Israele e ONG: la verità scomoda sul rifiuto umanitario
Se l’intero movimento di solidarietà con la Palestina viene accusato di estrema
vicinanza al terrorismo, perfino gli interventi umanitari diventano scomode
presenze per Israele come dimostra la cacciata delle ONG.
Quanti di noi ricordano “gli accordi di Abramo”? Proprio in questi giorni sono
tornati in auge guadagnandosi il sostegno di una entità nazionale (il Sud Sudan,
ndR) non riconosciuta dall’ONU, ma dallo Stato di Israele che intanto si è
guadagnato il biasimo e la condanna del Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite con la sola, ma significativa, astensione degli Stati Uniti.
Action Aid, Medici senza frontiere, Oxfam, Caritas, Weworld e Terre des hommes
sono solo alcune delle 37 ONG umanitarie internazionali che Israele vuole
cacciare dai territori occupati: alla scadenza dell’anno 2025 infatti sono
decaduti i permessi per operare in Israele, nei Territori palestinesi e a Gaza.
Altre ONG, mesi fa, erano state messe alla porta.
Ma perché Israele non vuole le ONG e soprattutto perché la comunità
internazionale usa due pesi e due misure, nel passato analoghe posizioni erano
state bollate di autoritarismo, di rifiuto della democrazia e delle convenzioni
internazionali, oggi invece sulla decisione di Israele cala un inspiegabile
silenzio?
Singolare è pensare che lo standard di sicurezza e trasparenza non sia
rispettato dalle ONG; è sufficiente che un loro affiliato o dipendente venga
accusato di terrorismo per giudicare non gradita la presenza di tutte le
organizzazioni umanitarie?
Per fortuna qualche voce dissenziente si manifesta, ad esempio il
quotidiano Haaretz ha pubblicato sul suo sito un interessante articolo che
condanna apertamente l’operato di buona parte dell’Esecutivo israeliano: Rule of
Law or Rule of Criminals? Israel’s Far-right Leaders Bet Their Survival on
Democracy’s Demise – Israel News.
L’assistenza umanitaria non è accetta eccezion fatta per i casi in cui sia
offerta da organizzazioni legate mani e piedi con Israele, USA e con i paesi
europei mostratisi maggiormente sensibili alla criminalizzazione della
resistenza palestinese.
Perché è indubbio che oggi sia proprio il movimento di solidarietà ad essere
sotto accusa, tra arresti in vari Paesi europei con accuse di terrorismo o di
fiancheggiamento allo stesso e il silenzio sullo sciopero della fame intrapreso
da settimane dagli attivisti inglesi.
Questa criminalizzazione è parte integrante dell’economia di guerra, della lotta
intrapresa contro i nemici interni ed esterni, la campagna repressiva si avvale
di molteplici strumenti che vanno dagli attacchi alle scuole pubbliche alla
messa al bando di Organismi nati per ragioni umanitarie e che, all’occorrenza,
potrebbero essere anche dei testimoni scomodi, spettatori degli eventi capaci di
rovesciare la classica narrazione di un Governo, quello Israeliano, legittimato
a intervenire perché verrebbe minacciata la esistenza stessa della sua
popolazione.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università