Seconda guerra mondiale in Germania: essere “nati tardi” è una benedizione o maledizione?
> In Germania una delle affermazioni più stupide del dopoguerra è quella della
> “grazia della nascita tardiva”, coniata dall’ex cancelliere federale Helmut
> Kohl. Essa suggerisce che, essendo nati tardi, non ci si possa assumere alcuna
> colpa per il periodo nazista.
Kohl era nato nel 1930 e solo per fortuna era sfuggito al reclutamento nel
“Volkssturm”, nel quale nel 1945 furono arruolati tutti i ragazzi dai 15 anni in
su. La maggior parte dei ragazzi della sua età non ebbe questa fortuna. Chi ha
visto il film “Il ponte” (Die Brücke) può farsi un’idea di cosa significasse
all’epoca (il film è ancora disponibile in tedesco su YouTube). Ci sono storie
terribili di fanatici membri della Gioventù Hitleriana che, come membri del
Volkssturm e armati di fucili, hanno sparato senza pietà ai pochi fuggitivi che
erano riusciti a scappare dai campi di concentramento o dalle marce della morte.
Non si può biasimarli, perché anche io, quattro anni più giovane di Kohl, già
nel 1944, all’età di dieci anni, avevo la dubbia possibilità di diventare
colpevole, e fu più fortuna che intelligenza a impedirlo. Per poterlo
raccontare, devo fare un passo indietro e descrivere l’indottrinamento a cui
sono stata sottoposta da bambina già alle elementari e che mi ha portato a non
usare quasi per nulla il mio intelletto.
CONTESTO
Devo anzitutto spiegare dove vivevamo e perché. Mio padre era medico e dal 1935
lavorava come primario e libero docente presso la clinica universitaria di
Danzica. Quando nel 1939 i nazisti occuparono la Polonia e conquistarono anche
Danzica, egli fece un commento positivo sugli ebrei in compagnia di alcuni
amici. Immediatamente uno dei suoi “amici” lo denunciò alla Gestapo. La
conseguenza era che gli fu revocata l’abilitazione all’insegnamento
all’università e fu trasferito per punizione all’ospedale municipale di Bromberg
(oggi Bydgoszcz), dove veniva ripetutamente convocato dal comando per essere
rimproverato di non comportarsi come un “vero tedesco”. Ad esempio, durante le
visite aveva stretto la mano ai pazienti polacchi esattamente come a quelli
tedeschi: un tedesco perbene non fa una cosa del genere. Ho saputo tutto questo
solo molto tempo dopo, ma spiega perché i miei genitori si guardavano bene dal
contrastare il mio indottrinamento scolastico.
COSA HO IMPARATO A SCUOLA
Così nel 1940 ho iniziato la scuola a Bromberg. In terza e quarta classe avevamo
la signora Pich come insegnante di classe, e ora le cose si facevano serie. Fino
a quel momento era stato papà a spiegarmi il mondo, ora era la signora Pich a
farlo. Non imparavamo solo a leggere, scrivere, fare di conto e storia, ma
soprattutto un’intera gerarchia di razze migliori e peggiori, tedeschi migliori
e meno buoni e nemici migliori e peggiori.
La razza migliore era quella germanica, alla quale appartenevamo anche noi
tedeschi, così come gli inglesi, solo che purtroppo questi ultimi erano nostri
nemici, ma comunque, in quanto germanici, nemici migliori. Una razza peggiore
era quella romana, alla quale appartenevano i francesi, che erano “naturalmente”
nostri nemici. Solo che anche gli italiani erano romani, ma erano nostri alleati
e quindi in qualche modo migliori. Era confuso, ma ogni regola ha la sua
eccezione, e questa era probabilmente una di quelle.
La razza peggiore era quella degli slavi, di cui facevano parte i russi e i
polacchi. Erano subumani. Ma anche in questo caso c’era un’eccezione: interi
reggimenti di ucraini erano passati dalla nostra parte e combattevano con noi
contro i russi, quindi erano in qualche modo migliori. E Klara, Adalbert e la
signora Poszlednik, che vivevano nella nostra casa, erano polacche, ma sapevo
per certo che non erano subumane, quindi dovevano essere considerate
un’eccezione.
