TORINO: “QUE VIVA ASKATASUNA!”. RIFLESSIONI DOPO IL CORTEO DEL 20 DICEMBRE E PROSSIME SCADENZE DI LOTTA
A Torino presidio permanente no stop in Corso Regina Margherita, 47 a pochi
metri dal centro sociale Askatasuna sgomberato giovedì 18 dicembre 2025 con una
maxi operazione poliziesca su mandato di Meloni e Piantedosi, che da giorni ha
militarizzato un intero quartiere, quello di Vanchiglia. Sabato 20 dicembre
almeno 10mila compagne e compagni, in corteo, hanno provato a raggiungere
Askatasuna, circondato da reti e new jersey, circondato da centinaia di uomini e
decine di mezzi delle forze di polizia. I celerini hanno risposto con le
manganellate, un largo utilizzo degli idranti e un fitto lancio di lacrimogeni.
Al termine della manifestazione, compagne e compagni hanno rilanciato
annunciando un’assemblea nazionale per il 17 gennaio e un corteo nazionale in
difesa di Askatasuna per il 31 gennaio.
La corrispondenza di lunedì 22 dicembre su Radio Onda d’Urto con Martina,
compagna del centro sociale Askatasuna.
Di seguito, il comunicato post-corteo del 20 dicembre di Askatasuna:
“Torino città partigiana: Que viva Askatasuna!
L’attacco da parte del governo Meloni è duplice: un attacco alla città di Torino
in quanto anomalia, esempio di resistenza e di lotta e un attacco alle lotte
sociali e al movimento in solidarietà alla Palestina.
Il governo, a seguito di due mesi di mobilitazioni in tutta Italia che hanno
avuto la capacità di bloccare il Paese, si è intimorito perché ha avuto la
consapevolezza che l’Italia avesse scelto da che parte stare.
Pensiamo che in questi giorni, la “medaglia d’oro per la Resistenza assegnata
alla città, stia venendo difesa da un attacco pesante da parte del Governo.
Prosperina Vallet, nome di battaglia “Lisetta”, è il volto che ha accompagnato
il corteo. Gigantografia sottratta alla bieca servitù delle forze di polizia e
operai che lavorano da giorni per rendere completamente inagibile il palazzo di
corso Regina Margherita 47 e che hanno strappato la targa di Giovanni Accomasso,
partigiano torinese unitosi alla resistenza nel ’44.
Ieri in piazza c’era la Torino partigiana: c’erano i giovani e giovanissimi che
stanno crescendo nelle lotte di ora, c’erano le famiglie e i bambini e le
bambine che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione del diritto
all’educazione per permettere lo sgombero di un loro spazio di incontro, c’erano
gli abitanti e le abitanti di Vanchiglia, ancora increduli a fronte
dell’istituzione di un nuovo cantiere nel cuore del quartiere protetto da jersey
e mezzi di polizia, c’erano i comitati cittadini, associazioni, anziani,
compagni e compagne da territori vicini che hanno voluto portare la loro
solidarietà sapendo che lo sgombero dell’Aska riguarda tutti e tutte.
Questa è la città che vogliamo ed è con tutti e tutte coloro che in questi
giorni sono stati al fianco dell’Askatasuna che vogliamo immaginare il futuro.
10 mila persone unite da un sentimento comune: c’è la necessità che lo spazio di
corso Regina Margherita 47 venga riconsegnato alla città e al quartiere e c’è la
volontà di guardare avanti riallargando collettivamente gli spazi di agibilità,
aprendo dimensioni di scambio e di ragionamento collettivo con la Torino che
quotidianamente sceglie come vivere il proprio territorio, che vuole
organizzarsi per un presente diverso, che vuole rappresentare una forza con cui
doversi confrontare perché autonoma. Costruire istituzioni collettive, spazi di
discussione, di socialità, di possibilità è un percorso che va continuato,
sedimentato, insieme.
Insieme come ci si è avvicinati alle mura circondate da jersey e mezzi della
polizia, tra idranti e lacrimogeni, per indicare un’esigenza comune, praticando
il terreno del conflitto. Molte le parole spese sulle pagine dei quotidiani oggi
per riproporre il trito e ritrito ritornello: i violenti, gli incappucciati che
scavalcano i bambini per cercare lo scontro. Piacerebbe a Marrone, Tajani,
Piantedosi – che oggi si congratula con la gestione del questore Sirna da poco
silurato – che questa narrazione corrispondesse alla realtà eppure, spiace dover
ribadire l’ovvio, a Torino non funziona così. Ognuno e ognuna, secondo le
proprie possibilità, dà il suo contributo in una sinergia che solo la Val Susa
ci ha insegnato. Chi non ha le scarpe buone è pronto a sostenere dove l’aria è
un po’ più respirabile, chi non ha abbastanza fiato è presente con sguardo
attento per capire insieme dove occorre esserci.
Non funziona così in nessuno di quei territori in cui esistono esperienze di
organizzazione autonoma della società, non funziona così nei quartieri popolari
a Roma, nelle periferie di Milano, non funziona così nei porti dove in questi
mesi “non è passato nemmeno un chiodo per la guerra”, non funziona così, cari
Piantedosi, Salvini e Meloni, nessuna ruspa potrà distruggere il sogno
collettivo. E’ il sogno che sta in fondo agli occhi di chi ha fatto esperienza
dei blocchi nelle stazioni, di chi ha bloccato il porto di Genova e di Livorno,
di chi ha occupato le scuole e le università per la Palestina libera, di chi ha
camminato fianco a fianco con la consapevolezza di poter rompere la complicità
con il genocidio in Palestina. Ed è da lì che si va avanti, con immaginazione e
con la potenza che solo la percezione di stare costruendo la liberazione
collettiva può permettere.
Sono passati solo tre giorni e la strada è ancora lunga, verrà inaugurato un
nuovo anno di lotta con il Capodanno, ci si incontrerà in una grande assemblea
cittadina il 17 gennaio e si riattraverseranno le strade della città di Torino
il 31 gennaio per il corteo nazionale. E’ una prospettiva da costruire insieme:
oggi il governo ci vuole disciplinati per poterci armare, parla di leva
obbligatoria, finanzia il genocidio in Palestina e manda al collasso la sanità
pubblica, la scuola e i servizi essenziali. Il governo coltiva l’illusione che
basterà continuare così per mandarci in guerra ma questo percorso sarà
un’ulteriore occasione per dimostrare che si sbaglia di grosso.
Intanto, qui da queste parti, noi abbiamo da fare e c’è poco tempo da perdere:
continuare a monitorare quanto accade in Vanchiglia è una delle priorità, ci
uniamo alla voce del quartiere che pretendono che cessi la militarizzazione,
perchè sta colpendo non solo la sua riproduzione economica ma la stessa
vivibilità. Continueremo la lotta condividendo spazi di incontro e socialità
durante queste settimane, perché Natale, si sa, è il momento di andare a trovare
la famiglia, e anche in queste feste saranno in giro i ragazzi di Vanchiglia”.