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Il pacifismo tra Mediterraneo e Sol Levante
Le costituzioni  Italia e Giappone hanno entrambe all’interno delle loro costituzioni, entrate in vigore il 1 gennaio 1948 e il 3 maggio 1947, un articolo che promuove il rifiuto della guerra, tuttavia con sfumature differenti. Articolo 11 Costituzione italiana “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Articolo 9 Costituzione giapponese “ 1.Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. 2.Per conseguire l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.” L’Italia post-seconda guerra mondiale uscì perdente ma non venne punita quanto il Giappone, il quale subì un’occupazione più o meno formale, gestita dal generale MacArthur, successivamente agli avvenimenti del conflitto mondiale. La costituzione di quest’ultimo venne scritta sotto questo controllo. Infatti, la nostra nazione evitò il destino di Germania e Giappone grazie alla collaborazione con gli Alleati, sostenuta dai Partigiani. Come il resto dell’Europa occidentale, si risollevò dopo il conflitto grazie al Piano Marshall, annunciato il 5 giugno 1947 dal segretario di Stato George C. Marshall. Inoltre, dal secondo dopoguerra al 1992 la Democrazia Cristiana,  un partito affine agli ideali americani,  governò quasi ininterrottamente, facendo sì che quegli orientamenti politici fossero percepiti non come imposizioni, ma come espressione di democrazia.  I due articoli costituzionali aspirano alla pace rinunciando alla guerra, ma divergono nei termini: l’Italia ripudia la guerra come mezzo di offesa o risoluzione di controversie, consentendo però azioni armate multilaterali, cedendo sovranità per garantire pace e giustizia internazionale. Il Giappone, invece, sotto occupazione alleata, rinuncia totalmente alla guerra come diritto sovrano, all’uso della forza e al mantenimento di qualsiasi esercito. Politicamente, entrambi i paesi sconfitti scelgono il ripudio bellico: in modo parziale e flessibile l’Italia, assoluto il Giappone. A livello pratico, come vengono applicati questi principi pacifisti? Innanzitutto, nel corso del tempo l’articolo 9 della costituzione giapponese ha subito modifiche, al fine di permettere una partecipazione più attiva a livello militare nel contesto internazionale, quindi per partecipare a missioni di peacekeeping e per sviluppare una difesa più efficiente per via delle minacce limitrofe. Con la normalizzazione del Giappone, non più il Giappone “amante della pace”, è iniziato un cambiamento del concetto di pacifismo interiorizzato nella costituzione. Con questa trasformazione, non si è passati a una politica di aggressione, ma gli otto limiti che caratterizzavano il pacifismo giapponese si stanno progressivamente superando. Di conseguenza, le forze armate giapponesi (che ancora oggi si chiamano Jeitai, ovvero Forze di Autodifesa) possono svolgere compiti che prima erano proibiti dalle norme interne, sebbene il processo di revisione costituzionale non sia ancora completo.  In Italia, l’articolo 11 inizia con “L’Italia ripudia la guerra”, ma solo nella forma offensiva e di risoluzione delle controversie, come previsto dall’articolo 2.4 della Carta ONU.  Tale articolo introduce il fatto che l’Italia possa partecipare militarmente su richiesta della Nato e dell’Onu.  Per cui, nel 2026 è previsto il 3,26% delle spese militari sul PIL nazionale, pari a circa € 32,9 miliardi, secondo l’Osservatorio Milex, con un aumento di 2,8%. Come reagiscono i civili a questo?  Innanzitutto, in Giappone il più antico gruppo che va contro il militarismo, in particolare all’uso del nucleare, è l’Associazione dei sopravvissuti alle bombe atomiche, Nihon Hidankyō, fondata nel 1956.  