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La festa di Sankranti porta il Bangladesh a Ravenna
Per la prima volta la comunità bengalese di Ravenna celebra pubblicamente il proprio Capodanno tradizionale. Un evento che segna la crescita e il radicamento di una presenza silenziosa ma in costante aumento. Via Capodistria, quartiere periferico di Ravenna. Sabato 17… Tahar Lamri
Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non… CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
Indonesia: il lato oscuro del boom del nichel
La transizione energetica ha bisogno di nichel, l’Indonesia lo produce. I diritti dei lavoratori, la salute e l’ambiente ne pagano le conseguenze. Senza i metalli la transizione energetica non può andare avanti. Per le auto elettriche, gli accumulatori a batteria,… INFOsperber
Peggiorano le relazioni diplomatiche tra Bangladesh e India
> Le relazioni diplomatiche tra Bangladesh e India hanno raggiunto un livello di > deterioramento senza precedenti. Reciproche accuse, sia a livello pubblico che > diplomatico, hanno ulteriormente raffreddato i rapporti. La situazione è > degenerata al punto che, a partire dal 22 dicembre, entrambi i Paesi hanno > annunciato ufficialmente la sospensione dei normali servizi di rilascio dei > visti. L’escalation di tensione tra i due Paesi vicini ha suscitato profonda > preoccupazione in tutta la regione. Questa “guerra fredda” senza precedenti nelle relazioni amichevoli di lunga data è palpabile da diversi mesi. L’instabilità, iniziata dopo la caduta del governo di Sheikh Hasina, ha acquisito nuovo slancio a causa di una serie di eventi recenti. I legami fraterni e di vicinato hanno subito una forte tensione dopo la transizione politica in Bangladesh il 5 agosto. L’India ha espresso grave preoccupazione per la sicurezza delle comunità di minoranze, in particolare per quanto riguarda l’arresto del leader dell’ISKCON (Associazione internazionale per la coscienza di Krishna) Shri Chinmoy Krishna Das Brahmachari. In risposta, in Bangladesh sono emerse accuse di interferenza indiana, alimentando il risentimento dell’opinione pubblica. Il 12 dicembre Sharif Osman Hadi, portavoce dell’Inqilab Mancha (gruppo studentesco dell’Università di Dhaka fondato dopo la Rivoluzione di luglio 2024) , è rimasto gravemente ferito dopo essere stato colpito alla testa da malviventi a Dhaka. È deceduto il 18 dicembre mentre era in cura a Singapore. Il sospetto e l’indignazione dell’opinione pubblica si sono intensificati quando sui social media sono circolate foto che suggerivano che il “terrorista identificato” che aveva attaccato Hadi fosse riuscito a eludere i servizi segreti e le forze dell’ordine del Bangladesh per fuggire tranquillamente oltre il confine con l’India. In relazione all’incidente di Hadi, varie organizzazioni riunite sotto la bandiera “July Oikya” hanno organizzato una lunga marcia verso l’Alta Commissione Indiana a Dhaka il 17 dicembre per presentare un memorandum. I manifestanti hanno criticato aspramente l’attuale posizione dell’India nei confronti del Bangladesh. Il 17 dicembre la polizia ha fermato un gruppo di manifestanti che marciavano verso l’Alta Commissione Indiana nella zona di Gulshan a Dhaka, chiedendo il ritorno del primo ministro destituito Sheikh Hasina e di altri che erano fuggiti durante e dopo la rivolta di luglio dello scorso anno. In risposta agli sviluppi a Dhaka, varie organizzazioni Hindutva (ideologia politica di stampo nazionalista, nativista e islamofobica sviluppata da Vinayak Damodar Savarkar) e civiche indiane hanno organizzato imponenti proteste e manifestazioni davanti all’Alta Commissione del Bangladesh a Nuova Delhi e alla Vice Alta Commissione a Calcutta. Durante queste proteste indiane, secondo quanto riferito, la bandiera nazionale del Bangladesh è stata profanata. Sono stati intonati slogan che chiedevano la protezione delle minoranze in Bangladesh. Le manifestazioni