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Pakistan tra Iran e Golfo: trovarsi nell’escalation e in un fragile ordine regionale
I recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno ancora una volta mostrato le fragili linee di faglia geopolitiche e settarie che attraversano il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Al di là della questione militare immediata, questi sviluppi sollevano preoccupazioni più ampie sulla stabilità regionale e sul rischio di escalation in un ambiente già instabile. Paesi come il Pakistan si trovano ora a gestirsi in un panorama sempre più complesso in cui si intersecano rivalità geopolitiche, tensioni settarie e intensificazione della concorrenza tra potenze globali e regionali. Il Pakistan, in particolare, sembra perseguire una strategia di cauta ambiguità. Pur dichiarando ufficialmente la neutralità, i rapporti di facilitazione logistica e cooperazione di intelligence con gli Stati Uniti hanno alimentato la percezione che Islamabad si stia silenziosamente posizionando all’interno di dinamiche regionali mutevoli. In un momento in cui il Pakistan deve affrontare significative pressioni economiche e sfide alla sicurezza interna, mantenere relazioni costruttive sia con i partner occidentali che con gli alleati regionali è diventato un delicato bilanciamento. Allo stesso tempo, la vicinanza geografica del paese all’Iran e la fragile situazione della sicurezza lungo il loro confine condiviso complicano questa strategia di bilanciamento. La regione di confine tra Iran e Pakistan, in particolare la provincia del Belucistan, è stata a lungo instabile. Gruppi armati, movimenti separatisti e reti di contrabbando operano su entrambi i lati della frontiera, contribuendo ad alimentare  piccole tensioni Gli incidenti transfrontalieri periodici evidenziano le sfide che entrambi i governi devono affrontare per mantenere la stabilità in queste aree remote. Per Islamabad, il Belucistan rappresenta non solo un problema di sicurezza, ma anche un elemento critico della sua più ampia strategia economica. La regione svolge un ruolo centrale nel Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), una delle iniziative infrastrutturali più significative che collega l’Asia meridionale con le più ampie reti economiche eurasiatiche. Di conseguenza, la stabilità nella regione di confine ha implicazioni non solo per le relazioni Pakistan–Iran, ma anche per la connettività regionale e cooperazione economica. In questo contesto, le relazioni del Pakistan con gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante. Nonostante le fluttuazioni delle relazioni bilaterali negli ultimi dieci anni, la cooperazione su questioni come la sicurezza e l’antiterrorismo dell’Afghanistan ha mantenuto canali funzionali di comunicazione tra Washington e Islamabad. Dal punto di vista del Pakistan, mantenere questi legami aiuta a preservare la rilevanza diplomatica e strategica durante un periodo di incertezza economica. Tuttavia, questo approccio richiede anche un’attenta gestione dei rapporti con gli Stati confinanti. Mantenere la comunicazione con gli Stati Uniti può inviare segnali a più leader: ricordare ai partner occidentali che il Pakistan resta impegnato nelle discussioni sulla sicurezza regionale, ricordando anche ai paesi vicini che Islamabad mantiene un certo grado di flessibilità diplomatica. Tuttavia, tale posizionamento può anche generare preoccupazione a Teheran, dove i responsabili politici rimangono sensibili agli sviluppi lungo il confine condiviso. Le relazioni del Pakistan con il più ampio mondo musulmano aggiungono una nota di complicazione. Attraverso la cooperazione in materia di difesa con Paesi come l’Arabia Saudita e i crescenti legami con la Turchia, Islamabad si è spesso presentata come sostenitrice della solidarietà all’interno del mondo musulmano. Allo stesso tempo, l’impegno del Pakistan con le potenze occidentali riflette una politica estera pragmatica modellata dalle esigenze economiche, dalle preoccupazioni per la sicurezza e dalle mutevoli realtà geopolitiche. L’esperienza storica illustra anche la complessità del posizionamento regionale del Pakistan. Durante i precedenti periodi di tensione che coinvolsero Stati Uniti, Israele e Iran, gli analisti dichiararono che il Pakistan poteva aver facilitato la cooperazione relativa all’intelligence con i partner occidentali, incluso l’uso dello spazio aereo per attività di ricognizione. Che siano pienamente confermate o meno, tali percezioni contribuiscono a una narrazione più ampia secondo cui Islamabad cerca di mantenere più canali strategici contemporaneamente. La relazione di lunga data tra Riyadh e Islamabad rimane un altro importante pilastro della politica estera del Pakistan. Dagli anni ’80, i due paesi hanno mantenuto una stretta cooperazione in materia di difesa, con il personale pakistano precedentemente di stanza in Arabia Saudita e una continua collaborazione nella sicurezza e nell’addestramento militare. L’Arabia Saudita ha anche fornito assistenza finanziaria al Pakistan durante i periodi di tensione economica, rafforzando l’importanza della loro partnership. Eppure, questa vicinanza strategica