È vincitore di un Nobel per la pace nel 2024 e collabora per fare pressione politica affinché l’uso di armi nucleari sia visto come un’azione grave e amorale. Al tempo stesso diffonde testimonianze storiche dei sopravvissuti e ne difende i diritti sociali ed economici richiedendo migliori cure sanitarie e indennizzi statali. Diverse sono le marce e le proteste che sottolineano la necessità di battersi contro il crescente militarismo e in generale contro tutte le azioni di governo contrarie  a ciò che l’Articolo 9 sostiene, senza che questo venga cambiato nella sua struttura. L’ultima notizia risale al 19 aprile 2026 quando circa 36.000 persone sono scese in piazza a Tokyo opponendosi all’intenzione del governo di Takaichi di modificare la clausola pacifista della Costituzione.  In Italia la stessa onda pacifista si muove da tempo su numerosi fronti, da quello religioso a quello sociale. Storicamente l’Italia ha avuto una presenza di movimenti pacifisti costante e ad oggi gli eventi e le manifestazioni sono sempre maggiori, tant’è che è stata creata una mappa che mostra la presenza di iniziative pacifiste (per consultarla), e ad oggi Rete Pace e Disarmo, nata nel 2020, unisce molte associazioni che fanno riferimento al movimento nonviolento. L’associazione pacifista più longeva risale al 1948 con il Movimento per la Pace ideato da Aldo Capitini, che inaugurò anche la prima Marcia per la Pace nazionale Perugia-Assisi nel 1961. Questa ha ispirato migliaia di attivisti, i quali a loro volta lottano affinché la nonviolenza sostituisca l’ideale militarista diffuso da sempre dai governi. Conclusione Si è dimostrato quanto Italia e Giappone siano simili in apparenza dal punto di vista storico ma differenti all’interno per motivi politici, sociali ed economici. Nonostante tali grandi differenze, è evidente come vi sia in entrambe le nazioni una visione interna formata da due poli opposti: quello voluto dal governo e quello voluto dai cittadini. Un confronto simile con altri paesi potrebbe rivelare dinamiche analoghe.   -Melissa Kalemaj, tirocinante presso il Centro per la Pace Forlì Fonti https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11 https://mondointernazionale.org/post/larticolo-pacifista-della-costituzione-giapponese-1 https://www.archiviodisarmo.it/view/bUlibTJXWUF0RExFVm1GNForL0ZBdz09OjpiRNn1dZRAaYC5vq3iRErG/0524-s-censi-il-riarmo-giapponese-.pdfhttps://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/Tosi.pdf https://www.iiss.org/online-analysis/online-analysis/2025/05/introduction-evaluating-japans-new-grand-strategy/#:~:text=3,facto%20armed%20forces)%20in%201954. https://www.questionecivile.it/2024/03/26/l-articolo-9-pacifismo-costituzionale-giappone/ https://www.japan-experience.com/it/plan-your-trip/to-know/japanese-history/postwar-japan-history?market=it https://fondazionenenni.it/eventi/le-critiche-di-nenni-al-piano-marshall https://www.milex.org/2025/10/28/spesa-militare-previsionale-pura-in-crescita-di-un-miliardo-nel-2026-per-litalia/ https://www.peacelink.it/pace/a/51179.html https://www.treccani.it/enciclopedia/eol-nihon-hidankyo/ https://www.avvenire.it/mondo/il-giappone-sempre-meno-pacifista-apre-alla-vendita-di-armi_107250 https://www.runipace.org/aree-tematiche/movimenti-per-la-pace/#:~:text=I%20movimenti%20per%20la%20pace%20costruiscono%20campagne%20nazionali%20e%20internazionali,attivit%C3%A0%20educative%20alla%20non%2Dviolenza. https://forumpace.consiglio.provincia.tn.it/notizia/articolo?id=953 https://retepacedisarmo.org/le-reti-fondatrici-di-ripd/ Redazione Romagna
May 4, 2026
Pressenza
Perché è importante parlare di spese militari nella Giornata della Terra
Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. Privilegiando la dominazione e l’estrazione di combustibili fossili, alimenta i conflitti e provoca danni ambientali. Le operazioni militari richiedono enormi quantità di energia, e le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili e tra i principali emettitori di gas serra a livello mondiale. Con il continuo aumento delle spese militari, non solo si alimentano le guerre e si incrementano le emissioni, ma si sottraggono anche risorse vitali alle soluzioni climatiche di cui abbiamo urgente bisogno. In questa Giornata della Terra (Earth Day) è importante rilanciare questi concetti nell’ambito delle Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari, per chiedere ai Governi un cambiamento concreto e urgente. Questa giornata, coordinata dal Gruppo di Lavoro su Armi, Militarismo e Giustizia Climatica, riflette una crescente consapevolezza che pace e giustizia climatica sono strettamente interconnesse. Battiamoci per la riduzione delle spese militari e per il reindirizzamento delle risorse verso l’azione climatica, la cura e una transizione giusta.  Unisciti a noi durante la Giornata della Terra 2026 a sostegno della Campagna Globale contro le Spese militari e le sue giornate internazionali GDAMS: Smilitarizzare per la Giustizia Climatica! Militarismo e crisi climatica: i punti chiave Il militarismo e la crisi climatica sono profondamente interconnessi, in modi che spesso rimangono invisibili nel dibattito pubblico. Le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, alimentando jet, navi da guerra, basi militari e catene di approvvigionamento globali che producono enormi emissioni di gas serra, in gran parte non rendicontate. Si stima che il settore militare globale sia responsabile di circa il 5,5% delle emissioni annue di gas serra: se fosse uno Stato, avrebbe il quarto impatto climatico più grande al mondo, dopo Cina, USA e India. Solo l’esercito statunitense è già il maggiore emettitore istituzionale di gas serra del pianeta. I numeri sono impressionanti. Ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — pari alle emissioni annue di circa 23 milioni di automobili. La spesa militare globale ha raggiunto almeno 2.700 miliardi di dollari nel 2024 e continua a crescere, con proiezioni che la portano a 6.600 miliardi entro il 2035. I primi venti Paesi per spesa militare hanno accumulato, solo nel primo quarto del XXI secolo, almeno 10 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni legate alle attività militari, a fronte di 40.000 miliardi di dollari spesi per i propri arsenali dal 2001 ad oggi. Il legame tra militarismo e combustibili fossili non riguarda solo le emissioni dirette. Il controllo sulle riserve di petrolio e gas ha storicamente alimentato conflitti geopolitici: si stima che tra il 25 e il 50% dei conflitti interestatali dal 1973 sia stato collegato alle risorse petrolifere. L’estrazione di combustibili fossili è inoltre spesso militarizzata, con forze armate e contractor privati schierati a protezione dei siti estrattivi e per reprimere le resistenze locali. Tra il 2012 e il 2023, oltre 1.900 difensori dell’ambiente e del territorio sono stati uccisi a livello globale, con un impatto sproporzionato su popolazioni indigene e donne. I conflitti armati aggravano ulteriormente la crisi ambientale. La guerra di Israele a Gaza nei suoi primi 15 mesi ha generato emissioni stimate in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, equivalenti alle emissioni annue della Giordania. La guerra della Russia in Ucraina ha causato danni climatici stimati in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1950 e il 2000, nove conflitti armati su dieci si sono svolti in aree ad altissima biodiversità, causando deforestazione e danni ambientali duraturi ben oltre la fine dei combattimenti. L’idea di “rendere verde” l’esercito è una falsa soluzione: non esistono prove concrete che le forze armate possano decarbonizzarsi in modo reale e su scala adeguata. I sistemi d’arma acquistati oggi (come ad ese,pio i cacciabombardieri F-35, previsti in servizio ben oltre il 2050) vincolano la dipendenza dai combustibili fossili per decenni. Le emissioni militari sono quasi sempre escluse dagli obiettivi nazionali di neutralità climatica, e gli impegni esistenti sono vaghi e privi di obiettivi concreti. Nel