Valentina Tanni / Se abbandoniamo il “libretto delle istruzioni”
Dovendo incominciare a descrivere questo libro semplice e perfetto – che arriva
anche al tempo di un dibattito sulle intelligenze artificiali che investe, buoni
ultimi, i settori dell’editoria e della cultura – diciamo che le “antimacchine”
del titolo sono innanzitutto macchine inutili. Orientate a un uso improprio
della tecnologia, a volte “filosofico”, altre estetico, pensate per la fruizione
museale o, altrove, emerse come tecnologia da strada, tutte, nella loro
diversità, espongono un tratto comune: mettere in crisi il nostro rapporto
abitudinario con la tecnologia e la sua onnipresente narrazione.
Delle “antimacchine” diciamo anche: hanno accompagnato le molteplici pratiche
dell’arte, non meno delle tattiche di resistenza umana, ma si sono in fondo
sempre richiamate a un semplice programma: opporre alla rispettabilità della
macchina e al primato dell’ottimizzazione, la natura caotica e incontrollabile
dell’esistenza. La loro non è infatti la riproposizione del luddismo, il
conflitto aperto, né il rifiuto aprioristico della tecnica, ma semmai la via che
Musil indicava un secolo fa come “senso della possibilità”. La definizione di
“antimacchina”, che lo storico dell’arte Pontus Hultén ha coniato per l’opera di
Tinguely, ma che in fondo si potrebbe far risalire a Duchamp stesso, finisce
così al centro di una riflessione più ampia che Valentina Tanni estende ora
all’agibilità politica ed esistenziale nelle nostre società del capitalismo
avanzato: fluide, tecnologiche e fatalmente dominate dal mito della
trasformazione digitale.
Se il primato della tecnica monopolizza oggi lo spazio della strategia,
imponendosi al vivente dall’altro di un monopolio, al singolo e alle comunità,
prive di un reale potere negoziale, restano, almeno nella premessa di questo
ottimo saggio, le facoltà e l’ambito della tattica. In questa dimensione spesso
sfuggente e invisibile, ma culturalmente cruciale – che sperimentiamo anche
semplicemente quando inganniamo l’algoritmo, nascondendo contenuti “bannabili”
dentro a un innocuo TikTok di cucina – impariamo così a diffidare di qualsiasi
sociologia che interpreti esclusivamente in termini di adattamento e di
passività le inclinazioni di una società industriale complessa. Ad ogni nuova
tecnologia di consumo, per quanto opaco e “blindato” possa figurare il design
della sua interfaccia, corrisponde nella pratica degli umani il momento della
sua appropriazione e del suo sovvertimento “tattico”. Che lo si chiami
“trucco”, opera d’arte, hacking o, nel lessico dei vecchi situazionisti,
détournement, si tratta pur sempre di un travisamento delle sue features.
Dalle intuizioni che Bruno Munari precorre come designer alla paradossale Leave
Me Alone Box di un cibernetico come Marvin Minsky (una scatola da cui, una volta
aperta, esce una mano meccanica che la richiude immediatamente), dal jamming
video che Nam June Paik applica alla scatola televisiva (anni ’60) alla prima
installazione interattiva su laserdisc analogico (anni ’80), Tanni ricostruisce
un quadro affascinante e conciso delle tendenze e degli innumerevoli
“dirottamenti” che a ogni nuova tornata tecnologica emergono come le cime di
un continente segreto. Nella seconda metà il libro traccia anche una breve ma
indicativa storia sociale delle “antimacchine”, dedicando un capitolo a
ciascuna delle sue principali declinazioni: fotografia, videosorveglianza,
games, tecnologie domestiche, software, piattaforme, robot e intelligenza
artificiale.
Va detto anche che i protagonisti di questa scena, artisti, attivisti, hacker
che in un momento di vertiginosa lucidità o di innocente follia hanno
(re)inventato queste “macchine”, si mostrano in genere ben consapevoli dei
limiti di un approccio puramente tattico alla tecnica. Consapevoli, soprattutto,
della capacità della macchina economica e culturale di recuperare qualsiasi
sperimentazione dentro alla dinamica della personalizzazione e della
differenziazione dell’offerta. Non di meno, l’importanza di uno sguardo laterale
rivolto alla tecnologia si conferma fondamentale, oggi più che mai, in un
momento in cui, come osserva l’autrice, «ogni nuova applicazione che arriva sul
mercato è avvolta da un involucro narrativo fatto di promesse, speranze e
credenze: il tecno ottimismo, ben sintetizzato dal manifesto di Marc Andreessen,
non è solo un sistema di valori, è un dogma».
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