non si traduce necessariamente in aperta ostilità nei confronti dell’Iran. Il Pakistan ospita una significativa minoranza sciita, stimata in circa il 15-20% della popolazione, e in passato il paese ha vissuto periodi di tensione tra le minoranze. Per la leadership pakistana, evitare politiche che potrebbero infiammare le divisioni interne rimane una priorità fondamentale. Di conseguenza, Islamabad deve bilanciare le sue partnership nel Golfo con la necessità di mantenere relazioni stabili con Teheran. I calcoli strategici del Pakistan non possono essere pienamente compresi senza considerare la più ampia struttura regionale del potere. Nonostante le sanzioni internazionali e le pressioni diplomatiche, l’Iran continua a esercitare una notevole influenza in diverse parti del Medio Oriente. Le sue relazioni con persone in Siria, Iraq, Libano e Yemen formano una rete che consente a Teheran di proiettare influenza attraverso alleanze politiche e personaggi non dello Stato. Allo stesso tempo, il più ampio mondo arabo non forma più un fronte unito contro l’Iran. Il recente riavvicinamento diplomatico dell’Arabia Saudita con Teheran, facilitato dalla Cina, riflette la tendenza regionale verso un impegno cauto piuttosto che un confronto diretto. Anche gli Emirati Arabi Uniti e gli altri Stati del Golfo hanno perseguito una diplomazia pragmatica volta a ridurre le tensioni salvaguardando i loro interessi economici. L’Unione Europea osserva questi sviluppi principalmente attraverso la lente della stabilità regionale, della sicurezza energetica e delle potenziali conseguenze umanitarie che una più ampia escalation potrebbe produrre. Mentre l’UE continua a sostenere l’impegno diplomatico e la de-escalation, la sua capacità di influenzare i calcoli strategici degli appartenenti alle regioni rimane limitata rispetto a quella delle principali potenze militari. La recente decisione del Pakistan di aderire al “Consiglio di pace” guidato dal presidente degli Stati Uniti ha anche generato un dibattito a livello nazionale. I critici sostengono che tali iniziative possono servire principalmente a programmi geopolitici più ampi, complicando potenzialmente il sostegno di lunga data del Pakistan alla causa palestinese. Allo stesso tempo, l’evoluzione della posizione diplomatica del Pakistan ha attirato l’attenzione in tutto il mondo islamico, con alcuni osservatori che si chiedono se un impegno più stretto con le potenze occidentali possa influenzare il ruolo tradizionale di Islamabad come ponte tra diversi politici. In un panorama regionale sempre più polarizzato, la cauta strategia del Pakistan riflette le difficili scelte affrontate dagli Stati situati all’incrocio di molteplici rivalità geopolitiche. Preservare i canali diplomatici, gestire la stabilità interna ed evitare un più profondo coinvolgimento nel confronto regionale può rivelarsi essenziale non solo per la sicurezza del Pakistan, ma anche per ridurre le tensioni in un ambiente geopolitico già fragile. -------------------------------------------------------------------------------- L’autrice: Dimitra Staikou è un’avvocata, giornalista e scrittrice greca con una vasta esperienza in materia di Asia meridionale, Cina e Medio Oriente. Le sue analisi su geopolitica, commercio internazionale e diritti umani sono state pubblicate su testate di spicco, tra cui Modern Diplomacy, HuffPost Greece, Skai.gr, Eurasia Review e il Daily Express (Regno Unito). Parlando correntemente inglese, greco e spagnolo, Dimitra unisce la sua competenza giuridica al reportage sul campo e alla narrazione creativa, offrendo una prospettiva articolata sugli affari globali. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
March 17, 2026
Pressenza
Il rumore del cielo sopra Kabul
Oltre la cronaca dei raid aerei e di una escalation che sta coinvolgendo l’intera regione, resta il silenzio di un popolo stanco di convivere con il suono metallico di razzi e granate. La scrittrice afghana Kreshma Ehsas condivide una testimonianza diretta da Kabul su cosa significhi svegliarsi sotto le bombe durante l’ennesimo Ramadan di fuoco.  Il 26 febbraio scorso, durante il mese benedetto del Ramadan, a Kabul e in tutto l’Afghanistan le persone hanno come d’abitudine fissato la sveglia alle 4 del mattino per svegliarsi e fare suhoor, il pasto prima di cominciare il digiuno all’alba, proprio come ogni fedele musulmano in tutto il mondo. Ma durante quella stessa notte un suono più forte di qualsiasi sveglia ha scosso diverse città del paese con due ore di anticipo. Persone che avevano poggiato il capo sui cuscini della propria terra sono sussultate nel terrore. La nostra casa è a Kabul, una delle città colpite dai raid aerei quella notte. Il suono terrificante delle esplosioni ha tinto di rosso l’oscurità e ha portato la paura nel cuore degli abitanti della città nel pieno della notte. Io e la mia famiglia, insonni e schiacciati dall’ansia, ci siamo seduti insieme nel corridoio di casa, lontani dalle finestre. Recitavamo preghiere sottovoce mentre cercavamo risposte a quella paura sui social media. Presto è diventato chiaro che gli attacchi erano stati condotti dal Pakistan con l’obiettivo dichiarato di