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La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi
L’inchiesta contro Mohammed Hannoun e i palestinesi dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese sta perdendo i primi pezzi. Ieri a Genova si è riunito il Tribunale del Riesame ed ha posto in libertà tre dei palestinesi arrestati alla fine di dicembre ma ne […] L'articolo La montatura contro i palestinesi arrestati in Italia perde pezzi su Contropiano.
Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta
Il prossimo 16 gennaio al Tribunale di Genova si sarà l’udienza del Riesame sugli arresti di Mohammed Hannoun e di altri esponenti dell’Associazione Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese arrestati durante le feste di Natale nel quadro di una inchiesta su “finanziamenti ad Hamas” […] L'articolo Il Riesame a Genova sui palestinesi arrestati, le contraddizioni dell’inchiesta su Contropiano.
Notizie da Gerusalemme, da Gaza e dalla Cisgiordania, dallo Yemen… e da Genova
Il notiziario quotidiano di ANBAMED oggi riferisce che il Parlamento israeliano ha approvato una legge per l’interruzione definitiva di corrente elettrica e acqua alle sedi a Gerusalemme dell’UNRWA, che fornisce servizi a oltre 110˙000 rifugiati e gestisce due campi profughi: il campo di Shuafat e il campo di Qalandia, enti e istituzioni come l’Indian Corner Clinic all’ingresso di Bab al-Sahira e le scuole maschili e femminili di Gerusalemme, Sur Baher. ANBAMED inoltre riferisce che il consulente per i media dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA), Adnan Abu Hasna, ha affermato che 1,6 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza soffrono attualmente di livelli pericolosi o multipli di malnutrizione o insicurezza alimentare, poiché l’occupazione israeliana continua a ostacolare l’ingresso di rifornimenti umanitari essenziali per l’inverno. Il funzionario dell’UNRWA ha spiegato che il clima di bassa pressione ha causato lo sradicamento di migliaia di tende e l’allagamento di vaste aree residenziali da parte di acqua piovana e liquami e, sottolineando che la maggior parte delle cosiddette tende sono state montate alla rinfusa con pezzi di plastica e qualche pezzo di stoffa e non sono praticamente degne di essere vere tende in grado di proteggere i loro abitanti, che la gente di Gaza ha la sensazione che la guerra continui, ma in altri modi e forme, e ha affermato che il continuo deterioramento della situazione umanitaria, il numero crescente di malati e l’impossibilità di portare centinaia di tipi di generi alimentari e non alimentari, pezzi di ricambio per le stazioni fognarie e idriche, attrezzature mediche e medicinali, rappresentano inequivocabilmente della forme di ostilità bellica contro la popolazione civile. Contemporaneamente l’UNFPA / Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha lanciato un allarme per la situazione sanitaria in Yemen: “Sottolineando che anni di conflitto hanno portato i servizi di base del Paese sull’orlo del collasso e lasciato milioni di donne e ragazze in una situazione di estrema vulnerabilità, UNFPA ha riferito che ogni giorno in Yemen tre donne muoiono a causa di complicazioni prevenibili della gravidanza, che 6,2 milioni di donne e ragazze non hanno accesso ai servizi di protezione di base e che 7 milioni di persone in Yemen hanno urgente bisogno di supporto psicologico”. Ricordando che sono trascorsi “3 anni, 10 mesi e 5 giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina”, sull’esito dei colloqui di Trump con Zelensky e Putin ANBAMED osserva che i commenti sono contrastanti e propone le analisi di Sergio Serra su un testo scritto nel 1943 da Vasilij Semënovič Grossman, un ebreo, nato in Ucraina – a Berdičev – nel 1905, che nell’agosto 1944 fu tra i primi a entrare nel campo di