#Colombia l'ultimo inganno. Lotta al #narcotraffico, #paramilitarismo,
violazione dei diritti umani #americalatina
PLAN COLOMBIA ED EGEMONIA USA NELL'AREA ANDINA
Nell'autunno del 2000, il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 1.374 milioni
di dollari a favore del cosiddetto 'Plan Colombia', l'articolato programma di
lotta alle coltivazioni di coca, di riforme economiche strutturali e di
'rafforzamento delle istituzioni dello Stato'.
https://malgradotuttoblogger.blogspot.com/2026/01/colombia-lultimo-inganno-lotta-al.html
Tag - colombia
#Narcotraffico. Come Washington e #Israele lo hanno alimentato
Nel 2001 ho pubblicato il volume "#Colombia l'ultimo inganno. Lotta al
narcotraffico, paramilitarismo, violazione dei diritti umani" (Palombi Editore
Roma), frutto di una complessa ricerca in Colombia sulle origini, le cause
socio-economiche e le responsabilità degli apparati militari USA e israeliani
relativamente al narcotraffico in America Latina.
https://www.academia.edu/41297767/Colombia_lultimo_inganno_Lotta_al_narcotraffico_paramilitarismo_violazione_dei_diritti_umani
Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita
Ana en la memoria
Ana en las calles
Ana en la dignidad
Ana en la resistencia
Ana en la vida
Ana en el corazón
Ana María Cuesta León, sociologa, muralista e militante per la memoria e i
diritti umani in Colombia, ci ha lasciati poco più di sei mesi fa, lo scorso 11
giugno, all’età di 39 anni. Per chi scrive, Anita è stata una cara amica: la sua
mancanza è un dolore immenso, così come è stata importante la condivisione di
momenti di vita. Scrivere di Anita però non è solo una questione personale,
ricordare Anita significa ripercorrere una lunga traiettoria di impegno e di
lotta per la memoria e i diritti umani, ed al tempo stesso, dare voce alla sua
lotta per il diritto alla salute negato dalle logiche del profitto a tutti i
costi, da un sistema di salute neoliberista e privatizzato, e dalla scarsità
delle medicine di cui aveva bisogno per vivere. Ricordare la sua vita, la sua
militanza di lungo periodo contro l’impunità della violenza di Stato e i crimini
di guerra, significa raccontare le lotte e i percorsi collettivi di cui è stata
parte come muralista, sociologa, militante, ed infine direttrice del Centro per
la Memoria, la Pace e la Riconciliazione di Bogotá.
Ana María lavorava da ormai dieci anni in questa istituzione pubblica del
distretto della capitale colombiana, e ne era diventata direttrice due anni fa,
nel novembre del 2023. Ha contribuito nel tempo a trasformare una istituzione
statale in uno spazio di accoglienza per le vittime del conflitto, per le madri
dei desaparecidos e dei falsos positivos, per le organizzazioni sociali dei
quartieri popolari, sperimentando pratiche di pedagogia popolare e cura
collettiva contro l’orrore della guerra e della violenza nella storia e nel
presente del suo paese e non solo. Una etica della cura, scrivono di lei, che ha
sostenuto anche quando diventava difficile per lei anche solo respirare.
Nata il 5 giugno del 1986 nei quartieri popolari di Ciudad Kennedy a Bogotá, Ana
María è cresciuta accompagnata dalla nonna, dalla madre e dal padre e dalla
sorella, da un profondo percorso religioso, familiare ed interiore, che si è poi
incontrato con la sociologia, con i diritti umani, con il muralismo e le lotte
sociali, le controculture e la militanza politica. Condividendo percorsi di
ricerca di giustizia, cura e amore in una epoca devastata dalla violenza di
Stato e dalla guerra, denunciando l’impunità del potere e dando voce e
protagonismo alle vittime delle persecuzioni e dei massacri, “senza mai perdere
la tenerezza” – come diceva il Che – Anita ha attraversato con la sua vita anni
di lotte per la memoria e la giustizia, dipingendo con il suo collettivo sulle
strade, sui muri, sugli adesivi e sulle magliette quella frase con cui oggi la
ricordiamo: “Nuestra lucha es por la vida”.
“NUESTRA LUCHA ES POR LA VIDA”
Quando aveva diciannove anni, poco dopo aver iniziato gli studi in sociologia
all’università Santo Tomás, scoprì di soffrire di ipertensione polmonare, e poi
di lupus; in un momento delicato, giovanissima, affrontò con grande forza
entrambe le malattie, e nonostante i medici le avevano dato al massimo due anni
di vita, ne ha vissuti pienamente ed intensamente altri venti. Prendeva ogni
giorno delle medicine vitali, che le permettevano di vivere degnamente, e di non
soffrire troppo i dolori e i problemi respiratori con cui conviveva, ma tra
dicembre ed aprile l’assicurazione sanitaria Famisanar non le ha più consegnate.
L’ultima sua lotta, titola il giornale colombiano El Espectador, raccogliendo le
testimonianze della madre e della sorella, è stata una lotta per il diritto alla
cura, alla salute, ad una vita degna, che i processi di privatizzazione della
salute in Colombia le hanno negato, così come li hanno negati a migliaia di
persone, che lottano per ricevere medicine fondamentali per poter vivere e
affrontare dignitosamente le malattie con cui convivono. Perché in un sistema
neoliberista, la salute è prima di tutto un affare per pochi, e non un diritto
dei molti. Non è un caso che proprio la riforma della salute, proposta e voluta
dal governo Petro per trasformare la salute in un diritto e modificare quel
modello perverso che genera milioni di profitti per le imprese, definite come
Enti Prestatori del servizio sanitario, pregiudicando il diritto a ricevere una
degna cura, sia stata bloccata dal Senato in mano all’opposizione di destra
(mentre molti senatori o familiari di esponenti politici sono azionisti delle
stesse EPS).
*
Nonostante una sentenza giudiziaria che obbligava Famisanar, l’ente prestatore
di servizi sanitari a cui era affiliata Ana María, di consegnare entro 48 ore
quelle medicine di vitale importanza, costosissime e non facilmente reperibili
in Colombia, ad Anita non sono mai più arrivate. Fino al giorno in cui, meno di
una settimana dopo il suo trentanovesimo compleanno, si è recata per l’ultima
volta all’ospedale, sfinita dal dolore e dalla stanchezza causate dai suoi
problemi cardiaci e polmonari, aspettando per due giorni e due notti su una
sedia a rotelle, senza che l’ospedale le trovasse un stanza con un letto,
nonostante la gravità delle sue condizioni di salute. Anita ha sperato fino
all’ultimo di ricevere quelle medicine che le avrebbero salvato la vita e che,
ancora una volta, non sono arrivate. Proprio in quei giorni doveva intervenire
alla Conferenza Latinoamericana delle Scienze Sociali di Clacso condividendo il
suo lavoro sulla “memoria viva”. Presentare il nuovo libro, “Ni Arte Ni
Panfleto: Memoria, Color y Dignidad” (Colectivo Dexpierte 2024). che avevano
pubblicato pochi mesi prima con il collettivo Dexpierte. Continuare a
festeggiare la vita, con l’occasione del trentanovesimo compleanno, con amiche e
amici, compagni e compagne. Continuare la sua lotta per la memoria. Continuare a
dipingere sulle strade e sui muri nei fine settimana, quando aveva sempre un
appuntamento o una attività da qualche parte, frutto di quella passione che la
portava a dipingere murales per la memoria nelle strade e sui muri più diversi
del paese, senza sosta, una passione che animava e coniugava con il suo impegno
umano e politico.
> Ogni momento di questi venti anni è stato conquistato alla vita, strappato
> alla morte, tanto che ormai a tutti noi sembrava che Anita potesse vivere per
> sempre con noi, quella vita che Anita amava e che ha dedicato alla costruzione
> di tanti percorsi collettivi di memoria.
Una vita vissuta inseguendo la felicità e cercando di lasciare qualcosa di
eterno di questa sua esperienza terrena: “Me ne potrei andare domani, con i
problemi di salute che ho e che molti di voi conoscono, ma me ne andrei
tranquilla, sapendo tutto quello che abbiamo fatto assieme, che è tanto,
credetemi” disse Anita il giorno del suo trentanovesimo compleanno, una
settimana prima di quella notte in ospedale in cui il suo cuore ha smesso di
battere.
“Anita era più energia che corpo” afferma un caro amico comune, il giorno dei
funerali. Là fuori, il fumo grigio dei petardi e dei fuochi d’artificio si
disperde sulla via Caracas, sullo sfondo la Cordigliera orientale delle Ande che
sembra partecipare al rituale per salutare Anita. Poco dopo, si ripeterà ancora
una volta, al cimitero, un verde giardino del riposo alle porte della sua città.
Decine e decine di persone abbracciano la famiglia, la madre che, accompagnata
da tanto amore nel suo immenso dolore, ricorda commossa sua figlia che le
assomigliava così tanto nello sguardo, il padre, così composto nella sua dignità
sofferente, e la sorella, che accoglie gli abbracci davanti alla camera ardente.
Le lacrime delle amiche e degli amici che si prendono cura di Tango, il bassotto
che Anita aveva adottato in Messico (dove era andata a studiare, un master in
Studi Politici) e che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino all’ultimo
momento.
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Il presidente Gustavo Petro la ricorda con una dichiarazione pubblica, così come
decine di organizzazioni, movimenti sociali, università, istituzioni,
collettivi, amici e amiche, le cui parole e i cui ricordi pubblicati sulle reti
sociali non possono che commuovere, testimoniando nel dolore tutto quello che di
bello e potente Anita ha seminato durante la sua vita. Anche le Madri di Soacha,
che in Anita hanno incontrato un sostegno e una forza per continuare a cercare i
figli desaparecidos e denunciare il terrorismo di Stato dei governi dell’estrema
destra colombiana, sono presenti al suo funerale. Così come tanti compagni e
compagne, amici e amiche, con le loro lacrime accanto al suo volto sorridente
stampato su un poster che accompagnerà queste giornate di lutto. “Con il tuo
sorriso come bandiera, continueremo a lottare”: mai fu più appropriata questa
frase.