di protesta continuano in varie parti dell’India. Centinaia di persone si sono radunate davanti all’Alta Commissione del Bangladesh a Delhi il 22 dicembre per protestare contro il linciaggio di un uomo indù, Dipu Chandra Das, in Bangladesh. Oltre ai disordini popolari, sono state adottate misure diplomatiche di ritorsione. Il Ministero degli Affari Esteri del Bangladesh ha convocato l’Alto Commissario indiano Pranay Verma per protestare contro l’attacco al Consolato del Bangladesh ad Agartala e contro quella che hanno definito “disinformazione” diffusa dai media indiani. Da parte sua, il Ministero degli Affari Esteri indiano ha convocato l’Alto Commissario ad interim del Bangladesh per chiedere la sicurezza delle minoranze e la protezione delle installazioni indiane all’interno del Bangladesh. Dhaka continua a considerare le ripetute espressioni di preoccupazione dell’India per la sicurezza degli indù come un’ingerenza nei suoi affari interni. Il diffondersi di voci e informazioni provocatorie sui social media sta ulteriormente aumentando le tensioni tra la popolazione di entrambi i paesi. Attualmente, la sospensione del rilascio dei visti per i viaggi tra India e Bangladesh ha messo in grave difficoltà i cittadini comuni che necessitano di cure mediche o desiderano visitare i propri familiari. Gli osservatori internazionali che monitorano entrambi i Paesi ritengono che un rapporto sano tra questi due vicini sia essenziale per la stabilità geopolitica dell’Asia meridionale. Per ora, entrambi i governi sembrano adottare una politica di “attesa e osservazione”. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Sheikh Arif della redazione Pressenza di Dhaka     -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid.. Pressenza বাংলাদেশ
Jan Barry, veterano del Vietnam: “Facevo tante domande e nessuno mi rispondeva”
Jan è nato in un luogo incantato nell’Upstate NY, nella regione dei Finger Lakes, in piena Seconda Guerra Mondiale. Il padre e lo zio erano arruolati nella Marina americana e la sua visione della società militare era più che positiva. Gli piacevano l’avventura, l’azione, l’adrenalina, tanto che scelse di entrare in un’accademia militare. Ma presto i conti non tornarono e Jan decise di rinunciare a una brillante carriera come marconista dell’aviazione e a tutto ciò che avrebbe comportato – privilegi, status sociale ed economico, potere. Si scoprì poeta, illustratore, scrittore e giornalista. Fu in prima linea a denunciare la follia della guerra e tra i primi a coglierne gli effetti devastanti sull’ambiente e su chi lo abita. È tra i fondatori dello storico gruppo Vietnam Veterans Against the War e membro di Veterans for Peace. Da mezzo secolo sei impegnato contro il militarismo e promuovi pace e dialogo, ma so che sei arrivato a questa risoluzione attraverso un percorso diverso da altri tuoi coetanei ex soldati e oggi incalliti pacifisti. Ripercorriamo insieme la trasformazione? Nel 1950, quando avevo 7-8 anni, davano un programma in televisione che mostrava quanto era bella la vita all’accademia militare di West Point. Era una rappresentazione totalmente artefatta, ma agli occhi di un bambino risultava piena di fascino. Negli stessi anni, sempre con grande enfasi, mostravano il nostro Presidente Truman, che si diplomava a West Point. Frequentare West Point per me era diventato il sogno da realizzare e appena fui abbastanza grande ci provai. Andò male: non mi convocarono. Il consulente scolastico mi convinse che avrei dovuto costruirmi un curriculum migliore frequentando l’università. Seguii il consiglio, ma dopo mesi non ero ancora stato accettato. In più l’università mi annoiava da morire. Decisi di raggiungere la vita militare dal basso; inoltre se ti arruolavi spontaneamente avevi la possibilità di un percorso formativo: mi proposero di diventare marconista. Eravamo nel 1962; di li a poco scoppiò la crisi con Cuba ed ebbi la prima crisi