sterminio di Treblinka e a documentare l’olocausto. Dell’incontro di Trump con Netanyahu, ANBAMED riferisce che “non ha portato novità”: «Elogi reciproci e carinerie per coprire il vuoto di proposte concrete. Minacce a Hamas ed all’Iran condite con promesse di un futuro di pace nella regione con l’attuazione degli accordi di Abramo e tante armi da esportare alle monarchie del Golfo». Intanto * nella Striscia di Gaza proseguono le violazioni del cessate-il-fuoco da parte di Israele, “All’alba di oggi l’artiglieria ha bombardato Rafah in contemporanea con un raid aereo sulla stessa zona. L’aeronautica israeliana ha colpito il campo profughi di Maghazi, nel centro della Striscia. Carri armati israeliani hanno lanciato obici contro Deir Balah. Nel nord, aerei israeliani hanno colpito Beit Lahia”; * in Cisgiordania nella sola giornata di ieri sono stati effettuati 35 attacchi, “I più gravi sono avvenuti a Nablus, el-Bira, el-Khalil e Jenin. A Betlemme, un gruppo di coloni armati ha invaso un villaggio, devastando case e distruggendo raccolti agricoli. Hanno ridotto in fin di vita un anziano di 80 anni, Ibrahim Iybiayat, e suo nipote Mustafà di 14 anni. Come al solito, i soldati che hanno accompagnato gli aggressori non hanno mosso un dito. Nessuno di loro è stato arrestato…”; * in Italia, del proprio colloquio con lui nel carcere di Genova, gli avvocati di Mohammed Hannoun – Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo – hanno riferito: “È stato molto lucido e preciso nel ricostruire tutti i passaggi dei finanziamenti e da domani cominceremo a studiarli nei dettagli. Ha sempre operato in maniera tracciabile e sempre con associazioni registrate, molte delle quali anche in Israele. Oggi chiarirà alcuni passaggi con la Gip rilasciando una dichiarazione spontanea, ma su nostro consiglio non si sottoporrà a interrogatorio, perché ancora non abbiamo ricevuto tutti gli atti depositati”. ANBAMED riferisce gli interventi del professor Montanari e del GAP / Giuristi e Avvocati per la Palestina e che a Genova, dove domani alla 1231° ora in silenzio per la pace verrà chiesto il suo rilascio , davanti al carcere dove Mohammed Hannoun è detenuto ieri si è svolta una “manifestazione di solidarietà con gli attivisti arrestati sulla base di documentazione e giurisprudenza israeliana”. ANBAMED / NL 1951 – 30 dicembre 2025 ANBAMED
Stare con Hannoun e Shahin, senza se e senza ma
di Roberto Prinzi – redattore di Nena News Seppur interessanti, trovo che coloro che rispondono all’arresto di Hannoun soffermandosi sul fatto che tali accuse si basano su quanto affermi in Israele non centrino il punto dirimente della questione. Che Israele detti la nostra politica intervenendo direttamente o meno anche su questioni interne non lo scopriamo oggi e non lo scopriamo tra l’altro con il governo attuale: basterebbe vedere il processo a quanto accade all’Aquila contro i tre palestinesi. O cosa per decenni il Mossad ha fatto a casa nostra. O semplicemente come l’ago della nostra politica estera soprattutto negli ultimi anni segni sempre di più Washington e Tel Aviv. Sia chiaro: è sempre giusto denunciare la nostra complicità e sudditanza. Ed è lodevole non stancarsi mai nel farlo a costo di essere ripetitivi. Ma, purtroppo, non basta. Fermarsi qui, senza andare oltre nella nostra analisi, vuol dire non esporsi veramente e politicamente su quello che per me è il punto dei punti. Quello che per intenderci fa saltare carriere, che produce denunce, arresti, registrazioni nell’autoproclamato Occidente che grida: “Je Suis Charlie Hebdo”. In poche parole: essere con la Resistenza dei popoli oppressi. Resistenza che, come è giusto che sia, danneggia direttamente i “nostri” interessi (noi siamo oppressori) o ferisce i nostri “amici” o le marionette che mettiamo lì affinché facciano i nostri interessi. Resistenza