Tag - Fumetti

Tessa Hulls / Storia di fantasmi cinesi
S e googlate “Cina” su internet troverete un infinità di informazioni del tipo: popolazione un miliardo e quattrocento milioni ; seconda economia al mondo;    PIL  reale di circa ventimila miliardi di dollari;  il PIL nominale ha sorpassato il Giappone nel 2010, ecc, ecc. Se ci affidiamo a Tessa Hulls,  invece,  la Cina è una […] L'articolo Tessa Hulls / Storia di fantasmi cinesi proviene da Pulp Magazine.
Deet / Fatato non troppo
T utto comincia nella versione distorta di un mondo di fiaba. Una terra dove fatti di natura magica hanno luogo, ma al tempo stesso ogni risorsa è prosciugata dai malvagi governanti che vivono nella Torre e controllano ogni cosa drenando le energie della natura a discapito di chi vive all’esterno, che vive alla giornata una vita invero piuttosto grama. Un mondo non dissimile dal nostro per più di un verso. Striscia tuttavia il serpente del tradimento fra chi abita al Torre, e qualcuno manda una lettera a un sicario per ingaggiarlo al fine di eliminare il sovrano. Peccato che la missiva capiti nelle mani di una piccola, ingenua fragola che non sa leggere e che per questo si affida a un’anziana per decifrare il contenuto del messaggio, senza sapere che l’anziana non è messa poi tanto meglio di lui. Ne scaturisce l’innesco con cui la fragolina accenderà la rivolta che porterà alla ribellione contro i privilegiati che prosciugano il mondo con la loro avidità. Vertice Estremo, realizzato da deet, è un’opera giovane nella migliore e meno retorica delle accezioni. Sì, perché questo fumetto che tanto assomiglia a un libro per bambini, e che ne ha tutta la profondità perché la letteratura per l’infanzia quand’è fatta come si deve è tutt’altro che banale, ha una carica sovversiva che magari di primo acchito non si vede ma che c’è tutta, basta volerla leggere fra le righe, anzi fra le tavole, ma non è la classica tirata rabbiosa che pur sarebbe del tutto giustificata. Il lavoro di deet appartiene a quelle forme di ribellione pericolose perché intelligenti, e si vede che è intelligente per l’uso pervasivo che fa dell’ironia. L’autore non la utilizza tuttavia per scrivere monologhi brillanti o battute cerebrali, la sua arma è l’estetica tutta di un mondo che sul piano visivo sembra voler portare il lettore da tutt’altra parte, sembra voler essere carino, coccoloso e rassicurante ma dietro a ogni scena nasconde la ribellione, la critica caustica e la voglia di far filosofia con il martello per frantumare un mondo che non va e che catalizza la voglia di cambiamento di quei ragazzi che, a differenza nostra, sembrano avere ancora tutta la voglia di cambiare le cose perché loro non hanno né fallito né sono rimasti inattivi a subire un mondo che cambiava e di cui hanno smarrito le coordinate. Loro non le hanno mai avute, queste coordinate, e per questo nell’incertezza ci sguazzano e i loro punti di riferimento se li costruiscono da soli, come da soli strutturano la loro etica e il loro pensiero politico. Vertice Estremo è questo, è l’espressione di un ragazzo che ha di recente trovato la sua strada, quella del narratore, vuole vivere raccontando storie attraverso le immagini e le storie che racconta vengono dal mondo che ha intorno, con tutte le storture che lui vede benissimo e che intende denunciare senza andar per il sottile. Funziona? Sì, funziona. Eccome se funziona. Certo, il lavoro di deet non è ecumenico, parla ai ragazzi della sua età ma non è un’impresa apprezzarlo per il lettore che un minimo si sforza di calarsi nel presente, a livello di tematiche ma anche di linguaggio, il che non è un male perché il fumetto non s’è fermato agli anni ’90 e apprezzare un’opera fresca, divertente e comunque tutt’altro che priva di contenuti è sintomo di apertura e non certo di debolezza. Certo, deet non è privo di referenti di livello, uno su tutti Asterix di Goscinny e Uderzo, ma non rinnega di essere cresciuto a Gumball, Adventure Time e Cartoon Network, l’estetica di partenza è quella lì e questo rende Vertice Estremo un lavoro autentico che non si va a cercare a tutti i costi padri nobili per darsi un tono, perché deet è un autore, avendolo conosciuto chi scrive lo può affermare, umile nei modi ma consapevole e sicuro di sé nella sua produzione artistica. Il fumetto, oggi, è questo. Non copia ma integra, non corre dietro alle mode ma parte dal contemporaneo per portare lo stato dell’arte avanti di qualche passo, il gioco più vecchio del mondo in qualsiasi disciplina.  L'articolo Deet / Fatato non troppo proviene da Pulp Magazine.
