Tag - militarismo

Ucraina: reclutati a forza e inviati nel battaglione degli orrori
Che la guerra in sé per sé sia un crimine contro l’umanità, al di là dei motivi che la giustificano, è un dato di fatto sempre più evidente: non esistono guerre giuste, mai. Forse non sono mai esistite neppure nel passato, ma oggi questa realtà è sotto gli occhi di tutti. Tutti accampano ragioni per combattere più o meno valide: i cittadini di Donetsk, Lugansk e Crimea (quelli che sono rimasti, perché a centinaia di migliaia sono fuggiti a Ovest anche se Russi di Ucraina perché non volevano stare sotto una occupazione militare) sostengono di combattere contro un governo che li considera cittadini di serie B. I Russi sostengono che la loro è una operazione speciale militare per difendere i Russi di Ucraina da uno stato che intendono denazificare e allo stesso tempo accampano motivi di sicurezza che si verrebbero a creare se l’Ucraina entrasse nella Nato. Sono benedetti dal Patriarca della Chiesa Ortodossa di Mosca Cirillo II, che considera la guerra come una crociata contro l’Occidente corrotto dai diritti della comunità Lgbtq+. Gli Ucraini combattono per difendersi dall’aggressione della Federazione Russa (cosa in verità che è loro diritto in base al Diritto Internazionale anche se, per il doppio standard non viene riconosciuto al tempo stesso ai palestinesi da decenni sotto occupazione militare e classificati in genere come terroristi). Anche loro sono benedetti dalla Chiesa Cattolica di rito latino e di rito greco e dagli ortodossi fedeli al Patriarca di Kiev. Infine la Nato sostiene senza pudore che la guerra va combattuta fino in fondo per salvare l’Europa dall’Armata Russa che vuole marciare fino a Lisbona. In tutta questa febbre di militarismo guerrafondaio volevo segnalare due cose. Il film documentario vincitore del Premio Oscar “Mr Nobody against Putin. Il film contro tutte le guerre” di David Borestein & Pavel Talankin (distribuito in Italia da Zalabview.org), che narra dall’interno come in Russia la propaganda di guerra sia entrata prepotentemente nelle scuole di ogni ordine e grado e dei ragazzi di leva costretti a partire per il fronte. Dal lato opposto del fronte ci arriva dall’Ucraina la mostruosa notizia del reggimento Skala dove le reclute, catturate nelle retate e inviate al fronte, sono sottoposte ad ogni genere di maltrattamenti che arrivano fino alla tortura per spezzarne la volontà e ridurli ad essere carne da cannone. Alcuni media hanno ricevuto la notizia da famigliari, che hanno avuto la salma dei loro cari sfregiata non da ferite di guerra, ma da evidenti  segni di torture conclusesi con la morte. I media indipendenti (pur con mille limitazioni) hanno documentato il reclutamento forzato di vulnerabili (tra questi tossicodipendenti) e 26 morti sospette coperte da certificati medici con false diagnosi. Il primo a parlarne è stato il giornale ucraino Babel, poi ripreso da Kyiv Indipendent. La notizia è quindi arrivata in Italia grazie a Paolo Mossetti, giornalista di Insideover. Talmente grave è stata sinora la gestione interna del 425° reggimento autonomo d’assalto, universalmente noto come Skala o Skelia, che il tenente colonnello Yuriy Harkavyi, è stato sospeso dalle sue funzioni. Tra la fine del 2025 e la primavera del 2026 sono state accertate almeno 26 morti di militari uccisi a seguito di ogni tipo di maltrattamento e di vere e proprie torture. Il reggimento Skala è la più grande formazione d’assalto dell’esercito ucraino, formata da oltre diecimila soldati. E’ agli ordini del comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi. La guerra ha creato una incalcolabile massa di soldati che per resistere all’orrore  hanno fatto uso di sostanze, in molti casi fino ad arrivare a gravi forme di tossicodipendenza. Ebbene, perfino nei