Arriva anche il sindaco di Bogotá, Galan – oppositore di Petro, figlio di un
noto politico liberale candidato alla presidenza ed assassinato dai
narcotrafficanti poco prima delle elezioni nel 1989 – che la settimana dopo
consegnerà alla famiglia una medaglia di riconoscimento postumo alla sua
memoria. Poi un venditore ambulante, che Anita aiutava nelle sue cure
odontologiche, il viceministro della Gioventù, la docente universitaria del
corso di sociologia della memoria, con cui rimase in contatto per tanti anni,
gruppi di musica punk della scena contro culturale, e ancora tanti e tante che
accompagnano la famiglia nella camera ardente adornata con le sue amate
orchidee, la sciarpa antifascista della sua squadra del cuore, i Millonarios
(pochi giorni dopo, durante il derby, la curva esporrà una striscione per
ricordarla), dai colori dei suoi poster, delle foto del suo sorriso così potente
da sembrare ancora più vero, quel volto e quel sorriso che adesso compaiono
dipinti sui muri della città che Anita ha vissuto, amato e dipinto.
“PUEBLO CANTA TU DOLOR, GRITA TU INDIGNACIÓN”
E’ questo uno degli slogan che il Collettivo Dexpierte ha scritto e riprodotto
su dei celebri e bellissimi manifesti, sugli stencil, sulle strade, sui murales
in giro per la Colombia e non solo. Assieme a “La nostra lotta è per la vita”,
uno slogan che forse mai come adesso mostra la dimensione intima, personale, di
quella lotta che Ana María ha portato avanti personalmente per affrontare giorno
dopo giorno le sue condizioni di salute, per oltre metà della sua vita.
Nell’ultimo libro pubblicato dal Collettivo, pochi mesi prima della scomparsa di
Anita, si raccolgono quattordici anni di lavori artistici e politici, costruiti
con reti ed esperienze di lotta comunitaria e popolare in diverse città e
territori della Colombia, ma anche in Messico e Venezuela.
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Nato nel 2011, il collettivo Dexpierte si è proposto di contribuire a
risvegliare le coscienze a partire dalla rivendicazione della memoria del
conflitto armato nel paese, e di connettere le lotte a partire dalle immagini,
dai volti e dalle immagini, dalle parole e dagli slogan dipinti sui muri di
Bogotá, ma anche di Cali, nei quartieri popolari di Siloé, nel Cauca, nel
Putumayo, nel Catatumbo. L’arte grafica, raccontava Anita, con il suo nome
d’arte di Ana Renata, è stata storicamente uno strumento di lotta e di
resistenza, è stata utilizzata nelle università pubbliche, dai sindacati, da
molte esperienze e in molti modi in Colombia.
> I volti di persone desaparecide o assassinate dalla violenza di Stato e dai
> paramilitari, le frasi in difesa della vita e della memoria, contro la guerra
> e il terrorismo di Stato, sono comparsi su decine di muri in diverse città,
> con la stessa firma e lo stesso impegno sociale e politico: colectivo
> Dexpierte.
“Crediamo che la memoria è resistenza, è lotta contro l’oblio, e che l’arte sia
una forma di comunicazione, per far parlare di una serie di questioni in altri
spazi, in modalità molto più accessibili al grande pubblico. Per noi significa
sperimentare con l’arte, non siamo artisti ma lavoriamo con tecniche artistiche
su carta e su muro perché ci siamo resi conto che questo è uno strumento per
veicolare la memoria, perché non sappiamo a quanta gente può arrivare un
messaggio su un muro per strada, ma crediamo che possa arrivare a moltissima
gente, e che apre la possibilità di discutere, di dibattere, di aprire scenari
di contesa per la memoria che ci sembra super importante si dia nello spazio
pubblico” racconta Anita.
“Lo spazio pubblico diventa così uno spazio politico, per la gente comune, che
così può cominciare a costruire memoria, a partire dalle persone colpite dal
conflitto, è la memoria che irrompe nello spazio quotidiano, può durare un
giorno, una settimana, un mese, non importa quanto dura il murales che facciamo,
quello che importa è l’azione, e piuttosto, se non dura tanto, siamo obbligati a
tornare a dipingerlo, a fare ancora memoria, e ancora e ancora, e allora tanto
meglio” racconta Ana Maria in una video intervista sull’esperienza del
collettivo Dexpierte. Tra i primi interventi murali, il volto di Jaime Garzón,
giornalista assassinato dai paramilitari per le sue denunce contro la corruzione
e la violenza di Stato, poi la madre indigena con il bambino sulle spalle, i
passamontagna zapatisti, le frasi stampate, “Odio su guerra”, “Somos semillas”,
“La dignidad no tiene precio”, “Resistir no es aguantar”, “No nacimos para la
guerra”, il giaguaro in difesa della terra, contro l’estrattivismo, e ancora
colori, parole, ore passate a dipingere, a disegnare, a contendere metro per
metro all’oblio e all’impunità i muri delle città.
DALL’UNIVERSITÀ ALLE STRADE, FINO AL CENTRO PER LA MEMORIA
A partire dagli studi in Sociologia, all’Università Santo Tomás di Bogotá, la
sua fede religiosa, l’incontro con il muralismo, l’arte e il punk, Ana María
attraversa e connette mondi, amicizie, esperienze di intimità politica e umana,
traiettorie artistica e militante. Con il collettivo Dexpierte e poi al Centro
per la Memoria, la Pace e la Riconciliazione, dopo le esperienze nei territori
del Catatumbo e del Cauca, tra le terre più colpite dalla violenza del conflitto
armato fino ad oggi, Ana María lavora con la memoria viva, come amava chiamare
quel progetto di dare voce e protagonismo politico alla possibilità di
trasformazione sociale in Colombia.
> “La memoria non è qualcosa del passato, la memoria è quello che ognuno di noi
> fa ogni giorno con quello che ha vissuto nella propria vita” racconta Ana
> María.
Lo scorso febbraio, in occasione dell’organizzazione di un seminario alla
Universidad Nacional de Colombia, siamo andati a trovarla al Centro per la
Memoria, la Pace e la Riconciliazione: Anita ci ha accompagnati per una visita
dello spazio, condividendo e raccontando le attività portate avanti dal Centro,
con l’orgoglio e la passione politica che la spingeva avanti nonostante le
mancasse il respiro e il battito del cuore la sfiniva. Un processo politico
interessante e all’avanguardia, una istituzione statale che indaga, denuncia e
costruisce processi di riparazione e memoria a fronte del conflitto armato e
delle responsabilità dello Stato colombiano, sia storicamente che
nell’attualità, rispetto ai massacri, alle fosse comuni, alla spoliazione
sistematica di terra, diritti, vite umane e non umane. Ma soprattutto,
condividendo quella sensibilità umana e politica capace di trasformare l’orrore
della violenza e della guerra, il dolore e il terrore in strumenti collettivi di
trasformazione, di cura, di amore e di non ripetizione.
Ana María ci accoglie calorosamente all’ingresso dello spazio, ci offre un
caffè, per oltre due ore ci accompagna per le sale, i giardini e gli spazi del
Centro, ci racconta dell’istallazione che si trova all’entrata del Centro per la
memoria, dove vento, luce, acqua e terra provenienti da diverse regioni e
territori del paese compongono una variabile combinazione di suoni, luci, colori
e correnti d’aria che connettono la memoria e la possibilità di un presente e un
futuro diverso, che si sta costruendo in Colombia in questi ultimi anni.
Passiamo poi dalla sala con la mappa della memoria delle vittime del conflitto
armato, della violenza di Stato e delle persecuzioni di militari e paramilitari
contro sindacalisti, studenti, attivisti e attiviste sociali, militanti della
Unión Patriótica, organizzazione politica sterminata negli anni ottanta,
raccontando dei luoghi, i volti, le storie di tanti uomini e donne che compaiono
sulla mappa, con le luci che si accendono e si spengono costruendo geometrie
variabili che connettono le origini e le motivazioni, le responsabilità e le
traiettorie di vita, di lotta e di morte di decine di uomini e donne. Volti e
storie che non dimentichiamo, che grazie al Centro per la Memoria vivono nelle
lezioni con le scuole, in chi visita il Centro, nelle attività nei territori con
le famiglie e le vittime del conflitto armato e delle violenze di Stato.
Nella sala della biblioteca del Centro, seduti di fronte a una mostra temporanea
sulle resistenze indigene nel Cauca, Anita ci offre caffè e aromatica,
discutiamo di questa esperienza così intensa e particolare del suo lavoro al
Centro per la Memoria. Così la ricorda Sandro Mezzadra, docente dell’Università
di Bologna, che quel giorno era con noi: “Ho conosciuto Anita in un giorno di
febbraio di quest’anno, mentre ero a Bogotá insieme a Michael per una serie di
attività e di incontri. Con Alioscia e Nati, siamo andati al Centro de Memoria
Paz y Reconciliación, diretto da Anita. Ci ha accolti e accompagnati, in una
visita che non ha avuto nulla di formale. Si percepiva l’amicizia profonda tra
Anita e Nati, che in qualche modo ci coinvolgeva e ci rendeva ospiti speciali (o
almeno questo ho pensato).
> Mi ha colpito la passione con cui Anita ci raccontava del Centro, delle sue
> attività e del loro significato dal suo punto di vista: una memoria che è
> parte del presente, che motiva a lottare contro una violenza che non cessa di
> essere tra noi. Mi è rimasto in mente il modo in cui Anita ha definito il
> Centro, un archivio vivente, quasi una voluta contraddizione in termini per
> affrontare le concrete contraddizioni della storia.
Ricordo di avere pensato che mi sarebbe piaciuto rivederla, ascoltarla ancora:
il fatto che non sia possibile mi riempie di tristezza. E pensare che la sua
morte dipenda dalla negligenza di un’assicurazione sanitaria mi riempie di
rabbia”.
Assieme a Sandro, anche Michael Hardt ha partecipato alla visita, e la ricorda
con queste parole: “Il Centro por la Memoria Paz y Reconciliación è
un’istituzione straordinaria e, chiaramente, Anita ne era il cuore pulsante. Si
riconosceva immediatamente il suo talento nel coinvolgere nel Centro diverse
popolazioni, compresi i bambini, nonostante la natura oggettivamente difficile
della violenza raccontata nelle mostre. Ciò era dovuto, in parte, senza dubbio,
al modo in cui la sua sensibilità artistica e le sue esperienze riuscivano a
coinvolgere le persone. Ciò che mi ha colpito di più di Anita è stato il modo in
cui coniugava una serena generosità d’animo con un implacabile impegno per la
giustizia.”