Paolo Bacilieri / Milano calibro Scerbanenco
Torna la Milano di Giorgio Scerbanenco, anzi, quella di Paolo Bacilieri e della sua opera a fumetti, che continua a mostrare le tante facce di questa città meravigliosamente ricca di contraddizioni. Traditori di tutti è il secondo adattamento che Bacilieri realizza dall’opera di Scerbanenco per Oblomov Edizioni, un graphic novel dai tratti marcatamente noir che vede come protagonista il medico radiato dall’albo professionale Duca Lamberti. Ambientato in pieni anni Sessanta, ma con un conto aperto rispetto alle brutalità della seconda guerra mondiale, anche questo volume segue l’eccellente impostazione narrativa e formale adottata con Venere Privata, primo adattamento a fumetti realizzato dallo stesso Bacilieri per l’omonimo romanzo del 1966. La quadrilogia del Duca procede dunque in ordine cronologico e Traditori di tutti si impone come uno dei migliori prodotti editoriali dell’anno, non foss’altro per la capacità affabulatoria che traspare da ogni pagina del libro. Seguendo l’imprinting già sperimentato in Venere Privata, Bacilieri architetta in ogni tavola un complesso incrocio di testo e immagine, adattando la narrazione verbale e quella figurativa in maniera sempre coerente e perfino dinamica. Il suo tratto, così legato al fumetto “popolare” italiano e allo stesso tempo dotato di un afflato autoriale internazionale, è perfetto per la rielaborazione delle atmosfere di Scerbanenco. La storia si dipana in una Milano criminale, avvolta nella nebbia, popolata da personaggi ambigui e situazioni dal tono cupo, rivelando pagina dopo pagina i collegamenti fra i vari elementi. A cristallizzarsi nella mente del lettore restano i dialoghi serrati fra Lamberti e i comprimari, in primis la lunga confessione intima di una femme fatale in déshabillé. Ma sono anche le scene più dirette e cruente a marchiare il tono nero del libro, come nel caso dei violenti omicidi o dell’interrogatorio oltre le regole che il medico-investigatore conduce su un testimone reticente.  L'articolo Paolo Bacilieri / Milano calibro Scerbanenco proviene da Pulp Magazine.
Masaoki Shindo / Uno Shonen diverso per una ragazza-drago come tante
L’improvvisa vista allo specchio di un paio di corna da drago mentre si lava i denti cambia completamente la vita della quindicenne Ruri Aoki. Così si apre Ruridragon, manga di Masaoki Shindo arrivato da poco in Italia tramite le edizioni Star Comics. La nostra protagonista da un giorno all’altro scopre di avere una diversità che la rende unica rispetto a tutti gli altri compagni di scuola, e la storia ci accompagna nell’attraversamento da parte dell’adolescente protagonista di tutto ciò che questo comporta. Di Ruridragon colpisce subito la scrittura dei personaggi: lontana dai soliti cliché cui siamo abituati con questo tipo di produzioni, sa giocare bene con i tropi delle narrazioni fumettistiche del genere. Per cominciare, la madre di Ruri – tipico “genitore amico” che ricorda la madre di Yusuke Urameshi di Yu Yu Hakusho – appare ben conscia della situazione della figlia che ha concepito insieme a un drago delle montagne, e la affronta con una qual certa mondanità, per quanto evidentemente preoccupata e attenta al  benessere psicofisico della giovane. In generale, non vengono fatte pressioni alla giovane Ruri per la sua diversità, ne viene anzi incoraggiata l’esplorazione e la condivisione con gli altri. In questo caso, “gli altri” sono i compagni di classe della ragazza, su cui si focalizza il cast dei personaggi. Non sono inorriditi, bensì incuriositi dalla nuova condizione di Ruri e si interessano a lei e al suo benessere, trattandola non da “freak” come magari ci si potrebbe aspettare, ma da adolescente con una diversità che li porta a interagire maggiormente con lei. Ruri, normalmente di carattere timido, pigro e scostante, si vede quindi  a propria volta portata a rapportarsi con loro, vincendo a poco a poco le proprie paure mentre scopre che l’essere mezza-drago non significa avere solo un paio di corna, ma anche dei poteri difficili da gestire nella vita di tutti i giorni. Ruridragon è un manga dalla storia editoriale particolare, che ha conquistato immediatamente il pubblico d’oltreoceano al momento della sua apparizione, a fine 2020,  come “capitolo di prova” per i tipi di Shueisha, il grande editore giapponese proprietario del marchio delle riviste di manga oggi più famose e lette in Giappone e nel mondo intero. Tra queste Jump, sulle cui pagine hanno trovato spazio Dragon Ball, Le Bizzarre Avventure di Jojo o Ken il guerriero, o colossi contemporanei come One Piece, Jujutsu Kaisen e Demon Slayer.  Anche Ruridragon è  infatti uno Shonen, pensato con un target di ragazzi adolescenti, e proprio questo contribuisce a renderlo un caso molto particolare nel panorama fumettistico nipponico attuale.  I fumetti Shonen nei fatti tendono infatti ad avere un protagonista maschile e un plot caratterizzato da scontri fisici o mentali (per esempio nel famoso Death Note) per raggiungere un obiettivo, apprendere lezioni o superare difficoltà. Anche un manga Shonen come l’ottimo Akane Banashi, pubblicato al momento su Weekly Shonen Jump, incentrato sul Rakugo (una forma specifica del teatro giapponese), vede sì una protagonista femminile, ma impegnata  comunque a lottare contro altri contendenti e quindi a scoprire nuove “tecniche” per migliorare le proprie abilità di performer. In Ruridragon questo genere di battaglie sono completamente assenti, gli scontri principali semmai sembrano essere quelli che la protagonista ha con sé stessa.  È chiara la metafora che Shindo vuole presentare ai lettori mascherandola con una condizione di matrice  fantastica e folkloristica. Ruri infatti ci viene mostrata, in alcune scene, attraverso dettagli sullo sfondo, come una ragazza quasi Hikikomori, isolata e impaurita dal mondo intorno a lei. Dipendesse da lei, non andrebbe nemmeno a scuola se non fosse per gli sforzi della sua amica d’infanzia, Yuka, che la incita a uscire dal proprio guscio. La sensazione di inadeguatezza e di diversità di Ruri trova una forma di “sfogo” fisico con l’apparizione  delle corna da drago, che la porteranno ad affrontare il mondo con rinnovata fiducia,  scoprendo che le persone attorno a lei non sono cattive come pensava.  Manga dai bellissimi e morbidi disegni, teneri ma mai smielati, Ruridragon è arrivato in Italia solo a fine 2025 in seguito a un grave problema di salute dell’autore, che ha dovuto interrompere  d’improvviso la pubblicazione nel 2022. Rientrato  a fine 2024, la pubblicazione del manga è ripresa spedita, grazie anche al vasto pubblico  che non ha mai perso l’interesse per questa serie insolita e promettente. Diverso dai canoni Shonen cui siamo abitati, Ruridragon è ci guida attraverso l’arco e la crescita di una giovane ragazza-drago “come tante altre”.   L'articolo Masaoki Shindo / Uno Shonen diverso per una ragazza-drago come tante proviene da Pulp Magazine.