esistenziale, o forse dovrei dire di comprensione. Avevamo sì e no quattro nozioni di radiofrequenze e ci dissero che avremmo dovuto salvare la nazione. A quelli della fanteria dissero che sarebbero andati a proteggere le coste della Florida. Noi alle scrivanie e loro in spiaggia contro le testate nucleari? Assurdo. Le due crisi rientrarono. Al termine della formazione arrivò la chiamata per il Vietnam; era il 1963. Nessuno all’epoca aveva mai sentito parlare di quel Paese asiatico. Andai in biblioteca a documentarmi, ma trovai poco: una ex colonia della Francia, nient’altro. Lì operai alla radio dell’aviazione per dieci mesi e “finalmente” fui convocato a West Point. Direi che sei un tipo cocciuto, che quando vuole una cosa insiste finché non la ottiene. Sì, ma arrivai all’accademia con la testa piena zeppa di domande. Ero convinto che almeno lì i superiori mi avrebbero ascoltato e risposto. Niente di tutto ciò. Sembrava che nessuno volesse vedere come stavano davvero le cose; la chiamavano “la grande avventura”. Altro che avventura: stavamo portando la guerra, volevamo impossessarci del loro Paese. Quando nel 1964 ci fu l’incidente del Golfo del Tonchino la Casa Bianca fu prontissima a dichiarare guerra – finalmente avevano la scusa che cercavano. Ignorarono a piè pari tutto quanto avevamo fatto nei due anni precedenti. Avevamo importato dal New Jersey un presidente che agiva per nostro conto da perfetto dittatore; i vietnamiti venivano mandati a combattere contro i “ribelli” e noi dall’alto li “sostenevamo” bombardandoli. Più volte, giustamente, i nostri alleati si ribellavano perché il rischio di morte per loro era altissimo. La stessa tecnica fu poi utilizzata qualche anno dopo usando i soldati americani. Oddio, è spaventoso! E l’incidente? Sempre la stessa storia? Finisco di raccontarti di West Point perché fu lì che il mio sogno si infranse definitivamente. Le mie domande cadevano nel nulla. Era frustante. Molto tempo dopo persino il mio compagno di camera mi confessò che ciò che dicevo, le mie continue critiche le sentiva benissimo, ma per crederci, per capirle, aveva dovuto andare laggiù. Inoltre si faceva ogni giorno più chiaro che se avessi continuato mi sarei presto ritrovato a mentire a giovani reclute destinate al Vietnam. Avevo firmato un impegno con l’accademia di tre anni; me ne mancava ancora uno. Il meglio che potevo fare era resistere, ma non ci riuscii. Capii che non era la cosa giusta: come potevo stare lì a bighellonare facendo finta che fosse tutto ok? Mi punirono assegnandomi a un battaglione di fanteria che si stava preparando per il Vietnam. Ma le cose andarono per le lunghe e alla fine non ci ritornai. E poi scoppiarono le proteste di massa? Sì, ma nel 1964 non avevo la minima idea che ci fosse un movimento pacifista già attivo; la mia fu una decisione presa in autonomia. Anzi, tutta quella protesta mi rimase estranea ancora a lungo; andare in piazza a esibire cartelli mi sembrava ridicolo e non ero nemmeno in contatto con altri che come me avevano lasciato l’esercito. Però sei tra i fondatori di Vietnam Veterans Against the War. Quando fu fondato il gruppo? Capitò piuttosto per caso. A questo punto, siamo nel 1967 a New York, in un’imponente manifestazione di piazza; mi ero fatto qualche amico e uno di noi si era messo al collo un cartello con scritto sopra “Vietnam Veterans Against The War”. Poi notai altri che esibivano cartelli, fatti bene, con scritto “Vietnam Veterans for Peace”. Incuriosito ne fermai uno, che però mi parve che del Vietnam sapesse poco; in compenso scoprii che quella era una vera organizzazione di pacifisti, già molto grande. Qualche giorno dopo ci ritrovammo in sei nel mio appartamento e fondammo il nostro gruppo. Volevate distinguervi da quegli altri? All’inizio non ci definivamo pacifisti. Noi eravamo arrabbiati perché il governo ci aveva mentito e ci aveva usati, mandandoci a compiere missioni impossibili, suicide. Ci