frattempo, i Paesi più ricchi spendono per i propri eserciti trenta volte di più di quanto destinano ai finanziamenti climatici per i Paesi più vulnerabili. Eppure, riallocare anche solo il 15% della spesa militare globale del 2024 (circa 387 miliardi di dollari) sarebbe sufficiente a coprire i costi annuali di adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Ridurre le spese militari e riorientarle verso la transizione ecologica non è solo possibile: è una delle leve più potenti a nostra disposizione per affrontare insieme la crisi climatica e costruire un mondo più giusto e pacifico.   Rete Italiana Pace e Disarmo
April 22, 2026
Pressenza
Faro di Roma: Disarmare il militarismo: attività pedagogiche e culturali per promuovere spazi transnazionali di pace
DI LAURA TUSSI SU FARO DI ROMA DEL 15 APRILE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Laura Tussi, pubblicato su Faro di Roma il 15 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla pratiche pedagogiche che si possono attuare nelle scuole. «In questa direzione si colloca anche il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, animato, tra gli altri, dal professor Michele Lucivero e dal professor Antonio Mazzeo, impegnati in un’attività di ricerca, denuncia e proposta alternativa che contribuisce a mantenere aperto uno spazio critico fondamentale nel dibattito pubblico italiano…continua a leggere su www.farodiroma.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Mercoledì, 8 aprile: incontro “Esiste un rischio di cultura militarista nell’istruzione?”
MERCOLEDÌ 8 APRILE ORE 17.30 ONLINE IN DIRETTA SU FACEBOOK E YOUTUBE DI ZALAB Mercoledì 8 aprile 2026 alle ore 17:30 si svolgerà un incontro online in occasione dell’uscita in sala il 16 aprile di Mr. Nobody Against Putin (qui il trailer del film). L’evento, organizzato dal distributore ZaLab insieme ad Altraeconomia, è stato pensato per discutere del film e riflettere su propaganda, educazione e cultura militarista nell’istruzione in Italia e in Europa. Con: Andrea Segre, regista Duccio Facchini, direttore di Altreconomia Andrea Fabozzi, direttore de Il Manifesto Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Un confronto aperto su come la guerra attraversa i sistemi educativi, su quali immagini produce il potere e su cosa significa oggi opporsi alla normalizzazione del conflitto. IN DIRETTA SU FACEBOOK E YOUTUBE DI ZALAB -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La guerra nel villaggio globale: una ‘battaglia’ combattuta con parole letali, o salvifiche
Navigando nel world wide web oggi la mia attenzione si è soffermata su due post pubblicati con LinkedIn. Uno è l’avviso di una compagnia di assicurazioni ai propri clienti, armatori e noleggiatori di navi ormeggiate o in transito nel Golfo Persico. L’altro è il testo scritto da un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare”. Palesemente, l’avvertimento che > Il crescente conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran ha aumentato > significativamente i rischi per la sicurezza marittima nello Stretto di > Hormuz. Segnalazioni di attacchi missilistici, avvisi VHF alle navi e attacchi > contro petroliere hanno già spinto i principali operatori a sospendere o > deviare i transiti. Con circa il 20% del petrolio globale trasportato via mare > che attraversa lo Stretto, qualsiasi interruzione comporta seri rischi per i > mercati energetici e le catene di approvvigionamento. La NNPC consiglia > fortemente ai membri di evitare l’area dove possibile. Se le navi sono > ormeggiate nella regione, i termini del noleggio — incluse clausole di rischio > bellico come CONWARTIME o VOYWAR — dovrebbero essere esaminati attentamente > alla luce delle considerazioni di sicurezza e di allocazione dei costi. è un segnale molto allarmante. Significa che la guerra nel Medio Oriente è una guerra mondiale a tutti gli effetti, soprattutto per le