UMANI O ANIMALI?
Poi c’erano esseri che erano molto al di sotto dei subumani, ovvero gli ebrei.
La signora Pich parlava di loro solo come bestie, parassiti che volevano la
rovina della Germania. Me li immaginavo come un incrocio tra esseri umani e
animali. Nel libro di testo c’era una caricatura spaventosa di questi esseri e
noi avevamo paura di loro. Ma la signora Pich ci tranquillizzava: non dovevamo
aver paura di loro, perché il Führer li aveva già sterminati tutti. Diceva
proprio “sterminati” e questo mi tranquillizzava davvero. Perché i parassiti
dovevano essere sterminati, no?
IL FÜHRER COME IDOLO POP
E poi: il Führer. Era stato mandato da Dio per salvare la Germania. Lo si capiva
dal fatto che durante la prima guerra mondiale, in cui aveva combattuto
coraggiosamente, era rimasto ferito al punto da diventare cieco. Ma Dio gli
aveva ridato la vista affinché potesse salvare la Germania. La signora Pich ci
descriveva il Führer come una figura così meravigliosa ed eroica che io – e
immagino anche i miei compagni di classe – lo adoravo come oggi molti bambini o
adolescenti adorano un idolo musicale. Naturalmente avevo giurato fedeltà al
“Führer, al popolo e alla patria” e se mi avessero chiesto di morire per questo
Führer e questa patria, l’avrei fatto volentieri e con convinzione, proprio come
oggi in alcune culture si spingono i bambini a sacrificarsi per attentati
dinamitardi.
I BAMBINI NON VANNO PRESI SUL SERIO
Ricordo ancora: avevo otto, nove, dieci anni quando ho imparato e creduto a
tutto questo. Immagino che i miei genitori sapessero poco dell’entità di
indottrinamento a cui ero sottoposto. Le nostre conversazioni a tavola vertevano
su altri argomenti. Alla classica domanda dei genitori: “Com’è andata a
scuola?”, probabilmente rispondevo con l’altrettanto classico “Oh, come al
solito” (almeno così ricordo dai tempi successivi).
Quando il 20 luglio 1944 ascoltai alla radio con grande sgomento la notizia
dell’attentato a Hitler, dissi a mia madre qualcosa del tipo: “Non è terribile?”
e ricordo che lei rispose con un molto tiepido “Sì, sì”. Non notai che la sua
reazione fosse così tiepida, perché la attribuii alla mia esperienza di bambino
che non veniva preso sul serio e con cui non si discuteva di queste cose. Quindi
mi sembrava “normale”. Così normale come mi sembrava ciò che la signora Pich ci
chiedeva: “Se i vostri genitori dicono qualcosa contro Hitler, dovete dirmelo,
così potrò parlare con loro!”. Naturalmente l’avrei fatto, perché sapevo che i
miei genitori non mi avrebbero creduto quando dicevo quanto fosse grande Hitler.
No, in quel caso sarebbe stata la signora Pich a dover “parlare con loro”.
Questo per quanto riguarda la “grazia di essere nati tardi”. Già solo per questo
avrei potuto diventare colpevole all’età di otto o nove anni. Forse anche altri
bambini sono diventati “colpevoli” in modo simile? Sono riusciti a convivere con
questo peso?
COMPITI A CASA: LETTURA DEI GIORNALI
Già dalla terza elementare uno dei nostri compiti a casa era la lettura
quotidiana dei giornali, in particolare del bollettino della Wehrmacht. Il
giorno dopo venivamo interrogati e dovevamo essere in grado di indicare
l’andamento del fronte con delle bandierine sulla grande mappa appesa in classe.