occorse del tempo per capire che ogni guerra è sbagliata e abbracciare tutto quel movimento di rivendicazioni sociali e diritti con cui ci confrontavamo quasi quotidianamente. Non eravamo inseriti, eravamo litigiosi e polemici. Una volta, ricordo, andammo anche noi a un convegno in un campus universitario, dove i relatori, che erano arrivati persino dall’estero, dissero che tutte le guerre sono da rifiutare. Reagimmo con sdegno e indignazione e ne nacque un ampio dibattito. Quello scontro credo servì a tutti; a noi sicuramente. Perché facevate così fatica a interagire con gli altri? In verità eravamo borderline un po’ verso l’intera società. All’epoca non si parlava di sindrome da stress post traumatico, ma tutti ne eravamo affetti. Mi sembrava che la rabbia mi galleggiasse sempre intorno, finché all’improvviso non mi afferrava e allora … non c’era più niente che potessi fare. Si poteva scaricare verso l’esterno, contro il cane, un familiare, chiunque fosse a tiro, ma era peggio e allora la maggior parte finiva col dirigerla verso se stessi. Insieme ad alcool e droga era un grave problema. È vero che in Vietnam girava molta droga? Si, l’eroina. Molti ne diventarono dipendenti. Misteriosamente tutto iniziò dopo lo strano incidente del Tonchino… Prima, quando ero là io, non si era mai vista droga circolare tra i soldati. Fu la CIA a portarla. Da piccolo volevi fare il soldato e da grande hai fatto il poeta… Direi che non fa una grinza. Ho letto alcune delle tue poesie e mi sono piaciute. Il Vietnam arriva diretto ancora oggi, forte e chiaro. La poesia si è rivelata capace di esprimere l’essenza di ciò che avevo vissuto e il pubblico ha iniziato a reagire a ciò che scrivevo. É stata una rivelazione. Direi che siamo in chiusura. Ti chiedo un messaggio per i giovani che stanno attraversando un periodo politicamente e socialmente turbolento. Quando iniziai a lavorare come giornalista per un quotidiano locale dovevo riportare fatti che mi parevano noiosi, tipo l’ultima delibera del Consiglio Comunale, la riunione del comitati di quartiere, dell’opera di beneficenza, e cosi via. Invece scoprii che c’erano diversi cittadini/e che pretendevano da me un lavoro accurato, perché loro per primi svolgevano con grande serietà il compito civico di portare avanti istanze comuni. Mi appassionai e divenni estremamente accurato nel fare ricerche che poi sottoponevo alla controparte. Quando fai ricerca entri in un processo. Ogni buon ricercatore sa che non può basarsi su un solo libro, ne deve consultare molti, tutti quelli che riesce. La stessa cosa dobbiamo applicarla a tutto. È più importante fare ricerche che trovare una storia vera. E poi dire che una cosa è vera non è così semplice. Ai ragazzi dico di non accontentarsi di ciò che gli viene offerto da Internet o altro, di cercare di fare da soli e poi confrontarsi con la comunità di cui fanno parte; il confronto deve essere tangibile. Vivere il locale è una grande risorsa. https://www.janbarry.net/ https://www.facebook.com/jan.barry.7   Marina Serina
John Ketwig, veterano del Vietnam: “A un certo punto bisogna decidere da che parte stare”
Era il 1967; i Beatles avevano già fatto tre tour negli States ed entusiasmato un’intera generazione e John era tra quelli.  Aveva diciotto anni, gli piaceva la musica, andare a ballare e fare festa, sognava le ruggenti strade della California e il surf; i suoi occhi erano pieni di voglia di vivere e il suo cuore di voglia di amare, non certo di fare la guerra in Vietnam. Il caos, la distruzione fisica e morale si abbatterono su di lui, ma riuscì a sopravvivere e a tornare tra i vivi; con Carolynn nel 1970 mise su famiglia e se ne prese cura lavorando come meccanico. Non aveva mai scritto più di una lettera, non aveva mai pensato di possedere qualità letterarie e invece divenne padre di un romanzo best and long seller “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” (pubblicato nel 