ricadute e implicazioni nei ‘gangli’ dell’economia planetaria. Pochi giorni prima alla presentazione della mostra esperienziale Polvere di guerra – dalle macerie alla costruzione di pace in esposizione a Casale Monferrato fino al 29 marzo prossimo, la referente del gruppo volontari Emergency di Alessandria, Stefania Landini, aveva osservato: > La convinzione che l’umanità non smetterà mai di fare la guerra è l’errore che > ci rende schiavi della guerra. Proprio come la schiavitù, che in passato > consideravamo una ‘cosa normale’ e poi abbiamo sconfitto aborrendola, la > guerra è un male che può essere debellato cominciando a smettere di pensare > che sia ineluttabile. Ieri, 21 marzo, ricorrenza del massacro di Sharpeville avvenuto nel 1960, cioè della data in cui la polizia sudafricana uccise 69 persone che partecipavano a una pacifica manifestazione di protesta contro l’apartheid, era la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e il segretario generale dell’ONU ha ammonito che nel mondo è ancora diffuso il razzismo, ‘pilastro ideologico’ dei ‘traffici’ di esseri umani, della ‘caccia’ ai migranti e agli esuli, delle persecuzioni etniche e dei conflitti bellici. Oggi, leggendo l’avviso dell’olandese NNPC Marine Insurance mi sono ricordata che l’abolizione della schiavitù è stata una rivoluzione culturale, sociale, politica ed economica cominciata proprio in seguito a un ‘caso’ analogo: al massacro della Zong, cioè alla strage di 142 africani nel 1781 uccisi dall’equipaggio del ‘bastimento carico di schiavi’, seguì lo storico processo con cui gli armatori, soci dell’olandese Middelburgsche Commercie Compagnie e proprietari del bastimento ‘carico di schiavi’, e i commercianti di merce umana, un gruppo di mercanti inglesi, tentarono di ottenere il rimborso dei danni subiti dalla compagnia con cui avevano stipulato la polizza assicurativa. Nel XVIII secolo la questione se fosse legittimo oppure no rivendicare tale risarcimento scandalizzò l’opinione pubblica mondiale, allora soltanto i pochi analfabeti che leggevano le cronache pubblicate sui giornali e frequentavano atenei, accademie, circoli e salotti… Nel XIX secolo la schiavitù venne aborrita dalle nazioni più progressiste, in primis dalla prima repubblica democratica della modernità, gli USA, e nel XX secolo da tutta l’umanità, e Stefania Landini aveva paragonato questo progresso alla prospettiva di debellare la guerra dopo che era stato proiettato un video che ritrae il fondatore di Emergency, Gino Strada, mentre diceva “La guerra piace a chi non la conosce“. Oggi di guerra si parla tanto e in tanti, ma pochi sapendo davvero di cosa parlano. Come Gino Strada ha spiegato molto bene, a conoscere bene la guerra non sono i suoi artefici, bensì le sue vittime, civili e militari, zittite dalle armi e dalle bombe che le colpiscono, feriscono e uccidono, e anche dal chiacchiericcio sulla guerra che, facendo un clamore assordante, rimbomba nei media e nei socialmedia. Alla ‘raffica’ di notizie su battaglie, attacchi, offensive e manovre militari che scandiscono le cronache quotidiane, fanno eco i commenti di politici, opinion leader ed esperti, o sedicenti tali, di geopolitica e di strategie politiche e militari. Invece ad essere davvero esperti di guerra sono i soldati, semplici e di alto grado, che hanno combattuto o che sono impegnati sui campi di battaglia subendo le conseguenze delle decisioni di governanti e generali che fanno la guerra a tavolino… pianificano strategie e tattiche come in un gioco. Di ciò sono edotta e consapevole perché da bambina ho letto e da adulta riletto molte volte il diario di guerra scritto da mio nonno, un fante che durante la prima guerra mondiale ha combattuto su molti fronti, in Italia come soldato semplice di un plotone che il 14 maggio 1915 varcò il confine, che combatté a Bezzecca e nelle trincee alla frontiera con l’Austria, quindi un ufficiale al