Naturalmente, questo ci permetteva di renderci conto che il fronte orientale si
stava avvicinando sempre più a Bromberg. Ma anche in questo caso la signora Pich
ci rassicurava: il Führer stava lavorando a un’arma miracolosa. Era quasi pronta
ed era così potente che avrebbe posto fine alla guerra in un colpo solo. Oggi
conosciamo questa “arma miracolosa” con il nome di bomba atomica.
AVERE ANCORA UN PADRE DIVENTA IMBARAZZANTE
Meno fantastico era il fatto che sempre più bambini della mia classe perdevano i
loro padri che, come si poteva leggere nei necrologi, erano tutti morti da eroi,
naturalmente al servizio del Führer, del popolo e della patria. Non avere più un
padre stava diventando “normale” e mi vergognavo quasi che mio padre non
combattesse al fronte, che non fosse un eroe e che quindi fosse ancora vivo. Da
un lato ne ero felice, dall’altro rispondevo con aria di sfida alla domanda “di
circostanza” che molti adulti mi ponevano sempre più spesso riguardo a mio
padre: “È impegnato sul fronte interno”.
“A CASA” NEL REICH
Il fronte orientale si avvicinava sempre più e nell’estate del 1944 molti uomini
mandarono le loro mogli e i loro figli “a casa nel Reich”. Ciò fu poi vietato
per disfattismo (era considerato “disfattista” chi non credeva nella vittoria) e
portò alla conseguenza che alla fine, quando tutti erano ormai circondati e la
fuga era finalmente consentita, non c’erano quasi più possibilità di fuga.
Allo stesso tempo, però, mio padre fu trasferito da Bromberg a Gotenhafen (oggi
Gdynia), quindi dovemmo trasferirci lì. All’epoca avevo dieci anni, mia sorella
minore sette e la mia sorella più piccola dieci mesi. Mia madre riuscì a
ottenere il permesso di portare noi tre bambini dai parenti nel Reich,
apparentemente solo per il tempo del trasloco, in modo che fossimo “fuori dai
piedi”. Tuttavia, dovette promettere di riportarci indietro subito dopo.
Inoltre, poteva solo “consegnarci” lì e doveva tornare indietro con lo stesso
autobus con cui eravamo arrivati a Masserberg/Turingia.
A Masserberg mio nonno aveva una casa di vacanza che, dato che aveva dieci
figli, era piuttosto grande. Tuttavia, diverse famiglie di questi bambini, per
lo più madri con i loro figli, erano fuggite lì dai bombardamenti di Francoforte
e Magdeburgo, cosicché all’epoca nella casa vivevano 21 persone, tra cui noi tre
e altri 13 bambini di età compresa tra pochi mesi e 14 anni. Nel febbraio
dell’anno successivo si aggiunsero anche i miei genitori e lo spazio divenne
ancora più ristretto. Ma da settembre 1944 a febbraio 1945, cioè per sei mesi,
rimasi lì senza i miei genitori.
SOLA IN MEZZO A TANTI BAMBINI
Ero molto entusiasta di questo viaggio: finalmente avrei conosciuto i miei
cugini! E una casa piena di bambini, sarebbe stato sicuramente emozionante!
Naturalmente non avevo idea che questo avrebbe significato un addio per sempre,
un addio alla mia patria, alle mie amiche, al mare che desideravo tanto, perché
naturalmente credevo alla favola di un prossimo ritorno. E non vedevo l’ora di
vedere l’appartamento a Gotenhafen, che era molto vicino al mare, come
descriveva mio padre nelle lettere.