1985, ha venduto circa 250 mila copie). È membro di Vietnam Veterans Against War e di Veterans for Peace; oltre alla famiglia e ai doveri comuni da anni è impegnato in colloqui con ragazzi d’età scolare, con associazioni e gruppi civili interessati a costruire una cultura di pace e dialogo, contro ogni militarizzazione della società. Prima del Vietnam non avresti mai immaginato che la tua vita sarebbe stata legata a filo doppio alla guerra e alla pace. Mi sembra di capire che fu proprio “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” che creò il vincolo e ti aprì a un orizzonte di rinascita personale. Mi racconti come nacque questo libro, che dopo quarant’anni continua a essere sugli scaffali delle librerie e a essere letto? Carolynn un giorno tornò a casa con un libro sul Vietnam scritto da un’infermiera. Anche Carolynn lo è, è un’ostetrica. Lo leggemmo entrambi e ne fummo scossi. Acquistammo tutti i libri disponibili all’epoca sul Vietnam. Ricordo che uscimmo dalla libreria con due borse piene zeppe di volumi. Li lessi tutti, uno in fila all’altro. Non posso dirti che scrivevano cose sciocche o non vere, ma raccontavano il loro punto di vista, che era molto lontano da ciò che io avevo vissuto sulla mia pelle. Insomma, mi sono detto, questo non è ciò che voglio che sappiano i miei nipoti; ricordo che quasi mi venne paura al pensiero che rimanesse solo quel tipo di racconto. Iniziai a scrivere a penna delle note, volevo fissare i ricordi, ma non avevo alcun progetto chiaro. Poi passai alla macchina da scrivere: ogni notte, messe a letto le figlie, scrivevo come un ossesso pagine e pagine che poi davo a mia moglie da leggere, correggere e valutare. Non dicemmo niente a nessuno e nessuno si accorse di nulla; ai colleghi, agli amici, alla famiglia sembravo il solito John e invece stavo percorrendo un viaggio a ritroso, nei meandri di me stesso, nella notte più nera che avessi mai visto. Mi fermai a trecentocinquanta pagine e con Carolynn decidemmo che quell’opera sarebbe stata per la famiglia: l’avrebbero letta le nostre figlie e i nostri nipoti. Il faldone, per un po’, finì su uno scaffale in salotto. Ma il suo destino era un altro… Che cosa è successo? Un giorno venne a casa un collega, un meccanico come me; di solito siamo in tuta, dunque non avevo mai notato che aveva su un braccio un tatuaggio del Vietnam. Gli chiesi la cortesia di leggere ciò che avevo scritto. Ne rimase entusiasta e concordò al cento per cento con la mia visione della guerra. Mi disse: “Devi pubblicarlo!” Non gli diedi troppo credito, ma, per fortuna, il mio angelo, Carolynn, si diede da fare, così che un giorno mi ritrovai in mano il numero di telefono di un agente letterario. Per un po’ rimasi anchilosato davanti all’apparecchio, oscillando tra: “Adesso lo chiamo!” a “No, non lo chiamo. Non sono un vero autore!” Alla fine chiamai. Il tuo libro voleva proprio nascere! Trovo interessante che ci lavorasti come un matto, di nascosto e per nove mesi… e mi colpisce che al tuo fianco c’era una donna che ti amava ed era esperta di nascite. Carolynn non solo mi ha aiutato nella stesura del libro, ma lei stessa è rimasta vittima della guerra, delle porcherie della guerra. Il nostro primo figlio l’abbiamo trovato morto in culla dopo quattordici giorni di vita. Risultò nato con malformazioni genetiche, ma nelle nostre famiglie non c’erano casi pregressi di strane malattie. Ero io che ero stato esposto all’Agente Arancio in Vietnam e che avevo contaminato lei. Fu un duro colpo anche quello. Caspita, mi dispiace. E immagino nessun risarcimento… nessuna scusa…  Quanti anni avevi quando pubblicasti “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam”? Tutto iniziò tra i trentacinque e i quarant’anni; ben quattordici anni dopo il ritorno dal Vietnam. La scrittura funzionò come una cura potente. Mi piace dire che fu una pozione contro un’infezione che avevo radicata sotto la pelle, ma il processo