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La guerra interna si intensifica. Sulle 32 denunce per il blocco al porto di Ravenna
Riceviamo e diffondiamo questo comunicato di diverse realtà anarchiche e libertarie romagnole. Anche su https://piccolifuochivagabondi.noblogs.org/la-guerra-interna-si-intensifica/ Qui una versione impaginata per la lettura: laguerrainterna Qui una versione in opuscolo: comunicato-opuscolato-stampa   LA GUERRA INTERNA SI INTENSIFICA. 32 DENUNCE PER IL BLOCCO AL PORTO DI RAVENNA. In questi giorni la stampa ha dato notizia dell’arrivo di 32 denunce per un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di persone ha bloccato per circa due ore l’accesso al terminal container contro l’invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le operazioni di carico e scarico dei camion. Come in altri porti italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali dell’Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti “dual use” (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo l’ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza scrupoli come MSC, Zim e Maersk. La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha minacciato anche “provvedimenti di natura amministrativa”. Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con l’ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede, quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo decreto – che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo – si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non allineate. Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il 20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto ddl “eco-vandali” (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso “interno” di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, daspo urbani, sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno tutti parte della stessa logica. Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e riconoscibile in una cornice di guerra. Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino, ed in seguito con l’appoggio dato dai governi democratici al genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di euro della spesa pubblica verso il settore militare e l’invio di armi. Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per l’industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive. I discorsi in Europarlamento che decretano la “fine della pace in Europa” e l’impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e l’approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso. La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico, chiede di “prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte”(1). Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa, sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto presto vedremo altre categorie unirsi all’elenco dei nemici interni. I partiti di governo stanno già alzando l’indice contro chi osa scioperare, come i metalmeccanici dell’ex Ilva che temono di perdere il posto di lavoro. Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta simbolica all’opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri, quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito – cioè quello che non dà fastidio – si fanno più stretti. La guerra è davvero “principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti” come osservava Simone Weil. La foga repressiva é comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando per la guerra, non é prerogativa di un singolo governo di destra come quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente autoritari come la Russia, la Cina o l’Iran, o come l’Egitto, la Turchia e l’Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell’occidente). In Francia, Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile manifestare, basta una bandiera palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche, così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche l’Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto. Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell’economia, e ad un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali – ad esempio le Corti di giustizia – significa non aver capito che questi, se mai hanno contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio (persino ai governi dei paesi arabi). La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle istituzioni ma germoglia con l’azione diretta degli individui, dalla resistenza delle comunità. I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano l’industria e l’esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all’occupazione militare e al massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i territori. Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le autorizzazioni necessarie per l’insediamento di produzioni belliche, come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì, sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo forlivese per la produzione di antenne satellitari “dual use” (progetto ERiS). Al contrario chi cerca d’impedire l’arrivo di armi e rifornimenti a chi continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l’industria militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti, ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno mai. Si chiama dignità. Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna. La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e la logistica militare é giusto, oltre che necessario! – Spazio Libertario “Sole e Baleno” Cesena – Collettivo Samara – Equal Rights Forlì – Brigata Prociona Imola – Assemblea Anarchica Imolese – Spazio Autogestito Capolinea Faenza ______ NOTA (1) Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la Francia a prepararsi ad “accettare di perdere i propri figli” in un conflitto ritenuto non lontano. 