Fu un semestre di grande solitudine. I bambini più piccoli erano troppo piccoli
per me, mentre io ero troppo giovane per quelli più grandi. Frequentavo una
scuola secondaria di Düsseldorf evacuata a Masserberg, per la quale la casa di
cura era stata trasformata in un collegio. Essendo straniera, non riuscivo a
integrarmi nella classe, forse anche perché i bambini di quella classe non
stavano meglio di me: anche loro erano separati dai loro genitori. A un certo
punto ho ricominciato a fare la pipì nei pantaloni, cosa di cui mi vergognavo da
morire: a dieci anni facevo ancora la pipì nei pantaloni, e per di più ogni
giorno! Naturalmente non capivo che si trattava di un disturbo psicogeno, ero
solo piena di orrore e vergogna. Una zia, alla quale dovevo confidarmi perché
avevo bisogno di biancheria pulita ogni giorno, reagì fortunatamente in modo
molto ragionevole, così che alla fine riuscii a fidarmi di lei al punto da poter
smettere di “fare la pipì nei pantaloni” dopo un po’ di tempo. Ma so fin troppo
bene come stavano i tanti bambini che venivano mandati nei
“Kinderlandverschickung” (programmi di evacuazione dei bambini), che a volte
finivano in famiglie affidatarie sconosciute, ma spesso in istituti dove
probabilmente quasi nessuno li aiutava, come i bambini “evacuati” in quel liceo
di Düsseldorf.
IL NUOVO ZIO
Nell’autunno del 1944, credo fosse ottobre, un giorno bussai alla porta di
quella zia, ma invece di aspettare che mi dicesse “avanti”, aprii subito la
porta. Con mio grande spavento, trovai un uomo sconosciuto nel suo letto! Volevo
richiudere subito la porta, ma lui mi fece cenno di avvicinarmi, mi chiese chi
fossi e poi mi spiegò che era il marito di mia zia, il fratello di mio padre, e
che non dovevo dire a nessuno che era lì. Annuii confusa, sapevo comunque che
questo fratello di mio padre era un pilota dell’aeronautica militare, uscendo
vidi la sua uniforme appesa su una sedia e rimasi sbalordita. Perché pensai: se
non posso dire a nessuno che questo zio è qui, significa che non è in licenza.
Ma questo significa che ha disertato. E questo significa che è un traditore del
Führer, del popolo e della patria! Un codardo! Quindi devo denunciarlo!
Ma poi – lo sapevo benissimo – sarebbe stato fucilato. E mi sembrava giusto
così: come avremmo potuto vincere se i soldati fossero scappati come codardi?
D’altra parte era mio zio, il marito di quella zia, il padre di tre cugine. Mi
trovai in un terribile conflitto tra due lealtà per me ugualmente importanti: la
lealtà al “Führer, al popolo e alla patria” e la lealtà alla famiglia. Ed ero
terribilmente sola con questo dilemma, perché non potevo chiedere consiglio a
nessuno: in famiglia, naturalmente, tutti mi avrebbero detto che non dovevo
denunciare mio zio, ma se lo avessi chiesto alla maestra, lo avrei già tradito.
FORTUNA E BUON SENSO
Non ricordo più per quanto tempo ho continuato così, se per giorni o settimane.
In ogni caso, arrivai a un punto in cui non ce la facevo più. Mi era chiaro che
dovevo prendere una decisione e che dovevo rifletterci molto attentamente.
Perché questo l’avevo già imparato grazie a un’esperienza precedente, del tutto
apolitica ma importante, avuta all’età di sette anni: se si riflette
attentamente (cioè se si usa il buon senso), allora si può uscire da situazioni
terribili, persino pericolose per la vita. Sono ancora oggi grata al professor
Schmidt, ordinario di otorinolaringoiatria all’Università di Danzica, che
all’epoca mi aiutò a giungere a questa conclusione.
Mi sono quindi seduta, ho riflettuto attentamente e sono giunta alla seguente
conclusione: se denuncio lo zio, verrà fucilato. Non potrò più tornare indietro.
Se invece non lo denuncio, potrò ancora tornare indietro. Decisi quindi di non
denunciarlo – per il momento! – e sperai che da qualche parte arrivasse un segno
che mi dicesse se dovevo denunciarlo o meno. Può sembrare un modo piuttosto
sofisticato per evitare di prendere una decisione. Ma questa decisione, ora
consapevole, mi sollevò comunque, perché avevo affidato la decisione vera e
propria a un “segno” sperato con ingenua magia. Dopotutto avevo solo dieci anni!