Nicole Claveloux & Édith Zha / Il femminismo che ridisegnò Métal Hurlant
Ci sono almeno due motivi per essere grati alla casa editrice Eris che pubblica La mano verde e altri racconti di Nicole Claveloux e Édith Zha. Il primo è l’aver riportato all’attenzione un’autrice che in Italia era pressoché sconosciuta: la maggior parte dei lettori – se la ricordava – la associava soltanto ai libri illustrati per bambini usciti ormai quasi 50 anni fa. Il secondo motivo riguarda la riproduzione straordinaria delle sue tavole, un lavoro non facile perché Claveloux disegnava direttamente sul ridotto della rivista Métal Hurlant, applicando colore e aerografo sulla pagina finale. Riprodurre fedelmente quei passaggi cromatici, quei segni fittissimi, quelle velature acide e irreali è un lavoro che richiede una cura rara, e qui pienamente riconoscibile. Il volume raduna materiali pubblicati tra il 1976 e il 1978 su Métal Hurlant e Ah! Nana, il suo effimero supplemento femminista. Métal Hurlant non era certo la prima rivista di fumetti francese – esistevano già Pilote, L’Écho des Savanes, Pif Gadget e molte altre – ma fu la prima a incarnare un progetto estetico radicale: un fumetto adulto, visionario, apertamente sperimentale, dove la fantascienza diventava laboratorio formale e la linea di Moebius (uno dei fondatori della rivista) dettava una nuova grammatica del possibile. Dentro questo contesto così marcato, Ah! Nana rappresentò un gesto ulteriore, femminista e libertario, subito osteggiato e rapidamente censurato. È un femminismo tipico degli anni Settanta, lontano dalla codificazione identitaria odierna: satirico, antagonista, in conflitto con ruoli sociali rigidi. Lo mostrano bene le storie di “Panka Neve”, corrosiva parodia di Biancaneve, o il racconto della donna cresciuta e morta nel mito del principe azzurro. Il bersaglio, naturalmente, non è la donna, ma il dispositivo narrativo che la imprigiona; e lo smontaggio passa attraverso grottesco, ironia, deviazione. Il centro del libro è La mano verde, unico racconto a colori. La storia uscì su più numeri di Métal Hurlant, ognuno intitolato secondo una tonalità dominante: La mano verde, L’erba nera, La notte bianca, La paura blu, Le baracche viola. Il colore struttura gli episodi come una sequenza di stati sensoriali. Claveloux costruisce la pagina attraverso contrasti violenti: gialli acidi che si impongono sui blu, arancioni velenosi contro azzurri innaturali, porpora che assorbono il verde. La luce si comporta come una forza che devia, altera, spinge le figure ai margini della loro forma. La casa percorsa da gialli inquieti, da domestica diventa un luogo instabile; il giardino si trasforma in un campo di tensioni; la sala da pranzo vibra di rosa e verdi tossici; la foresta rossa esplode come un delirio cromatico; il finale, immerso in un blu assoluto, chiude tutto in una sospensione emotiva. In La mano verde il colore non solo accompagna ma produce la scena e la storia.  È interessante a proposito del titolo della storia leggere la nota sulle difficoltà incontrate dalla traduttrice per rendere in italiano il senso e le intenzioni ‘coloristiche’ dell’autrice. Un’altra parte essenziale di questa costruzione visiva nasce dall’incontro con Édith Zha. La sua scrittura introduce un ritmo che l’illustrazione pura non prevede: una successione di passaggi, uno scarto temporale, una metamorfosi. La fantasia di Claveloux trova così una direzione senza perdere libertà. Il rapporto tra le due autrici dà forma a una narrazione che si estende, si contrae, si trasforma, seguendo un principio più atmosferico che lineare. Accanto al racconto a colori, il volume presenta un nucleo di storie in bianco e nero che rivelano un registro diverso, fondato sull’incisione del segno. Qui la trasformazione passa attraverso il tratteggio, le ombre fitte, le prospettive che scivolano. Le architetture sembrano respirare, i volti si deformano, nel numero speciale dedicato dalla rivista a H.P. Lovecraft i gatti riempiono la scena come presenze enigmatiche. L’immaginazione non si espande come nel colore: si addensa. Le superfici inchiostrate pulsano di dettagli barocchi e suggeriscono mondi interi attraverso minime variazioni. In filigrana affiora una genealogia surrealista. Le forme che si sciolgono e ricompongono altrove richiamano Jean Arp; le texture ambigue, le stratificazioni e gli scarti di superficie rimandano a Max Ernst; l’ironia feroce e la deformazione morbida dialogano con Roland Topor allora figura imprescindibile in Francia. Non si tratta di citazioni, ma di un clima: una postura visiva che tratta la pagina come luogo di instabilità. Lo spazio di Métal Hurlant, dominato dalla star e matita di punta Moebius – autore che per molti versi prosegue, in chiave contemporanea, la tradizione delle forme biomorfiche e dell’automatismo surrealista – era un ambiente visivo fortissimo, ma anche un contesto in cui la voce di Claveloux riuscì a mantenere una piena autonomia poetica. Come osserva