A buon rendere. Solidarietà con gli anarchici condannati a Massa
Riceviamo e diffondiamo. Qui il testo in formato volantino, di cui è incoraggiata anche la distribuzione cartacea: a-buon-rendere-massa-5-novembre A buon rendere Solidarietà con gli anarchici condannati dal tribunale di Massa Continuiamo a lottare contro il 41 bis e le politiche di guerra Il 5 novembre 2025 si è tenuta al Tribunale di Massa l’udienza con la lettura della sentenza di primo grado nel processo per la manifestazione tenutasi a Marina di Carrara il 10 settembre 2022. Un’iniziativa in solidarietà con i rivoluzionari prigionieri e in particolare con l’anarchico Alfredo Cospito, trasferito a maggio dello stesso anno nel regime detentivo previsto dall’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario e all’epoca a rischio di una condanna all’ergastolo nell’ambito del processo “Scripta Manent”. Una sentenza che si discosta di molto poco dalle richieste del pubblico ministero. Due condanne a 3 anni e 6 mesi (più una multa di 1800 euro a testa) e una a 2 anni e 4 mesi (più 700 euro) per “rapina” e “impedimento di una riunione di propaganda elettorale” nei confronti di due compagni e una compagna (tra l’altro già coinvolta nel cosiddetto procedimento “Sibilla” assieme ad altri 11 inquisiti, tra cui Alfredo Cospito, e terminato con una sentenza di non luogo a procedere). Durante il percorso della manifestazione venne incrociata una postazione di propaganda elettorale della Lega, il cui banchetto finì ribaltato dopo un breve parapiglia. Da qui l’accusa di “rapina” per cui questi tre imputati nel marzo 2023 sono stati perquisiti, ricevendo anche la notifica della misura cautelare dell’obbligo di firma, prolungatosi per oltre un anno. Poi, una condanna a 1 anno e 6 mesi (più 7 euro) e un’altra a 1 anno (più 3 euro, con pena sospesa) per il solo “impedimento di una riunione di propaganda elettorale” in relazione al turbamento arrecato dalla manifestazione al baraccone che portò all’elezione dell’attuale governo Meloni. Una multa di 70 euro per “imbrattamento” in riferimento ad alcune scritte murali comparse su una filiale Unicredit situata nelle vicinanze: “Fuori Alfredo dal 41 bis” e “Guerra alla guerra”. Infine l’assoluzione per un imputato. Cinque gli aderenti alla Lega tra le “persone offese” nel processo. Con il solito vittimismo – certamente consueto, ma ogni volta stupefacente per la completa assenza di pudore – nei giorni seguenti i fatti questi signori avevano descritto quella vivace manifestazione come un momento di guerriglia urbana (magari!). La Lega è un partito notoriamente responsabile in particolar modo delle stragi nel Mediterraneo: i suoi dirigenti si sono assiduamente impegnati affinché sempre più migranti possano affogare senza che la falsa coscienza dei benpensanti venga scossa. La Lega ha sostenuto tutte le politiche guerrafondaie e antiproletarie che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Abbandonata ogni demenziale velleità secessionista, al “prima il nord” hanno sostituito un “prima gli italiani”, ma sappiamo bene che – come ogni altro partito politico – ciò che ci stanno dicendo è sempre prima i padroni. Prima i padroni, i capitalisti, i loro interessi e quelli dei loro servitori e reggicoda. Oggi degli anarchici vengono condannati per rapina nei confronti della Lega – il cui magro bottino, lo diciamo senza assumere pose vittimiste, sarebbe stato un tavolino da campeggio – e per aver turbato il sereno svolgimento della farsa elettorale. Non ci aspettiamo un trattamento differente e non abbiamo l’imbarazzo di questo o quel politico quando qualche loro amico viene accusato di qualche intrallazzo, truffa o ladrocinio che è il pane quotidiano della politica (detto en passant, le cronache degli anni passati abbondano di notizie sull’appropriazione indebita di 49 milioni di euro). Non abbiamo amicizie tra questi signori e i loro maggiordomi, né nutriamo illusioni elettorali o istituzionali: tutta la nostra storia è quella di un’ineludibile lotta contro