IL MIRACOLO
E poi accadde il miracolo: il “segno” arrivò! Tuttavia solo nel gennaio 1945.
Nei mesi precedenti, questo zio continuava ad essere per me nient’altro che un
codardo e un traditore, provavo solo disprezzo per lui. Nel gennaio 1945, però,
la mia sorellina, che nel settembre 1944, quando arrivammo a Masserberg, aveva
solo 10 mesi, ora ne aveva 14. Riusciva a stare in piedi, ma non ancora a
camminare. Un giorno aprii la porta della sala comune e della sala da pranzo e
mi fermai: lì sedeva lo zio, con mia sorellina davanti a sé, che barcollava
verso di lui esultando e gridando di gioia. Lui la prese, la rimise giù, la
incoraggiò più volte a camminare e lei era visibilmente felice. L’intera scena
aveva qualcosa di così affettuoso che capii immediatamente: quello era il
“segno”! Non dovevo denunciarlo!
Ero infinitamente sollevata. Allo stesso tempo, però, avevo visto per la prima
volta questo zio come la persona affettuosa che era realmente, non come la
caricatura che mi era stato insegnato a vedere. Quando gli americani occuparono
Masserberg nell’aprile 1945, lui indossò la sua uniforme e si arrese. Quando lo
vidi, pensai con orrore: perché lo sta facendo? Ora lo fucileranno! Non avevo
ancora imparato che i prigionieri di guerra non vengono sempre fucilati.
RICORDO E COMPRENSIONE TARDIVA
Suppongo che, poiché la storia era finita bene, fossi riuscita a dimenticarla.
Quando mi tornò in mente, sia i miei genitori che quello zio e quella zia erano
morti, e non l’avevo mai raccontata a nessuno. Ora però avevo circa 60 anni e mi
sentivo alternare caldo e freddo. Solo ora capivo su quale filo sottile mi fossi
trovata allora e quanto facilmente avrei potuto scivolare dalla parte sbagliata.
Capivo che era stato un misto di fortuna e buon senso a salvarmi in quel
momento. La fortuna era stata che si trattava di un membro della mia famiglia.
Se fosse stato uno sconosciuto, l’avrei denunciato immediatamente e senza
esitazione. Ma così la fortuna mi aveva costretta a usare il buon senso. E allo
stesso tempo sapevo che se avessi preso la decisione sbagliata, non solo avrei
mandato mio zio alla morte, ma non sarei più viva nemmeno io. Perché dubito che
avrei potuto convivere con questo senso di colpa, non credo che sarei riuscita a
perdonarmi, considerando che ero solo una bambina.
Allo stesso tempo mi chiedevo quanti bambini della mia età avessero dovuto
prendere decisioni simili e quanti di loro non fossero riusciti a conviverci o,
se ci fossero riusciti, come. Forse ricorrendo a quell’indicibile frase della
“grazia della nascita tardiva” come scusa per alleviare la propria coscienza?
DOMANDA TERRIBILE – E NESSUNA RISPOSTA
Io non ci sono riuscita. Quando nel 1969 ho visitato per la prima volta un campo
di concentramento ad Auschwitz, sono rimasta sconvolta. Non solo dall’orrore che
già nel 1945, all’età di undici anni, mi aveva scioccata e traumatizzata con le
immagini sui giornali dell’occupazione, ma anche dalla consapevolezza che non
riuscivo davvero a rispondere a una domanda terribile: cosa sarebbe successo se
la mia istruzione scolastica fosse proseguita senza interruzioni, forse a 18
anni sarei diventata una guardiana o una segretaria di campo di concentramento
perfettamente adeguata? Avevo 35 anni e sapevo fin troppo bene quanto fossi
stata stupida e sconsiderata a 18 anni.