Paolo Interdonato nella  postfazione del libro, Nicole Claveloux percorre traiettorie laterali del fumetto: non cerca uno stile uniforme e non si appoggia a generi riconoscibili. Questa libertà oggi risulta particolarmente evidente. Il successo della graphic novel ha introdotto nel fumetto un modello narrativo più vicino alla forma-romanzo, con un forte investimento psicologico e una linearità spesso rassicurante. Il lettore contemporaneo tende dunque a cercare riconoscibilità, coerenza, continuità. Di fronte a Claveloux questo automatismo si interrompe: la pagina chiede di essere guardata, non seguita; i passaggi non si dispongono in ordine, ma aprono spazi inattesi. I racconti raccolti nel volume ricordano che il fumetto può anche essere un territorio aperto, capace di interrogare e di spostare il lettore. Claveloux :invita a lasciarsi attraversare da colori che non appartengono alla natura, da forme che mutano sotto gli occhi, da ambienti che sfuggono alla logica. In un momento in cui il fumetto rischia di essere percepito soprattutto come romanzo illustrato, La mano verde restituisce una possibilità più antica e più viva: fare della pagina un campo di libertà, un luogo dove forma e senso si generano a vicenda senza gerarchie.   L'articolo Nicole Claveloux & Édith Zha / Il femminismo che ridisegnò Métal Hurlant proviene da Pulp Magazine.
David B. / Il grande male di vivere
P arliamo nuovamente di David B, ma questa volta provando a entrare nel mondo del fumettista francese attraverso l’adito del suo capolavoro più famoso.  Se ci sono infatti libri che con la loro apparizione segnano un prima e un dopo, non c’è dubbio che il nostro modo di intendere le graphic novel è cambiato per sempre dopo “Il grande male”, di cui Coconino propone ora una ristampa in edizione economica. La sua pubblicazione in Francia, in sei volumi a partire dal lontano 1999,  ci consegna infatti per la prima volta un autore di fumetti che prova, riuscendoci,  a mettersi completamente a nudo nell’autonarrazione della propria problematica adolescenza e della crescita come giovane adulto. Certo, il punto di vista autobiografico non è mai stato completamente estraneo al fumetto, e già artisti del calibro di Art Spiegelman e Robert Crunch, per fare due esempi illustri presi a caso,  non si erano tirati indietro quando si è trattato di “metterci la faccia”, comparendo all’interno di una propria opera.  Il caso di David B. è però sostanzialmente diverso, confrontabile, almeno in Europa, forse soltanto con Persepolis, l’autobiografia disegnata di Marjane Satrapi che vedrà la luce di lì a pochissimo. Se la durata è già di per sé un sintomo eloquente del processo creativo, va sottolineato che L’Ascension du Haut Mal è stato scritto nell’ arco di 20 anni, come una forma di interminabile autoterapia che vede Pierre-François crescere in conflitto con la grave malattia del fratello Jean-Christophe, un evento destinato a  sconvolgere  i Beauchard e a mutare radicalmente le loro vite. Si tratta di una strategia terapeutica che, ironicamente,  fa da contrappunto proprio alle varie terapie “alternative” e ai rispettivi guru, di volta in volta entusiasticamente appoggiati dalla madre, nell’incedere di una storia crudamente grottesca nei suoi risvolti umani. Siamo del resto nei primi anni ‘70 e la scia della cultura hippy, ormai riciclata come folklore mainstream, approda ora per disperazione anche nella borghese e acculturata famiglia Beauchard. La malattia,  il “grande male” del titolo, è infatti l’epilessia, un “male oscuro” che in forma grave è a fatica riconoscibile e, al tempo, incurabile per la medicina ufficiale. Anche il fumetto, tuttavia,  si rivela ben difficilmente prescrivibile come terapia di gruppo, e nessuno dei familiari di Pierre-François infatti si riconoscerà nella versione offerta dal libro (tanto meno la sorella, praticamente espunta dalla ricostruzione).  Qui David è un bambino combattivo e violento, che impara a crescere con i suoi mostri e a tradurre il suo furore nell’impeto della creatività. Perché Il grande male è,  soprattutto, questo:  l’evoluzione del suo sguardo sulla malattia del fratello.  E il conflitto tra i due esplode filtrato anche attraverso il grandangolo delle rispettive aspirazioni adolescenziali: quelle di  Pierre-François che alla fine assume il nom del plume di David B. per simpatia  con le vittime della Shoah, e quelle di un risentito Jean-Christophe che, privato di un infanzia,  si identifica con i peggiori autocrati del secolo scorso come Hitler e Stalin. Se si trattasse solo di questo,  faremmo però fatica a intendere la grandezza e l’originalità di quest’opera, oggi che quasi ogni graphic novel alza in pratica il sipario sui traumi giovanili del suo autore o della sua autrice,  riaffermando la regola fumettistica della autofiction.  