lo Stato, il capitale e i loro servi. Non abbiamo nulla da salvare di questo vecchio, decrepito mondo che intendiamo mettere a soqquadro (ben altro che un banchetto ribaltato). È presto detto: desideriamo la distruzione di ogni ordine politico ed economico in favore della libertà integrale di tutti e di ciascuno. Mentre la guerra è alle porte, tra piani di riarmo europeo, incessanti morti per il lavoro e un genocidio trasmesso in diretta mondiale, la fiducia nei confronti dei governanti pare svanire ogni giorno di più. Eppure, eccettuate incoraggianti eccezioni, sopportiamo supinamente quasi ogni angheria, alzando il capo di tanto in tanto quando la dignità viene calpestata con maggiore vigore. Quando smetteremo di coltivare la nostra rassegnazione, quando cominceremo a rispondere? Continueremo ad alzare le spalle con indifferenza? Il 20 ottobre 2022 Alfredo Cospito iniziava uno sciopero della fame contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, interrotto il 19 aprile successivo a seguito del pronunciamento della Corte costituzionale sulla normativa inerente l’ergastolo. Il movimento di solidarietà internazionale sviluppatosi negli anni 2022-’23 ha impedito una condanna all’ergastolo ostativo per Alfredo (all’epoca pressoché certa con l’esito del processo “Scripta Manent” in Corte di Cassazione), gettato luce sulla natura di un regime detentivo di tortura prima di allora intoccabile, messo un bastone tra le ruote della macchina della repressione statale che riguarda tutti gli oppressi. Azioni dirette e rivoluzionarie, uno sciopero della fame a oltranza, iniziative nelle carceri di mezzo mondo, manifestazioni in ogni dove. Impeti di dignità che non riguardano solamente le sorti processuali e detentive di qualche anarchico recluso. Le calunnie dei politici e le mistificazioni dei mass-media non sono bastate a nascondere una verità lampante: padroni e governanti non valgono un briciolo dell’integrità di un rivoluzionario. Oggi come ieri, nei tribunali si celebra il diritto e si sancisce il monopolio della violenza da parte dello Stato. Che altro dire? Noi andiamo avanti per la strada intrapresa. A buon rendere. Novembre 2025 Circolo Culturale Anarchico “Gogliardo Fiaschi” – Carrara Circolo Anarchico “La Faglia” – Foligno • Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi”, via Ulivi 8/B, Carrara — Aperture: mercoledì (16:00-18:00), venerdì (17:30-19:00) • e-mail: circolofiaschi@canaglie.org — pagina facebook: https://www.facebook.com/circoloculturaleanarchicogogliardofiaschi — canale telegram: https://t.me/circoloculturaleanarchicocarrara • Circolo Anarchico “La Faglia”, via Monte Bianco 23, Foligno • e-mail: circoloanarchicolafaglia@inventati.org — canale telegram: https://t.me/circoloanarchicolafaglia
È uscito il terzo numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”
Riceviamo e diffondiamo: È uscito il terzo numero di “disfare – per la lotta contro il mondo guerra”, dell’autunno 2025. Per richiedere copie / To request copies / pour demander des exemplaires: disfare@autistici.org * 56 pagine, 4 euro a copia, 3 euro per i distributori (dalle 3 copie in su) * 56 pages, 4 euros per copy, 3 euros for distributors (from 3 copies upwards) * 56 pages, 4 euros par exemplaire, 3 euros pour les distributeurs (à partir de 3 exemplaires) Scarica il pdf dell’editoriale: disfare_3_editoriale   Editoriale Interrompere il flusso, ritrovare il mondo Quella avvenuta tra fine settembre e inizio ottobre è stata per certi versi una tempesta perfetta. L’appello lanciato dai portuali di Genova (e raccolto nei porti di Ravenna, Livorno, Salerno, Marghera, Trieste, Napoli…) a “bloccare tutto”, in occasione del tentativo di rompere il blocco navale israeliano su Gaza da parte della Sumud Flotilla, ha visto milioni di persone scendere in strada con l’idea di partecipare a uno sforzo concreto contro il genocidio. Le ambivalenze a bordo si riflettevano nelle piazze – solidarietà internazionalista contro umanitarismo, azione diretta contro rappresentazione, rottura