comando di un battaglione di zappatori stanziato in Albania fino al settembre 1920. Come mio nonno facendo esperienza diretta e carriera ‘sul campo’, con l’avanzamento di grado capendo che i suoi superiori erano degli irresponsabili e la gravità del proprio errore, cioè di aver sbagliato ad arruolarsi convinto che l’intervento dell’Italia nella guerra mondiale fosse necessario, un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare” in questi giorni ha scritto delle parole che ritengo sia utile conoscere, capire e condividere. > LE GUERRE NASCONO DALL’ALTO. LA PACE NASCE DAL BASSO. > > CONSAPEVOLEZZA DEI POPOLI, RESPONSABILITÀ DEI CITTADINI E IL RUOLO DELLE > SOCIETÀ IN UN MONDO IN CUI LE DECISIONI SULLA GUERRA SONO ANCORA CONCENTRATE > NELLE STANZE DEL POTERE. > > Le notizie di queste ore raccontano che negli Stati Uniti sta emergendo una > crescente inquietudine nell’opinione pubblica rispetto alla guerra con l’Iran. > Anche alla Casa Bianca si percepisce che il consenso non è più così compatto > come nelle fasi iniziali. > > Non è la prima volta che accade nella storia. > > Le guerre possono essere decise dai governi, ma la loro durata e la loro > sostenibilità dipendono quasi sempre dal consenso delle società che quei > governi rappresentano. Quando l’opinione pubblica inizia a interrogarsi, > quando le persone smettono di accettare passivamente le narrazioni dominanti e > cominciano a porsi domande, l’equilibrio politico cambia. > > Ed è proprio qui che emerge un punto spesso sottovalutato. > > Il vero terreno su cui si gioca il futuro delle nostre società non è soltanto > quello della diplomazia o della forza militare. È il livello di consapevolezza > delle persone. > > > IL LIVELLO DI CONSAPEVOLEZZA DELLE SOCIETÀ > > Una società poco consapevole è facilmente orientabile dalla paura, dalla > propaganda e dalla semplificazione delle realtà complesse. > > Una società consapevole, invece, è molto più difficile da trascinare in > dinamiche distruttive. > > La guerra prospera quasi sempre su alcune condizioni precise: la distanza tra > i popoli, l’ignoranza reciproca, la paura dell’altro, la riduzione > dell’avversario a caricatura. > > Quando invece esistono legami reali tra le persone — culturali, scientifici, > economici e umani — diventa molto più difficile costruire il racconto > dell’inimicizia. > > È per questo che sono sempre più convinto che la pace non possa essere > affidata soltanto alle cancellerie, ai governi o agli equilibri di potenza. > > La pace duratura nasce quando le società iniziano a riconoscersi tra loro. > > Quando gli studenti studiano insieme. Quando i ricercatori collaborano. Quando > imprenditori, professionisti, comunità e cittadini intrecciano relazioni che > superano i confini politici. > > È da queste reti invisibili che nasce la vera stabilità. > > > IL RUOLO DELLA CONSAPEVOLEZZA > > Ed è anche per questo che da tempo ho scelto di utilizzare questo spazio su > LinkedIn per condividere riflessioni geopolitiche, analisi strategiche e > considerazioni che nascono dalla mia esperienza. > > Non con l’idea di indicare a qualcuno cosa pensare. > > Ma con un obiettivo molto semplice e allo stesso tempo molto ambizioso: > contribuire ad accrescere la consapevolezza. > > Stimolare il pensiero libero. Incoraggiare le persone a ragionare con la > propria testa. Invitare ad osservare la realtà internazionale senza paraocchi > ideologici e senza appartenenze automatiche. > > Viviamo in un’epoca in cui il dibattito pubblico è spesso dominato da > narrazioni semplificate, polarizzazioni artificiali e logiche di schieramento. > > La politica, inevitabilmente, risponde a dinamiche di consenso, di potere e di > convenienza che non sempre coincidono con gli interessi profondi dell’umanità. > > Per questo motivo diventa sempre più importante che le persone sviluppino > autonomia di giudizio, spirito critico e capacità di comprendere