«Il diritto allo studio contro ogni frontiera»
Studiare, per migliaia di giovani provenienti da contesti di guerra e crisi, non
è solo una scelta formativa ma «un atto di resistenza». È da questa
consapevolezza che nasce il rapporto annuale 2024-2025 di Yalla Study Project 1,
un progetto promosso dal Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, che documenta
le attività annuali del servizio e le barriere sistemiche all’accesso
all’istruzione universitaria in Italia per studenti e studentesse provenienti da
Siria, Palestina, Libano, Africa subsahariana e Asia.
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Nei contesti di conflitto la crisi educativa è devastante. In Siria oltre 2,4
milioni di bambini sono fuori dalla scuola e più di 7.000 edifici scolastici
sono stati distrutti; in Palestina, nella Striscia di Gaza, «il 100% delle
università è stato annientato dai bombardamenti» e più di 625.000 studenti hanno
perso l’intero anno scolastico. In Libano, i rifugiati palestinesi restano
esclusi dall’istruzione secondaria e universitaria a causa di «barriere
strutturali, economiche e legali» che alimentano abbandono scolastico e lavoro
minorile. Non a caso, ricorda il report, «meno del 6% dei rifugiati nel mondo ha
accesso all’università».
Il rapporto è il risultato di un anno di accompagnamento legale e sociale: oltre
200 richieste di supporto raccolte tra novembre 2024 e il 2025, 212 persone
assistite, 62 casi seguiti legalmente e 16 ricorsi contro rigetti di visto
giudicati illegittimi. Un lavoro che parte dal principio che «l’istruzione è un
diritto inalienabile», sancito dall’articolo 26 della Dichiarazione universale
dei diritti umani, ma ancora oggi negato a intere generazioni.
In questo quadro globale, l’Italia secondo Yalla Study appare marginale e miope.
Le borse di studio MAECI – circa 5 milioni di euro l’anno per 480 posti –
risultano fortemente squilibrate: solo 23 borse alla Siria, 12 alla Palestina e
127 all’intera Africa subsahariana, mentre Cina e India ne ricevono 60 ciascuna.
Una sproporzione che il rapporto mette in relazione con le scelte di spesa
pubblica: «le risorse destinate alle missioni militari all’estero superano di
quattro volte quelle investite nella cooperazione educativa».
Un capitolo centrale del report riguarda il sistema dei visti, definito
«arbitrario e discriminatorio». I rigetti monitorati da Yalla Study si fondano
spesso su «motivazioni standardizzate e prive di personalizzazione»: presunta
insufficienza economica, dubbi sull’intenzione di rientro, incoerenza del
percorso di studi o assenza di certificazioni linguistiche già valutate dalle
università. Prassi che, secondo il dossier, violano la normativa vigente e
trasformano il diritto allo studio in «un privilegio per pochi».
Accanto alla denuncia, il rapporto racconta anche le risposte dal basso. In
particolare, la mobilitazione della società civile italiana in sostegno agli
studenti e alle studentesse palestinesi ha dato vita a reti di solidarietà,
tutoraggio e accoglienza, capaci di trasformare l’indignazione in percorsi
concreti di studio. Emblematico il caso di tre studentesse di Gaza ammesse
all’Università di Siena: grazie a un ricorso promosso da Yalla Study, il TAR del
Lazio ha imposto procedure consolari flessibili, riconoscendo che «in contesti
di guerra le regole ordinarie non possono diventare ostacoli insormontabili».
Il report si chiude con una serie di raccomandazioni: un osservatorio nazionale
sui visti per studio, più borse di studio umanitarie, criteri economici
contestualizzati, canali educativi permanenti per Palestina e Siria, e un
maggiore coinvolgimento delle università. Perché, come ribadisce Yalla Study,
«difendere il diritto allo studio significa difendere il diritto al futuro».
1. Scarica il rapporto completo ↩︎