La sua unicità consiste invece nel documentare, in parallelo al subbuglio esistenziale di  Pierre-François, l’avanzamento del mondo visionario di David B. Mentre assistiamo alla maturazione della sua vicenda umana, non possiamo infatti fare a meno di osservare come spettatori incantati un universo grafico in gestazione che sembra germinare direttamente dal quel composto di inquietudini e di esplorazioni giovanili che rendono Il grande male un grande romanzo di formazione. Un orizzonte artistico che,  tra demoni e fantasmi più o meno amichevoli, fonda la propria cosmologia attingendo da un crogiolo pressoché inestinguibile di stili, di culture e di epoche. Un mondo perturbante e notturno, ma non per questo meno familiare, impastato della stessa sostanza dei sogni o degli incubi,  dove le ombre delle figure che si allungano verso Pierre-François non rispettano  le leggi della prospettiva ma solo le proporzioni del suo inconscio.  Un mondo in bianco e nero che ad ogni tavola paga fino in fondo il  suo debito –  largamente riconosciuto dall’autore – con Hugo Pratt, Will Eisner, José Muñoz.     L'articolo David B. / Il grande male di vivere proviene da Pulp Magazine.
Frank Miller / Il maestro è stanco
Dario il re di Persia appartiene a una casata destinata alla grandezza, alla testa di una grande nazione guerriera che si estende a perdita d’occhio. C’è tuttavia un osso troppo duro anche per lui, un popolo fiero e orgoglioso che dà del filo da torcere a tutta la sua casata, dal figlio Serse al discendente suo omonimo: i greci. I cittadini delle poleis, capitanati da generali del calibro di Temistocle, Milziade e Leonida, si oppongono ai persiani ingaggiandoli in una lotta che negli anni innaffia l’albero della gloria con fiumi di sangue. Ed è proprio dalla Grecia, per la precisione dalla Macedonia, che giunge il sovrano destinato a mettere tutti gli altri in ombra: Alessandro il Grande, le cui gesta echeggiano nei secoli nonostante la sua vita sia terminata anzitempo in giovane età.  Frank Miller è uno di quegli autori che, nella Storia del fumetto, segna un prima e un dopo la sua venuta. La sua opera è letteralmente imprescindibile e, soprattutto per quanto riguarda i comics, ha cambiato la poetica con una profondità che non è possibile ignorare. Già la sua prima run su Daredevil, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e la prima metà degli anni ’80, ha avvicinato il linguaggio dei fumetti a quello del cinema con un ciclo noir metropolitano di un’intensità e di una classe che in pochi altri casi si erano viste e che hanno cambiato la percezione di un personaggio, Daredevil, fino a quel momento un po’ in cerca di un’identità sua in grado di lasciare un segno, quell’identità che sarebbe esplosa con il ciclo Born Again, un racconto titanico, febbrile e doloroso da cui non è possibile prescindere per chi si approccia oggi alla scrittura delle storie del diavolo rosso. Ma è con Batman: Il ritorno del cavaliere oscuro che il lavoro di Miller raggiunge la sua espressione più alta. La storia di questo Bruce Wayne futuribile, anziano e ferito, che ritorna in sella in una Gotham che il caos e la ferocia non hanno mai abbandonato, è la sintesi della visione milleriana del fumetto e della vita, un western di frontiera dal taglio anarchico di destra, in cui un eroe solitario cala sui banditi che spadroneggiano su un villaggio portando loro una giustizia feroce e primitiva in difesa di un ordine naturale che precede la legge e le istituzioni, rappresentate da un Superman tenuto al guinzaglio dal governo americano, contro cui Batman non esita a scontrarsi.  Se l’uomo pipistrello e il diavolo rosso sono stati personaggi con cui Miller si è ripetutamente misurato dando vita a opere di qualità stellare – incredibili Batman Anno Uno ed Elektra vive ancora – le sue opere creator owned hanno prodotto classici altrettanto importanti: da Sin City, l’universo narrativo noir nichilista il cui adattamento cinematografico lo ha visto debuttare alla regia, a 300 il successo planetario in cui Frank racconta la sua versione della battaglia delle Termopili, un’opera che reinterpreta liberamente la storia per creare un manifesto artistico e politico che racconta la maturazione piena di un artista e la sua presa di posizione in un mondo che di lì a poco sarebbe stato segnato dal concetto di scontro di civiltà. Successivamente è arrivato il declino: se All Star Batman and Robin, the boy wonder non funzionava e DK2, seguito di Il ritorno del cavaliere oscuro, funzionava ancora meno, Holy Terror è uno scivolone tremendo, di qualità altalenante dal punto di vista visivo, tirato via nella scrittura a voler essere generosi e becero nelle prese di posizione politiche, letteralmente una reazione scomposta agli attentati dell’11 settembre 2001. Successivamente Miller ha mitigato i toni delle proprie dichiarazioni, esagerati anche per via di una situazione personale non sempre semplice e di una risposta dura dei fan a una fase creativa non certo felice, ma dal declino non si è mai ripreso. Ed è qui che Xerxes – la caduta della casa di Dario e l’ascesa di Alessandro si colloca nel percorso