centri di riabilitazione riabilitazione statali sono arrivati con le loro quotidiane retate i famigerati reclutatori per costringere i malcapitati, spesso in terapia con il metadone,  all’arruolamento forzato. Hanno anche catturato e sequestrato  obiettori di coscienza (diritto non riconosciuto) e persino persone con gravi disabilità psichiche. Il primo trattamento di queste reclute non prevedeva un normale addestramento: prigionieri in una struttura agricola priva di finestre, chiamata il pollaio, centinaia di uomini venivano privati dei telefoni e denudati. Guardiani armati, i vertukhai, ne impedivano la fuga ed ogni possibile contatto con l’esterno. Non trovavano  camerate con brande, ma vere e proprie celle, dove venivano rinchiusi anche tossicodipendenti in crisi di astinenza a cui non veniva somministrato nessun farmaco. Le punizioni corporali erano la regola per ogni minima infrazione e per contenere ogni forma di resistenza si usavano gas lacrimogeni. Dalla prigione del “pollaio” era impossibile scappare senza rischiare la vita, poiché intorno erano poste delle mine antiuomo e qualche disperato ne è rimasto vittima tentando la fuga nottetempo. Testimonianze raccolte dai media ucraini documentano che una recluta catturata dopo essere sopravvissuta alla deflagrazione di un ordigno venne mostrata come monito ai compagni e quindi diagnosticata morta per insufficienza cardiaca. Grazie alla tenacia delle famiglie un procedimento è stato aperto dall’Ufficio statale delle indagini. Per i decessi sospetti, i certificati medici ufficiali attribuiscono la morte a polmonite bilaterale o miocardiopatia, mentre le salme consegnate alle famiglie mostravano evidenti segni di traumi contusivi, emorragie interne, costole fratturate e profonde lesioni compatibili con l’uso prolungato di manette. L’obiettore di coscienza Dmytro Koval, un cinquantenne di fede battista, è stato ucciso dalle percosse quotidiane e sottoposto all’alimentazione forzata tramite flebo a seguito di uno sciopero della fame attuato per protesta. Volodymyr Tsukanov, affetto da dipendenze che accudiva la madre invalida, è stato costretto al reclutamento ed è deceduto in ospedale dopo che un sergente istruttore gli aveva fratturato nove costole riempendolo di calci al torace. Il portavoce del reggimento ha avuto l’ardire di respingere le accuse, sostenendo che le morti erano la naturale conseguenza delle condizione di salute precarie di volontari che si erano presentati agli uffici di reclutamento e che erano stati quindi ricoverati in strutture ospedaliere civili. Per il portavoce dell’esercito le accuse erano speculazioni prive di fondamento giuridico basate su fantasiosi racconti di soldati che sono riusciti ad abbandonare il reparto. La responsabile dell’osservatorio militare Olha Reshetylova ha severamente condannato la gestione del reparto definendola come una condotta criminale perpetrata da un gruppo organizzato di graduati. I metodi brutali impiegati per forgiare questi soldati hanno aperto in Ucraina, se non altro un inedito dibattito sulla deriva autoritaria del Paese e sulla tenuta della democrazia in questo momento cruciale della guerra. Per leggere l’articolo di Paolo Morsetti pubblicato da insideover il 30 Giugno: https://it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html Mauro Carlo Zanella
July 1, 2026
Pressenza
Basi Usa in Italia: continua il coinvolgimento nelle guerre
Al di là dei proclami propagandistici di Trump su un eventuale disinvestimento Usa nelle basi militari sul territorio italiano e le altrettanto propagandistiche affermazioni patriottiche di Meloni, rimangono strategiche le basi Usa sul territorio italiano per le attività militare statunitensi nello scacchiere dell'Asia occidentale ma anche dell'Africa. Ne parliamo con Antonio Mazzeo, compagno antomilitarista, in particolare di Sigonella
