«Un pessimo affare per gli allibratori». Parole di Mahmud Darwish contro il tempo del “Board of Peace”Ripubblichiamo, qualche giorno dopo la giornata della memoria selettiva, due
testi di Mahmud Darwish, entrambi contenuti nella raccolta «Diario di ordinaria
tristezza», uscito nel 1973. Parole che sembrano sbatterci in faccia il
presente. Mentre il Board of Peace dell’infamia segna un nuovo capitolo del
colonialismo sionista e del genocidio in corso, queste parole ci raccontano di
un’altra Gaza, quella della Resistenza («Per questo Gaza sarà un pessimo affare
per gli allibratori»). Una resistenza di fronte al mondo della civiltà che vuole
farla «uscire dal cerchio dell’umanità perché ha cercato di oltrepassarlo». Ma
una resistenza difficile da estirpare ed eliminare, non avvicinabile poiché
«imbottita di un quarto di secolo di tragedia, rabbia ed esplosione». Per questo
uccidere la memoria. Perché come sanno i suoi nemici, e come avverte l’autore di
queste righe, «la [mia] schiavitù non equivale alla sicurezza».
Qui in pdf: Darwish
Silenzio per Gaza
Si è legata l’esplosivo alla vita e si è fatta esplodere. Non si tratta di
morte, non si tratta di suicidio.
È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
È l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni, sedotto dal
filtrare col tempo, eccetto a Gaza. Perché Gaza è lontana dai suoi cari e
attaccata ai suoi nemici, perché Gaza è un’isola. Ogni volta che esplode, e non
smette mai di farlo, sfregia il volto del nemico, spezza i suoi sogni e ne
interrompe l’idillio con il tempo. Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale. Non spinge la gente alla
fredda contemplazione, ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà. Il
tempo laggiù non porta i bambini dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia, ma
li rende uomini al primo incontro con il nemico. Il tempo a Gaza non è relax, ma
un assalto di calura cocente. Perché i valori a Gaza sono diversi, completamente
diversi. L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di resistenza
all’occupante. Questa è l’unica competizione in corso laggiù. E Gaza è dedita
all’esercizio di questo insigne e crudele valore che non ha imparato dai libri o
dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare spiegate della
propaganda o dalle canzoni patriottiche. L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro che non è svolto in funzione della pubblicità o del ritorno
d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo
bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e offre il suo
sangue.
Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il
sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di
commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la
gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia, tende abbandonate al vento, merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata, né la più grande, ma equivale alla storia di una
nazione.
Perché, agli occhi dei nemici, è la più ripugnante, la più povera, la più
disgraziata,
la più feroce di tutti noi. Perché è la più abile a guastare l’umore e il riposo
del nemico ed è il suo incubo. Perché è arance esplosive, bambini senza
infanzia, vecchi senza vecchiaia, donne senza desideri. Proprio perché è tutte
queste cose, lei è la più bella, la più pura, la più ricca, la più degna d’amore
tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie. Non sfiguriamone la
bellezza che risiede nel suo essere priva di poesia. Al contrario, noi abbiamo
cercato di sconfiggere il nemico con le poesie, abbiamo creduto in noi e ci
siamo rallegrati vedendo che il nemico ci lasciava cantare e noi lo lasciavamo
vincere. Nel mentre che le poesie si seccavano sulle nostre labbra, il nemico
aveva già finito di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza quando la trasformiamo in un mito perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più di una piccola e povera città che resiste. Quando
ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito, dovremmo mandare in pezzi tutti i
nostri specchi e piangere se avessimo un po’ di dignità, o dovremmo maledirla se
rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza se la glorificassimo. Perché la nostra fascinazione per lei
ci porterà ad aspettarla. Ma Gaza non verrà da noi, non ci libererà. Non ha
cavalleria, né aeronautica, né bacchetta magica, né uffici di rappresentanza
nelle capitali straniere. In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri
attributi, la nostra lingua e i suoi invasori. Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe, perché lei ha natali di fuoco e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero: la sua coesa resistenza popolare sa
benissimo cosa vuole (vuole scrollarsi il nemico di dosso). A Gaza il rapporto
della resistenza con le masse è lo stesso della pelle con l’osso e non quello
dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il proprio destino alla
firma né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento
mediatico. Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere sfoderando un
sorriso stampato.