distruggere centri militari e depositi di armi. Ma la pace di queste notti benedette non è stata sottratta solo a Kabul; anche Kandahar, Paktia, Paktika, Khost e Laghman non sono state risparmiate. I combattimenti sono iniziati nelle zone di confine e nelle postazioni militari, mentre i caccia pakistani hanno continuato a prendere di mira le città afghane durante le operazioni notturne. In questi scontri, centinaia di soldati e persone civili che vivevano in zone residenziali vicine ai campi militari sono rimaste colpite. I funzionari pakistani accusano il governo di Kabul di addestrare gruppi armati come Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) all’interno delle madrasa, le scuole religiose, e che in futuro potrebbero essere mobilitati contro il Pakistan. I talebani respingono con forza queste accuse. Tuttavia, non è il primo attacco di Islamabad in Afghanistan.  Già il 15 ottobre 2025 infatti, a Kabul — proprio nel distretto di Taimani dove viviamo — si erano verificate due esplosioni consecutive. Quel giorno c’era il sole e faceva caldo. Indossavo i miei abiti neri lunghi, un grande chador e la mascherina sul volto. Dietro la maschera, il mio respiro caldo mi sfiorava il viso. Come al solito, avevo scattato alcune foto al cielo blu profondo, dove il sole brillava luminoso. Sono un’insegnante privata e ogni giorno vado a casa dei miei studenti per insegnare il Sacro Corano e l’inglese. Anche quel giorno sembrava ordinario. Ero a casa di una mia studentessa, una donna con tre figli. Stavamo leggendo il Corano e sorseggiando un succo di prugna quando, improvvisamente, un’esplosione fortissima ci ha fatto sobbalzare. Sembrava che il mondo si fosse spaccato, che stesse per crollare tutto. A cento metri da noi, fumo e fiamme salivano da un grande edificio. Farahnaz ha abbracciato i suoi figli piangendo: “La guerra è iniziata”. Ero pallida, confusa. Ho infilato due pennarelli in borsa e sono scappata verso casa. Mentre scendevo le scale, la donna mi ha offerto l’aiuto di suo fratello per accompagnarmi, ma il mio senso di pudore era ancora forte: come potevo camminare con un uomo che non era un parente stretto? “No, va bene così”, ho risposto, nonostante riuscissi a malapena a stare in piedi. Camminavo sotto un cielo che non era più blu, ma grigio scuro. Raggiunta casa con fatica, ho trovato mia madre e le mie sorelle terrorizzate nel corridoio. Prima ancora di salutarle, una seconda esplosione ha scosso i vetri. Poco dopo, mio padre e i miei fratelli sono tornati dal negozio: una mina aveva distrutto l’attività accanto alla loro. Mio fratello, sdraiato sul materasso, ha detto: “Prepara qualcosa da mangiare, abbiamo fame”. L’ho guardato sorpresa: “Ho paura, e tu pensi al cibo?”. Ma anche mio padre ha insistito: “I ragazzi hanno fame”. Così, con il cuore che tremava e il terrore che una bomba entrasse dalla finestra della cucina, ho tagliato i pomodori, li ho fritti nell’olio e vi ho rotto sopra le uova. Proprio come l’altra notte. Una notte in cui il suono delle bombe risuona ancora nelle mie orecchie, mentre io sono in cucina a lavare il riso per il suhoor. Guglielmo Rapino
March 12, 2026
Pressenza
Dall’Italia all’India: mamme unite contro i Pfas
È stata una settimana davvero intensa quella che il collettivo delle Mamme NoPfas ha vissuto, ben oltre i confini dell’area vicentina in cui si sono sempre mosse. Instancabili nella denuncia del disastro ambientale provocato dalla Miteni nei loro territori, attivissime nel documentare l’incurabile nocività di quei composti chimici comunemente noti come “inquinanti eterni”, solo una settimana fa erano a Bruxelles, per una tre giorni (dal 3 al 6 marzo) fittissima di appuntamenti, organizzata dall’European Environmental Bureau (EEB).   E solo due giorni dopo, 8 marzo, per la Giornata Internazionale della Donna, eccole protagoniste di un “fraterno incontro” con la numerosa comunità Sikh di Lonigo, uomini e donne insieme, per sollecitare la loro attenzione sulla catastrofe che sta per succedere laggiù in India, Stato del Maharashtra, dove la Miteni si è trasferita o meglio è stata acquisita dall’indiana Laxmi Organic Industries: con prospettive di disastro ambientale ancor più esteso di quello già esploso nel vicentino. Ma andiamo con ordine e vediamo di ricostruire gli antefatti di questi ultimi eventi, all’interno di una storia di cui ci eravamo già occupati per questo sito in passato, luglio 2021, in coincidenza con l’inizio del processo contro la Miteni. Dopo anni di manifestazioni, incartamenti, approfondimenti, dopo consulenze legali sempre più specialistiche e autorevoli, ecco che sul banco degli imputati venivano convocati i quindici manager che nell’arco degli anni si erano avvicendati ai vertici del colosso della chimica di Trissino, nato nella metà degli anni ’60 come polo di ricerca (quando si chiamava RiMar) per le industrie tessili dei Conti Marzotto, poi acquisita nel 1988 da ENIChem in joint venture con la giapponese MITusbishi (da cui appunto il nome Miteni), per poi essere ceduta all’olandese ICIG con sede in Lussemburgo… Tanto per avere un’idea delle “forze” contro cui si stava mobilitando quella prima Class Action degna di questo