di guarigione richiese del tempo e fu molto doloroso. Racconti in prima persona? Si. È la mia esperienza, è ciò che ho visto, gli orrori, la paura che ho provato, la distruzione e tanto, tanto nonsenso. Sono cresciuto nell’Upstate New York, vicino a Buffalo, in un momento di grande cambiamento culturale. Pensa che a scuola ci avevano insegnato che noi eravamo la generazione che avrebbe dovuto imparare a dialogare con l’altro, perché non era più pensabile fare guerre, c’era l’atomica, non si poteva “scherzare” con armi simili. E poi arrivarono la controcultura, i Beatles con il loro messaggio di pace e amore universale, gli irriverenti Rolling Stones, la poesia di Bob Dylan, le manifestazioni per i diritti dei neri, delle donne, dei lavoratori. Immagina, questa era la realtà che aveva influenzato la mia struttura morale. Per me contava ciò che diceva John Lennon, i messaggi che mandava nel mondo. Eppure in Vietnam mi ritrovai a vedere e a fare cose che contraddicevano tutto ciò che mi avevano insegnato. Io sono tra i fortunati: sono un sopravvissuto (ci sono 58.315 nomi di caduti nel memoriale di Washington e oggi si stima che oltre 200 mila veterani rientrati dal Vietnam si siano suicidati) e inoltre non dovevo uscire a uccidere armato fino ai denti. Lavoravo nelle officine come preparatore di camion e carri armati. Le cose peggiori sono state vissute da quelli mandati in fanteria. Eppure sei tornato anche tu a casa con una diagnosi di “Sindrome Acuta da Stress Post-Traumatico”. Come vi insegnavano a odiare il nemico? E come sei uscito dalla spirale di odio in cui eri stato gettato? Certo, sono tornato a casa traumatizzato. Gli psicologi lo chiamano “disordine”, ma è molto peggio, è un danno permanente. Il fatto è che diventare crudeli ed efferati era posto come un requisito di sopravvivenza. È questo che ha distrutto più di tutto la mente delle persone e che ancora le tormenta. Abbiamo tacitato la coscienza, ma solo per un po’… Prima di partire ci avevano fatto credere che andavamo a difendere i vietnamiti, invece stavamo andando a ucciderli, a bombardare i loro campi; erano già poverissimi e noi li affamavamo ancora di più. Alla fine del 1968 riuscii a passare in Thailandia; li per la prima volta mi confrontai con una popolazione del Sud-Est Asiatico che non mi era ostile e scoprii che erano esattamente come noi. Volevamo le stesse cose: migliorare la vita quotidiana e garantire qualcosa di meglio per i nostri figli senza essere sottomessi ad altri. Capii che lo desideravano anche i vietnamiti. La gente comune, di qualsiasi popolo, desidera le stesse cose. “…and a hard rain fell: A G.I.’s True Story of the War in Vietnam” è un libro chiaramente contro la guerra. Come fu accolto? E che cosa contribuì al suo successo? All’inizio ero preoccupato, perché sapevo che molti veterani nascondevano il loro passato; del resto l’avevo fatto anch’io e invece il libro fu accolto molto bene. All’inizio il volano del successo fu il passaparola. Cominciai a ricevere lettere di ex soldati. Raccontavano di essere stati negli stessi luoghi; li riconoscevano e nelle mie parole ritrovavano le loro ansie, la loro disperazione, la solitudine. Mi ringraziavano perché mogli e compagne dalla lettura del libro avevano capito qualcosa in più di loro, di quel che stava sotto gli strani comportamenti che quando emergevano facevano così male a tutti. Ora ti racconto una storia a lieto fine. Mi contattò una donna perché, grazie al libro, aveva capito di aver sbagliato con il fratello, anche lui un reduce del Vietnam e voleva che gli parlassi. L’uomo da anni rifiutava ogni contatto con la famiglia e viveva solo in un bosco. Insomma, grazie al mio libro i due si sono riavvicinati. Per chiudere la chiacchierata, come pensi che siamo messi oggi? Male. Però siamo in tanti a essere disgustati; non vedo quell’organizzazione culturale che c’era ai miei tempi, ma secondo me qualcosa di grosso sotto si sta muovendo. Credo che un passo che ognuno dovrebbe fare è prendere una posizione pubblica e decidere da che parte stare. Sul mio biglietto da visita ho voluto scrivere: “Sono contrario al militarismo e alla guerra.”  