June 22, 2026
Radio Onda Rossa
Reggio Emilia, 12 giugno, Presidio pacifista in opposizione al convegno militarista di Confindustria
PRESIDIO PACIFISTA, 12 GIUGNO 2026, ORE 16.30 REGGIO EMILIA, VIA TOSCHI, 30 La Confindustria di Reggio Emilia organizza, oggi 12 giugno 2026, un convegno intitolato “Aeronautica, Difesa Aerospace: perimetro e regole del gioco“. A parte il titolo, che rivela immediatamente come in uno scenario geopolitico di guerra, in cui tutti i parametri di riferimento sono saltati, l’unico paradigma che resta stabile è quello del profitto, l’incontro mette in rilievo come si vada ridislocando l’assetto delle aziende rispetto alla committenza statale in merito al settore della difesa. Strategie territoriali e opportunità di azione vengono così ad essere messe a punto, alla luce dei nuovi orizzonti tecnologici e politici, di cui il mercato intercetta il potenziale economico, ma anche l’esigenza di costruire le adeguate compatibilità alle istanze belliche. Per questo come cittadini indiciamo un presidio davanti alla sede della Confindustria, oggi alle 16.30 in Via Toschi, 30 in opposizione a queste gravi derive di trasformazione degli assetti produttivi che piegano i territori sempre più alle dinamiche del profitto di guerra, integrando settori nevralgici del pubblico e del privato, in una logica securitaria capitalista e disumanizzante. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Repubblica in armi
La Costituzione ripudia la guerra, la politica celebra gli eserciti. Tra guerre, riarmo e genocidi, il 2 giugno viene piegato a celebrazione della forza militare. La Repubblica nata dalla Resistenza …
PONTEDERA (PI): MIGLIAIA DI PERSONE IN CORTEO CONTRO LA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA BASE MILITARE
Oggi, 2 giugno 2026, ricorre l’ottantesimo anniversario del referendum del 1946 nel quale – dopo vent’anni di dittatura fascista, la Seconda guerra mondiale, l’occupazione nazista, la Resistenza antifascista e la Liberazione – gli italiani e, per la prima volta, le italiane scelsero la Repubblica al posto della monarchia dei Savoia come forma istituzionale dello Stato italiano. “Nelle relazioni tra gli Stati, prevalga la forza della legge e non la prepotenza della forza delle armi”. Ha detto il presidente della Repubblica Mattarella, celebrando al Quirinale il 2 giugno davanti al corpo diplomatico accreditato in Italia. Il 2 giugno, però, è anche una giornata di lotta contro la guerra, l’escalation militarista e il riarmo. Dietro le parole d’ordine “Nessuna base per nessuna guerra”, migliaia di persone sono scese stamattina nelle strade di Pontedera, in provincia di Pisa, per il corteo organizzato dal Movimento No Base. La manifestazione è partita da piazza Cavour, in centro, e si dirige verso Tenuta Isabella, l’area scelta per la realizzazione di una pista d’addestramento e di un poligono di tiro militari nell’ambito del progetto di base militare per Gis e Tuscania tra Pontedera e Pisa. A Tenuta Isabella, la giornata di lotta si concluderà con un pranzo collettivo. “Siamo qui per ricordare che il 2 giugno di qualche anno fa, grazie alla mobilitazione, siamo riusciti a fermare la costruzione di una base militare a Coltano, a provincia di Pisa”, racconta Giovanni Ferraro, del Movimento No Base di Pontedera, in collegamento telefonico con Radio Onda d’Urto. “Per lo stesso motivo ci troviamo qua oggi – continua Ferraro – perché né Pontedera, né Pisa vogliono ulteriore militarizzazione del territorio. Ci sono ancora tante persone che dicono di ‘no’ alla militarizzazione, siamo la maggioranza e lo dobbiamo dimostrare quotidianamente”. Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza dal corteo di Giovanni Ferraro, del Movimento No Base di Pontedera. Ascolta o scarica.