nome in Italia, con oltre 300 soggetti tra cittadini e rappresentanti delle istituzioni (da Medicina Democratica a Lega Ambiente, dalle USL di Vicenza, Padova e Verona alle amministrazioni di varie province e Comuni) che si erano costituiti parte civile. Causa prevedibilmente lunga, resa ancor più difficile dall’indisponibilità degli imputati, il più delle volte latitanti. Fino alla sentenza di fine giugno scorso, che ha riconosciuto le responsabilità di 11 manager (rispetto ai 15 inizialmente accusati) per un totale di 141 anni di carcere, oltre ai risarcimenti per milioni di euro alla cittadinanza. Una sentenza da tutti definita “storica”, benché di primo grado (e chissà quanto tempo dovrà passare per quella definitiva), ma estremamente precisa nel documentare la consapevolezza (e quindi responsabilità) dei vertici Miteni circa la nocività di quegli scarichi industriali, che sversati per decenni nei terreni e corsi d’acqua adiacenti gli impianti, avevano contaminato la seconda falda acquifera più estesa d’Europa: una zona rossa di 150 km2 con decine di Comuni e una popolazione di 350.000 abitanti, il peggior disastro ambientale in Italia e tra i più gravi del mondo, per estensione territoriale e conseguenze nel tempo. Non contente di questa indubbia (benché non conclusiva) vittoria, le Mamme NoPfas non si sono messe in panchina, anzi! Perché l’obiettivo, chiarissimo da sempre, è la totale messa al bando della produzione di Pfas nell’Universo Mondo. E non appena hanno saputo dell’ubicazione del nuovo stabilimento Miteni nello Stato del Maharashtra, località Lote Pershuram a 200 km da Mumbai, eccole determinate a entrare in contatto con le comunità sicuramente soggette a una produzione di veleni persino più grave che in Italia, data la carenza di una legislazione a protezione dell’ambiente e l’informalità delle condizioni di lavoro in India. Ottima idea, ma come fare? L’occasione di qualche primo contatto è coincisa con il Vertice dei Popoli COP30 che si è svolto a Belèm in Brasile nel novembre scorso (dal 6 al 12) con 250 delegazioni da ogni parte del mondo e la Mamma NoPfas Michela Piccoli in rappresentanza della Rete Zero Pfas Italia, che riunisce oltre cento associazioni, tra comitati civici, gruppi di cittadini, medici e singoli attivisti. Con il suo limitatissimo inglese, aiutandosi con il traduttore automatico, Michela se l’è cavata benissimo e ha persino inviato delle corrispondenze. “Non mi sono persa un incontro, più di una volta mi sono sentita privilegiata anzi a disagio nel raccontare la nostra storia, nel confronto con situazioni ancora più disperanti. E tra un incontro e l’altro, anche grazie ai volantini, ai cartelli, alle magliette che mi ero portata, sono entrata in contatto con alcuni attivisti indiani, con cui ho continuato a dialogare anche dopo la COP30. Ma la svolta è arrivata quando a un certo punto siamo state contattate da un documentarista/attivista indiano, Varrun Sukraj, con cui ormai si sta delineando una vera e propria campagna. Lui vive e lavora tra Goa e Mumbai, ma è nato proprio in quel territorio lì, Lote Pershuram, e non sapeva che pesci pigliare, mentre cresceva la protesta delle popolazioni dei villaggi, spaventatissime dalle pessime notizie circa il neo-insediato stabilimento chimico, e ancor più allarmate dalla totale inerzia delle amministrazioni locali.” Solo poco prima della COP30 era uscito infatti un importante articolo su The Guardian, dall’eloquente titolo Dove va a finire uno stabilimento chimico reo della peggior contaminazione idrica? In India, che stava provocando non poche reazioni sui social indiani, con presidi sempre più frequenti nei pressi della Miteni, i media sempre più in allarme, gli amministratori incapaci di dare risposta. Nell’arco di poche settimane questo fronte italo/indiano contro i Pfas è ormai diventato una realtà: via chat, social, chiamate su zoom, brevi clip, un flusso costante di sollecitazioni dall’Italia all’India e ritorno. Come appunto si è visto durante il NoPfas Forum della settimana scorsa a Bruxelles: con la delegazione delle Mamme NoPfas che alla sessione inaugurale, insieme a Varrun Sukraj, hanno parlato anche a nome delle madri (e padri) dell’India, reiterando il concetto che di fronte a quel veleno che attenta alla vita dei figli non possono esserci distinzioni di nazionalità. “Ciò che è successo ai nostri figli non può succedere ai vostri, restiamo unit3, insieme dobbiamo impedire la produzione di Pfas in qualsiasi parte del mondo, soprattutto laddove i costi di produzione sono più vantaggiosi, con la conseguenza di ritrovarci ancor più invasi di nocività a prezzi stracciati. Molte piccole persone, in piccoli posti, che fanno piccole cose, possono cambiare il mondo.” A Bruxellex le Mamme No Pfas hanno chiesto un incontro con Ursula von Der Leyen, mamma anche lei, di sette figli. “Mamma Ursula, le mamme europee vorrebbero parlare con te, ci dedichi 5 minuti del tuo tempo?” hanno scritto sui cartelli e striscioni con cui hanno stazionato per un po’ di fronte al Palazzo dell’Unione Europea… nessuna risposta. In compenso hanno avuto incontri positivi con vari europarlamentari con cui avevano preso appuntamento e