ancora più “criminale” – pardon terroristica – perché usa addirittura le armi. L’oppresso, a meno che non siamo noi a cambiargli status perché si genuflette ai nostri (di Washington soprattutto) desiderata, non può usarle. Armi che però – e qui è appunto la cosa tragicomica – noi paghiamo profumatamente (impoverendoci sempre di più, mentre tutto lo stato sociale cade a picco) facendo anche i salamalecchi alle industrie belliche. Sintetizzando: No alla “Resistenza” palestinese (sono “terroristi”), viva la “Resistenza” ucraina (sono “combattenti”, “eroi”). Da qui, il doppio standard: se i secondi fanno saltare con autobombe (sempre più nostre) civili in Russia, beh il loro atto non è un attacco terroristico, ma viene addirittura applaudito perché mostra le “debolezze” del nostro nemico, Vladimir Putin. E’ spesso proprio quest’ultima categorie di persone – che, attenzione, abbraccia oltre alla destra la quasi totalità del centro sinistra – è politicamente ancora più rivoltante quando poi, dopo aver fatto appena una sostituzione di luoghi (esce Ucraina, entra Palestina,) fa la morale sul 7 ottobre che definisce “pogrom”, “atto terroristico”, tra l’altro fingendo (vergognosamente) di dimenticare l’intero contesto in cui sia avvenuto. La vera questione su Hannoun è la seguente: essere o meno con la Resistenza dei nativi palestinesi. Una presa di posizione che può nascere solo da uno sforzo di rilettura del passato e del presente attraverso la lotta degli oppressi: nelle sue differenze e modalità c’è un filo di continuità che unisce, giusto per fare qualche esempio, le rivolte anticoloniali pre e post periodo vittoriano, passando per il Sudafrica, Vietnam e Iraq alla Palestina: è l’insostenibile crudeltà del colonialismo (e con tutto ciò che esso comporta) a salire sul banco degli imputati In questa ottica, cosa sia Hamas, cosa abbia fatto, cosa faccia a noi interessa poco in questa fase in cui perdura la più vecchia e brutale forma di colonialismo esistente al mondo. Chi in queste ore continua a investire del tempo se Hamas è organizzazione “terroristica” o meno non può essere un nostro fratello o sorella di lotta. Tanto meno, e soprattutto perché non siamo noi i protagonisti, dei palestinesi. Dobbiamo cambiare modo di leggere gli eventi in un’ottica post coloniale, facendoci da parte. Non sovrapponendo la nostra voce a chi è vittima. Se vogliamo far del bene alla causa palestinese possiamo semplicemente essere dei ponti. Possiamo noi accettare, da bianchi privilegiati nati in una parte del mondo sporca di sangue e violenza (altro che Hamas..), che gli oppressi si ribellano? Se no, perché, di grazia, spiegate se lo facevamo noi negli anni 40 ancora oggi ci celebriamo e se lo ha fatto un iracheno 20 anni fa o un palestinese era un terrorista? Imam Shahin di Torino Se sì, bene allora dobbiamo tenere conto che nel ribellarsi, soprattutto dopo che sei occupato e umiliato da oltre 100 anni, i popoli in lotta commettono anche errori e atrocità. E che l’atrocità è l’unico frutto che può sorgere nell’oppressione coloniale. E’ questo il punto che va sottolineato. Non esistono atrocità di serie A e serie B: quando gli indiani massacravano nell’Ottocento anche i civili inglesi non lo facevano in modo meno brutale di quanto avvenuto nei kibbutz e ai giovani israeliani del rave. Eppure non dovevano sollevarsi contro quello spietato sfruttamento? Eppure sono stati atti orribili contro civili esattamente con il 7 ottobre. Per le vittime civili israeliane di quel giorno provo un profondo dolore. Almeno dalla mia condizione di privilegiato posso permetterlo. Ci siamo detti sempre “Restiamo umani” e non possiamo venir meno a quella promessa perché é ciò che permette all’intero cielo di non cadere. Anche se quelle vittime godevano dei privilegi del sistema coloniale. Anche