milleriano: un tentativo di exploitation del successo di 300 poco riuscito come tutte le sue ultime opere. Azzeccato nella logica – una forma di esplorazione metafisica di un’idea molto personale dell’antica Grecia – si percepisce in ogni pagina la stanchezza di un maestro un tempo grande. Miller vorrebbe portare avanti l’evoluzione dell’estetica della sua epopea spartana ma finisce per fare l’imitazione di sé stesso. Il suo tratto è l’ombra di quel che era, ha perso il dettaglio e la plasticità delle figure, nelle scene di lotta manca il dinamismo di un tempo e il maestoso groviglio di gioielli che fu il Serse di 300 qui diventa una figura piatta, una macchia nera su cui si affastellano pezzi d’oro senza un progetto estetico solido alla base. L’essenzialità maestosa degli sfondi rocciosi ha lasciato il posto a una messa in scena scarna e vuota. La volontà sarebbe quella di inserire una dimensione mistica e psichedelica al racconto, ma il risultato è povero. La scrittura, vorrebbe sfruttare le possibilità di una narrazione sincopata, non del tutto lineare, che salta nel tempo, ma la lettura risulta sconnessa, i vari momenti stanno poco insieme e gli stacchi di continuità sono più fastidiosi che altro. Una logica dietro a certe scelte c’è, ed è pure ambiziosa, ma l’esecuzione non è all’altezza. Frank Miller ha ancora la mente di un maestro ma ha perso la mano, ha in testa una storia grande ma non ha più i mezzi per raccontarla e questo fa male. Umanamente  si perdona lo scivolone a uno che ha formato lo sguardo di milioni di lettori di fumetti, che ha elevato il medium intero, trasformandolo in una forma di narrazione a tratti più vitale delle sorelle più blasonate, ma le opere, perché lo stato di un artista si valuta anzitutto da quelle, gridano la sua stanchezza. E questo è inequivocabile: Xerxes – la caduta della casa di Dario e l’ascesa di Alessandro è il segmento di una striscia negativa che si spera finisca presto ma che presa da sola non riesce a non apparire per quello che è: un tentativo di correre nella scia di un capolavoro passato con il fiato drammaticamente corto. L'articolo Frank Miller / Il maestro è stanco proviene da Pulp Magazine.
Štěpánka Jislová / L’amore è facile ?
Scordatevi la classica graphic novel sull’amore, che se fosse un romanzo verrebbe subito categorizzata nei romance, tanto di moda oggi. Questo per il lettore è invece un viaggio introspettivo che scava nel profondo di ognuno partendo dall’esperienza personale dell’autrice, la ceca Štěpánka Jislová, considerata una delle voci più interessanti della nuova scena fumettistica internazionale. “Stretta al cuore” è infatti un’opera già tradotta in oltre dieci Paesi tra cui Francia, Germania, Stati Uniti e Brasile e arriva in Italia grazie alla lungimirante casa editrice Eris che ha fatto un ottimo lavoro di scouting.  Il contenuto è pesante, per nulla superficiale.  Inevitabilmente tocca  corde sensibili perché, diciamocelo, parlare d’amore non è mai facile, soprattutto se, come in questo caso, la protagonista confessa un abuso subito in età adolescenziale. Il trauma si ripercuoterà con un effetto a catena sulle sue relazioni, sessuali e affettive. Il percorso a ritroso nei ricordi che compiamo attraverso di lei fa nascere riflessioni anche dentro di noi, obbligandoci a soffermarci, a nostra volta, sul nostro vissuto. Al mancato supporto psicologico dopo l’abuso corrisponde l’autoanalisi che la ragazza si costringe a compiere su se stessa, per trovare  risposte alle domande che l’hanno finora allontanata dagli altri. Fondamentalmente le stesse sollevate con perplessità dai suoi coetanei. La generazione di riferimento è infatti una e ben precisa: quella dei ragazzi degli anni ’00, definiti millennial, con pochi strumenti a disposizione e uno spirito di ribellione forte almeno quanto la spinta a omologarsi agli altri. Una generazione che voleva essere vista e ascoltata ma che non sapeva nulla di grooming o gaslighting pur vivendoli sulla propria pelle.  Ora, la narrazione ci accoglie nel mondo di Štěpánka un passo alla volta, ce ne descrive l’ infanzia in cui cercava in tutti i modi di attirare l’attenzione dei genitori senza riuscirci,  circostanza con cui prova a spiegarsi in seguito perché non sia stata in grado di costruire una relazione sana e duratura, non sia dotata di un’autostima particolarmente vibrante o perché non abbia molti amici. A questo si aggiungono il disagio di parlare dell’abuso subito e ad alta voce a qualcuno. E l’istinto che la porterebbe a giustificare il suo carnefice. Durante questo viaggio incontreremo anche Michalhe che con lei inizierà una frequentazione di natura in apparenza solo sessuale. Come Štěpánka ha un passato difficile alle spalle perché le parole dette dai padri sono dure da digerire e creano crepe già in giovane età. I cliché sono i soliti: un uomo non deve piangere, un maschio deve essere virile e forte, non può avere i capelli lunghi e deve andare a letto con molte ragazze. Forse è per