*
*
Despideme de la lluvia valiente de cuando sale el sol
Despiedeme de la lluvia, y del caracol
despideme de la calle despideme del guetto
de los murales que en la noche dibujamos
Skalariak, Despídeme
HASTA SIEMPRE ANITA, MEMORIA VIVA
Nel giardino del Centro per la Memoria, costruito su un’area del vecchio
cimitero monumentale di Bogotá, che guarda sulle Ande, sulla panoramica
Monserrate, sulle torri e i grattacieli della zona finanziaria, a pochi metri
dall’Università Nacional, dall’altro lato dell’immensa arteria metropolitana
della Avenida 26, sotto la pioggia infinita di quei mesi, centinaia di persone
si sono raccolte, dopo la notizia della sua morte, per renderle omaggio. Nel
luogo dove da dieci anni tesseva reti, relazioni, memorie, lotte e conflitti, è
stato piantato un albero, con una targa dedicata ad “Ana María Cuesta León,
memoria viva”. Accompagnata ancora un’ultima volta con cura e amore, quella cura
e quell’amore che lei aveva regalato negli anni della sua vita, in tanti e tante
hanno costruito collettivamente un sacro altare laico colmo di foto, affetto,
ricordi, parole, foto, immagini, che con centinaia di bigliettini la
accompagnano nel suo viaggio oltre la vita. Anita eterna, risuona dappertutto.
> “La memoria vince sulla morte” è la frase che accompagna il suo volto
> sorridente sui poster stampati dagli amici e dalle amiche di una vita, assieme
> ad una performance che costruisce con la terra, la sabbia, le parole e i
> colori il ricordo, il nome e la memoria viva di chi ha dedicato alla memoria
> la sua vita e la sua lotta.
“Chi mi conosce sa che non parlo mai a nome mio, spesso parlo in plurale perché
sono cresciuta in un collettivo e sono cresciuta con voi in questo lavoro,
questo è di tutti e tutte, grazie per celebrare la vita con me, per me la vita
è… è qualcosa che mi affascina, mi piace vivere, amo vivere… e poco tempo fa un
amico mi diceva questo, abbiamo avuto la morte così vicina a volte, e nonostante
sappiamo che un giorno vincerà, abbiamo ancora la possibilità di giocare, e
vogliamo giocarci questa partita fino all’ultimo minuto, per vincerla… e sono
felice che voi mi stiate accompagnando in questa partita, salute!”: risuonano
queste sue parole di pochi giorni prima, durante il brindisi del suo ultimo
compleanno, mentre sulla facciata del palazzo scorre un videomapping in omaggio
ad Anita, accompagnato dalla musica, dai suoi disegni, dal suo volto e dal suo
sorriso. E con queste sue parole commoventi vogliamo ricordarla, ora e per
sempre, eterna Anita. E, per ricordarla e omaggiarla, continuare ad impegnarci
in quelle lotte che tanto devono anche a lei, Anita, memoria viva.
Immagine di copertina e nell’articolo tratte dal videomapping proiettato al
Centro per la Memoria. Le altre immagini sono del Collettivo Dexpierte, o
grafiche di ricordo e commemorazione di Ana María Cuesta León.
L'articolo Anita, memoria viva: la nostra lotta è per la vita proviene da
DINAMOpress.
Le primarie del Pacto Histórico in Colombia tra tensioni politiche e sfide future
A poco meno di un anno dalle elezioni, le tensioni nel paese sono cresciute su
più fronti e la campagna elettorale ha fatto irruzione sullo scenario politico
colombiano: tra riforme sociali, elezioni primarie delle sinistre e tensioni
internazionali, il cammino verso le presidenziali che definiranno il futuro
governo del paese, e la continuità o meno di un processo di trasformazione
sociale, si iscrive in un contesto di pesanti ingerenze statunitensi nella
regione.
L’approvazione della riforma del lavoro dello scorso giugno ha sbloccato il
cammino delle riforme sociali promesse dal governo e votate da milioni di
persone alle scorse presidenziali. Si tratta di una delle questioni più
importanti del programma politico progressista: l’approvazione al Congresso e al
Senato è stata ottenuta solamente dopo imponenti mobilitazioni sociali,
significative tensioni sociali e politiche nel paese e nelle istituzioni, fino
all’annuncio di una consulta popolare, poi ritirata dallo stesso Petro dopo
l’approvazione della riforma. Mentre l’ambivalente riforma delle pensioni, che
istituisce un fondo minimo universale per tutte le persone escluse dal sistema
pensionistico, ma al tempo stesso finisce per rafforzare i fondi privati, è
stata approvata, ma poi sospesa dalla Corte Costituzionale, la riforma della
salute è ancora blocccata al Senato e rappresenta l’ultima delle grandi riforme
che il governo cercherà di approvare prima della fine del mandato di Gustavo
Petro.
LA VIOLENZA NEL PAESE
La violenza, che caratterizza la storia e, in modi diversi, il presente del
paese, si espande nei periodi elettorali, con un aumento degli omicidi contro i
leader sociali nel paese, come denunciato dall’ONG Indepaz, che ha pubblicato un
documento denunciando 158 leader sociali assassinati nel 2025 (fino all’11
novembre, data di pubblicazione del report), e 34 ex guerriglieri che hanno
firmato la pace (nel 2024 erano stati rispettavamente 173 e 31). Intanto, dallo
scorso giugno, la violenza politica ha fatto nuovamente irruzione sulla campagna
elettorale, con l’attentato durante un comizio a Bogotà lo scorso giugno contro
il candidato di estrema destra Miguel Uribe (poi deceduto dopo due mesi di
ospedale, ad inizio agosto), colpito da un colpo di pistola alla nuca da un
sicario minorenne (da chiarire ancora chi siano stati i mandanti).
Una successiva accelerazione su grande scala si è avuta con gli attentati di
fine agosto a Cali (autobomba di fronte ad una scuola militare, con sette morti
e 78 feriti, tra i quali diversi civili) e nel territorio di Antioquia (12
poliziotti uccisi nell’abbattimento di un elicottero militare impegnato
nell’attacco contro coltivazioni illecite) quando diversi gruppi armati, legati
alle dissidenze delle ex Farc e ai paramilitari del Clan del Golfo, hanno
attaccato forze militari, in risposta all’offensiva militare dell’esercito
colombiano. Nel pieno di uno scenario di profonda riconfigurazione delle logiche
e delle forme del conflitto armato, come analizzato da Alejandro Cortés Ramirez,
l’obiettivo della Pace Totale, proposto dal nuovo governo con l’obiettivo di
costruire tavoli di negoziazione con le diverse formazioni armate che operano
nel paese, si sta confrontando con la ripresa di ondate di violenza: dopo la
crisi nel Catatumbo precipitata nel mese di gennaio, gli sfollamenti forzati in
diverse regioni del paese e le autobombe ad agosto, nelle scorse settimane in
particolare sono stati effettuati una serie di bombardamenti da parte
dell’esercito colombiano contro diversi gruppi armati in vari territori del
paese.
MOBILITAZIONI SOCIALI
In questo contesto, negli scorsi mesi, si sono tenute una serie di mobilitazioni
sociali e popolari in diverse città colombiane: in primo luogo, a fine
settembre, diversi movimenti sociali del paese hanno organizzato a Bogotà la
Cumbre Nacional Popular “La città per chi?”. Con la partecipazione di oltre
millecinquecento militanti di organizzazioni popolari, per tre giorni
all’Università Pedagogica nei laboratori, nelle assemblee e nelle riunioni
centinaia di persone hanno discusso l’agenda di lotta dei movimenti popolari nel
paese: dall’ecologia al femminismo, dalle economie popolari al diritto alla
città, dalla sicurezza nei territori fino alle resistenze nel mondo dell’arte e
della cultura, hanno costruito uno spazio di dibattito, articolazione e
confluenza di movimenti provenienti da oltre quindici città e regioni del paese.
L’ultimo giorno un corteo ha attraversato la zona finanziaria e i quartieri
ricchi della città, reclamando diritti e giustizia sociale, e denunciando gli
interessi e le violenze delle elite finanziarie e oligarchiche del paese.
A metà ottobre, con lo slogan “Aquí en la lucha” decine di manifestazioni hanno
attraversato il paese denunciando il ritorno e l’impunità del paramilitarismo e
della violenza nei territori, rivendicando potere popolare e diritto alla città,
sovranità nazionale contro le ingerenze statunitensi, fine del paramilitarismo e
della criminalizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici ambulanti nelle
città, denunciando l’impatto della turistificazione nei territori dei Caraibi.
Nelle diverse città, nei blocchi stradali e nelle proteste di fronte alle
istuituzioni, con l’occupazione simbolica di una serie di Ministeri (a cui il
ministro degli Interni Bendetti ha risposto con gravi e preoccupanti
dichiarazioni di criminalizzazione delle lotte sociali), i movimenti hanno
chiesto un impegno del governo Petro nell’affrontare l’emergenza umanitaria,
approvare le riforme sociali, gli accordi sottoscritti con le comunità nelle
diverse regioni del paese.
IN PIAZZA CONTRO L’INGERENZA DI TRUMP
A fine ottobre, venerdì 24, in un momento di forti tensioni internazionali con
il governo statunitense, il presidente Gustavo Petro ha convocato una
mobilitazione nella centralissima Plaza de Bolívar a Bogotá. Denunciando le
misure economiche e militari del governo degli Stati Uniti di Donald Trump che
colpiscono la sovranità nazionale, dall’aumento dei dazi sui prodotti colombiani
alle azioni armate nei Caraibi e sul Pacifico con il pretesto delle operazioni
antidroga, Gustavo Petro ha annunciato nuove alleanze economiche globali per
fare fronte a questa situazione. Ha poi rivendicato il tasso più alto di
sequestri di cocaina degli ultimi decenni nel paese, segnalando come queste
operazioni non abbiano comportato né i massacri, né le altissime cifre di morti
che hanno caratterizzato la “guerra alla droga”, né esecuzioni extragiudiziali,
come quelle che le forze militari statunitensi stanno compiendo negli ultimi
mesi impunemente nei Caraibi e nel Pacifico.