della legge contro proposta costituente, rifiuto della delega contro mediatizzazione, riconoscimento tra sfruttati contro interclassismo – senza permetterne facili e immediate letture. Moti “spuri”, “opachi” – come usano dire gli analisti della politica dall’epoca dei Forconi a quella dei Trattori passando per i No Green Pass – la cui simultaneità e i cui numeri hanno messo in difficoltà il governo, mentre varie componenti della sinistra più o meno istituzionale tentavano di garantirsi uno spazio di rappresentazione[1]. Foschia e strumentalizzazioni, certo, ma nella rottura della normalità si è aperta una breccia per ciò che fino a poco prima sarebbe stato impensabile. Bloccare fabbriche, porti, stazioni, autostrade, aeroporti, scuole, università. Prendersi strade non concesse e scontrarsi con chi le nega. Non più la domanda “perché scendere in strada?” ma, per molti, ritrovarsi in strada senza niente da chiedere, con l’anelito che tutto l’orrore finisca e la sensazione che il tempo d’agire non sia più procrastinabile. La propaganda ci aveva abituati a pensare alla guerra in Europa come a un fatto novecentesco, ebbene sempre dal Novecento è tornato anche il mito dello sciopero generale, con tutta la forza – e le faglie[2] – che si porta dietro. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada in tutta Europa (in Francia, in Spagna e in Grecia) producendo, volontariamente o no, irregolarità e disallineamenti che – così come nelle manifestazioni di massa che hanno infiammato il “Sud globale” grazie ai giovani no future (p. 41), quelli che rischiano di trovarsi nei prossimi anni di fronte alla prospettiva dell’arruolamento –  hanno dischiuso la possibilità di inceppare la macchina del terrore, con un connubio tra azione e non-collaborazione[3]. La pratica del blocco diffuso ha infatti infranto il mortifero ordine costituito secondo un gioco di scomposizioni e corrispondenze: “bloccare per avanzare”, diceva uno slogan dal gusto per l’ossimoro. Scomporre la guerra totale nelle sue ramificazioni determinate – una fabbrica, una strada, un porto, un palazzo del governo, un cavo, la polizia – e, attaccandole, ricomporre il quadro generale dei rapporti gerarchici e mercantili. Dopo due anni di genocidio in streaming e mentre sul fronte orientale si perpetua la minaccia della distruzione totale che la scienza vuole rendere tecnicamente senza fine[4], quegli istanti – alcuni inaspettati, come l’attacco alla Tech Week e alla Leonardo a Torino (p. 28), altri organizzati e collettivi, come le pratiche di blocco (p. 22) e mobilitazione in diversi snodi decisivi per la guerra – hanno talvolta rotto il tempo della rappresentazione, del diritto, dell’umanitaria banalità del bene che non mette in discussione le strutture del dominio, dell’ineluttabilità. E, contro il mare piatto della rassegnazione, hanno reso palpabile una ritrovata tensione etica. Disallineamenti e rotture contro la normalità, talvolta dentro e contro gli stessi cortei, capaci di svelare la logistica – scienza e tecnologia la cui razionalità si origina in ambito militare (p. 7) – quale perno centrale nell’organizzazione della guerra totale. L’organizzazione dei flussi, sempre più sofisticata ed ingegnerizzata ed in cui rotte civili e militari si sovrappongono quotidianamente senza soluzione di continuità, presenta al contempo delle evidenti vulnerabilità e diventa quindi potente terreno di lotta antimilitarista, come emerge nelle azioni di anonimi sabotatori disfattisti in molteplici punti del vecchio continente – contro ferrovie, porti e centri di ricerca (p. 30, p. 46). I recenti blocchi e sabotaggi della logistica di guerra (sia essa di merci, esseri umani o informazioni), assumono un significato ben più profondo di quel semplice “disarmare” la produzione e la tecnologia (affinché continuino ad espandersi per il benessere generale) invocato nelle rappresentazioni della sinistra – la cui storia dice guerra, che si chiami privatizzazione, missione di pace, riforma del lavoro, ordine pubblico o