In questo contesto, vedo con sentimenti contrastanti la condanna dei diciottenni
e diciannovenni di allora, così come il presunto “superamento” del nostro
passato. Non è stato “superato” nulla, al contrario. La maggior parte di coloro
che sapevano cosa stavano facendo sono tornati alle loro cariche e ai loro onori
anche dopo l’era hitleriana o sono riusciti a fuggire con l’aiuto dello Stato o
della Chiesa. Sono stati condannati quelli che forse erano troppo giovani o
troppo stupidi per capire veramente ciò che facevano, anche se probabilmente
avevano solo seguito gli ordini senza riflettere. Lo stesso non si può dire dei
Globke, dei Kiesinger e dei Filbinger, solo per citare alcuni esempi tra tanti.
Chi desidera saperne di più può leggere il libro di Ralph Giordano: “Die zweite
Schuld” (La seconda colpa).
IMPOTENZA
Ma soprattutto noi, i nati più tardi e i più giovani, siamo stati lasciati soli
con questa cosiddetta “elaborazione”. Ciò è iniziato già con le nostre lezioni
di storia, che almeno in parte erano ancora tenute da insegnanti nazisti che
riuscivano a evitare di insegnarci la storia dal 1933 al 1945, per non parlare
di come ci si era arrivati. Le mie lezioni di storia (maturità nel 1953) si sono
concluse, ad esempio, con l’anno 1914. Più tardi ho sentito dai più giovani che
la situazione era rimasta invariata anche nei primi anni ’60. Quando negli anni
’90 parlai della storia di mio zio con un conoscente che doveva avere circa 10
anni meno di me, mi raccontò che un terzo (!) dei suoi compagni di classe si era
suicidato perché non riusciva più a convivere con i propri padri nazisti. Questi
suicidi sono una terribile espressione dell’impotenza a cui noi giovani eravamo
esposti. Per questi ragazzi, la loro nascita tardiva era diventata una
maledizione mortale.
Anche durante la mia formazione come insegnante di tedesco e inglese negli anni
’70, non si parlava mai di storia o di elaborazione del passato, figuriamoci di
come avremmo dovuto insegnarlo ai nostri studenti. Così anch’io mi sentivo
impotente di fronte a commenti del tipo: “Mia nonna dice che era tutto molto
diverso”. Cosa potevo dire contro una nonna che non riusciva ad accettare che
suo marito fosse morto per un regime criminale!
TEDESCHI DI DIVERSO VALORE
La “grazia della nascita tardiva” è quindi una finzione. Esisteva tuttavia una
“grazia” della nascita precoce (!), di cui però quasi nessuno è a conoscenza,
motivo per cui è necessario parlarne. Per farlo devo tornare ancora una volta
alla signora Pich.
Nell’universo mentale della signora Pich, infatti, anche i tedeschi avevano
valori diversi. Al vertice della scala gerarchica c’erano i tedeschi del Reich,
ovvero i tedeschi che dopo l’occupazione si erano trasferiti in quella parte
della Polonia ora chiamata “Prussia occidentale”. Tra questi c’era anche la mia
famiglia, ed ero orgogliosa di essere non solo tedesca, ma anche tedesca del
Reich.
Poi c’erano i Volksdeutsche, che avevano un “valore” inferiore. Si trattava di
tedeschi che avevano già vissuto a Bromberg quando era ancora polacca (e alcuni
dei quali, molti decenni dopo, sarebbero arrivati nella Germania occidentale
come “Aussiedler”, ovvero immigrati di ritorno). Sebbene la signora Pich ci
trasmettesse questa gerarchia, nella nostra classe non facevamo alcuna
differenza tra tedeschi del Reich e Volksdeutsche.
I terzi migliori tedeschi erano i “germanizzati”. Si trattava di polacchi o
altri stranieri che, secondo la signora Pich, trovavano la Germania così
meravigliosa da voler diventare tedeschi a tutti i costi e che quindi erano
stati “germanizzati”. Dovevamo conoscere questi “germanizzati” e allo stesso
tempo imparare che la signora Pich evidentemente non li stimava affatto.