Non è un caso che la de-cecertificazione della Colombia, da parte degli Stati
Uniti, rispetto alla lotta contro il narcotraffico sia arrivata proprio pochi
mesi prima delle elezioni: Petro ha denunciato l’inclusione del suo nome, e di
alcuni suoi familiari, assieme al ministro degli Interni Benedetti, nella
cosiddetta Lista Clinton – ufficialmente la Specially Designated Narcotics
Traffickers List (SDNT), amministrata dagli Uffici del Controllo di fondi
stranieri del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti – una misura politica di
pressione contro il governo colombiano che include l’impedimento di accedere al
sistema finanziario. Una avanzata gravissima contro il governo progressista e
contro la Colombia, assieme al ritiro dei fondi e degli aiuti nella cooperazione
militare.
Una manovra che interviene nella politica interna di un paese con l’obiettivo di
delegittimare il governo e rafforzare l’estrema destra in vista delle elezioni:
le condizioni che pone il segretario di Stato Rubio sono quelle di cooperare con
gli Stati Uniti, come affermato poco prima di partire per Tel Aviv a sostenere
il genocidio in Palestina. Dal palco di Plaza Bolivar, Petro ha qualificato
questo atto come una persecuzione politica ed un affronto alla sovranità
colombiana. L’attacco contro il governo ha sequestrato il numero più alto di
tonnellate di cocaina negli ultimi decenni arriva come segnale politico,
esplicitamente voluto da Trump, parte del nuovo progetto interventista ed
imperialista statunitense in America Latina, alla pari con le portaerei militari
di fronte alle coste venezolane.
Infine, davanti alla piazza gremita di manifestanti, Gustavo Petro ha annunciato
che il prossimo 20 luglio (anniversario dell’indipendenza colombiana) il suo
governo presenterà al Congresso un progetto di legge per l’Assemblea Nazionale
Costituente, con l’obiettivo di trasformare la struttura politica ed economica
del paese secondo i principi di giustizia sociale, sovranità e partecipazione
popolare.
LE PRIMARIE DEL PACTO HISTÓRICO
In questo clima teso nel paese, poche ore dopo la mobilitazione, si sono tenute
domenica 26 ottobre le primarie del Pacto Histórico, che hanno visto la
partecipazione di oltre 2 milioni e settecentomila votanti, un risultato
definito come straordinario da diversi analisti politici e dallo stesso Pacto
Histórico (le attese era di circa un milione e mezzo di votanti, per una
consulta primaria inedita e senza che coincidesse con alcuna data elettorale nel
paese). L’elezione ha definito sia il prossimo candidato unitario delle sinistre
alle presidenziali del maggio del 2026, sia l’ordine delle liste per la Camera e
il Senato, alle elezioni parlamentari del prossimo mese di marzo.
Con oltre un milione e mezzo di voti, corrispondete al 65% delle preferenze, ha
vinto la consulta popolare Iván Cepeda Castro, leader del Movimiento Nacional de
Víctimas de Crímenes de Estado (Movice), figura di riferimento delle
negoziazioni di pace con le FARC e con l’ELN, mentre al secondo posto, con poco
meno di settecentomila voti, è arrivata Carolina Corcho, ex ministra della
Salute del governo attuale, che sarà la prima candidata al Senato. Un voto
significativo per il paese, che rilancia il Pacto Histórico come il principale
partito a livello nazionale, e prepara le elezioni primarie del Frente Amplio
annunciate per marzo, per definire la coalizione più ampia di centrosinistra che
punterà alla continuità di un governo progressista nel 2026. Cepeda ha
annunciato che lavorerà per una ampia coalizione e come punti salienti del
programma, in continuità con il governo attuale, ha segnalato che punterà ad una
rivoluzione etica, economica e ambientale, per consolidare la Colombia come una
“potenza mondiale della vita”.
Iván Cepeda è una figura di riferimento nel paese per le denunce contro il
paramilitarismo, figlio di Manuel Cepeda, un dirigente del partito comunista
assassinato dai paramilitari nel 1994, nell’ambito dello sterminio della Unión
Patriótica, molto conosciuto per il processo portato avanti contro l’ex
presidente Álvaro Uribe Vélez che, condannato in primo grado a a 12 anni a fine
luglio per corruzione e frode procedurale , dopo un mese di arresti domiciliari
è stato assolto in secondo grado, a fine ottobre. L’istanza decisiva passerà
adesso alla Corte Suprema, l’istituzione più temuta dall’ex presidente, per la
cui liberazione si è speso direttamente il presidente statunitense Trump in più
occasioni. Allo stesso modo, Trump ha difeso Bolsonaro dopo la condanna per il
tentato golpe, aumentando i dazi per i prodotti provenienti dal Brasile: non è
un caso che le pressioni statunitensi sulla Colombia e su Petro sono arrivate
puntuali dopo la condanna in primo grado dell’ex presidente. L’interventismo
statunitense è stato decisivo anche in Argentina con il prestito a garanzia
della stabilità del peso rispetto al dollaro condizionato dalla vittoria
elettorale di Milei, annunciato poco prima delle elezioni di Midterm, che ha
pesato sul voto di fine ottobre.
MANOVRE DI GUERRA NEI CARAIBI
I tentativi delle destre a livello nazionale, in articolazione con gli Stati
Uniti, di screditare e colpire il governo colombiano si succedono senza sosta di
settimana in settimana, mostrando quelle trame di potere e complicità che sono
tornate al centro dello scenario e della contesa politico già diversi mesi fa,
quando il presidente Gustavo Petro aveva denunciato il tentativo di golpe di
Leyva, suo ex cancelliere, che aveva negoziato con esponenti del partito
repubblicano statunitense una transizione post democratica in Colombia. Un
tentativo fallito che ha però mostrato le implicazioni tra paramilitari, destra
colombiana e il partito repubblicano statunitense, denunciate da Petro e da
diversi media a livello internazionale.
Queste manovre si situano all’interno di un nuovo scenario di scontro nei
Caraibi, attraverso l’offensiva di Trump contro il Venezuela, atttraverso una
riedizione della guerra alla droga, cominciato con la mobilitazione dei marines
e delle navi portarei militari Usa nel Caribe, con le provocazioni e le minacce
a pochi chilometri dalle coste venezolane, l’attacco contro il governo Petro in
Colombia, i missili sparati contro presunte lance di narcotrafficanti, in alcuni
casi contro pescatori colombiani e venezuelani nei Caraibi e sulle coste
dell’oceano Pacifico, con oltre 79 esecuzioni extragiudiziarie accertate, veri e
propri assassinii compiuti dalle forze militari Usa.
La risposta di Petro arriva in occasione della riunione dell’ONU di fine
settembre, con un discorso di denuncia dei venti di guerra nei Caraibi, e delle
connivenze tra il partito repubblicano e il narcotraffico. Ieri intanto, è stata
lanciata anche l’operazione Lancia del Sud, annunciata da Trump, con una ancora
più grande mobilitazione militare che estende le operazioni già attive dal mese
di agosto, con minacce dirette contro il Venezuela, e la destabilizzazione
dell’area caraibica come nuovo teatro di operazioni di guerra.
Le sfide della coalizione progressista in Colombia, così come quelle dei
movimenti sociali e popolari che hanno l’obiettivo di costruire la pace con
giustizia sociale, in questo scenario, diventano ancora più complesse ed
urgenti, ed al tempo stesso decisive, per accumulare forze contro il regime di
guerra, contro la riedizione del Plan Colombia, evocato come primo punto del
programma elettorale a venire dall’estrema destra da parte dello stesso Álvaro
Uribe Vélez, e per mantenere aperta la possibilità di un cambiamento sociale, di
pace e giustizia in Colombia e in America Latina.
Tutte le immagini in questo articolo sono di Sebastián Bolaños Pérez, fotografo
e collaboratore di Dinamopress, da Bogotá, Plaza Bolivar, 24 ottobre 2025
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L'articolo Le primarie del Pacto Histórico in Colombia tra tensioni politiche e
sfide future proviene da DINAMOpress.
Colombia, storica sentenza di condanna: 12 anni per l’ex presidente Uribe
La sentenza della giudice Heredia apre una nuova fase nella storia della
Colombia, perché per la prima volta l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez è stato
condannato nell’ambito di un procedimento sulle relazioni tra la politica e il
paramilitarismo. Lo scorso lunedì 28 luglio, per oltre 10 ore, la giudice Sandra
Heredia ha letto in diretta nazionale circa la metà delle oltre duemila pagine
della sentenza. Prima di entrare nel merito della sentenza, aveva dichiarato:
«La giustizia non si inginocchia davanti al potere».
Ieri, venerdì 1 agosto, è stata resa nota, con effetto immediato, l’entità della
condanna: 12 anni di arresti domiciliari, multa di 3.444 milioni di pesos
(all’incirca 700mila euro) e interdizioni ai pubblici uffici per 8 anni e 3
mesi.
Fin dalla mattina del giorno della sentenza, davanti al Tribunale di Paloquemao
erano presenti sia simpatizzanti dell’ex presidente ed esponenti politici di
estrema destra (tra cui l’ex vicepresidente dei due governi di Uribe e l’ex
ministro della difesa del governo Duque), sia persone che invece denunciavano le
responsabilità dell’ex presidente chiedendo verità e giustizia.
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I simpatizzanti dell’ex presidente di estrema destra portavano maschere con la
faccia di Uribe e cartelli e bandiere con su scritto “Uribe innocente”, mentre
dall’altra parte del Tribunale attivisti per i diritti umani chiedevano condanna
e carcere per l’ex-presidente. Secondo quanto appreso dalle testimonianze dei
presenti, vi sono stati diversi episodi violenti da parte dei militanti di
estrema destra, che hanno portato ad un arresto per aggressione ai danni di
giornalisti e attivisti per i diritti umani.
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Intanto sia davanti al Tribunale, che nelle zone limitrofe e in altri luoghi
simbolo di Bogotá si sono tenuti presidi, mobilitazioni e cucine comunitarie per
chiedere verità, giustizia e carcere per l’ex presidente. Poco distante, si è
tenuto durante l’intera giornata il “Processo popolare contro Uribe”, una
assemblea pubblica in piazza, dove è stato poi dipinto un immenso murales che
dice: “Uribe colpevole”. La stessa frase che comincia a circolare sulle reti
sociali e che diventa il titolo dei giornali poche ore dopo.