detenzione amministrativa (p. 49). È la vita stessa che giunge ad essere concepita come un flusso manipolabile e ottimizzabile. Per questo interrompere i flussi della guerra può significare mettere in questione tutto, rompendo con la concezione per cui la vita è ridotta a un’entità in tutto analoga alle macchine, che è alla base del tentativo di replicare l’intelligenza umana attraverso i computer – un progetto che fin dai suoi albori è teso all’accrescimento della potenza militare (p. 14). Il concetto stesso di militarizzazione, al netto della condivisibile sensibilità che spesso ne muove l’utilizzo, è fuorviante: esso implica una corruzione o distorsione in senso bellico di conoscenze, tecnologie, istituzioni che sarebbe solo recente o localizzata. In realtà, il tecno-mondo e la guerra – come approfondiamo in questo numero in particolare rispetto alla logistica e all’intelligenza artificiale – sono implicati in un rapporto storico di co-produzione tramite cui si sono dati e si danno forma a vicenda, e condividono le stesse logiche profonde. La Storia che vorrebbero scrivere i dominatori, nel frattempo, continua a prendere forma. Il conflitto militare sembra sempre essere sull’orlo di precipitare (dalla Polonia all’Iran), mentre la mobilitazione pre-bellica e la complicità autoritaria si rafforza – ad esempio attraverso la caccia ai disertori, oggi braccati in Ucraina dagli stessi droni che li rimpiazzano in trincea (p. 31, p. 33). I BRICS+ – che hanno contribuito a fabbricare la macchina del genocidio (dai droni cinesi e indiani, al petrolio brasiliano, al carbone sudafricano e russo, alla logistica egiziana, emiratina e saudita…) – non rappresentano affatto una “alternativa”; mentre la “pace eterna” sbandierata da Trump in Medioriente è la stessa che viene proposta in Ucraina: tregue traballanti o inesistenti, che prefigurano altri massacri in quella macabra sequenza distruzione-spopolamento/ricostruzione-riordinamento che palesa la continuità tra il piano genocidario e quello di un ordinario sgombero o progetto di riqualificazione urbana. Mentre le alleanze tra Stati assumono sempre più frequentemente geometrie variabili e inestricabili, l’attacco statunitense al Venezuela conferma un vecchio e arcinoto adagio: l’America First comporta innanzitutto il riserrare i ranghi nei “cortili di casa”. Infatti, se in America Latina, dietro la retorica della guerra al narcotraffico (p. 35) si consolida il dominio neocoloniale su materie e corpi considerati strategici per la logistica militare-commerciale, per l’energia, per il dollaro (p. 44), in Europa la bolla del riarmo (p. 11) spinta con retoriche diverse tanto dall’élite sovranista quanto da quella globalista, apparecchia grossi affari per i finanzieri d’assalto. Il declino del potere occidentale ne svela la ferocia e rende l’incarceramento di massa una realtà, già pienamente visibile a Gaza e in Cisgiordania, nelle deportazioni di migranti negli USA come in Europa, nelle retate in periferia che nelle favelas di Rio diventano carneficine, nella messa al bando di “nemici interni” – terroristi, trafficanti, poveri “cattivi”. Riflettere sul «rapporto di implicazione reciproca tra le forme della carcerazione e le caratteristiche della resistenza» (p. 38) diventa quindi più che mai necessario. Proprio nel momento in cui, a seguito della proscrizione e oltre duemila arresti, i prigionieri di Palestine Action intraprendono uno sciopero della fame, e la presenza della polizia penitenziaria in tenuta antisommossa durante il corteo del 4 ottobre a Roma rende plastica l’immagine del futuro previsto per quella parte di umanità considerata nemica o minaccia, dentro e fuori dalle mura cintate. In questo scenario di guerra, che sia definita ad “alta” o a “bassa” intensità, a difendere le popolazioni dall’abisso non ci saranno Diritti più o meno internazionali, costituzioni, enti sovranazionali, per questo compito «siamo tutto ciò che abbiamo». Se l’umano è da tempo “senza mondo”, disfare il mondo-guerra – l’orrore che è