la > complessità del mondo in cui viviamo. > > > DOVE NASCE DAVVERO LA PACE > > Quando i popoli iniziano davvero a conoscersi, a parlarsi, a riconoscersi > reciprocamente come parte della stessa comunità umana, la guerra smette di > essere una scelta facile anche per i governanti. > > Le guerre nascono quasi sempre dall’alto. > > La pace, invece, nasce dal basso. > > Nasce quando milioni di persone iniziano a pensare con la propria testa. > Quando smettono di delegare completamente ad altri il destino del mondo. > Quando comprendono che la storia non è qualcosa che accade sopra di loro, ma > qualcosa a cui partecipano ogni giorno. > > Ed è forse proprio da qui che può iniziare il vero cambiamento. > > Non dalle stanze del potere. > > Ma dal risveglio delle coscienze. > > Su questi temi continuerò a condividere analisi più strutturate nella > newsletter geopolitica Mappe del Potere, che nelle prime 24 ore ha superato i > 1500 iscritti. > > Non è un risultato che mi colpisce per il numero in sé – i numeri sui social > hanno sempre un valore relativo – ma per ciò che rappresenta. > > Significa che esiste un numero crescente di persone interessate ad > approfondire, a comprendere la complessità del mondo e a sviluppare uno > sguardo libero dalle semplificazioni e dalle appartenenze automatiche. > > Se questo spazio di riflessione sta crescendo, la soddisfazione non deriva dai > like, ma dal fatto che l’impegno nel diffondere conoscenza, consapevolezza e > pensiero critico sta iniziando a trovare ascolto. > > Ed è forse proprio da qui che può nascere qualcosa di buono. > > Non dall’eco delle polemiche quotidiane. > > Ma dalla crescita silenziosa della consapevolezza. > > Paolo Treu, 11.03.2026 Maddalena Brunasti
March 22, 2026
Pressenza
Il rugby italiano scende in campo con l’Esercito. La contestazione alla partita della nazionale
Il 23 gennaio scorso la Federazione Italiana Rugby ha rinnovato per altri tre anni l’accordo di collaborazione con l’Esercito Italiano. A Roma, di fronte all’Olimpico la Rete Rugby Popolare esprime dissenso. Quella di sabato 7 marzo allo stadio Olimpico è … Leggi tutto L'articolo Il rugby italiano scende in campo con l’Esercito. La contestazione alla partita della nazionale sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Giornata di mobilitazione studentesca contro la leva militare e i guerrafondai
Oggi, 5 marzo, in Germania migliaia di studenti scioperano di nuovo contro il progetto di leva militare avviato dal governo mentre in tutta Europa, compreso nel nostro paese ci saranno decine di manifestazioni in solidarietà con gli studenti tedeschi. Oggi stesso infatti anche in Italia sono state convocate mobilitazioni studentesche […] L'articolo Giornata di mobilitazione studentesca contro la leva militare e i guerrafondai su Contropiano.
March 5, 2026
Contropiano
Il 4 marzo assemblea nazionale della campagna “La conoscenza non marcia”!
In calce a questo articolo la chiamata per l’assemblea nazionale proposta dalla campagna “la conoscenza non marcia” per il prossimo 4 marzo alle 17.30. Da qualche mese una rete di singole soggettività e di realtà organizzate del mondo della scuola e dell’università si è raggruppata intorno alla campagna “la conoscenza […] L'articolo Il 4 marzo assemblea nazionale della campagna “La conoscenza non marcia”! su Contropiano.
February 28, 2026
Contropiano
Rizomatica 26-02-2026
Questa uscita di Rizomatica è dedicata al tema della guerra. Questa forma di relazione è antica e probabilmente nasce con la civiltà umana. Identificare un nemico e combatterlo è un modo per costruire una soggettività collettiva, non l'unico ma certamente uno dei più sperimentati. L'invito è di rivolgere il conflitto e la violenza, ineliminabili dalla natura umana, verso i ricchi e i potenti da cui siamo dominati, e non verso degli stranieri presentati come nemici. Continua a leggere→
February 26, 2026
Rizomatica