo bisogno! Tornando al progetto iniziale, non va dimenticato, ancora una volta che l’iniziativa è promossa e guidata in modo centrale dal Ministero dell’Interno e dalla Polizia Stradale cioè non abbiamo tra i protagonisti una delle tante associazioni nazionali di familiari vittime della strada dunque la prevenzione viene interpretata sempre attraverso la lente della deterrenza e del controllo, cioè attraverso strumenti tipici della repressione, più che dell’educazione. Il progetto dichiara di voler «educare a comportamenti responsabili», ma il soggetto promotore principale è un’istituzione che ha come funzione primaria quella di far rispettare le regole, sanzionare le violazioni e soprattutto, come in tanti altri casi (violenza di genere, cyberbullismo, ecc.) intervenire quando il comportamento scorretto è già avvenuto, in poche parole si pretende di prevenire il rischio ingenerando paura rispetto alle conseguenze e non lavorando approfonditamente sulle cause dei comportamenti. Ascolto e comprensione dei meccanismi psicologici del rischio, gestione dell’impulsività, del gruppo, della percezione del pericolo, educazione emotiva e relazionale: questi dovrebbero essere i temi complessi, ma essenziali, da affrontare in aula tramite giochi formativi, t-group, testimonianze dirette di ragazz3 vittime di incidenti o autori di omicidi stradali. Psicologi, educatori o esperti di comportamento sarebbero molto più coerenti con l’obiettivo pomposamente dichiarato. È significativo che nel progetto ICARO 2026 compaiano anche soggetti con competenze più specifiche sul piano educativo o tecnico (ad esempio il Dipartimento di Psicologia o enti legati alla mobilità), ma il ruolo centrale e soprattutto simbolico resta sempre e comunque quello della Polizia. La normalizzazione della “divisa” a scuola finisce per rendere naturale una divisa (per di più armata) all’interno di uno spazio educativo che dovrebbe essere autonomo e appunto educativo ovvero non repressivo, fondato sul dialogo, non sull’autorità coercitiva. La presenza della polizia, anche quando presentata in chiave “educativa”, porta inevitabilmente con sé un immaginario di controllo, un’asimmetria di potere inversamente proporzionale all’età degli student3, un messaggio implicito di disciplina più che di comprensione. Nel complesso, queste iniziative, al pari di quelle volte al contrasto dell’uso di sostanze stupefacenti, rischiano di trasmettere un messaggio distorto ovvero che i comportamenti corretti derivino dalla paura della sanzione, che la sicurezza, in questo caso quella stradale, sia principalmente un problema di ordine pubblico, infine che l’educazione possa essere delegata a istituzioni repressive rafforzando un modello educativo che si pensava morto e sepolto dal ’68 in poi, in cui la regola non viene interiorizzata ma subita. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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