June 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Il pacifismo tra Mediterraneo e Sol Levante
Le costituzioni  Italia e Giappone hanno entrambe all’interno delle loro costituzioni, entrate in vigore il 1 gennaio 1948 e il 3 maggio 1947, un articolo che promuove il rifiuto della guerra, tuttavia con sfumature differenti. Articolo 11 Costituzione italiana “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Articolo 9 Costituzione giapponese “ 1.Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. 2.Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.” L’Italia post-seconda guerra mondiale uscì perdente ma non venne punita quanto il Giappone, il quale subì un’occupazione più o meno formale, gestita dal generale MacArthur, successivamente agli avvenimenti del conflitto mondiale. La costituzione di quest’ultimo venne scritta sotto questo controllo. Infatti, la nostra nazione evitò il destino di Germania e Giappone grazie alla collaborazione con gli Alleati, sostenuta dai Partigiani. Come il resto dell’Europa occidentale, si risollevò dopo il conflitto grazie al Piano Marshall, annunciato il 5 giugno 1947 dal segretario di Stato George C. Marshall. Inoltre, dal secondo dopoguerra al 1992 la Democrazia Cristiana,  un partito affine agli ideali americani,  governò quasi ininterrottamente, facendo sì che quegli orientamenti politici fossero percepiti non come imposizioni, ma come espressione di democrazia.  I due articoli costituzionali aspirano alla pace rinunciando alla guerra, ma divergono nei termini: l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa o risoluzione di controversie, consentendo però azioni armate multilaterali, cedendo sovranità per garantire pace e giustizia internazionale. Il Giappone, invece, sotto occupazione alleata, rinuncia totalmente alla guerra come diritto sovrano, all’uso della forza e al mantenimento di qualsiasi esercito. Politicamente, entrambi i paesi sconfitti scelgono il ripudio bellico: in modo parziale e flessibile l’Italia, assoluto il Giappone. A livello pratico, come vengono applicati questi principi pacifisti? Innanzitutto, nel corso del tempo l’articolo 9 della costituzione giapponese ha subito modifiche, al fine di permettere una partecipazione più attiva a livello militare nel contesto internazionale, quindi per partecipare a missioni di peacekeeping e per sviluppare una difesa più efficiente per via delle minacce limitrofe. Con la normalizzazione del Giappone, non più il Giappone “amante della pace”, è iniziato un cambiamento del concetto di pacifismo interiorizzato nella costituzione. Con questa trasformazione, non si è passati a una politica di aggressione, ma gli otto limiti che caratterizzavano il pacifismo giapponese si stanno progressivamente superando. Di conseguenza, le forze armate giapponesi (che ancora oggi si chiamano Jeitai, ovvero Forze di Autodifesa) possono svolgere compiti che prima erano proibiti dalle norme interne, sebbene il processo di revisione costituzionale non sia ancora completo.  In Italia, l’articolo 11 inizia con “L’Italia ripudia la guerra”, ma solo nella forma offensiva e di risoluzione delle controversie, come previsto dall’articolo 2.4 della Carta ONU.  Tale articolo introduce il fatto che l’Italia possa partecipare militarmente su richiesta della Nato e dell’Onu.  Per cui, nel 2026 è previsto il 3,26% delle spese militari sul PIL nazionale, pari a circa € 32,9 miliardi, secondo l’Osservatorio Milex, con un aumento di 2,8%. Come reagiscono i civili a questo?  Innanzitutto, in Giappone il più antico gruppo che va contro il militarismo, in particolare all’uso del nucleare, è l’Associazione dei sopravvissuti alle bombe atomiche, Nihon Hidankyō, fondata nel 1956.  È vincitore di un Nobel per la pace nel 2024 e collabora per fare pressione politica affinché l’uso di armi nucleari sia visto come un’azione grave e amorale. Al tempo stesso diffonde testimonianze storiche dei sopravvissuti e ne difende i diritti sociali ed economici richiedendo migliori cure sanitarie e indennizzi statali. Diverse sono le marce e le proteste che sottolineano la necessità di battersi contro il crescente militarismo e in generale contro tutte le azioni di governo contrarie  a ciò che l’Articolo 9 sostiene, senza che questo venga cambiato nella sua struttura. L’ultima notizia risale al 19 aprile 2026 quando circa 36.000 persone sono scese in piazza a Tokyo opponendosi all’intenzione del governo di Takaichi di modificare la clausola pacifista della Costituzione.  