se quelle vittime magari erano parte attiva di quel sistema coloniale. Anche se ballavano a pochi chilometri da un campo di concentramento. Quelle vittime le sento con dolore a maggior ragione perché credo che la Palestina sia “dal fiume al mare” e che la Palestina che spero sorga debba riconoscere e pianga anche quelle vittime. E’ un punto di partenza imprescindibile per qualunque riconciliazione: sentire l’altro, ma finalmente in un’ottica di uguaglianza senza muri e fili spinati. I nostri media stanno offrendo in questi giorni una fotografia perfettamente chiara del loro degrado e prostituzione intellettuale. Così come è imbarazzante è “l’opposizione”: quasi godono a fare a gara a mettere Hannoun sul patibolo. A prendere le distanze. Ma non è da meno colpevole, forse più ipocrita pur nel suo interessante giro di parole da intellettuale, chi critica aspramente Salvini invitandolo a “non delegittimare il movimento pro-Palestina” come fa Salis a Genova. Ma poi aggiunge che Hamas è un gruppo terroristico. Ancora di più schizzofrenico chi magari aggiunge subito dopo: “viva la Resistenza palestinese!”. Ma come: Hamas, pur nelle sue tante ambiguità e nei suoi tornaconti politici, è la stessa che in misura maggiore è stata nelle strade ad annientare i cingolati dell’oppressore? O vogliamo negare la realtà? Sono le stesse forme di Resistenza palestinese che considerano Hamas tale. E noi, qui a qualche migliaio di chilometri, vogliamo decidere noi cosa va bene o cosa no? Vogliamo continuare a parlare al posto degli oppressi? E se siamo con quest’ultimi, non eravamo con quei miliziani di Hamas – non solo loro ricordiamolo – che infliggevano colpi ai carri armati coloniali? Ecco quindi che essere con Hannoun, essere con l’imam Shahin, deve essere senza se e senza ma. Soprattutto in queste ore. Nei distingui, venuti fuori anche da Avs, si vede tutta la pochezza di gruppi parlamentari che di sinistra non hanno nulla e che andrebbero essere abbandonati nelle tornate elettorali. Non sei con i palestinesi oppressi se piangi per un bambino gazawi assassinato. Se con pietismo tratti i palestinesi solo in quanto vittime. Che poi chi se ne frega se siano liberi o meno e al massimo, sia chiaro, che siano liberi come vogliamo noi. Irrilevante se ti avvolgi in una kefya profumatissima e hai un bandierone della Palestina. Le Salis non riconosceranno mai la Resistenza. E se pure dovessero farlo, parleranno che “deve essere non violenta”. Il privilegiato che stabilisce le modalità di lotta dell’oppresso. Il salto repressivo in Italia e nelle pseudo democrazie europee, Germania in testa, è pericoloso. Nei mesi scorsi hanno denunciato, arrestato e picchiato attivisti “pro-Pal”. Non si può non sottolineare il salto di qualità di queste ultime settimane. Non possiamo, ancora una volta fingere di non capire, come la Palestina ci riguarda ed è la cartina al tornasole delle nostre vite: racconta il nostro presente fornendoci una istantanea chiarissima di come sia ridicola la pseudo-opposizione parlamentare e quanto siano non democratiche le “nostre democrazie”. Oggi Hannoun, domani sempre di più decine di attiviste e attivisti per qualunque altra causa. E’ un fenomeno che è già iniziato con la complicità della magistratura la cui azione repressiva avviene sempre con una perfetta tempistica. Redazione Italia
Davvero la volontà di Israele è “legge” in Italia?
Innumerevoli gli appelli, le analisi, gli interventi che stanno arrivando sulla “retata antipalestinese” di Genova. Ne pubblichiamo intanto alcuni, scusandoci per l’effetto “antologia”.  ***** Il CRED (Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia) esprime forti perplessità per le misure cautelari emesse nei confronti di Mohammed Hannoun e di altri […] L'articolo Davvero la volontà di Israele è “legge” in Italia? su Contropiano.