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La vicenda politica e giudiziaria che ha portato a questa sentenza è molto lunga
e rappresenta una importante vittoria dei movimenti sociali e per i diritti
umani che per decenni hanno denunciato le relazioni tra politica e
paramilitarismo e i crimini di Stato. L’attuale procedimento nasce da una
denuncia che lo stesso Uribe ha portato avanti contro il senatore Iván Cepeda
Castro, figlio di Manuel Cepeda Castro, dirigente del Partito Comunista
assassinato dai paramilitari nel 1994. Dopo la morte del padre, Cepeda è stato
fondatore e portavoce del Movimento delle Vittime dei Crimini di Stato, e dopo
essere stato costretto due volte all’esilio, oggi è una figura fondamentale e
importante riferimento della lotta contro il paramilitarismo e il terrorismo di
Stato in Colombia.
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Dopo un intervento al Congresso, nel 2012, nell’ambito di un dibattito di
controllo politico, in cui Iván Cepeda ha denunciato le relazioni tra
paramilitarismo e politica, la cosiddetta “parapolitica”, Álvaro Uribe Vélez lo
ha denunciato: proprio durante quel procedimento, terminato con una assoluzione
nel 2018, sono stati riscontrati i tentativi di manipolazione delle
testimonianze portati avanti da persone di fiducia dell’ex presidente, motivo
per cui è stato aperto un nuovo processo giudiziario che ha portato questa
settimana alla condanna in primo grado.
Secondo quanto emerso dal processo, l’avvocato Diego Cadena, per conto di Uribe,
ha visitato diverse carceri per fare pressione sugli ex paramilitari implicati
nel procedimento, che avevano rilasciato dichiarazioni sulle relazioni tra l’ex
presidente e le organizzazioni paramilitari, al fine di cambiare le loro
testimonianze. Così, alla fine, è stato proprio Iván Cepeda a portare a processo
Uribe, per il tentativo di manipolazione delle testimonianze dei due
ex-paramilitari Carlos Vélez e Juan Guillermo Monsalve, testimoni nell’ambito
delle indagini sul “Bloque Metro de las Autodefensas”, formazione paramilitare
che, secondo diverse testimonianze, aveva legami stretti con Uribe.
Dopo la sentenza, si è atteso fino a venerdì per sapere l’entità della condanna
e la modalità di detenzione per l’ex-presidente, il primo della storia
colombiana a essere condannato penalmente. Dopo l’annuncio dell’entità della
condanna, immediatamente esecutiva per il rischio di fuga dell’ex presidente, di
tre anni superiore alla richiesta dei pm (che avevano chiesto 9 anni), la destra
in Colombia ha annunciato mobilitazioni il prossimo 7 agosto in difesa di Uribe.
A un anno dalle elezioni presidenziali, questa sentenza storica dimostra ancora
una volta le complicità dei governi di estrema destra con il paramilitarismo;
pochi mesi fa, infatti, la scoperta delle fosse comuni alla Escombrera della
Comuna 13 a Medellín, e prima ancora, il riconoscimento da parte della Giustizia
Speciale per la Pace dei cosiddetti “falsos positivos”, con 6402 vittime
accertate, ha fatto luce sulla sparizione di migliaia di giovani dei quartieri
popolari, che dopo essere stati sequestrati sono stati sistematicamente uccisi
dalle forze militari tra il 2002 e il 2008, durante i governi di Uribe, e poi
presentati alla stampa come guerriglieri caduti in combattimento.
Ma la grande sconfitta politica dell’ex presidente e del suo modello politico,
prima ancora della condanna di ieri, e prima ancora della vittoria elettorale
del progressismo nel 2022, va fatta risalire alle lotte dei movimenti sociali,
delle vittime del conflitto e delle organizzazioni per i diritti umani, e
soprattutto alle proteste sociali di massa tra il 2019 e il 2021: risuonano
ancora gli slogan scritti sui muri, sulle magliette e nelle strade, cantati da
migliaia di manifestanti durante le proteste, gli scioperi e le rivolte popolari
contro il governo Duque, che più di ogni altro ha rappresentato la continuità
dell’uribismo al governo, che dalle strade hanno sfidato il potere: «Questo non
è un governo, sono i paramilitari al potere», e «Uribe, paraco [paramilitare,
ndr] il popolo è arrabbiato».
> Mentre la destra difende Uribe e parla di «persecuzione politica», le
> organizzazioni dei diritti umani e le sinistre chiedono che si indaghi a fondo
> per far emergere tutta la verità sulle relazioni e le complicità dei governi
> di estrema destra con il paramilitarismo.
Le posizioni dei partiti di destra in difesa di Uribe è sostenuta anche dalla
gravissima ingerenza da parte del governo degli Stati Uniti, con il segretario
di Stato Marco Rubio che è intervenuto in difesa di Uribe poche ore dopo la
sentenza, in quella che il presidente Petro ha immediatamente qualificato come
una intromissione nella sovranità nazionale. Anche il senatore Iván Cepeda
Castro e diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato l’ingerenza
degli Stati Uniti, sollecitando garanzie per difendere l’indipendenza dei
giudici in Colombia, ed evitare condizionamenti rispetto al secondo grado di
giudizio.
All’uscita dal tribunale, Iván Cepeda ha dichiarato: «Oggi è una giornata in cui
dobbiamo riconoscere il ruolo della giustizia come garante della democrazia e
come forma efficace di controllo dei politici più potenti e dei loro crimini.
Nel nostro caso, con questa sentenza, è stata stabilita la verità sul tenebroso
apparato diretto da Uribe Vélez e composto da numerosi falsi testimoni che hanno
cercato di ingannare la giustizia. Dopo tredici anni e un lungo processo, in cui
sono state offerte tutte le garanzie processuali all’ex presidente, è stato
condannato in primo grado». Oggi con la persistenza, nonostante anni di esilio e
minacce, Cepeda ha vinto la sua causa, che è anche la causa di tanti e tante in
Colombia.
> Conclude così il senatore Iván Cepeda: «Oggi non solamente viene reso onore
> alla nostra dignità, ma anche a quella di tantissime vittime in Colombia. Oggi
> questa sentenza giusta la dedichiamo anche alle madri di quei giovani che sono
> stati desaparecidos, torturati e gettati nelle fosse comuni o presentati ai
> media come falsos positivos»
Una sentenza che mette fine all’impunità e apre il cammino verso la ricerca
della verità e della giustizia per i decenni di violenza e massacri di Stato in
Colombia, per le relazioni tra politica e paramilitarismo nel periodo della
“sicurezza democratica”, nome della dottrina applicata durante i due governi del
Centro Democratico guidati da Álvaro Uribe Vélez. Un processo che segna, in modo
assolutamente significativo, lo scenario elettorale verso le presidenziali da
qui al prossimo anno, in cui la destre puntano a tornare al potere, mentre il
progressismo punterà a ripetere la vittoria elettorale, con l’obiettivo di
migliorare le elezioni al Congresso. In attesa della prossima definizione, ad
ottobre, dei candidati delle diverse coalizioni, questa storica condanna
inaugura sicuramente una nuova tappa dello scenario politico nel paese. E
potrebbe non essere l’ultima.
Tutte le immagini sono di Sebastián Bolaños Pérez, fotografo e collaboratore di
Dinamopress, dal tribunale di Paloquemao, lunedì 28 luglio 2025, Bogotá
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Uribe proviene da DINAMOpress.
Dal Gruppo dell’Aia sanzioni contro Israele per fermare il genocidio in Palestina
La definizione di misure concrete di pressione e sanzioni contro Israele per
fermare la pulizia etnica, l’apartheid e il colonialismo sono state le
principali ed importanti novità emerse dal vertice interministriale della scorsa
settimana in Colombia. Il Gruppo dell’Aia, composto da un’alleanza di nove paesi
dal Sud globale (Sud Africa, Malesia, Namibia, Colombia, Bolivia, Cile, Senegal,
Honduras e Belize), si è costituito nel gennaio del 2025 per coordinare azioni
diplomatiche ed economiche contro il governo di Israele: alla convocazione di
questo vertice hanno risposto tanti altri paesi, diversi dei quali hanno
annunciato l’adesione al Gruppo e la volontà di unire gli sforzi politici
comuni.
A presiedere la conferenza di Bogotá sono i governi della Colombia e del
Sudafrica, che negli ultimi anni hanno assunto un ruolo chiave nella pressione
internazionale contro Netanyahu: il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha
denunciato nel dicembre 2023 Israele alla Corte Internazionale di Giustizia per
il genocidio di Gaza, mentre Gustavo Petro è stato il primo leader
latinoamericano a rompere le relazioni diplomatiche con l’esecutivo di Tel Aviv,
nel maggio del 2024. Non è un caso che questi due paesi siano in questo momento
riferimenti politici internazionali nella lotta contro le azioni di Netanyahu:
la loro storia, di guerra, violenza, apartheid, genocidio e colonizzazione, e le
lotte contro queste logiche e contro queste politiche che hanno profondamente
segnato le vicende degli ultimi decenni dei due paesi, ci indicano oggi
possibili traittorie di trasformazione che sfidano la continuità della radice
coloniale dei conflitti nei Sud del mondo.
*
Tra gli ospiti internazionali invitati alla conferenza di Bogotá, ha destato
una significativa attenzione la presenza della relatrice ONU Francesca Albanese,
di recente divenuta la prima funzionaria delle Nazioni Unite a ricevere sanzioni
individuali da parte degli Stati Uniti. I giorni più intensi della persecuzione
pubblica nei confronti di Albanese, accusata dal Segretario di Stato degli USA
Marco Rubio di “antisemitismo sfrontato e sostegno al terrorismo”, sono coincisi
con un’intensificazione della solidarietà nei suoi confronti da parte di ampi
settori della società civile e dei governi non allineati alle politiche di
Netanyahu. Nelle strade e nelle piazze di Bogotà, così come nelle conferenze e
al vertice, la piena solidarietà si è unita al sostegno pubblico e politico
delle denunce che Francesca Albanese porta avanti da anni.
Nell’incontro inaugurale della conferenza di Bogotà, Albanese ha ribadito le
necessità di applicare politiche di pressione nei confronti di Israele
attraverso la sospensione dei legami “militari, strategici, politici,
diplomatici, economici” sia da parte delle entità statali che dei rispettivi
settori privati, quali “le compagnie assicurative, le banche, i fondi pensione,
le università e gli altri fornitori di beni e servizi nelle catene di
approvvigionamento”.
