Camilla Barnes / Aiutooo… questo romanzo parla di me!
Questo libro parla di me. O meglio: parla di una donna che ho riconosciuto con
una precisione che non mi aspettavo. Non pensavo di essere la madre di questo
romanzo. Mi collocavo ancora, più o meno, dalla parte della figlia Miranda,
attrice di mezza età, voce narrante del romanzo. Invece no. Sono come la madre:
una donna che ostenta sicumera e, nello stesso tempo, lascia intravedere una
fragilità che non sa come nominare o, peggio, della quale non è consapevole. In
una parola, una povera vecchia.
Nel romanzo, la madre deve affrontare un’operazione ortopedica. Nulla di eroico,
nulla di tragico. Le figlie, senza particolare rispetto, si scrivono fra loro
per organizzarsi per aiutarla, e nell’oggetto della mail compare una sintesi
implacabile: “operazione anca sbilenca”. In quella formula c’è già tutto. Il
corpo materno ridotto a problema pratico, l’ironia che sfiora il sarcasmo, lo
scarto fra l’immagine che la madre ha di sé e quella che le figlie
restituiscono, senza cattiveria ma con insofferenza e senza riguardo. Per capire
perché questo dettaglio mi ha colpita così a fondo, bisogna dire che tipo di
romanzo è Il solito desiderio di uccidere.
Il romanzo racconta una famiglia inglese trapiantata nella campagna francese:
due genitori ultraottantenni, un padre ex professore di filosofia e una madre
autoritaria e sarcastica, due figlie adulte e una nipote adolescente. La casa in
cui vivono i genitori è un accumulo di oggetti, animali fra i quali due lama,
cibo congelato e rancori sedimentati. Il tempo sembra essersi addensato nelle
stanze, come una polvere che nessuno ha più voglia di togliere. Ogni visita
riattiva nelle figlie quello che il titolo chiama “il solito desiderio di
uccidere”, un impulso che non ha nulla di omicida e tutto di affettivamente
disperato e fatalista. La narrazione procede per scene, dialoghi, email,
ricordi, piccoli scarti temporali. Non c’è una trama nel senso classico, ma una
serie di movimenti minimi che ruotano attorno a un evento mai chiarito del
passato, “l’Inconveniente”, e a un fatto presente che incrina l’equilibrio
precario: l’intervento all’anca della madre. È in questo spazio di sospensione
che la famiglia si ricompone e si scompone, mostrando le proprie linee di
frattura senza mai nominarle davvero.
La madre occupa la scena con una sicurezza quasi ostinata. Parla molto, afferma,
corregge, detta al marito ricordi e predilezioni e sostiene senza ombra di
dubbio che il padre – che porta l’apparecchio acustico – non sente niente solo
perché non si impegna. Ha opinioni nette, una memoria selettiva, una fiducia non
negoziabile nella propria versione dei fatti. È una donna che si percepisce
ancora come centro e misura, e che fatica a riconoscere il lento slittamento
verso una posizione marginale. Le figlie la osservano con una miscela di
affetto, insofferenza e distanza. Non c’è un conflitto aperto, ma una frizione
continua, una dissonanza a volte più sottile a volte meno che attraversa ogni
dialogo. Accanto a lei, la figura del padre appare quasi per sottrazione.
Nonostante la formazione filosofica, le citazioni e i giochi logici, il padre
coincide esattamente con ciò che mostra. Non sembra esserci una storia interna
che preme per emergere, nessuna rivelazione tardiva. La sua mitezza e la sua
ironia non nascondono altro. È un personaggio che coincide con la propria
superficie e che dichiara di essere ormai arrabbiato solo con se stesso. Forse
come concludono le figlie è un po’ autistico.
La vera rivelazione del romanzo – almeno per me – non sta tanto nei genitori, né
nei loro segreti, quanto nell’effetto che producono su chi legge. Mi aspettavo
di riconoscermi nelle figlie, nella pazienza forzata, nel giudizio impietoso
verso una madre ingombrante, in quel gesto trattenuto che accompagna
l’insofferenza. Invece no. La sorpresa, ahimè, è stata un’altra: mi sono
riconosciuta nella madre. Mi sono detta: sono uguale. Quand’è che si diventa
così? Quand’è che l’ironia si trasforma in sicumera, la competenza in
arroganza, la lucidità in una forma di potere esercitato sugli altri? Chissà
quante volte i figli alzano gli occhi al cielo mentre io “so”, mentre correggo,
mentre ho ragione. Camilla Barnes costruisce però una figura materna che non si
esaurisce nel rapporto con le figlie o con il marito, ma si definisce come
soggetto di una relazione profonda e irrinunciabile con se stessa. Una relazione
forgiata nella forza e nella determinazione con cui ha attraversato una
solitudine radicale, che le figlie non conosceranno mai e che, con ogni
probabilità, neppure il marito ha mai davvero intuito. È in questa storia non
condivisa, ostinata e opaca, che il romanzo trova la sua verità più scomoda e
insieme più dolceamara.
Non è secondario inoltre che Miranda sia un’attrice shakespeariana e che stia
lavorando a Re Lear, di cui cura una nuova traduzione e un adattamento in
francese, recitando la parte del Matto. Il padre parla di Lear con una
familiarità disarmante, lo definisce semplicemente “la storia di un vecchio” e
dice di conoscerlo quasi a memoria; anche se non sente più bene, gli basta
vedere muovere le bocche per sapere cosa sta succedendo. La madre, al contrario,
lo difende come testo intoccabile e usa Shakespeare per rimettere la figlia al
suo posto. In filigrana, Re Lear diventa così una riflessione silenziosa sulla
vecchiaia e sulla perdita di centralità, che il romanzo affida anche allo
sguardo della nipote adolescente, Alice, capace di osservare nonni e madre con
la stessa comprensione affettuosa e distaccata, come se tutti appartenessero già
a uno tempo che non la riguarda.
Il solito desiderio di uccidere è un romanzo tragicomico, costruito su dialoghi
affilatissimi, che racconta la famiglia come campo di battaglia linguistico, il
matrimonio come lunga guerra di posizione e la vecchiaia come smascheramento
finale. Non parla di uccidere davvero, ma di quel desiderio oscuro e quotidiano
che nasce quando l’amore e l’irritazione convivono nello stesso spazio.
L’umorismo che lo attraversa si muove dentro una tradizione inglese che risale
almeno a Jane Austen, ma senza alcuna nostalgia o volontà di misura.
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