Lei non vuole questo, noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche. La cosa
bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la
fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono, niente la
distoglie. Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. Né il modo di
spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando
sarà completamente esplorato. Niente la distoglie. È dedita al dissenso: fame e
dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e
dissenso, morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su
una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza
dichiara che merita di vivere.
Andando straniero per il mondo
A tarda notte il mondo va a dormire.
È stata una giornata piena. La tranquillità ha sommerso la terra: i congegni
della civiltà occidentale combattono contro la volontà umana in Asia. Le terre
asiatiche muoiono, le genti asiatiche muoiono. Le acque dei fiumi spazzano via
chi ha mancato l’incontro con i congegni della civiltà. Vicino al mar
Mediterraneo, scarponi militari di fabbricazione occidentale continuano a
calpestare le antiche civiltà e l’uomo nuovo. Negli ordinari, perfettamente
ordinari, telegiornali si stermina un campo di bambini perché sono arabi e sono
capaci di crescere.
A giorno fatto, il mondo si alza dal letto e va verso la stanza dei bottoni. Ha
avuto una notte tranquilla e sogni ininterrotti di felicità.
Così dorme il mondo.
Così si sveglia il mondo.
Così mi dimentica.
Si ricorda di me solo in due casi: quando sperimento la morte e quando
sperimento la vita. Sono morto da un quarto di secolo e sono sazio di morte.
Oggi, oggi il mondo non va a dormire. Ritto sul bordo del globo terrestre, mi ha
ordinato di uscire dal cerchio dell’umanità perché ho cercato di oltrepassarlo,
ho cercato di entrare.
“Che t’importa della mia storia, mondo? Che t’importa?”
“La storia è il passato, l’ho studiato a scuola.”
“Dove mi hai visto la prima volta?”
“Ti vedevo sempre in suolo palestinese finché te ne sei andato e pace e
tranquillità sono tornate in terra. Perché torni adesso? Perché rompi la
tranquillità?”
Così il mondo m’interpreta, così vuole che sia. La nostra lotta è finita quando
me ne sono andato dalla Palestina, non c’era più il custode del fuoco.
L’equazione di pace è soddisfatta: la sicurezza internazionale è condizionata
alla mia assenza dalla Palestina e dall’umanità.
Non ho detto addio a niente e a nessuno. Il calcio di un fucile mi ha fatto
rotolare dal Carmelo al porto, mentre cercavo di aggrapparmi ai fianchi di Dio e
gridavo finché ho perso la voce e i sensi. Ma il mondo mi ha promesso elemosina
in cambio di una tregua con me stesso, perché la tregua con l’assassino si attua
solo dopo la tregua con se stessi. Il mondo mi ha fatto l’elemosina: ha dato
farina, vestiti, tende a me e ai miei figli mai nati. Io in cambio gli ho dato
la patria e la sicurezza. Quando, in esilio, avevo freddo, i giornali
dell’opinione pubblica internazionale mi riparavano dalla pioggia e dai brividi.
Quando avevo fame, tre righe di discorso del capo di uno stato civilizzato mi
saziavano. Quando avevo nostalgia, le canzoni straniere che sgorgavano dalla
radio dei vicini mi rendevano la partenza una bella esperienza.
Così il mondo va a dormire e mi dimentica.
“Non svegliate la vittima, potrebbe gridare.”
“Chi l’ha svegliata? Chi è stato?”
“Un vento che soffia all’improvviso, rianima i morti.”
“Da dove soffia?”
“Da ogni direzione, dalla patria.”
“Chi ha insegnato loro questo termine desueto?”
“Poeti che cantano al suono del rababa.”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno inventato un altro termine: libertà.”