In Italia la stessa onda pacifista si muove da tempo su numerosi fronti, da quello religioso a quello sociale. Storicamente l’Italia ha avuto una presenza di movimenti pacifisti costante e ad oggi gli eventi e le manifestazioni sono sempre maggiori, tant’è che è stata creata una mappa che mostra la presenza di iniziative pacifiste (per consultarla), e ad oggi Rete Pace e Disarmo, nata nel 2020, unisce molte associazioni che fanno riferimento al movimento nonviolento. L’associazione pacifista più longeva risale al 1948 con il Movimento per la Pace ideato da Aldo Capitini, che inaugurò anche la prima Marcia per la Pace nazionale Perugia-Assisi nel 1961. Questa ha ispirato migliaia di attivisti, i quali a loro volta lottano affinché la nonviolenza sostituisca l’ideale militarista diffuso da sempre dai governi. Conclusione Si è dimostrato quanto Italia e Giappone siano simili in apparenza dal punto di vista storico ma differenti all’interno per motivi politici, sociali ed economici. Nonostante tali grandi differenze, è evidente come vi sia in entrambe le nazioni una visione interna formata da due poli opposti: quello voluto dal governo e quello voluto dai cittadini. Un confronto simile con altri paesi potrebbe rivelare dinamiche analoghe.   -Melissa Kalemaj, tirocinante presso il Centro per la Pace Forlì Fonti https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11 https://mondointernazionale.org/post/larticolo-pacifista-della-costituzione-giapponese-1 https://www.archiviodisarmo.it/view/bUlibTJXWUF0RExFVm1GNForL0ZBdz09OjpiRNn1dZRAaYC5vq3iRErG/0524-s-censi-il-riarmo-giapponese-.pdfhttps://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/Tosi.pdf https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2025/05/introduction-evaluating-japans-new-grand-strategy/#:~:text=3,facto%20armed%20forces)%20in%201954. https://www.questionecivile.it/2024/03/26/l-articolo-9-pacifismo-costituzionale-giappone/ https://www.japan-experience.com/it/plan-your-trip/to-know/japanese-history/postwar-japan-history?market=it https://fondazionenenni.it/eventi/le-critiche-di-nenni-al-piano-marshall https://www.milex.org/2025/10/28/spesa-militare-previsionale-pura-in-crescita-di-un-miliardo-nel-2026-per-litalia/ https://www.peacelink.it/pace/a/51179.html https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-nihon-hidankyo/ https://www.avvenire.it/mondo/il-giappone-sempre-meno-pacifista-apre-alla-vendita-di-armi_107250 https://www.runipace.org/aree-tematiche/movimenti-per-la-pace/#:~:text=I%20movimenti%20per%20la%20pace%20costruiscono%20campagne%20nazionali%20e%20internazionali,attivit%C3%A0%20educative%20alla%20non%2Dviolenza. https://forumpace.consiglio.provincia.tn.it/notizia/articolo?id=953 https://retepacedisarmo.org/le-reti-fondatrici-di-ripd/ Redazione Romagna
May 4, 2026
Pressenza
Perché è importante parlare di spese militari nella Giornata della Terra
Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. Privilegiando la dominazione e l’estrazione di combustibili fossili, alimenta i conflitti e provoca danni ambientali. Le operazioni militari richiedono enormi quantità di energia, e le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili e tra i principali emettitori di gas serra a livello mondiale. Con il continuo aumento delle spese militari, non solo si alimentano le guerre e si incrementano le emissioni, ma si sottraggono anche risorse vitali alle soluzioni climatiche di cui abbiamo urgente bisogno. In questa Giornata della Terra (Earth Day) è importante rilanciare questi concetti nell’ambito delle Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari, per chiedere ai Governi un cambiamento concreto e urgente. Questa giornata, coordinata dal Gruppo di Lavoro su Armi, Militarismo e Giustizia Climatica, riflette una crescente consapevolezza che pace e giustizia climatica sono strettamente interconnesse. Battiamoci per la riduzione delle spese militari e per il reindirizzamento delle risorse verso l’azione climatica, la cura e una transizione giusta.  