So bene che questa mia azione non cambierà le intenzioni guerrafondaie dell’amministrazione Trump, ma se diventassimo milioni a dire “NO!”? E intanto almeno posso dormire con la coscienza a posto. Una curiosità: in Italia abiti vicino a Maranello? Abbastanza, due ore di macchina. Perché? Sono da tutta la vita un appassionato ed entusiasta di macchine. Uno dei miei sogni è visitare l’officina della Ferrari.   Marina Serina
In Bangladesh riesplode la rivolta della Generazione Z. Assaltate le sedi dei quotidiani
Migliaia di persone sono scese in piazza in Bangladesh, dopo l’annuncio della morte di Sharif Osman Hadi, trentaduenne leader giovanile della cosiddetta “Generazione Z“, ferito gravemente in un attentato a Dhaka e deceduto giovedì in un ospedale di Singapore, dove era stato trasferito per le cure. La notizia della sua morte ha riacceso le proteste e ha scatenato la violenza nella capitale e in altre città, con centinaia di manifestanti che hanno preso d’assalto le sedi dei principali quotidiani del Paese, Prothom Alo e The Daily Star, considerate espressione di interessi politici contrari alla causa rivendicata dai dimostranti. La polizia e le truppe paramilitari sono intervenute per cercare di ristabilire l’ordine. La morte di Hadi, noto come il “combattente di luglio”, ha agito da detonatore in un contesto politico già instabile. Hadi non era un attivista qualunque: portavoce della piattaforma Inquilab Moncho, o Piattaforma per la Rivoluzione, una realtà politica e culturale emersa dal movimento studentesco che l’anno scorso aveva contribuito alla caduta dell’ex primo ministro Sheikh Hasina, era divenuto la figura di riferimento per la mobilitazione giovanile e la richiesta di riforme democratiche. Il 4 agosto 2024, una violenta repressione lasciò circa 100 morti e scatenò una ondata di rabbia che costrinse Hasina a dimettersi e fuggire dal Paese il 5 agosto, ponendo fine alla sua lunga permanenza al potere e segnando una svolta nella politica del Bangladesh. Sotto l’Anti-Terrorism Act, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, impedendogli di partecipare alle elezioni del 2026. Il 12 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del calendario delle elezioni nazionali che si terranno il 12 febbraio, Hadi è stato ferito con un colpo di pistola alla testa sulla Box Culvert Road a Purana Paltan, a Dhaka. Gli investigatori hanno identificato come autore dell’omicidio un membro della Chhatra League, Lega studentesca del Bangladesh Awami League, cioè l’organizzazione giovanile e universitaria del partito ora fuorilegge. Secondo alcune fonti, il sospettato sarebbe fuggito in India. Molti dei manifestanti interpretano l’uccisione di Hadi come un atto deliberato per fermare il suo crescente sostegno popolare, e la sua figura è stata rapidamente trasformata in un simbolo di resistenza. La mobilitazione, iniziata come espressione di lutto e richiesta di giustizia, si è rapidamente radicalizzata nella notte, assumendo caratteristiche di una vera e propria rivolta urbana con slogan, blocchi stradali e attacchi vandalici. A Dhaka e in città come Chittagong, gruppi di dimostranti hanno assaltato non solo le maggiori testate giornalistiche, ma anche uffici politici e istituzioni collegate all’ex regime. Le sedi degli influenti quotidiani Prothom Alo e Daily Star, storicamente centrali nell’informazione nazionale, sono finite nel mirino perché accusate dai manifestanti di essere vicini all’India – che ha offerto ospitalità all’ex premier Hasina – e ostili alla causa della rivoluzione studentesca. Le redazioni sono state vandalizzate e date alle fiamme, con i giornalisti chiusi nelle redazioni, costretti a chiedere aiuto mentre il fumo