Sulla stessa linea il rappresentante permanente della Palestina all’ONU Riyad
Mansour, che ha segnalato come le azioni sui civili del governo di Netanyahu
siano permesse da un ordine globale “capovolto, che degrada la nostra umanità
comune e annulla il sistema internazionale di leggi e valori che l’umanità ha
costruito negli ultimi ottant’anni”.
Nel pomeriggio del 15 luglio, Albanese è stata protagonista di un incontro
pubblico presso il Museo Nazionale della Colombia, insieme al parlamentare
britannico Jeremy Corbyn e all’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan.
Durante l’evento, animato dai rappresentanti della comunità di migranti di
origine palestinese in Colombia (se ne stimano oltre centomila), Francesca
Albanese ha segnalato l’importanza di pensare la questione palestinese in chiave
anticoloniale globale, enfatizzando così la rilevanza dell’attività del Gruppo
dell’Aia:
> “Siamo in un momento definitorio della storia: un momento che ci impone di
> affrontare un’eredità coloniale che, riattivata da un capitalismo sfrenato, ha
> devastato non solo il popolo palestinese, ma innumerevoli comunità del mondo,
> a partire dai popoli indigeni latinoamericani. Per questo è necessario
> cambiare paradigmi”.
Continua Albanese: “l’orrore sofferto dal popolo palestinese deve spingerci a un
cambio globale più che mai necessario: serve un nuovo ordine mondiale
multilaterale, guidato dalla ‘maggioranza globale’, come chiamo il Sud Globale.
Da paesi come la Colombia, che possono offrire visioni alternative dove viene
messa in primo piano la dignità umana rispetto alle alleanze strategiche, la
comunità rispetto alla conquista. Dove si possono introdurre valori cruciali per
l’umanità nell’ordine legale internazionale: valori come quelli delle
cosmovisioni indigene”.
*
*
La densa agenda dei due giorni colombiani di Albanese ha incluso mobilitazioni
di piazza, eventi pubblici e un incontro privato con Gustavo Petro, che ha
recentemente dichiarato di stare valutando la possibilità di una “presenza
militare colombiana a Gaza per frenare il genocidio”. Nell’occasione, oltre ad
affrontare la questione palestinese, la relatrice speciale dell’ONU ha
consegnato al presidente colombiano una lettera scritta dai genitori di Mario
Paciolla, cooperante italiano dell’ONU morto in Colombia il 15 luglio 2020 in
circostanze mai chiarite: una richiesta di verità e giustizia che si unisce agli
sforzi per difendere i processi costruzione di pace nei diversi contesti del Sud
Globale.
Nella giornata del 16 luglio le mobilitazioni in difesa della Palestina sono
iniziate di prima mattina di fronte al palazzo della Cancelleria, dove si
incontravano i delegati dei governi per il vertice: centinaia di persone hanno
affollato il centro storico per chiedere forti sanzioni nei confronti di
Israele. Le strade del centro di Bogotà sono state occupate da bandiere,
cartelli, la classica batucada che segnava il ritmo dei cori e risuonava nelle
vie circostanti della Candelaria, manifesti e volantini che denunciavano le
imprese conniventi con il genocidio distribuiti ed esposti nelle strade e nei
negozi, slogan che chiedevano sanzioni, fine del genocidio, libertà e
autodeterminazione per la Palestina. A seguire, un concerto nella centralissima
plaza de Bolívar, che si è concluso in tarda serata, con diverse band che si
sono esibite raccogliendo fondi per la solidarietà con il popolo palestinese.
*
Nel pomeriggio si è tenuta al Senato la conferenza “Il sud globale per la
Palestina: giustizia e solidarietà dalla Colombia” organizzata da diversi
esponenti del Pacto Histórico, l’attuale partito di governo in Colombia, come la
senatrice Clara López Obregón, la senatrice Gloria Flórez Schneider, la deputata
Etna Tamara Argote, il deputato Alejandro Toro. Con la partecipazione dell’ex
presidente colombiano Ernesto Samper, sono intervenuti anche l’ambasciatore
colombiano in Palestina, Jorge Iván Ospina, che ha dichiarato: “faremo fino
all’ultimo sforzo possibile per fermare il genocidio”, e l’omonimo palestinese
in Colombia, Raouf Almalky. Poi, come ospiti internazionali, Jeremy Corbyn
dall’Inghilterra, Baltasar Garzón dalla Spagna e l’ex Cancelliere dell’Ecuador
Guillermo Lang, che ha dichiarato la necessità di lottare per “far applicare il
diritto internazionale, non rimanere su prese di posizioni retoriche ma compiere
atti pratici”, denunciando inoltre minacce e pressioni da parte di Stati Uniti e
dell’Unione Europea contro i paesi che hanno partecipato al vertice.
Dopo questi interventi, spazio alla partecipazione di tanti e diversi esponenti
della società civile palestinese e colombiana, il BSD Movement e altre figure
istituzionali, movimenti popolari solidali con la Palestina, assieme alla
comunità palestinese. Invitata speciale la relatrice dell’ONU per i territori
occupati in Palestina Francesca Albanese, che ha ricevuto applausi, solidarietà
e una onorificenza da parte del Senato della Repubblica della Colombia per il
suo impegno nella denuncia del genocidio e nella difesa dei diritti umani, in un
momento in cui sta affrontando sanzioni, minacce e persecuzioni da parte degli
Stati Uniti e di Israele. Visibilmente commossa, Albanese ha chiesto di
rinnovare e rilanciare l’impegno di istituzioni, movimenti dal basso e
organizzazioni sociali in tutto il mondo per fermare il genocidio, rivendicando
l’autodeterminazione del popolo palestinese.
In un breve scambio di battute al margine della conferenza, Albanese ha
confermato il suo entusiasmo per il dialogo portato avanti in Bogotá: “Ci
vorrebbero più attivisti colombiani in Europa”, ha dichiarato la relatrice ONU,
segnalando che l’apertura di un dialogo tra le denunce contro il governo di
Netanyahu e le lotte sociali colombiane è fondamentale, date le comuni storie di
“decolonizzazione e dolore, tanto in guerra come in pace”.
Dal vertice del gruppo dell’Aia la decisione sulle sanzioni ha segnato un primo
importante passo avanti nella lotta globale per fermare il genocidio, con
l’invito a continuare la lotta e articolare pressione e mobilitazioni dal basso
con prese di posizione istituzionali che estendano le sanzioni contro Israele.
Albanese ha segnalato l’esito positivo del suo incontro con Gustavo Petro: “I
risultati del nostro incontro si sono visti nelle sue dichiarazioni
dell’indomani: sicuramente il mio rapporto non lo ha lasciato indifferente”.
Dopo l’incontro con Albanese durante il vertice interministeriale, Gustavo
Petro, che aveva già interrotto lo scorso anno le relazioni diplomatiche con il
governo di Netanyahu, ha confermato il blocco delle esportazioni di carbone
verso Israele, annunciando inoltre anche la revoca dello status di paese alleato
della Nato (era l’unico stato dell’America Latina ad avere questo status).
Inoltre, dodici tra i paesi partecipanti alla conferenza hanno annunciato il
blocco immediato delle forniture militari, del passaggio di navi che forniscono
combustibile, armi o tecnologie dual use verso Israele. Poco dopo, il Brasile ha
annunciato che si unirà alla denuncia alla Corte Internazionale di Giustizia
presentata dal Sudafrica per genocidio contro Israele.
> La decisione presa dal vertice del Gruppo dell’Aia rispetto alle pressioni e
> alle sanzioni concrete nei confronti di Israele segna un importante inizio,
> che diventa un precedente, ed un invito ad altri paesi del sud globale e del
> mondo a seguire l’esempio e a contribuire alla lotta per fermare il genocidio,
> il colonialismo e l’apartheid.
Negli stessi giorni, l’Unione Europea ha rifiutato di sospendere Israele come
stato associato, suscitando durissime critiche da parte di Amnesty International
e di altre ONG. Durante il vertice di Bogotá, diverse voci, europee e non solo
(Baltasar Garzón ha dichiarato di provare vergogna di appartenere all’Unione
Europea per la sua complicità con il genocidio), hanno denunciato questa
gravissima, seppur purtroppo non inaspettata, decisione politica, che evidenzia
la volontà di mantenere la gravissima complicità con il genocidio da parte dei
leader europei. La denuncia di Amnesty International è netta e chiara: “E’
qualcosa di più della codardia politica. Ogni volta che l’Unione Europea non
agisce, aumenta il rischio di convertirsi in complice delle azioni di Israele.
Questo manda un messaggio assolutamente pericoloso agli autori di questi crimini
atroci: non solo resteranno impuniti, ma saranno ricompensati”.
*
*
Mentre da Bogotá arrivano parole nette e coraggiose, e finalmente anche sanzioni
concrete, che esplicitano una presa di posizione politica di una serie di figure
istituzionali e non solo, dalla parte dell’umanità e della Palestina, non
bastano alcune tardive, limitate e ipocrite dichiarazioni di facciata da parte
dell’Unione Europea: senza sanzioni reali, embargo e blocco delle esportazioni e
forniture di armi, senza reali pressioni internazionali che possano isolare e
fermare Israele, la complicità con il genocidio continuerà ad essere tale.
Il vertice si chiude con delle decisioni nette, e con la speranza che questo
gesto di dignità e di coraggio che arriva dal sud del mondo possa rafforzare le
lotte popolari e sociali della Palestina globale, le articolazioni tra movimenti
e istituzioni, nazionali e sovranazionali, necessarie per costruire un nuovo
internazionalismo dentro e contro il regime di guerra globale, cominciando dal
mettere in pratica, ed estendere socialmente e politicamente, azioni concrete
per fermare il genocidio.
Tuitte le immagini nell’articolo sono di Alioscia Castronovo da Bogotá.
L'articolo Dal Gruppo dell’Aia sanzioni contro Israele per fermare il genocidio
in Palestina proviene da DINAMOpress.