“GERMANIZZATI”
All’epoca nella nostra classe c’erano dei banchi che oggi forse non esistono
più: un banco fissato con delle viti a un tavolo per due alunni. Questi banchi
erano disposti in tre file di sei o sette banchi ciascuna. Eravamo seduti
distribuiti su queste tre file quando un giorno la signora Pich (credo fosse in
quarta elementare, avevamo 9 anni) ci ordinò di sederci su due file, lasciando
libera la terza. La cosa non ci piacque affatto, perché dovevamo sederci in modo
completamente diverso da come eravamo seduti prima.
Poi la porta si aprì ed entrarono 12-14 bambini della nostra età, che si
sedettero nei posti liberati nella fila di banchi. Tra loro c’era una bambina
così bella con i suoi capelli biondo platino che pensai subito: vorrei che fosse
mia amica! Ma non se ne fece nulla. La signora Pich ci spiegò che quei bambini
erano polacchi germanizzati. Il nostro compito era quello di sorvegliarli e
assicurarci che non parlassero polacco. Inoltre, assegnò a ciascuno degli
studenti più bravi, me compresa, uno di questi bambini. Durante le brevi pause
dovevamo controllare i compiti di questi bambini per la lezione successiva e
segnare gli errori con la matita. La signora Pich poi controllava il nostro
lavoro.
RESISTENZA SEGRETA DI UN BAMBINO DI NOVE ANNI
Quella fu la prima volta che provai qualcosa di simile a uno spirito di
ribellione. Che senso aveva? Quei bambini erano ormai tedeschi, quindi era tutto
a posto, no? Dovevamo forse fare la spia? Non era proprio possibile. Immagino
che anche gli altri compagni di classe la pensassero allo stesso modo, solo che
purtroppo non ne parlavamo mai. Mi era stato assegnato un ragazzo così timido
che quasi non osava parlarmi. Cercavo di spiegargli i suoi errori nel modo più
gentile possibile, ma lui si limitava ad annuire. Per il resto, quelle piccole
pause, ora riempite da lavoro extra, non erano più pause, ma un peso.
L’unica pausa che avevamo tutti era quella grande. Durante quella pausa, noi
bambini tedeschi ci precipitavamo liberi nel cortile della scuola e, come se ci
fossimo accordati, ci allontanavamo il più possibile dall’edificio, dove poi
giocavamo. Di tanto in tanto osservavo da lontano i nostri compagni di classe
polacchi in tre piccoli gruppetti lungo il muro dell’edificio scolastico che
parlavano tra loro con rabbia (lo si poteva leggere sui loro volti). Nessuno di
noi voleva sapere se parlassero polacco o tedesco. Fare la spia era
assolutamente fuori discussione. Ma non sapevo nemmeno perché questi bambini
fossero così arrabbiati.
Non ricordo più per quante settimane o mesi durò questa situazione. Ma un giorno
i bambini polacchi se ne andarono. Semplicemente sparirono. La signora Pich non
ritenne necessario darci alcuna spiegazione e noi non facemmo domande. Credo che
fossimo semplicemente sollevati, almeno io lo ero. Dato che non ne avevamo mai
parlato tra di noi e non ne parlavamo nemmeno adesso, posso solo supporre che
fosse così per tutti. Era stato soprattutto un peso che, pur non comprendendo,
avevamo comunque percepito. Per anni mi sono chiesta che fine avessero fatto
quei bambini.
BENEDIZIONE O MALEDIZIONE?
Solo decenni dopo (anche questo fa parte della nostra fantastica “elaborazione”)
ho saputo dell’ “Aktion Lebensborn”, quella terribile istituzione che ha
semplicemente portato via a migliaia di genitori polacchi i loro bambini
dall’aspetto “ariano” (!), a volte prelevandoli per strada o all’asilo, per poi
germanizzarli con la forza e farli adottare da famiglie delle SS o delle SA.