Caso Mohammed Hannoun, GAP: “Solidarietà non è reato: fiducia nella Magistratura, ma allarme per la criminalizzazione del dissenso e della tutela dei diritti”
Pubblichiamo il comunicato stampa del Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP) Sull’arresto del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammed Hannoun – Solidarietà non è reato: fiducia nella Magistratura, ma allarme per la criminalizzazione del dissenso e della tutela dei diritti. Il Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina esprime stupore e sconcerto per la grancassa mediatica alimentata, in queste ore, da alcune testate dell’area della destra politica e culturale in merito alla notizia di cronaca dell’indagine che ha portato questa mattina all’arresto del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, accusato di aver gestito una rete di finanziamenti diretti ad Hamas. I toni allusivi, strumentalmente e farisaicamente scandalistici e spesso deformanti, utilizzati dagli articolisti sembrano perseguire l’obiettivo di trasformare ogni forma di denuncia del Genocidio e delle gravissime violazioni del diritto internazionale perpetrate da Israele in Palestina, nonché ogni manifestazione di solidarietà attiva verso il popolo palestinese, in un sospetto “fiancheggiamento” di presunte attività terroristiche. Riaffermiamo con chiarezza la massima fiducia nell’operato della Magistratura italiana e il pieno rispetto delle sue prerogative costituzionali. Proprio per questo auspichiamo che ogni accertamento venga condotto con rigore, serenità e garanzie piene, senza cedere a pressioni esterne, né lasciarsi condizionare da campagne mediatiche che, al di là dei singoli casi, mirano a disegnare un quadro “politico” utile a intimidire e delegittimare il dissenso. Non è affatto chiaro, allo stato, il motivo per cui i fondi di cui disponevano gli arrestati suano stati ritenuti destinati a finalità diverse da quelle umanitarie. Il ricorso a fonti israeliane per dichiarare l’appartenenza ad Hamas di determinate organizzazioni umanitarie non può essere ritenuto decisivo per la scarsa attendibilità di tali fonti, in quanto provenienti da Stato uso alla manipolazione politica della giustizia oltre che sotto accusa per genocidio e altri gravi crimini internazionali. Peraltro va considerata anche la natura complessa delle organizzazioni politiche palestinesi, sorrette da un certo consenso sociale e legittimate dalle norme di diritto internazionale alla resistenza contro l’occupante. È doveroso ricordare che la solidarietà, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di associazione e l’impegno civile a tutela dei diritti fondamentali sono pilastri dell’ordinamento costituzionale. Allo stesso modo, l’azione di informazione, denuncia e tutela legale relativa a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario – incluse le condotte genocidarie che la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale stanno valutando e investigando – non può essere compressa o delegittimata con insinuazioni, etichette infamanti o generalizzazioni che finiscono per colpire indiscriminatamente attivisti, volontari, operatori umanitari, giuristi e cittadini. In un contesto segnato da una tragedia umanitaria di proporzioni immani, quella dell’Olocausto del popolo palestinese, la pretesa di presentare la solidarietà come “sospetta” e la difesa dei diritti come “pericolosa” costituisce un rovesciamento grave dei principi democratici: si tenta di spostare l’attenzione dalla protezione delle vittime e dall’accertamento delle responsabilità verso un terreno di delegittimazione del movimento di solidarietà e delle sue forme pubbliche e trasparenti di impegno. Come Giuristi e Avvocati per la Palestina continueremo, con ancora maggiore determinazione, nell’opera di tutela e assistenza legale volontaria a favore di chiunque subisca provvedimenti repressivi ingiusti o sproporzionati, lesivi dei principi del diritto costituzionale e del diritto internazionale. Continueremo a farlo apertamente, in modo trasparente e nel pieno rispetto della legalità, nella convinzione che i principi di solidarietà, eguaglianza e giustizia non siano negoziabili e debbano prevalere su ogni tentativo di intimidazione o criminalizzazione del dissenso, così come continueremo a denunciare e chiedere l’avvio di indagini penali per l’accertamento delle responsabilità e la punizione di autori e complici del genocidio tuttora in atto. Invitiamo, pertanto, tutte le istituzioni, l’avvocatura, il mondo accademico, la società civile e gli organi di informazione a respingere la logica delle insinuazioni e a difendere lo spazio democratico di chi chiede verità, responsabilità e protezione dei diritti umani per il popolo palestinese, senza ambiguità e senza doppi standard. Coordinamento dei Giuristi e Avvocati per la Palestina (GAP) Redazione Italia
La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun
L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. E’ indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con […] L'articolo La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun su Contropiano.
Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia: “Forti perplessità su misure cautelari emesse contro Mohammed Hannoun e altri attivisti”
Riportiamo comunicato stampa del Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia in merito alle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e altri attivisti filo-palestinesi. Esprimiamo forti perplessità in merito alle misure cautelari emesse nei confronti di Mohammed Hannoun e di altri attivisti impegnati in attività di solidarietà con la popolazione palestinese. L’impianto accusatorio presenta un elemento di eccezionale criticità: una parte rilevante delle contestazioni si fonda su documentazione prodotta dall’esercito israeliano nel corso di operazioni militari condotte nella Striscia di Gaza. Tali materiali risultano recepiti come prove documentali senza un adeguato vaglio di terzietà, attendibilità e verificabilità. Israele non è soggetto neutrale né una semplice “parte in conflitto”. È uno Stato attualmente sottoposto a scrutinio per genocidio davanti alla Corte Penale Internazionale, destinatario di misure provvisorie vincolanti. Questo dato giuridico non può essere ignorato quando le sue forze armate producono materiale ‘probatorio’ destinato a incidere sulla libertà personale di cittadini residenti in Italia. Si tratta di documenti formati in un contesto radicalmente incompatibile con le garanzie del giusto processo: si configura assenza di contraddittorio, produzione unilaterale e provenienza da un apparato militare direttamente coinvolto in crimini di guerra oggetto di indagine internazionale. Il loro utilizzo determina un pericoloso slittamento, dalla cooperazione giudiziaria al recepimento acritico di intelligence militare. Particolarmente allarmante è la qualificazione di attività di assistenza umanitaria come “finanziamento al terrorismo”, fondata sull’inclusione delle organizzazioni beneficiarie in liste predisposte da un governo straniero. In tal modo, l’etichettamento politico tende a sostituire l’accertamento giudiziale: se un soggetto viene definito dall’esercito israeliano come “familiare di un terrorista”, tale qualificazione sembra assunta come presupposto di rilevanza penale, senza una verifica autonoma e indipendente da parte dell’autorità giudiziaria italiana. In questo quadro, l’azione penale appare piegata a una rilettura unitaria addirittura retroattiva di oltre vent’anni di attività umanitaria, nel tentativo di attribuire rilievo penale a fatti già oggetto di precedenti archiviazioni. L’utilizzo di presunti “nuovi elementi” forniti dall’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023 sembra configurare un clima di emergenza interpretativa che rischia di travolgere i principi di legalità e di certezza del diritto, proiettando retroattivamente un sospetto penale su condotte nate come forme di solidarietà assolutamente lecita. Ciò che si delinea è un caso paradigmatico di lawfare: l’uso del diritto penale come strumento di proiezione di una strategia politica e militare esterna, in cui l’intelligence di uno Stato accusato di genocidio finisce per orientare le valutazioni di un tribunale della Repubblica Italiana. Un corto circuito istituzionale che mette in discussione la sovranità della funzione giurisdizionale. Richiamiamo pertanto la magistratura al rispetto rigoroso dei principi di autonomia e indipendenza. L’accertamento penale non può fondarsi su prove prodotte da un apparato militare impegnato in un conflitto armato, né su classificazioni politiche assunte come verità giudiziarie. In gioco non vi è soltanto la posizione degli indagati, ma la tenuta stessa dello Stato di diritto e il confine – sempre più fragile – tra giustizia e guerra giuridica. Centro di Ricerca ed Elaborazione per la Democrazia Redazione Italia
Essere palestinesi in Italia
Sono nove i palestinesi arrestati con l’accusa di finanziare Hamas. Il personaggio più famoso è Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, [architetto e residente a Genova, ndr]. Non è la prima volta che viene indagato. Già negli anni novanta era stato messo sotto torchio ed uscito indenne perché i giudici avevano archiviato. Ora si torna al teorema, dimenticando la presunzione di innocenza. La stampa non va per il sottile. Non si accertano le fonti. Si insinua. Forse in Italia si è dimenticata l’inchiesta su Piazza Fontana e le false accuse contro gli anarchici. Saggezza dovrebbe consigliare prudenza, ma se il bersaglio è arabo…  [A ciò va aggiunto che alla