questo che a modo loro i due giovani si riconoscono nelle rispettive fragilità anche se ammetterlo vorrebbe dire abbattere i muri che li hanno protetti fin qui. Attraverso i loro diari e le loro parole scopriremo quanto i due hanno in comune,  si completano con i loro punti deboli e si intersecano come i pezzi di un puzzle chiamato amore. La verità è che le risposte non stanno in nessun libro, che la vita non si studia ma si vive, appunto, caduta dopo caduta. Un passaggio importante della graphic è però quella dedicata ad un interessantissimo approfondimento della teoria dell’attaccamento, basata sugli studi di John Bowlby e Mary Ainsworth e su esperimenti condotti negli anni ’60 e ’70 che hanno analizzato e classificato i diversi tipi di interazione tra il bambino e il caregiver. In sostanza, osservando il comportamento del bambino in presenza di un genitore e come esplora il suo ambiente, si può già intuire che tipo di impronta l’adulto stia trasmettendo al figlio. Questa interazione avrà provatamene anche un impatto sulle sue relazioni in età adulta. L’epilogo commovente conclude non una storia “d’amore” ma semmai una storia che tratta di amore, con un linguaggio semplice che parla a tutti a cuore aperto, rivoltando questo sentimento vitale in ogni aspetto. L'articolo Štěpánka Jislová / L’amore è facile ? proviene da Pulp Magazine.
G.Monde, M. Burniat / Una nera favola arturiana
Un portale si apre nei cieli del regno di Pendragon, e da esso sgorgano demoni infernali, intenzionati a portare morte e distruzione sull’umanità. Re Artù, sempre valoroso, si fa forgiare una spada magica dal Mago Merlino per distruggere questi demoni e rispedirli da dove sono venuti,  dopo una lunga battaglia. Il regno è salvo, Artù lodato e venerato come il grande eroe che è. È con queste immagini intrise d’epica, tipica del Ciclo Arturiano, che si apre uno dei nuovi fumetti portati in Italia da Tunué: Furiosa, fumetto di due autori, francese il primo, Geoffroy Monde, pittore e artista visivo, qui ai testi, e belga il secondo, Mathieu Burnat, alle matite e ai colori. Ma basta girare una pagina per entrare presto in un mondo che è tutt’altro che mitico: anni dopo Re Artù è diventato vecchio, grasso e perennemente ubriaco, addirittura ha i pantaloni costantemente sporchi di urina, parla sbavando e non riesce più a comunicare civilmente con le persone intorno a lui, in preda a quella che sembra una forma di demenza che non lo fa comunque schiodare dal trono; sua moglie Ginevra è morta anni addietro, e la sua figlia maggiore Maxine è fuggita dal regno per non finire in sposa al contemporaneamente ridicolo e crudele barone di Cumbria. Ora è la seconda figlia di Artù, l’ancor più piccola Ysabella, a dover occupare il posto inteso per la sorella maggiore e sposare il barone. Ma Ysabella non vuole sottostare a questo fato crudele e impostole contro la propria volontà, alla ricerca di Maxine e di una via di fuga da questa situazione. È questa la vera premessa del fumetto di Monde e Mathieu, autori di grandi esperienza nel mondo delle arti visive e fumettistiche, attraverso la quale il lettore viene accompagnato in una vera e propria “favola nera” che dietro dei bellissimi disegni stilizzati e che ricordano molto fumetti per bambini nasconde un regno di Pendragon oramai rovinato dalla demenza del Re, un regno povero e degradato dove Ysabella incontri personaggi sempre più strani eppure mai amici, ostili se non addirittura intenzionati a farle violenze tremende. Eppure, in questo scenario di miseria e crudeltà sembra esserci un alleato: la Spada magica di Re Artù. Stanca di essere manovrata dal senile re per compiti ridicoli, essa si accompagnerà alla ragazza per aiutarla nella sua missione – anche se, in questo mondo, niente è come sembra.  Questo fumetto portato in Italia da Tunuè ci regala una storia intrisa di cinismo e drammaticità, ma mai crudele o pesante per chi legge; grazie a un grande dinamismo, misto a una grande avventura e un po’ di sano humour nero che solo degli autori provenienti dai Paesi principi del fumetto d’autore mondiale possono darci, la storia scorre velocemente, appassionando il lettore con i suoi colpi di scena, alcuni forse prevedibili, altri decisamente no. I disegni di Burniat sono ricchi di personalità e riescono a dare grande vita a un mondo miserabile in cui vivono personaggi che sono alla costante ricerca di una speranza che sembra irraggiungibile.  