avvolgeva gli edifici. Il primo ministro ad interim, il Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, ha condannato le rivolte e sta cercando di contenere l’escalation. In un discorso alla nazione, il premier ha definito la morte di Hadi come «una perdita irreparabile per la nazione», ha dichiarato una giornata nazionale di lutto e ha invitato la popolazione a resistere alla violenza di massa attribuendo gli atti più estremi a «pochi elementi marginali» che cercano di sabotare il processo democratico. L’esecutivo ha promesso un’indagine trasparente sull’omicidio e ha fatto appello alla calma, mentre accusa forze esterne e interne di tentare di sfruttare il momento di debolezza per destabilizzare ulteriormente il Paese alla vigilia delle elezioni. Intanto, la salma di Hadi è tornata in Bangladesh per i funerali che si terranno sabato pomeriggio. Il clima resta teso: nelle strade si alternano cortei pacifici e scontri con la polizia, mentre la retorica anti-India fra i manifestanti rischia di complicare i già fragili rapporti diplomatici nella regione. Con le elezioni di febbraio all’orizzonte, il Bangladesh si trova a un bivio: la capacità delle autorità di mediare e garantire un clima di partecipazione pacifica potrebbe definire non solo l’esito elettorale, ma la direzione futura di una nazione dove il desiderio di cambiamento democratico convive con il rischio di nuovi cicli di violenza.   L'Indipendente
“Il Myanmar deve rilasciare tutti i giornalisti prima delle elezioni”
La Press Emblem Campaign (PEC), l’organismo globale per la sicurezza e i diritti dei media, esorta il regime militare del Myanmar a rilasciare tutti i professionisti dei media prima delle elezioni in più fasi previste a partire dal 28 dicembre. Il forum insiste anche sull’abolizione della nuova legge sull’interferenza elettorale, che continua a perseguitare giornalisti e utenti dei social media con il pretesto di reprimere gli antinazionalisti in tutta la nazione del Sud-Est asiatico. Il Paese a maggioranza buddista, con quasi 55 milioni di abitanti, sta vivendo una sorta di guerra civile, in cui l’esercito Tatmadaw guidato da Min Aung Hlaing continua a combattere contro le unità di resistenza armata pro-democrazia, e in varie battaglie le forze governative hanno subito sconfitte. Quasi la metà dei comuni è sfuggita al controllo dell’esercito, dove sarà impossibile svolgere le votazioni. Pertanto, elezioni libere, eque e complete in Myanmar rimangono difficili da realizzare nell’attuale sistema politico. “In nome delle elezioni, i governanti militari hanno imposto alcune linee guida severe nei confronti dei giornalisti e degli utenti dei social media in Myanmar. Hanno quindi assunto una posizione dura contro qualsiasi discussione sulle elezioni irregolari. Cinque giornalisti insieme a difensori della libertà di stampa sono stati giustiziati dai governanti militari. Molti giornalisti hanno dovuto fuggire dal Paese per salvarsi la vita e rifugiarsi nei Paesi vicini”, ha affermato Blaise Lempen, presidente del PEC (pressemblem.ch), aggiungendo che il giornalismo non deve essere considerato un reato da nessuna autorità in nessuna parte del mondo. Il rappresentante del PEC per l’Asia meridionale e sud-orientale, Nava Thakuria, ha informato che oltre 200 giornalisti sono stati arrestati e imprigionati dal colpo di Stato militare che ha rovesciato il governo democraticamente eletto di Suu Kyi nel 2021. Quasi 50 professionisti dei media sono ancora dietro le sbarre in questo Paese dilaniato dai disordini. Le licenze di almeno 15 testate giornalistiche sono state revocate, costringendole a lavorare da nascondigli in mezzo alla situazione di caos che vive il Paese. Si spera solo che le prossime elezioni portino un po’ di sollievo alla comunità dei media per quanto riguarda la loro sicurezza e le loro vicissitudini professionali. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Nava J. Thakuria