“Chi ha insegnato loro questo termine sedizioso?”
“Ferventi rivoluzionari”
“Uccideteli.”
“Li abbiamo uccisi, ma hanno imparato un’altra parola: giustizia.”
“Chi ha insegnato loro questo termine?”
“L’oppressione. Possiamo uccidere l’oppressione?”
“Se annientate l’oppressione, annientate voi stessi.”
“Che facciamo?”
“Uccidiamo la memoria.”
Così il mondo dorme. Così si sveglia. Lui armato fino ai denti, io incatenato
fino ai denti. Il forte è civilizzato, il debole è barbaro. La storia non è un
giudice. La storia è un impiegato. Che cosa avrebbero detto i pellerossa se
avessero sconfitto i loro invasori? Chi si vanta della civiltà e del progresso
spesso è un assassino, un mero assassino. Considerate tre cose. La prima: in
passato ha sterminato un popolo, oggi stermina una terra e un altro popolo nel
Sud-est asiatico; fa esplodere il segno della sua grande civiltà, ossia la bomba
atomica, nelle strade del mondo, e a me chiede di andarmene dall’arena
dell’umanità e dal globo terrestre perché sono un terrorista. La seconda: non è
saggio ricordargli il suo passato. Ha bruciato decine di milioni di uomini in
nome della civiltà e del progresso e, ora, carnefice e vittima si abbracciano
generando una nuova creatura che è la terza cosa in questione: cosa produce un
connubio di terrorismo se non terrorismo? La terza è arrivata imbottita di armi
e Torah, mi ha sradicato dal mio monte e dalle mie pianure e mi ha fatto
rotolare dalla civiltà all’abiezione. Queste tre cose mi chiedono di uscire dal
globo terrestre perché sono io il terrorista.
Che cosa faceva il mondo?
A tarda notte andava a letto e dormiva.
Uccidere è sempre un crimine. Allora perché l’omicidio diventa uno dei pilastri
del tempio della civiltà quando è praticato dai più forti?
Israele è stato fondato con mezzi diversi dall’omicidio e dal terrorismo? Com’è
che il mondo ha sempre estrema ammirazione per le stragi ed estrema riprovazione
per l’omicidio di singoli individui? Gli stati hanno il diritto di uccidere i
propri e gli altrui popoli, ma un individuo o un popolo non ha il diritto di
combattere per la propria libertà.
Cos’è l’opinione pubblica internazionale?
Quando pretendiamo giustizia per l’operato degli assassini, usiamo questo
termine in senso figurato, mentre non sta a significare altro che mezzi di
comunicazione diretti da individui i cui interessi sono collusi alle ideologie.
Perché le accordiamo tale sacralità? La vera opinione pubblica, ossia la
coscienza umana, non si vede né si sente, poiché è già stata soffocata e
falsificata dall’istituzione ufficiale di un’opinione pubblica internazionale
occidentale. Se il nostro comportamento è soggetto alle richieste di profitto
dell’opinione pubblica internazionale, espresse tramite i mezzi di comunicazione
ufficiali, allora è arrivato il momento di scoprire che godiamo nell’essere
schiavi e smarriti e facciamo in modo di rimanere tali. E siccome questa
“opinione pubblica” è proprietà di alcuni individui c’è da chiedersi se loro
sono degni di essere giudici. Quando non ci suicidiamo dicono che siamo codardi.
Quando ci suicidiamo dicono che siamo selvaggi. Quando invochiamo la pace dicono
che siamo degli ipocriti bugiardi. Quando invochiamo la lotta dicono che siamo
barbari. Siamo noi gli assassini? Chi ha ucciso chi? Si sono mai fatti questa
domanda?
Non è vero che il mondo ha perso la memoria. Non è vero che siamo capaci di far
tornare la memoria al mondo per compiacerlo. Il mondo vuole rilassarsi, vuole
giocare e bere.
“Perché svegli il mondo?”
“Questa non è la mia voce. È il tonfo del mio cadavere che cade a terra.”