semplicemente “dato” – significa precisamente (ri)trovare il mondo come intenzione e significato per quella parte di umanità tagliata-fuori o mai ammessa alla Storia della classe dominante. Nel momento in cui, tramite le armi di distruzione totale, si dischiude lo scenario di un mondo-senza-umani, le brecce aperte a settembre e ottobre che si intrecciano all’imprevisto del 7 ottobre ci dicono che è possibile riattivare le storie dei dominati interrompendo il continuum storico del dominio. Come sottolinea il contributo “I compiti dell’ora presente” (p. 5): «Dobbiamo uscire da quello che Riccardo d’Este chiamava “totalitarismo del frammento” (…). Se i nostri privilegi differiscono alquanto in base al colore della pelle, alla classe e al sesso, tutte le nostre vite si riproducono grazie al saccheggio planetario di materie e corpi, foreste e infanzia, sussistenza comunitaria, ghiacciai e cosmovisioni. Dal “Sud Globale” sta arrivando un’inaspettata notifica: materie e corpi sono sempre meno disponibili, poiché il moto-Palestina cita all’ordine del giorno cinquecento anni di depredazioni e di resistenza». «Di doman non v’è certezza», dice la più grande rivolta carceraria della storia, in Palestina. E come affermano i moti d’autunno, qui come altrove, rifiutare lo spossessamento tecnologicamente equipaggiato e la predazione materiale e spirituale delle nostre vite è forse diventato pensabile.   [1] Limitiamoci qui alla CGIL, che ha proclamato prima uno sciopero il 19 settembre – depotenziando lo sciopero del 22 settembre indetto dai sindacati di base – per poi, senza tema di contraddizione, unirsi allo sciopero generale del 3 ottobre convocato inizialmente da SI Cobas, a rincorsa della propria base. [2] Secondo la nota riflessione di Walter Benjamin (Per la critica della violenza, 1920) che, riprendendo la critica di Sorel, distingue lo sciopero generale politico – che mira ad un cambiamento nei rapporti di forza tutto interno all’orizzonte dello Stato e del Diritto – da quello proletario, che pone «la questione di una violenza di altro genere», rivoluzionaria perché non ha il fine di impadronirsi dello Stato, ma si manifesta distruggendone l’ordine e la temporalità. [3] Su cui ci eravamo soffermati nel primo numero di disfare, con l’articolo “Il fuoco di Prometeo”. [4] Il nuovo missile a propulsione nucleare Burevestnik – “uccello delle tempeste” –, testato dalla Russia riattivando la competizione tecno-scientifica globale, può restare in volo a bassa quota per ore in forza del motore atomico.      
UniTN-FBK: per la guerra, l’incarcerazione tecnologica della società e a sostegno del regime sionista
Riuniamo in questa pagina i vari contributi usciti sul coinvolgimento dell’università trentina, e della Fondazione Bruno Kessler che ne è il nucleo storico, con il regime sionista, il comparto bellico e il controllo sociale tecnologico: Qui una mappa delle attività di Uni-Tn e FBK: https://ilrovescio.info/2025/11/14/trento-28-novembre-corteo-per-lo-sciopero-generale-con-volantino-mappa-delle-collaborazioni-tra-unitn-fbk-e-industria-bellica/ Qui un contributo di un compagno su FBK: https://ilrovescio.info/2025/05/21/fbk-per-la-guerra-e-lincarcerazione-tecnologica-della-societa/ Qui la vicenda “Truman”, che ha messo pubblicamente l’università di Trento davanti alle sue responsabilità: https://ilrovescio.info/2025/06/17/the-truman-show-luniversita-di-trento-collabora-anche-con-israel-ibm/ Qui i numeri del bollettino “Campagna di sfida”, a cura dell’Assemblea trentina in solidarietà con la resistenza palestinese: https://ilrovescio.info/2025/05/01/campagna-di-sfida-n-2-spezzare-le-collaborazioni-con-il-genocidio/ Qui un contributo studentesco più vecchio: https://ilrovescio.info/wp-content/uploads/2023/11/intervento.pdf Qui un numero del foglio “Dal fronte umano” (del Collettivo Terra e Libertà) in cui si parla anche delle sperimentazioni di controllo tecnologico attuate da FBK nella città di Trento: https://ilrovescio.info/2024/01/08/un-test-chiamato-gaza-dal-fronte-umano-iii/