Qualcuno potrebbe comprare questo fumetto pensando sia un qualcosa per bambini a giudicare dallo stile grafico, e potrebbe addirittura indignarsi ai contenuti al suo interno, ma non deve avere di che stupirsi. Anzi, nelle favole è sempre importante vi sia un orco per insegnare ai bambini che cosa è il male e come si può combatterlo e sconfiggerlo, anche quando esso appare insormontabile o asfissiante. Ysabella, in compagnia di una Spada e della propria testardaggine, dovrà fare fronte a minacce sempre maggiori e via via più grandi, ma affrontate con un solo scopo in mente: vivere una vita libera e felice, senza dover essere prigioniera dei capricci altrui. In tutto ciò la secondogenita di Re Artù questo dovrà guardarsi dal perfido Barone di Cumbria e dal di lui servo Claude, il quale appare più vicino a un homunculus che un essere umano, sulle sue tracce per motivi che la giovane non può nemmeno immaginare; dovrà guardarsi da un regno misero che lei non conosce e che non conosce lei, pronta a trattarla nei modi peggiori in quanto giovane ragazza; dovrà capire se fidarsi o meno di questa Spada che sembra tanto amichevole; e dovrà ritrovare la sorella maggiore Maxine, la quale potrebbe anch’ella non rivelarsi come Ysabella se l’era immaginata. E infine compiere una scelta drastica e radicale, che altererà non solo il proprio destino, ma quello del regno stesso e di tutti i suoi abitanti. Monde e Burniat, forse con lo stesso spirito con il quale Chrétien de Troyes creò il mito di Lancillotto amante di Ginevra, prima vera grande “macchia” francese all’interno del britannico Ciclo Arturiano, mettono su carta una rilettura del più famoso dei mondi cavallereschi dissacrante e spinta, che sorprende, inorridisce e appassionata sempre più con ogni pagina girata. Un mondo dove forse nessuno dei personaggi che seguiremo ha dei classici ideali eroici, ma ha comunque speranze che non lascerà schiacciare, a qualunque costo, dalla immonda crudeltà di chi vuole privarglieli con la violenza, impedendogli di vivere la vita che desiderano veramente.   L'articolo G.Monde, M. Burniat / Una nera favola arturiana proviene da Pulp Magazine.
David B. – Éric Lambé / Agli Antipodi
il colonialismo come evidenza del paradosso umano, dell’incomunicabilità sostanziale fra culture e individui, delle false certezze – concrete e mistiche – basate sul fraintendimento e sul preconcetto. Antipodi, il romanzo grafico di David B. e Éric Lambé arrivato in Italia per Coconino Press, racconta il perenne conflitto fra familiarità culturale e comprensione del diverso. Lo fa attraverso dialoghi brillanti, disegni dai toni piatti a pastello e una chiara nota di ironia diffusa, che pervade l’intero racconto ambientato nel Brasile del XVI secolo. La storia segue lo scontro-incontro tra i coloni europei e la tribù Tupinamba, in particolare attraverso le avventure di Nicolas, francese cattolico inviato a vivere tra gli “indigeni” per impararne la lingua. Salvato da una morte per cannibalismo grazie alle sue capacità canore, il giovane si integra fra i nativi e impara a connettersi con quel mondo di usanze e credenze così distanti, soprattutto per un europeo di fede cattolica. Il ritmo è vivace e si segmenta fra discussioni concitate e momenti di riflessione, lotte all’arma bianca e rituali di danza, fughe in barca al chiaro di luna e quotidianità del villaggio. Antipodi è un libro abbastanza bizzarro e fuori dall’ordinario, non solo per la tematica al centro della narrazione – il colonialismo nel Sud America di cinque secoli fa – ma anche per la reinvenzione del segno grafico, che attinge al contemporaneo come alle incisioni del Cinquecento, alla xilografia come all’estetica delle miniature medievali. Le linee sono nette, le campiture sono piatte, creando spesso degli splendidi contrasti fra eleganza formale e aspetto naïf. La satira e il tono ai limiti del grottesco caratterizzano l’impostazione generale del volume, ma a colpire sono proprio i volti caricaturali dei personaggi, quasi maschere teatrali, che si stagliano in primo piano su tinte terrose e verdi smaglianti. Le tavole più belle restano però quelle di ambientazione notturna, dove la profonda intensità dei blu incornicia sia i momenti più romantici sia quelli più spirituali. Le violenze, sebbene presenti e addirittura ricorrenti, sono edulcorate dall’uso dei retini e delle texture, che vanno a sovrapporsi alle campiture e in qualche modo avvicinano il lettore alla comprensione del concetto di vita e di lotta per gli indigeni Una favola amara, dunque, ma soprattutto straniante, che segue le tendenze più interessanti del fumetto francofono contemporaneo per creare racconti a cavallo fra presente e passato. Un’opera ibrida che narra eventi realmente accaduti (la spedizione di Villegagnon in Brasile del 1555, documentata dai resoconti di Jean de Léry) ma li filtra attraverso il proprio interesse per il fantastico e il surreale. Per David B. e Éric Lambé si tratta soprattutto di una prova d’antitesi rispetto al loro passato autoriale, un’unione che dimostra la versatilità espressiva dell’illustratore belga e le capacità di esploratore storico del fumettista francese. Sfuggendo agli schemi commerciali – dato che Antipodi non può certo dirsi un fumetto dal potenziale pop – questa storia si apre tanto ai toni leggeri che alle questioni di drammatica importanza, creando un prodotto editoriale originale ma anche radicato nella tradizione della bande dessinée d’autore. L'articolo David B. – Éric Lambé / Agli Antipodi proviene da Pulp Magazine.