Unisciti a noi durante la Giornata della Terra 2026 a sostegno della Campagna Globale contro le Spese militari e le sue giornate internazionali GDAMS: Smilitarizzare per la Giustizia Climatica! Militarismo e crisi climatica: i punti chiave Il militarismo e la crisi climatica sono profondamente interconnessi, in modi che spesso rimangono invisibili nel dibattito pubblico. Le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, alimentando jet, navi da guerra, basi militari e catene di approvvigionamento globali che producono enormi emissioni di gas serra, in gran parte non rendicontate. Si stima che il settore militare globale sia responsabile di circa il 5,5% delle emissioni annue di gas serra: se fosse uno Stato, avrebbe il quarto impatto climatico più grande al mondo, dopo Cina, USA e India. Solo l’esercito statunitense è già il maggiore emettitore istituzionale di gas serra del pianeta. I numeri sono impressionanti. Ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — pari alle emissioni annue di circa 23 milioni di automobili. La spesa militare globale ha raggiunto almeno 2.700 miliardi di dollari nel 2024 e continua a crescere, con proiezioni che la portano a 6.600 miliardi entro il 2035. I primi venti Paesi per spesa militare hanno accumulato, solo nel primo quarto del XXI secolo, almeno 10 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni legate alle attività militari, a fronte di 40.000 miliardi di dollari spesi per i propri arsenali dal 2001 ad oggi. Il legame tra militarismo e combustibili fossili non riguarda solo le emissioni dirette. Il controllo sulle riserve di petrolio e gas ha storicamente alimentato conflitti geopolitici: si stima che tra il 25 e il 50% dei conflitti interestatali dal 1973 sia stato collegato alle risorse petrolifere. L’estrazione di combustibili fossili è inoltre spesso militarizzata, con forze armate e contractor privati schierati a protezione dei siti estrattivi e per reprimere le resistenze locali. Tra il 2012 e il 2023, oltre 1.900 difensori dell’ambiente e del territorio sono stati uccisi a livello globale, con un impatto sproporzionato su popolazioni indigene e donne. I conflitti armati aggravano ulteriormente la crisi ambientale. La guerra di Israele a Gaza nei suoi primi 15 mesi ha generato emissioni stimate in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, equivalenti alle emissioni annue della Giordania. La guerra della Russia in Ucraina ha causato danni climatici stimati in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1950 e il 2000, nove conflitti armati su dieci si sono svolti in aree ad altissima biodiversità, causando deforestazione e danni ambientali duraturi ben oltre la fine dei combattimenti. L’idea di “rendere verde” l’esercito è una falsa soluzione: non esistono prove concrete che le forze armate possano decarbonizzarsi in modo reale e su scala adeguata. I sistemi d’arma acquistati oggi (come ad ese,pio i cacciabombardieri F-35, previsti in servizio ben oltre il 2050) vincolano la dipendenza dai combustibili fossili per decenni. Le emissioni militari sono quasi sempre escluse dagli obiettivi nazionali di neutralità climatica, e gli impegni esistenti sono vaghi e privi di obiettivi concreti. Nel frattempo, i Paesi più ricchi spendono per i propri eserciti trenta volte di più di quanto destinano ai finanziamenti climatici per i Paesi più vulnerabili. Eppure, riallocare anche solo il 15% della spesa militare globale del 2024 (circa 387 miliardi di dollari) sarebbe sufficiente a coprire i costi annuali di adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Ridurre le spese militari e riorientarle verso la transizione ecologica non è solo possibile: è una delle leve più potenti a nostra disposizione per affrontare insieme la crisi climatica e costruire un mondo più giusto e pacifico.   Rete Italiana Pace e Disarmo
April 22, 2026
Pressenza