Colombia, al via il vertice internazionale contro il genocidio in Palestina
Mentre l’Europa e gli Stati Uniti continuano, con poche eccezioni e prese di
posizioni istituzionali, a essere complici con i crimini di Israele, garantendo
l’impunità ai leader israeliani, rispetto alla pulizia etnica, ai ripetuti e
continui crimini di guerra e più in generale con il genocidio portato avanti
sistematicamente dal governo israeliano, una serie di leader del Sud globale
hanno preso parola convocando a costruire posizioni alternative a livello
internazionale, in risonanza con la solidarietà popolare con la Palestina. Una
solidarietà, capace di cominciare a tessere un nuovo internazionalismo, che si è
dispiegata in tutto il mondo a partire da movimenti sociali, studenteschi e
società civile, con le proteste, negli ultimi due anni in particolare, della
cosiddetta Palestina Globale, duramente repressa e perseguitata negli Stati
Uniti e in Europa.
Nato nel gennaio del 2025, il Gruppo de L’Aia è guidato dai governi della
Colombia e del Sudafrica, e ha visto fin dall’inizio la partecipazione dei
governi di Bolivia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Senegal, paesi che, come
segnalato da Diana Carolina Alfonso su Diario Red, hanno adottato le seguenti
importanti e significative misure come prime prese di posizione concrete e
condivise: 1) compiere con gli ordini di mandato di arresto emessi da parte
della Corte Penale Internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav
Gallant per crimini di guerra; 2) rendere effettivo l’embargo di armi e
combustibile per evitare che Israele continui nell’offensiva; 3) fermare nei
propri porti e territori tutte le navi cargo che siano vincolate al traffico di
armi verso Israele. Una iniziativa che «riflette un impegno con la giustizia
internazionale e una critica frontale all’impunità di Israele, storicamente
sostenuto dai paesi occidentali»
La scorsa settimana, con un articolo pubblicato sul “Guardian”, il presidente
colombiano Petro, che fin da subito ha preso posizione contro il genocidio,
assieme ad altri presidenti (e movimenti) latinoamericani, ha annunciato la
convocazione del vertice interministeriale a cui parteciperanno rappresentati di
oltre trenta paesi e movimenti sociali, per contreibuire a rafforzare il
multilateralismo dal Sud del mondo. Il vertice si terrà oggi e domani a Bogotá,
con l’invito ai leader globali di prendere posizione sul genocidio.
> Petro ha affermato che «la scelta davanti a cui ci troviamo è dura e
> drammatica, è necessario agire subito: per miliardi di persone nel Sud del
> mondo che contano sul diritto internazionale per la propria protezione, la
> posta in gioco non potrebbe essere più alta. Il popolo palestinese merita
> giustizia. Questo momento richiede coraggio. La storia ci giudicherà
> severamente se non risponderemo alla loro chiamata».
Foto di Alioscia Castronovo
> «Se non agiamo ora, non solo tradiremmo il popolo palestinese, ma diventeremmo
> complici delle atrocità commesse dal governo di Netanyahu»: l’invito è quello
> di espandere tali prese di posizione, ma anche costruire possibilità concrete
> di intervenire nello scenario politico internazionale.
Ha inoltre ricordato che nel mese di settembre del 2024 centoventiquattro Paesi
hanno votato a favore della risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni
Unite sulle politiche e le pratiche di Israele nei Territori Palestinesi
Occupati. In quella occasione, afferma Petro, «ci siamo assunti obblighi
concreti: indagini, procedimenti giudiziari, sanzioni, congelamento dei beni e
cessazione delle importazioni e delle armi». Quella risoluzione fissava un
termine di 12 mesi affinché Israele «ponesse fine senza indugio alla sua
presenza illegale». Centoventiquattro stati «hanno votato a favore, tra cui la
Colombia. Il tempo stringe».
Non è un caso che paesi come Sudafrica e Colombia siano la guida a livello
internazionale di posizione chiare e nette contro il genocidio: la questione di
Gaza viene vissuta e sentita in modo particolare da chi ha vissuto la lunga e
drammatica storia dell’apartheid sudafricano, ma anche le grandi lotte per
sconfiggerlo, così come il lungo conflitto armato colombiano, il genocidio
politico delle sinistre (in particolare quello dell’Unión Patriótica) e il
massacro continuo contro movimenti sociali, indigeni e leader sociali e
sindacali in Colombia. Un paese dove la violenza e gli attori armati in processo
di riconfigurazione continuano a dispiegarsi nei territori del paese, dove è in
corso una crisi umanitaria nel Catatumbo, che segnala i limiti del processo
della Pace Totale del governo Petro, ma anche in altri territori del paese, dove
si dispiega la continuità della violenza dei gruppi paramilitari,
narcotrafficanti, di diversi tipi di gruppi armati e dissidenze delle
guerriglie. La pace come obiettivo, così come la fine di ogni apartheid, è al
centro delle sfide politiche in questi paesi e la questione palestinese viene
sentita e vissuta in maniera particolare e significativa.
> Alle attività del vertice è stata invitata anche Francesca Albanese, relatrice
> speciale ONU per i territori occupati in Palestina, sotto attacco da parte
> degli Stati Uniti e di Israele per i rapporti che ha curato denunciando le
> violazioni dei diritti umani, la pulizia etnica, il genocidio e gli interessi
> politici ed economici che lo sostengono.
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Francesca Albanese sarà ospite di diverse iniziative a Bogotá e sarà accolta da
mobilitazioni sociali di piazza, che sono state rilanciate come momenti di
articolazione di un nuovo internazionalismo contro il genocidio in Palestina.
Martedì 15 sarà ospite del dibattito “Azione collettiva in difesa della
Palestina”, organizzato dal Gruppo de L’Aia, che si terrà al Museo Nazionale,
con la partecipazione di Yaddai Kadamani Fonrodona, ministra della Cultura del
governo colombiano, con Jeremy Corbyn, deputato al parlamento inglese, Rima
Assan, eurodeputata de La France Insumise, e Andrés Macías Tolosa, del Gruppo di
lavoro delle Nazioni Unite sui Mercenari.
Mercoledì 16 ci sarà fin dalla mattina una mobilitazione solidale con la
Palestina e contro il genocidio nel centro della capitale colombiana, chiamata
proprio in occasione della conferenza interministeriale: «Accogliamo con la
nostra mobilitazione la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, sotto attacco
da parte degli Stati Uniti e delle imprese multinazionali che lucrano con il
genocidio», scrivono nell’appello: e poi «andremo con bandiere della Palestina
nelle piazze del centro della capitale, dalla Cancelleria alla Plaza de Bolivar,
con una parola d’ordine comune: fermiamo il genocidio». La manifestazione è
stata convocata da movimenti, organizzazioni sociali e politiche solidali con la
Palestina, che invitano a rilanciare una forza transnazionale contro il
genocidio.
Nel pomeriggio della stessa giornata, mercoledì 16 luglio, Francesca Albanese
sarà presente al Senato della Repubblica invitata dalla coalizione di governo
del Pacto Historico per intervenire nel forum “Il Sud Globale per la Palestina:
giustizia e solidarietà dalla Colombia”.
L’incontro di questa settimana rappresenta un’importante presa di posizione
internazionale che rivendica la difesa dei diritti umani a livello globale ed
esprime posizioni sul genocidio chiare, nette, coraggiose e decisive in un
contesto di totale impunità, con l’obiettivo di estendere ad altri paesi queste
prese di posizione politica per contribuire all’urgenza di fermare il genocidio
in corso.
Immagine di copertina: Presidenza della Repubblica della Colombia (da
wikimedia), concerto per la Palestina a Bogotá, 2024
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Palestina proviene da DINAMOpress.
Le nuove forme della guerra e la pace che verrà: prospettive dalla Colombia
Le nuove forme della guerra, come le definisce l’antropologa argentina Rita
Segato, non si limitano alle dispute territoriali o alle risorse, ma si
concentrano sul controllo di popolazioni, corpi e soggettività: la guerra è,
quindi, il linguaggio della dominazione assoluta. In queste nuove guerre, la
crudeltà assume un valore simbolico e comunicativo, o come dice Segato,
«espressivo», che produce effetti concreti nel contesto dell’occupazione
territoriale. Con la privatizzazione dell’uso della violenza, gli effetti delle
azioni di guerra restano al di fuori dei limiti della legge e questo spostamento
consente agli attori armati di usare questa spettacolarità come una finestra
privilegiata all’interno del campo che intendono occupare. L’impiego di droni
pilotati a distanza e le riprese video dei loro risultati diventano azioni
congiunte per instillare la paura: l’aria trema in un’atmosfera rarefatta.
> La guerra si trasforma così in un’industria che combina i progressi della
> conoscenza scientifica con l’esercizio del potere per occupare un territorio.
> I suoi attori contemporanei hanno trasformato la violenza armata in una merce
> in vendita nella quale i corpi, soprattutto quelli dei giovani marginalizzati,
> sono sacrificabili (la necropolitica).
Nel quadro della cosiddetta “guerra alla droga”, i cartelli del narcotraffico
operano come multinazionali che subappaltano a piccole agenzie criminali i loro
lavori più sporchi: dagli omicidi mirati alle operazioni logistiche, tutto è
affidato a giovani precari che scelgono la violenza come un ordine dall’alto. Le
trame della guerra si intrecciano con le rendite fondiarie e in questa logica la
forza motrice è l’accumulazione: un desiderio che oggi sembra inesauribile e che
contraddice la finitezza della vita stessa.
In Colombia, possiamo vedere chiaramente come la violenza armata, un tempo
considerata motivata politicamente, sia stata sostituita da nuovi sistemi di
guerra locale in cui attori armati hanno creato una serie di frontiere interne
nelle quali si regolamentano corpi, si confinano popolazioni e si compiono
omicidi mirati. Allo stesso tempo, l’economia della rendita del narcotraffico
permea la maggior parte delle attività quotidiane e il controllo sui corpi è
imposto tramite rigidi codici della strada. I territori occupati dagli attori
armati funzionano come governi privati indiretti, governati dalla forza e dal
controllo dei profitti derivanti da attività legali e illegali, operando come
filiali del grande capitale che nasconde i propri profitti tra il sistema
bancario e i nuovi fenomeni di investimento di capitali.
> Il governo di Gustavo Petro ha ragione a proporre una strategia per far fronte
> alla dinamica di queste nuove forme di guerra. La pace totale, con i suoi
> successi e fallimenti, deve consolidarsi come politica statale che affronti
> queste dinamiche di frontiere interne e di scontro per il controllo dei
> proventi illeciti.