direttrice di infopal.it, Angela Lano, a Torino sono stati requisiti tutti i dispositivi elettronici, ndr.] Intanto a Gaza Una terza ondata di piogge e vento forte sta mettendo a dura prova la vita degli sfollati palestinesi a Gaza. Migliaia di tende precarie sono state spazzate via, lasciando gli abitanti senza un tetto e soprattutto al freddo. Non è colpa del maltempo, come scrive la stampa, scorta mediatica del genocidio, ma è colpa della politica criminale dei generali israeliani che stanno impedendo i soccorsi e vietando l’ingresso di aiuti come case prefabbricate, coperte e mezzi di riscaldamento. La protezione civile palestinese ha compiuto diversi interventi per salvare famiglie intrappolate in tende assediate dalle acque. In un caso, il corpo di un bambino di tre anni è stato recuperato dal lago che aveva sommerso la tenda. Giornalisti nel mirino Il sindacato dei giornalisti palestinesi a Ramallah ha pubblicato uno studio sull’accanimento israeliano contro il settore dell’informazione a Gaza. “Non solo sono stati presi di mira gli operatori dell’informazione per cancellare la verità, ma sono stati presi di mira anche i loro familiari. Sono 706 i familiari di giornalisti assassinati in attacchi mirati”. L’ultimo caso è avvenuto alcune settimane fa a Khan Younis durante l’attacco contro la casa di Al-Astal, nel quale sono state uccise 15 persone, in prevalenza bambini e ragazzi, ed è stata assassinata la giornalista Hiba Al-Abadla. E in Cisgiordania L’offensiva dell’esercito israeliano è generalizzata in tutta la Cisgiordania, con apice di violenza a Jenin. Le devastazioni a Qabatia si elevano a crimini di guerra e contro l’umanità. Per vendetta collettiva, la cittadina è stata privata dell’elettricità, tagliando i fili della rete urbana. Le strade, la fognatura e la rete idrica sono state vandalizzate “dall’unica democrazia in Medio Oriente”. Oltre all’azione dei militari si registra un attacco dei coloni protetti dai soldati. A Makhmas, a nord di Gerusalemme, sono state tagliati o sradicati 40 ulivi. In Cisgiordania, i coloni ebrei con la protezione dell’esercito hanno compiuto 485 aggressioni nel mese di novembre, sradicando 1986 alberi da frutto, principalmente ulivi. Le azioni sono sempre finalizzate all’allargamento delle colonie ebraiche, con la distruzione dell’economia dei villaggi palestinesi che costringe i nativi all’emigrazione. Siria Le truppe israeliane si comportano in Siria come se fossero a casa loro. Espansionismo che ricorda la Germania prima della seconda guerra mondiale. Ieri, come in tutti i giorni precedenti, i soldati israeliani con i loro carri armati hanno occupato villaggi e controllato strade. Compiuto rastrellamenti e arresti. Distrutto raccolti e sradicato alberi. Una pratica che Israele ha sperimentato a Gaza e Cisgiordania occupate: distruggere l’economia per fiaccare la resistenza di un popolo e costringerlo alla deportazione. Libano Gli attacchi in Libano contro un governo arreso non hanno più l’obiettivo di colpire Hezbollah, ma di umiliare i politici di Beirut. Ieri l’IDF ha colpito a 140 km dal confine. È la politica del dominio. Neanche i caschi blu dell’Onu si sono salvati: un soldato delle forze internazionali è stato ferito dal fuoco israeliano. La denuncia dell’Unifil è puntuale: “Non c’erano pericoli in zona e la postazione Onu è ben segnalata”. L’avvertimento è chiaro: intimidire le forze internazionali per accelerare la loro partenza e preparare il terreno alla prossima offensiva israeliana in Libano per occupare il sud del paese. La stampa israeliana scrive che i piani militari sono pronti. Manca solo la luce verde di Trump, che Netanyahu tenterà di ottenere durante la visita prima di capodanno. Yemen L’Arabia Saudita ha concentrato al confine orientale dello Yemen 20 mila uomini, minacciando il Consiglio transitorio indipendentista sud-Yemenita. Il ministro degli esteri del governo yemenita in esilio non ha escluso un’alleanza di interessi con gli Houthi pur di sconfiggere i secessionisti. In una terra devastata dai conflitti e dalle interferenze esterne parlare di unità del paese è una forma di ipocrisia strumentale: le zone che i militari del Consiglio transitorio sud-yemenita hanno occupato (loro affermano di averle liberate) sono ricche di giacimenti di petrolio. I due paesi del Golfo padroni dello Yemen – in contrapposizione con Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – conducono le fila di una guerra per procura fingendo di essere alleati. ANBAMED