anche senza appuntamento hanno bussato alle porte di tutti gli altri, che non hanno potuto fare a meno di riceverle. “Non ci siamo risparmiate nessuna chance di contatto personale, a tutti abbiamo detto che non lasceremo che altre popolazioni vengano danneggiate da questi delinquenti, perché questo è il nome che si meritano e c’è una sentenza che lo dice…”. E subito dopo il ritorno da Bruxelles eccole di nuovo in pista domenica mattina, 8 marzo, insieme alla folta comunità Sikh di Lonigo, che già in passato era stata partecipe delle manifestazioni NoPfas, a cominciare da quel primo partecipatissimo corteo che nell’autunno del 2017 segnalò l’inizio del movimento: con la colonna sonora di Lucio Battisti (Acqua azzurra… Acqua chiara…) e il Vescovo di Vicenza che recitava versi dal Cantico delle Creature di San Francesco: “La richiesta di acqua pulita è anelito alla vita!” Questa volta però la manifestazione era programmata proprio nella sede del Gurudwara, che ogni domenica vede riunite le famiglie Sikh del circondario per la funzione religiosa, oltre che per il rito del langar, in cui si consuma lo stesso semplice cibo, tutti seduti per terra, una sorta di comunione. Non era così scontato che ci fosse una manifestazione NoPfas… e invece è successo. All’ora convenuta è intervenuto Varrun Sukraj dall’India, per spiegare la gravità della situazione in Maharashtra, benché distante migliaia di km dal Punjab, terra natìa di tutti i Sikh che vivono in Italia. E poco dopo, le mamme NoPfas, compresi i cartelli e gli striscioni, sono state ammesse dentro il tempio e alcune di loro (a telecamere spente) sono state accolte accanto all’officiante e con parole semplici hanno spiegato ai presenti perché erano lì e il pericolo che i loro lontani fratelli e sorelle in India stanno correndo, per via di quella stessa fabbrica di veleni che anni prima li aveva visti in corteo contro l’inquinamento delle acque. “Molte piccole persone, in piccoli posti, che fanno piccole cose, possono cambiare il mondo” hanno detto una volta di più Michela Piccoli e Giovanna Dal Lago. Fuori dal tempio c’erano le telecamere del TG e un bel po’ di giornalisti e la copertura mediatica non è mancata. E in ogni caso, anche senza la Miteni che si è trasferita in India, per quei territori offesi del vicentino resta da risolvere la questione delle bonifiche, con il rischio di aggiungere al problema delle acque inquinate le conseguenze inquinanti dell’inceneritore: con il camino della Chemviron, alle porte del Comune di Legnago, che dovrebbe rigenerare i cosiddetti filtri a carbone ma intanto sputa fumi neri nell’aria, con chissà quali conseguenze. Resta dunque vera, anzi impellente la richiesta che la Rete Zero Pfas ha presentato al NoPfas Forum di Bruxelles e che non mancherà di ribadire in qualsiasi altra sede in futuro: I Pfas in qualsiasi forma non si possono bonificare, vanno banditi!     Centro Sereno Regis
March 11, 2026
Pressenza
Il nuovo codice penale dei Talebani chiude ogni porta alla giustizia
Nel gennaio di quest’anno in Afghanistan è stato introdotto un nuovo codice penale che ridefinisce profondamente l’assetto giuridico e sociale del Paese. Il testo istituzionalizza divisioni sociali, consolida le disuguaglianze e colpisce in modo sistematico donne e minoranze religiose.   Il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda) ha intervistato Belqis Roshan, ex parlamentare afghana oggi rifugiata in Germania. Con il nuovo codice penale i Talebani hanno ulteriormente inasprito le condizioni di vita della popolazione, soprattutto delle donne. Quali sono le norme più gravi? Il nuovo codice viene presentato come applicazione fedele della religione, ma in realtà rafforza il controllo sulla popolazione e il potere dei religiosi. In quattro anni di governo l’emiro Hibatullah Akhundzada ha emanato 470 provvedimenti, di cui circa 100 contro le donne. Il codice rafforza l’impianto della “Legge contro il vizio e per la virtù” del 2024. Prima le norme erano rivolte alla popolazione, ora vincolano giudici, imam e capivillaggio a imporre pene severe. L’articolo 9 è il più sconvolgente: divide la società in quattro classi – religiosi, ricchi, classe media e poveri – con pene diverse per ciascuna. Ricchi e mullah possono essere solo richiamati, mentre i ceti medi e poveri rischiano processi e punizioni corporali, tanto più dure quanto più basso è il loro status. È la legalizzazione della disuguaglianza sociale. Quali conseguenze concrete comporta per le donne? L’articolo 32 prevede che un marito violento venga incarcerato per 15 giorni solo se la moglie può dimostrare lividi o fratture. Ma le donne non possono uscire di casa da sole per andare in ospedale, quindi è quasi impossibile provare le violenze. L’articolo 34 stabilisce inoltre che una donna non può lasciare la casa del marito senza permesso per tornare dalla propria famiglia: se lo fa lei e il padre che la accoglie rischiano frustate e tre mesi di carcere. La donna è trattata come proprietà del marito o del padre e l’accesso alla giustizia è di fatto chiuso. Anche i bambini restano poco protetti: il codice lascia ampio spazio alle punizioni corporali e gli insegnanti sono puniti solo