L’aggressione militare al Venezuela mostra la debolezza, non la forza degli Stati Uniti
In un discorso particolarmente lucido, l’economista statunitense Richard Wolff
sostiene che quanto appena accaduto non rappresenta l’inizio di una nuova era di
dominio statunitense nel continente, ma piuttosto il suo certificato di morte.
Quando un impero ricorre all’invasione diretta contro un Paese che non lo
minaccia militarmente, quando cattura i presidenti di nazioni sovrane come
fossero criminali comuni e viola i principi fondamentali del diritto
internazionale senza nemmeno preoccuparsi di costruire una giustificazione
credibile, quell’impero sta confessando di aver esaurito tutti i propri
strumenti civilizzati di controllo.
Trump non ha attaccato il Venezuela partendo da una posizione di forza: ha
invaso per paura. La violenza diretta emerge quando i meccanismi più sottili del
controllo hanno fallito. Quando un impero domina davvero, non ha bisogno di
invadere: negozia. Quando un impero controlla realmente, non cattura i
presidenti: li compra.
Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti hanno perso sistematicamente influenza
nella regione. Il Brasile si è avvicinato alla Cina, l’Argentina ha
diversificato le proprie alleanze, il Messico ha iniziato a muoversi con
maggiore autonomia, la Colombia ha cominciato a mettere in discussione la
subordinazione automatica. Cile, Perù ed Ecuador hanno iniziato a esplorare
alternative al dominio statunitense. Il Venezuela è diventato il simbolo più
chiaro di questa trasformazione.
All’aggressione degli Stati Uniti la risposta immediata è stata straordinaria:
il Brasile ha attivato consultazioni di emergenza con la Cina; la Colombia ha
sospeso la cooperazione antidroga con Washington; l’Argentina ha avviato
colloqui per aderire ai BRICS nel 2026.
Anche la reazione internazionale è rivelatrice. La Cina ha annunciato un fondo
di emergenza da 50 miliardi di dollari per i Paesi colpiti da aggressioni
straniere. La Russia ha attivato la propria dottrina di protezione emisferica e
ha dispiegato navi nei Caraibi. Brasile, Messico, Colombia e Argentina hanno
proposto un sistema di difesa collettiva sudamericano indipendente dagli Stati
Uniti. Invece di dimostrare potere, Trump ha mostrato debolezza. Invece di
recuperare il controllo, ne ha accelerato la perdita.
L’America Latina oggi dispone di alternative reali. La Cina offre investimenti e
finanziamenti senza imporre condizioni politiche; la Russia fornisce tecnologia
senza esigere subordinazione strategica; l’India apre mercati senza pretendere
riforme strutturali.
Per la prima volta, dire di no a Washington non significa automaticamente il
collasso economico. L’aggressione al Venezuela non è avvenuta in un vuoto
geopolitico: è accaduta proprio mentre la Cina si preparava ad annunciare il
Fondo di Sviluppo Sudamericano, un pacchetto di investimenti da 500 miliardi di
dollari nei prossimi dieci anni, pensato per offrire un’alternativa concreta al
finanziamento statunitense nella regione.
È proprio questa possibilità di scelta che terrorizza Washington: un continente
che può prosperare senza dipendere dal sistema statunitense rende inutile la
logica dell’imposizione e smaschera la violenza come ultimo rifugio di un potere
in declino.
Questa invasione non segna l’inizio della fine per l’America Latina, ma l’inizio
della fine dell’Impero. Trump ha cercato di dimostrare potere, ma ha accelerato
l’unità e l’indipendenza della regione, ottenendo esattamente l’opposto di ciò
che intendeva.
Non stiamo assistendo all’inizio di una nuova era di dominazione imperiale, ma
agli ultimi spasmi di un sistema che non riesce più a sostenersi con metodi
civilizzati ed è costretto a ricorrere alla barbarie.
Questa transizione è sempre pericolosa, traumatica e costosa per i popoli che la
attraversano, ma è anche liberatoria, perché segna la fine di un’epoca in cui un
solo potere decideva il destino dei continenti senza consultare nessuno.
Il discorso di Wolff si conclude con un avvertimento: il prossimo obiettivo
potrebbe essere il Messico. Secondo l’autore, esiste già un piano statunitense
denominato “Riconquista del Messico”.
A questa analisi possiamo aggiungere quello che, come umanisti, diciamo da
decenni: anche l’Europa, satellite che orbita interamente all’interno della
sfera d’influenza dell’impero anglosassone, vive oggi una crisi analoga a quella
degli Stati Uniti. Spinta alla guerra in Ucraina dalle scelte strategiche di
Londra e Washington, l’Europa tenta di uscire dall’impasse con azioni sempre più
irrazionali, come il piano ReArm Europe e il sostegno illimitato al conflitto.
Così facendo, l’Unione Europea perde progressivamente coesione interna e
consenso popolare, mentre le sue popolazioni vengono travolte dall’insicurezza,
dal clima di paura e dalle crescenti difficoltà economiche. Una delle
contraddizioni più percepite dai cittadini è l’appoggio allo stato di Israele,
che mette in discussione i valori proclamati di civiltà e diritti umani. Sono
chiari segni di una profonda decadenza.
Ma quando un sistema entra in crisi e inizia a crollare, si aprono anche nuovi
orizzonti, nonostante le difficoltà e i conflitti che inevitabilmente
accompagnano questa fase di transizione verso una civiltà planetaria.
Europe for Peace