In questo caso si può parlare di una “grazia della nascita PRECOCE”. Io, almeno,
speravo che i miei compagni di classe polacchi, che all’epoca avevano già 9
anni, avessero la possibilità di ritrovare i loro veri genitori, perché potevano
ancora ricordarsi di loro e dei loro veri nomi. Diverso era il caso dell’uomo
anziano che ho conosciuto alcuni anni fa in occasione di una mostra sull’«Aktion
Lebensborn» a Friburgo. Era stato strappato ai suoi genitori polacchi all’età di
due anni e aveva trascorso la sua vita alla vana ricerca dei suoi veri genitori.
Anche per lui e per molti altri, la nascita tardiva non era stata una grazia, ma
una maledizione.
“NOI SIAMO I BUONI, GLI ALTRI SONO I CATTIVI “
Ho ritenuto necessario raccontarlo perché oggi, nel 2025, i media non si
stancano mai di sottolineare la “malvagità” dei russi, tra l’altro con la
motivazione che rapirebbero bambini ucraini per “russificarli”. Che possano aver
imparato questo da noi tedeschi non viene mai detto, ma è parte della storia.
Ma c’è di più: dai miei anni scolastici ricordo bene cosa imparano a scuola i
bambini ucraini e russi, israeliani e palestinesi, sudanesi e birmani, insomma
tutti i bambini che crescono in guerra: «Noi siamo i buoni, gli altri sono i
cattivi e devono essere distrutti». Distrutti! Da bambini lo si considera
normale. Ecco perché in tutto il mondo ci sono bambini soldato che considerano
normale la loro condizione di soldati e si sacrificano persino per attentati
dinamitardi, perché credono sinceramente di fare del bene alla loro comunità.
DIVERSITÀ VS. EMARGINAZIONE
Ciò che noi tedeschi avremmo dovuto imparare dalla nostra storia, ma che
pochissimi di noi hanno davvero imparato, è la differenza tra diversità ed
emarginazione. Con l’esclusione da locali pubblici, tram, teatri, scuole,
università, professioni ecc. è iniziata l’emarginazione degli ebrei, che alla
fine è sfociata nella loro esclusione dalla vita. L’esclusione porta
potenzialmente con sé questa terribile conseguenza, anche se si crede di non
volerla affatto.
Quando le persone sono “diverse” da noi, cioè hanno un’opinione diversa o un
aspetto diverso, parlano in modo diverso, pensano in modo diverso, hanno una
religione diversa o una cultura diversa, è comprensibile che questo ci spaventi
inizialmente. Perché la cautela nei confronti di ciò che non conosciamo è innata
in noi e ha una funzione protettiva naturale.
Tuttavia, è innata anche la nostra curiosità verso tutto ciò che è “diverso”,
che tra l’altro condividiamo con molti animali. Essa può aiutarci a scoprire che
anche questi “altri” possono essere interessanti e arricchenti. Già solo per
questo motivo non dovremmo mai emarginarli, ma piuttosto osservarli e ascoltarli
con attenzione.
Tuttavia, possiamo e dobbiamo prendere le distanze da ciò che non ci sembra
giusto o che ci mette a disagio. Questo è però molto più faticoso che
semplicemente etichettare e basta. Per farlo, infatti, dobbiamo prima parlare
con gli “altri” per cercare di capirli. Ciò richiede riflessione e azione,
persino la ricerca di argomenti, cosa che molti di noi trovano troppo faticosa.
Una cosa è certa: sopportare gli “altri” accanto a noi e in mezzo a noi è
sicuramente più facile che sopportare e subire il terrore o le bombe. Se
l’umanità vuole sopravvivere, noi esseri umani dobbiamo riuscirci. E io penso
che possiamo farcela!
Su YouTube c’è un meraviglioso filmato danese di tre minuti di sette anni fa, in
inglese ma con sottotitoli in tedesco, che può aiutarci in questo senso: “Cosa
succede quando smettiamo di etichettare le persone?” Il filmato ci mostra che,
per quanto diversi possiamo essere, abbiamo più cose in comune di quanto
crediamo.
di Barbara Volhard
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TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO.
Untergrund-Blättle