in caso di lividi o fratture, mentre altre forme di abuso, compresa la violenza sessuale, frequente nelle madrase, non vengono menzionate. Anche la libertà religiosa viene limitata drasticamente. Quali effetti può avere? L’articolo 2 riconosce come unica religione legittima la scuola hanafita. È una norma pericolosa che può alimentare conflitti. In Afghanistan convivono da secoli comunità sikh, hindu, ismailite e altre minoranze. Metterle fuori legge crea tensioni profonde. Le minoranze musulmane non hanafite, come gli Hazara, rischiano ulteriori persecuzioni. Nella provincia di Badakhshan, ad esempio, alcuni ismailiti sono stati costretti a distruggere i propri luoghi di culto e a convertirsi. Queste divisioni possono essere sfruttate anche da potenze regionali e da gruppi armati legati a diversi governi, con il rischio di alimentare nuovi conflitti. Come viene applicato il codice? Anche se non è stato ancora formalmente promulgato, viene già applicato. Alcune norme sono precise, ma molte sono lasciate alla discrezione dei religiosi. L’articolo sulla fede prevede la pena di morte per chi non segue la scuola hanafita o si oppone ai Talebani. Poiché il sistema giudiziario si basa soprattutto su testimonianze, spesso estorte con la tortura, diventa facile eliminare qualcuno accusandolo di essere contro i principi islamici. La giustizia è amministrata dai religiosi e le vie legali sono di fatto bloccate. Gli imam possono decidere direttamente accuse e pene, spesso su norme vaghe come quella che vieta la “danza” o perfino il “guardare la danza”, potere usato per reprimere qualsiasi espressione culturale. Nonostante fame e repressione, le proteste sono limitate. Perché? Non è accettazione, ma repressione brutale. Uomini e donne vengono arrestati, torturati e uccisi. Tuttavia il malcontento è diffuso e la situazione è molto tesa. I Talebani sono odiati e molti non si fidano a muoversi tra la popolazione senza scorte armate. Piccole proteste continuano a verificarsi, spesso represse nel sangue. La comunità internazionale ha reagito poco. Perché questo disinteresse? Il governo talebano di fatto è sostenuto da molti Stati. Gli aiuti umanitari contribuiscono a mantenerlo in piedi, mentre alla popolazione arrivano solo briciole.  Gran Bretagna e Unione Europea parlano di apartheid di genere, ma non adottano misure concrete. Gli Stati Uniti respingono le richieste di asilo e non possiamo dimenticare che sono stati proprio loro a riportare i Talebani al potere. Come si può uscire da questa situazione? L’occupazione statunitense ha introdotto alcune libertà, ma non ha prodotto un vero cambiamento. Oggi i Talebani sono sostenuti da potenze straniere e si sono trasformati in una forza politica strutturata. La soluzione può venire solo dall’unità del popolo afghano, al di là delle divisioni etniche e religiose e dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale sui propri governi affinché smettano di sostenere questo regime. Senza appoggi esterni, i Talebani non potrebbero restare al potere. Puoi leggere qui l’articolo integrale pubblicato da Altreconomia   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
March 8, 2026
Pressenza
Dalle bombe in Iran alla corsa al cobalto Usa e Cina si contendono la R.D. del Congo
La competizione tra Washington e Pechino per energia e minerali critici arriva fino a Kolwezi, tra concessioni minerarie e sfratti forzati di case e scuole. Still I Rise ne parla nel nuovo report “Il Prezzo del Progresso”. L’organizzazione non profit Still I Rise pubblica il report “Il Prezzo del Progresso”, un’analisi che documenta l’impatto del sistema delle concessioni minerarie sugli sfratti forzati e sulla continuità scolastica a Kolwezi, nella Repubblica Democratica del Congo, epicentro mondiale di estrazione del cobalto. Partendo dal Congo, l’indagine offre una chiave di lettura sulle tensioni geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. “Le esplosioni nei cieli iraniani e i raid congiunti di Stati Uniti e Israele non sono un episodio isolato del Medio Oriente. L’Iran, grande esportatore di petrolio e fornitore cruciale per la Cina, è uno snodo strategico nella sicurezza energetica di Pechino: colpirne la stabilità significa incidere su uno degli assi centrali della competizione tra Stati Uniti e Cina”, dichiara Fatima Burhan Mohamed, Advocacy Officer di Still I Rise e curatrice del report. “La partita non riguarda solo il petrolio, ma si estende alle filiere dei minerali critici, decisive per l’autonomia industriale e tecnologica”. Ed è proprio nella Repubblica Democratica del Congo, dove si estrae il 70% del cobalto a livello mondiale, che si sta consumando una battaglia altamente strategica: quella per il controllo delle concessioni minerarie e delle catene di approvvigionamento di minerali strategici come il cobalto. A Kolwezi, la rivalità geopolitica ha conseguenze concrete: quartieri inclusi in licenze estrattive, famiglie esposte al rischio di sgombero, bambini che vedono interrompersi il proprio percorso scolastico. È qui, lontano dai riflettori dei grandi vertici internazionali, che la competizione tra potenze assume una dimensione concreta e locale. Il contesto: Kolwezi al centro della competizione globale Kolwezi, nella provincia del Lualaba, è uno snodo cruciale delle catene globali di approvvigionamento. Da quest’area proviene oltre il 70% del cobalto estratto a livello mondiale, un minerale classificato come critico per batterie agli ioni di litio, mobilità elettrica, sistemi di accumulo energetico, tecnologie digitali avanzate e comparto della difesa. La città conta tra i 700mila e un milione di abitanti e circa una persona su tre lavora direttamente o indirettamente nel settore minerario. Negli ultimi anni, il controllo del cobalto congolese è diventato terreno di competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Secondo il report, circa l’80% della produzione industriale di cobalto nella provincia del Lualaba è oggi riconducibile a capitali legati a Pechino, che ha consolidato nel tempo una presenza dominante nelle miniere e nelle infrastrutture di raffinazione. Parallelamente, Washington ha intensificato la propria iniziativa diplomatica ed economica attraverso lo Strategic Partnership Agreement con la Repubblica Democratica del Congo, puntando a diversificare le fonti di approvvigionamento occidentali e ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi. In questo quadro si inserisce la vicenda delle concessioni detenute da Chemaf (Chemical of Africa), società privata attualmente in vendita e titolare di alcuni dei giacimenti più rilevanti ancora disponibili sul mercato. L’interesse di investitori sostenuti dagli Stati Uniti per l’acquisizione di questi asset è stato letto come un passaggio chiave nella ridefinizione degli equilibri del settore. Per il governo congolese, la competizione tra le due potenze potrebbe rappresentare al tempo stesso un’opportunità negoziale e un fattore di pressione geopolitica. “Il possibile passaggio di proprietà delle concessioni non è un fatto puramente finanziario. Un nuovo operatore potrebbe rivedere piani industriali, accelerare l’espansione estrattiva o rinegoziare i confini operativi delle aree concesse”, spiega Giulia Cicoli, co-fondatrice di Still I Rise. “In una città dove ampie porzioni dell’area urbana ricadono formalmente sotto concessione mineraria, tali decisioni possono avere effetti diretti e immediati sulle comunità residenti, incidendo sulla stabilità abitativa e sulle condizioni di permanenza delle famiglie”. Il sistema delle concessioni e la vulnerabilità abitativa Gran parte dell’area urbana di Kolwezi ricade formalmente in concessioni minerarie. In base al sistema vigente, lo Stato mantiene la proprietà del suolo, ma concede a imprese private il diritto esclusivo di esplorare e sfruttare le risorse per un periodo determinato. Nella pratica, questo significa che quartieri residenziali, scuole e terreni agricoli possono trovarsi in aree destinate all’estrazione. In caso di espansione mineraria, le famiglie prive di documentazione legale adeguata dispongono di strumenti limitati per opporsi a uno sgombero. Il report ricostruisce diversi episodi di sgombero e demolizione registrati negli ultimi anni nell’area di Kolwezi, legati all’espansione delle attività estrattive e alle concessioni minerarie. Questi eventi non costituiscono episodi isolati, ma si inseriscono in un quadro strutturale in cui l’assetto delle concessioni ridefinisce l’accesso alla terra e di fatto la permanenza delle comunità. L’indagine tra le famiglie degli studenti Tra il 2023 e il 2025 Still I Rise ha condotto un’indagine interna sulle famiglie dei 98 studenti allora iscritti alla Still I Rise Academy – Kolwezi, attiva dal 2021 e frequentata da bambini ex minatori. L’obiettivo era comprendere in modo sistematico la condizione abitativa dei nuclei familiari e valutare quanto questa incidesse sulla continuità del percorso scolastico. L’analisi restituisce un quadro di forte vulnerabilità. Il 70% delle famiglie vive in territori formalmente dati in concessione a un’azienda mineraria: di queste, l’89% non disponeva di certificati di proprietà riconosciuti dallo Stato e oltre la metà non era consapevole di abitare in un’area giuridicamente concessa. Inoltre, ottenere un certificato legale di proprietà ha costi elevati in un contesto in cui circa il 70% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Ne consegue che la mancanza di documentazione formale riduce drasticamente la possibilità di opporsi a uno sgombero o di negoziare condizioni adeguate. “Quando una famiglia non ha un titolo riconosciuto dallo Stato, la sua permanenza sul territorio diventa fragile”, continua Giulia Cicoli. “L’insicurezza abitativa non è solo una questione legale: si traduce in interruzioni scolastiche, spostamenti improvvisi, maggiore esposizione al lavoro minorile. Se una casa può essere demolita da un giorno all’altro, anche il diritto all’istruzione diventa precario”. Le azioni intraprese A seguito dell’indagine, Still I Rise è intervenuta su più fronti, partendo dall’analisi dei casi delle famiglie che vivono nelle aree in concessione e avviando procedure per regolarizzare le loro situazioni abitative. In collaborazione con IBGDH – Initiative pour la Bonne Gouvernance et les Droits Humains, la non profit ha inoltre organizzato incontri