Ucraina: reclutati a forza e inviati nel battaglione degli orrori
Che la guerra in sé per sé sia un crimine contro l’umanità, al di là dei motivi
che la giustificano, è un dato di fatto sempre più evidente: non esistono guerre
giuste, mai. Forse non sono mai esistite neppure nel passato, ma oggi questa
realtà è sotto gli occhi di tutti.
Tutti accampano ragioni per combattere più o meno valide: i cittadini di
Donetsk, Lugansk e Crimea (quelli che sono rimasti, perché a centinaia di
migliaia sono fuggiti a Ovest anche se Russi di Ucraina perché non volevano
stare sotto una occupazione militare) sostengono di combattere contro un governo
che li considera cittadini di serie B.
I Russi sostengono che la loro è una operazione speciale militare per difendere
i Russi di Ucraina da uno stato che intendono denazificare e allo stesso tempo
accampano motivi di sicurezza che si verrebbero a creare se l’Ucraina entrasse
nella Nato. Sono benedetti dal Patriarca della Chiesa Ortodossa di Mosca Cirillo
II, che considera la guerra come una crociata contro l’Occidente corrotto dai
diritti della comunità Lgbtq+.
Gli Ucraini combattono per difendersi dall’aggressione della Federazione Russa
(cosa in verità che è loro diritto in base al Diritto Internazionale anche se,
per il doppio standard non viene riconosciuto al tempo stesso ai palestinesi da
decenni sotto occupazione militare e classificati in genere come terroristi).
Anche loro sono benedetti dalla Chiesa Cattolica di rito latino e di rito greco
e dagli ortodossi fedeli al Patriarca di Kiev.
Infine la Nato sostiene senza pudore che la guerra va combattuta fino in fondo
per salvare l’Europa dall’Armata Russa che vuole marciare fino a Lisbona.
In tutta questa febbre di militarismo guerrafondaio volevo segnalare due cose.
Il film documentario vincitore del Premio Oscar “Mr Nobody against Putin. Il
film contro tutte le guerre” di David Borestein & Pavel Talankin (distribuito in
Italia da Zalabview.org), che narra dall’interno come in Russia la propaganda di
guerra sia entrata prepotentemente nelle scuole di ogni ordine e grado e dei
ragazzi di leva costretti a partire per il fronte.
Dal lato opposto del fronte ci arriva dall’Ucraina la mostruosa notizia del
reggimento Skala dove le reclute, catturate nelle retate e inviate al fronte,
sono sottoposte ad ogni genere di maltrattamenti che arrivano fino alla tortura
per spezzarne la volontà e ridurli ad essere carne da cannone.
Alcuni media hanno ricevuto la notizia da famigliari, che hanno avuto la salma
dei loro cari sfregiata non da ferite di guerra, ma da evidenti segni di
torture conclusesi con la morte.
I media indipendenti (pur con mille limitazioni) hanno documentato il
reclutamento forzato di vulnerabili (tra questi tossicodipendenti) e 26 morti
sospette coperte da certificati medici con false diagnosi.
Il primo a parlarne è stato il giornale ucraino Babel, poi ripreso da Kyiv
Indipendent. La notizia è quindi arrivata in Italia grazie a Paolo Mossetti,
giornalista di Insideover.
Talmente grave è stata sinora la gestione interna del 425° reggimento autonomo
d’assalto, universalmente noto come Skala o Skelia, che il tenente colonnello
Yuriy Harkavyi, è stato sospeso dalle sue funzioni.
Tra la fine del 2025 e la primavera del 2026 sono state accertate almeno 26
morti di militari uccisi a seguito di ogni tipo di maltrattamento e di vere e
proprie torture.
Il reggimento Skala è la più grande formazione d’assalto dell’esercito ucraino,
formata da oltre diecimila soldati. E’ agli ordini del comandante in capo delle
forze armate Oleksandr Syrskyi.
La guerra ha creato una incalcolabile massa di soldati che per resistere
all’orrore hanno fatto uso di sostanze, in molti casi fino ad arrivare a gravi
forme di tossicodipendenza.
Ebbene, perfino nei centri di riabilitazione riabilitazione statali sono
arrivati con le loro quotidiane retate i famigerati reclutatori per costringere
i malcapitati, spesso in terapia con il metadone, all’arruolamento forzato.
Hanno anche catturato e sequestrato obiettori di coscienza (diritto non
riconosciuto) e persino persone con gravi disabilità psichiche.
Il primo trattamento di queste reclute non prevedeva un normale addestramento:
prigionieri in una struttura agricola priva di finestre, chiamata il pollaio,
centinaia di uomini venivano privati dei telefoni e denudati.
Guardiani armati, i vertukhai, ne impedivano la fuga ed ogni possibile contatto
con l’esterno. Non trovavano camerate con brande, ma vere e proprie celle, dove
venivano rinchiusi anche tossicodipendenti in crisi di astinenza a cui non
veniva somministrato nessun farmaco.
Le punizioni corporali erano la regola per ogni minima infrazione e per
contenere ogni forma di resistenza si usavano gas lacrimogeni.
Dalla prigione del “pollaio” era impossibile scappare senza rischiare la vita,
poiché intorno erano poste delle mine antiuomo e qualche disperato ne è rimasto
vittima tentando la fuga nottetempo.
Testimonianze raccolte dai media ucraini documentano che una recluta catturata
dopo essere sopravvissuta alla deflagrazione di un ordigno venne mostrata come
monito ai compagni e quindi diagnosticata morta per insufficienza cardiaca.
Grazie alla tenacia delle famiglie un procedimento è stato aperto dall’Ufficio
statale delle indagini. Per i decessi sospetti, i certificati medici ufficiali
attribuiscono la morte a polmonite bilaterale o miocardiopatia, mentre le salme
consegnate alle famiglie mostravano evidenti segni di traumi contusivi,
emorragie interne, costole fratturate e profonde lesioni compatibili con l’uso
prolungato di manette.
L’obiettore di coscienza Dmytro Koval, un cinquantenne di fede battista, è stato
ucciso dalle percosse quotidiane e sottoposto all’alimentazione forzata tramite
flebo a seguito di uno sciopero della fame attuato per protesta.
Volodymyr Tsukanov, affetto da dipendenze che accudiva la madre invalida, è
stato costretto al reclutamento ed è deceduto in ospedale dopo che un sergente
istruttore gli aveva fratturato nove costole riempendolo di calci al torace.
Il portavoce del reggimento ha avuto l’ardire di respingere le accuse,
sostenendo che le morti erano la naturale conseguenza delle condizione di salute
precarie di volontari che si erano presentati agli uffici di reclutamento e che
erano stati quindi ricoverati in strutture ospedaliere civili.
Per il portavoce dell’esercito le accuse erano speculazioni prive di fondamento
giuridico basate su fantasiosi racconti di soldati che sono riusciti ad
abbandonare il reparto.
La responsabile dell’osservatorio militare Olha Reshetylova ha severamente
condannato la gestione del reparto definendola come una condotta criminale
perpetrata da un gruppo organizzato di graduati.
I metodi brutali impiegati per forgiare questi soldati hanno aperto in Ucraina,
se non altro un inedito dibattito sulla deriva autoritaria del Paese e sulla
tenuta della democrazia in questo momento cruciale della guerra.
Per leggere l’articolo di Paolo Morsetti pubblicato da insideover il 30 Giugno:
https://it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html
Mauro Carlo Zanella