“Perché non muori in silenzio?”
“Perché una morte in silenzio è una vita insignificante.”
“E una morte urlata?”
“È una causa.”
“Sei venuto a dichiarare la tua presenza?”
“Al contrario, sono venuto a dichiarare la mia assenza.”
“Perché uccidi?”
“Non uccido che l’omicidio. Non uccido che il crimine.”
“Vai all’inferno.”
“Vengo dall’inferno.”
Per la prima volta il mondo si chiede: “Chi gli ha detto che è una bomba?”
“Quanti proiettili gli hanno sparato, quante schegge su schegge si sono
accumulate tanto da sprigionare l’energia che lo ha tramutato in un ordigno
esplosivo?”
“Cacciatelo dal cerchio del mondo.”
“Lo abbiamo cacciato, ma è tornato.”
“Tendetegli un agguato al bordo della terra e spingetelo nel vuoto.”
“Non è possibile avvicinarlo, perché è imbottito di un quarto di secolo di
tragedia, rabbia ed esplosione.”
“Un terrorista?”
“Sì, un terrorista disperato.”
Che cosa fanno con la disperazione? La disperazione è sorella gemella della
morte. Voglio soltanto che il mondo rimuova il suo coltello dalla mia gola. Ero
un ostaggio, per venticinque anni sono stato ostaggio in mano vostra e la
disperazione mi ha rilasciato. Cosa mi riporta alla speranza se non dichiarare
la mia disperazione? Cosa mi libera dalla prigionia se non la capacità di
suicidarmi? Che il mondo vada a dormire. Io sono la sua valvola di sicurezza,
questo è il ruolo che mi avete assegnato. Non spetta a voi stabilire come debba
protestare contro la mia morte gratuita. Non spetta a voi stabilire come debba
liberarmi dal cronico massacro. Se non mi rimane altro che la morte, allora
morirò come voglio. Non sono per niente soddisfatto di questo ruolo, la mia
schiavitù non equivale alla sicurezza. Chiamatemi come volete. Ora tocca a me
chiamarmi come voglio e fare quel che voglio. Stare ritto in piedi nel cuore del
mondo. Mi strapperò le braccia, le agiterò in aria, le trasformerò in un pallone
e giocherò con voi. Lo lancerò nelle vostre reti, giudici della civiltà. Né per
la patria, né per il popolo, né per la vendetta. Così, come farebbe un animale
asiatico, vorrei utilizzare il mio corpo, fargli fare movimento dopo una
paralisi durata un quarto di secolo, tagliarlo pezzo a pezzo per divertirvi.
Questa è la mia unica libertà. Perché, esperti di stragi che trasformate i
bambini in carbone, vi opponete al mio suicidio? Voi uccidete, dunque vivete. Io
mi suicido, dunque vivo. D’ora in poi non permetterò a nessuno, eccetto me, di
uccidermi. Mi riconoscete? Il latte dell’Unrwa non fa sangue nelle vene, fa
dinamite e in quella forma il vostro alimento ritorna a voi. Quando mia madre mi
ha gettato nelle vostre strade, mi avete scacciato dicendo: torna da tua madre.
Quando sono tornato da mia madre, mi avete arrestato e torturato dicendo:
terrorista. Da allora, sto cercando mia madre. Sapete dove posso trovarla? Il
mio corpo grondava sangue. Quando ho ripreso i sensi, mi sono ritrovato in una
pozza di sangue e guardandomi ho rivisto nei miei lineamenti il viso di mia
madre. Quello era il mio sangue, non il vostro, giudici del mondo!
Chi mi ha trasformato in profugo mi ha trasformato in una bomba. So che morirò,
so che oggi mi getterò in una battaglia persa, ma è la battaglia del futuro. So
che la Palestina, sulla carta geografica, è lontana da me. So che voi avete
dimenticato il suo nome e utilizzate la sua nuova traduzione. So tutto questo.
Perciò la porto nelle vostre strade, nelle vostre case, nelle vostre camere da
letto.