La pace che verrà deve interrompere la circolazione di questi proventi,
trasformando le condizioni di queste migliaia di giovani assoldati per
combattere una guerra che avvantaggia solo i grandi narcotrafficanti. Per
consolidare questa pace, è necessario pacificare e ridurre le violenze,
trasformare i territori in modo che nessun giovane scelga la guerra e
consolidare la collaborazione tra istituzioni statali e organizzazioni della
società civile per destabilizzare le economie che il narcotraffico ha costituito
nel corso di decenni.
La sicurezza territoriale è un elemento fondamentale del futuro processo di pace
e non può limitarsi alla presenza di forze militari nei territori. Piuttosto,
deve essere concepita all’interno delle trasformazioni che rendano possibile la
pace come risultato di azioni concrete e durature. Per garantire che queste
trasformazioni siano sentite dalla cittadinanza, è necessario consolidare un
orizzonte futuro in cui nessuna vita sia sacrificabile. Il prossimo processo di
pace deve essere concreto e può essere promosso soltanto sotto l’egida di una
società civile che comprenda la natura complessa di questi nuovi regimi di
guerra.
Articolo pubblicato dall’autore, dottore in Filosofia, Universidad de los Andes,
co-fondatore di REC-America Latina, professore universitario e consulente, sul
sito del Centro Ciam. Ringraziamo per la disponibilità alla traduzione e
pubblicazione in italiano.
Traduzione a cura di Michele Fazioli per Dinamopress. Immagine di copertina di
Alioscia Castronovo (Street art di Colectivo Dexpierte, Casa de La Paz La
Trocha, Bogotá)
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Primo maggio a Bogotá: dalla Minga indigena alla Consulta Popular
La giornata di mobilitazione e di lotta in tutto il paese è stata dedicata alla
rivendicazione popolare di una maggiore giustizia sociale per lavoratori e
lavoratrici ed è stata la seconda grande mobilitazione a sostegno della Consulta
Popular, referendum propositivo sui temi dei diritti del lavoro, proposto dal
presidente Petro dopo il blocco del Congresso alla proposta di riforma del
lavoro, che è stata bocciata dalla Commissione Settiman del Senato lo scorso 18
marzo, durante una moltitudinaria mobilitazione sociale.
Le mobilitazioni per i quattro anni dall’estallido social, a partire dello
sciopero e delle manifestazioni del 28 aprile 2021, si sono tenute alla vigilia
del primo maggio, per ricordare le 89 vittime di quelle proteste sociali, le
centinaia di vittime di ferite oculari, di violenza della polizia e delle forze
militari, per richiedere la libertà di chi ancora si trova in carcere, per
chiedere verità e giustizia. Ed in continuità, per rivendicare le ragioni di
quella protesta che è stata fondamentale per aprire un processo di cambiamento
poilitico nel paese.
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Nei giorni precedenti al primo maggio, si è tenuta inoltre a Bogotá la Minga
Indigena, ospitata dall’Università Nacional, dove nonostante le polemiche
razziste dei media mainstream e delle destre, i popoli indigeni sono stati ben
accolti, come confermano gli interventi pubblici del rettore Leopoldo Múnera
Ruíz, della vicerettrice Carolina Jiménez, e di diversi docenti e studenti. Ma
soprattutto, l’atmosfera che si respirava nel campus universitario, tra cucine
comunitarie, assemblee, conferenze stampa, riunioni, musica e feste, è stata
quella di un importante momento politico che coinvolgeva sia i popoli indigeni
che il mondo universitario. L’Università ha concesso le facoltà e gli spazi del
campus per l’accoglienza di oltre cinquemila persone appartnenti a decine di
popoli indigeni provenienti da tutto il paese che hanno animato e partecipato
alle giornate di assemblee, mobilitazione, musica, feste e rituali popolari, e
diversi momenti di incontro e negoziazione politica con il governo, che si sono
tenute dal 29 aprile fino al 2 di maggio.
Decine di chivas, i camion coperti utilizzati per gli spostamenti dei popoli
indigeni, sono partiti dalle regioni più diverse e lontane del paese, e sono
arrivate dopo diversi giorni di viaggio fino alla capitale, montando un
accampamento, le cucine popolari e inventando nuovi spazi per la musica e le
assemblee dentro l’università. Tra le organizzazioni che hanno organizzato la
Minga e partecipato alle mobilitazionie il Consejo Regional Indígena del Cauca
(CRIC), il Movimiento de Autoridades Indígenas de Colombia (AICO), la
Organización Nacional Indígena de Colombia (ONIC), la Organización Nacional de
los Pueblos Indígenas de Colombia (OPIAC) e la Confederación Indígena Tayrona
(CIT).
Le rivendicazioni della Minga Indigena riguardavano diversi temi, e gli accordi
sono stati raggiunti dopo tre intense giornate di negoziazione in piazza e al
Congresso: si tratta dello sblocco dei fondi per il Buen Vivir, il
riconoscimento del Sistema autonomo di educazione indigena, il riconoscimento
del Sistema di salute indigeno, con finanziamenti statali, e dei processi di
riconoscimento dei Cabildos urbani, lo sblocco dei fondi per la reincoporazione
e reintegrazione dei popoli indigeni, e l’sitituzione di fondi speciali per
crisi umanitaria in Guajira e in Amazzonia.
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La Minga si è poi unita alle manifestazioni popolari del Primo Maggio, e nella
capitale il corteo è partito dall’Università, con delegazioni di decine di
popoli indigeni di tutto il paese che hanno raggiunto la Plaza Bolivar, con
centinaia di migliaia di persone che hanno affollato i sette cortei che hanno
attraversato le strade della capitale, così come di tante altre città in
Colombia.
> Alla moltitudinaria manifestazione hanno partecipato decine di organizzazioni
> sindacali, movimenti sociali, popoli indigeni, partiti di sinistra, studenti e
> studentesse, lavoratrici e lavoratori delle economie popolari, confluendo
> sulla centralissima Plaza de Bolivar, dove il presidente Petro ha tenuto il
> suo discorso in una piazza gremita di manifestanti.
Attaccando le destre per le responsabilità del paramilitarismo e del terrorismo
di Stato, per l’assenza di diritti sul lavoro e le giornate infinite, i
contratti super precari, l’assenza di garanzie, di pensione, di accesso alla
salute per milioni di persone in Colombia, eredità del peggiore neoliberismo e
della violenza statale e paramilitare degli ultimi decenni: le riforme del
lavoro e della salute, proposte dal governo sulla base del voto popolare, sono
state però fermate dal Congresso, dove la coalizione di governo non ha la
maggioranza. Per questo la Consulta Popular, ufficialmente proposta in Senato lo
stesso primo maggio, subito dopo la manifestazione e il discorso del presidente
in piazza, rappresenta la possibilità di riaprire la contesa politica, e la
campagna elettorale in vista delle prossime elezioni del 2026, a partire dalle
riforme per la giustizia sociale.
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Si è tenuto poi un commovente minuto di silenzio per Alberto Peña, leader delle
lotte per i diritti umani e militante di Colombia Humana, partito politico da
cui proviene il presidente, assassinato nella stessa giornata del primo maggio
da gruppi armati paramilitari mentre stava facendo campagna per la Consulta
Popular nella regione del Cauca, poco prima di raggiungere il corteo del primo
maggio nella sua città. «Non possiamo tornare al terrorismo di Stato e alle
fucilazioni e alle fosse comuni, come duranti i governi di Uribe», ha detto il
presidente Petro dal palco, accusando senatori delle destra della responsabilità
politica di questo assassinio per aver bloccato la riforma. Dopo aver ricordato
il militante per la pace e i diritti umani assassinato poche ore prima, Petro ha
invitato lavoratori e lavoratrici, popoli indigeni e movimenti di tutto il paese
a mobilitarsi per la Consulta Popular, sguainando poi sul palco la spada di
Bolivar in per rivendicare il potere popolare e la giustizia sociale.
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«Come può essere che nel ventunesimo secolo ancora dobbiamo lottare per la
giornata lavorativa di otto ore? Chi vota contro la riforma è uno schiavista» ha
detto il presidente accolto dall’ovazione della piazza. Limitare la giornata
lavorativa a 8 ore, è infatti uno dei dodici punti della Consulta Popular,
assieme all’aumento del salario nei giorni festivi, il riconoscimento del lavoro
comunitario e di cura, all’approvazione di migliori tassi di interesse per le
piccole e medie imprese e le economie popolari, il riconoscimento di una licenza
dal lavoro durante il periodo mestruale, l’inclusione di lavoratori e
lavoratrici diversamente abili come quota obbligatoria per tute le imprese, il
riconoscimento generalizzato dell’accesso alla sicurezza sociale e ai contributi
per le pensioni, speciali garanzie dei diritti per il lavoro e accesso ai
contributi pensionistici nel mondo dell’agricoltura, limitazione delle
contrattazioni precarie, il riconoscimento delle lavoratrici domestiche e un
fondo pensione specifico per chi svolge lavori domestici, comunitari e precari.
«Siamo disposti a compiere il mandato popolare senza fare nessun passo indietro,
perché camminiamo verso la libertà. Con questo governo, il popolo può decidere
con la Consulta Popolare quali siano i suoi interessi e le sue necessità»,
conclude Petro in una piazza gremita che canta «¡No pasarán!» e «¡Consulta
Popular ya!».
Il Senato si dovrà pronunciare nelle prossime settimane per approvare la
Consulta Popular, e sono in gioco alleanze, negoziazioni e tensioni politiche:
non permettere il voto della Consulta sarebbe un ennesimo blocco politico contro
il governo, approvarla significa aprire un semestre di campagna politica e
mobilitazione sociale in vista del voto, pochi mesio prima delle elezioni
presidenziali del 2026.
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Un primo maggio moltitudinario che ha segnalato la continuità, e la potenza, del
processo di mobilitazione sociale e politica in Colombia, decisivo per le
prossime sfide politiche in un contesto politico globale e regionale avverso,
con l’avanzata del blocco reazionario, testimoniato dalle recenti elezioni in
Ecuador, in un quadro di instabilità e di tensione politica che attraversa anche
il paese in un momento decisivo per la possibilità di continuità del progetto
politico progressista e di sinistra in Colombia.
Tutte le immagini e i video sono di Natalia Hernandez Fajardo e Alioscia
Castronovo da Bogotá per DINAMOpress
L'articolo Primo maggio a Bogotá: dalla Minga indigena alla Consulta Popular
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