informativi sui diritti in caso di sfratto, coinvolgendo migliaia di persone della comunità. Parallelamente, ha avviato un dialogo con l’azienda titolare della concessione e con le autorità locali per chiedere maggiore trasparenza su eventuali piani di espansione e reinsediamento. “Si è trattato di un lavoro lungo e impegnativo, necessario per raggiungere anche le famiglie più isolate e prive di accesso alle informazioni”, conclude Fatima Burhan Mohamed. “Oggi queste famiglie sanno cosa possono pretendere e come muoversi: possono chiedere informazioni ufficiali, partecipare alle consultazioni, rivendicare un indennizzo adeguato e opporsi a uno sfratto irregolare. Informare in modo capillare significa ridurre lo spazio per decisioni arbitrarie e rafforzare la capacità della comunità di difendere i propri diritti.” Scarica il report integrale. Still I Rise
March 6, 2026
Pressenza
Parte il progetto “Dignità e Salute” per le donne nelle carceri afghane
È stato avviato il progetto “Dignità e Salute in contesti di detenzione femminile in Afghanistan”, un intervento sanitario e di tutela dei diritti fondamentali promosso da Ubuntu ODV (Italia) e Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan (HAWCA), in collaborazione con il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA). L’iniziativa nasce da un percorso di confronto avviato nel 2024 con l’obiettivo di intervenire a favore delle donne afghane più vulnerabili, in particolare quelle detenute o esposte a violenza e discriminazione. Nel contesto attuale dell’Afghanistan, segnato da isolamento internazionale, crisi economica e gravi restrizioni ai diritti delle donne, le detenute rappresentano una categoria doppiamente vulnerabile. Molte sono incarcerate per presunti “crimini morali” o per essersi sottratte a violenze domestiche e matrimoni forzati. Le condizioni igienico-sanitarie nelle carceri femminili sono critiche: carenza di acqua potabile, farmaci, prodotti per l’igiene personale e servizi di salute riproduttiva. Il progetto interviene in uno dei pochi ambiti in cui è ancora possibile operare formalmente con programmi sanitari autorizzati. Sono previsti: screening sanitari e vaccinazioni, distribuzione di kit igienici, miglioramento delle condizioni igieniche, supporto nutrizionale, formazione sanitaria di base, continuità delle cure per i figli delle detenute. L’intervento non intende legittimare il sistema detentivo, ma garantire un livello minimo di tutela della salute e della dignità umana, riattivando un circuito essenziale di salute pubblica anche in un contesto estremamente restrittivo. Il progetto è costruito insieme agli attori locali e nasce dai bisogni espressi direttamente dalle detenute e dal personale sanitario sul territorio, in un’ottica di cooperazione partecipata e non calata dall’alto. Per il progetto vedi qui.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
February 27, 2026
Pressenza
Raid del Pakistan a Kabul con l’India sullo sfondo della crisi
L’escalation tra Pakistan e Afghanistan è entrata in una fase che fino a poco fa sembrava impensabile persino per due Paesi abituati a vivere di frontiera. Nella giornata di oggi, 27 febbraio, Islamabad ha condotto attacchi aerei in territorio afghano che, secondo più fonti internazionali, hanno colpito anche Kabul, oltre a obiettivi in altre province. Kabul ha risposto rivendicando azioni contro postazioni pakistane lungo la linea di confine e denunciando vittime e danni. Nelle stesse ore il ministro della Difesa pakistano ha parlato apertamente di “open war”, un salto lessicale che fotografa quanto la crisi sia ormai diventata politica, prima ancora che militare. Se ci si ferma alla cronaca, la lettura “facile” è quella della ritorsione: un attacco, una risposta, una contro-risposta. Ma il punto, oggi, è che Islamabad non sta colpendo solo per “punire” un episodio. Sta usando la forza per provare a cambiare i termini della relazione con il governo talebano di Kabul su un dossier preciso: la presenza e l’operatività oltreconfine del TTP (Tehrik-e Taliban Pakistan), la galassia jihadista che attacca lo Stato pakistano e che il Pakistan accusa di trovare in Afghanistan santuari e profondità. In altre parole, i raid sono un messaggio: “se non intervenite voi contro chi colpisce noi, lo facciamo noi”. È questo “perché” che conta più del “come”. Sul fondo dello scontro c’è anche l’“incognita India”, che Islamabad tira esplicitamente in ballo per inquadrare la crisi nella rivalità regionale. Nelle dichiarazioni ufficiali pakistane i Taliban vengono accusati di essersi avvicinati a Nuova Delhi, quasi trasformando l’Afghanistan in un terreno d’influenza indiano: una lettura utile a rafforzare la narrativa della minaccia esterna e a compattare consenso interno. Nuova Delhi, da parte sua, tramite il Ministero degli Esteri, ha condannato i raid pakistani in Afghanistan, accusando Islamabad di “esternalizzare i propri fallimenti interni” e richiamando le vittime civili. Al tempo stesso, le ricostruzioni internazionali indicano che la miccia immediata resta il dossier TTP e la sicurezza di confine; l’India agisce più come fattore di contesto — contatti diplomatici ed economici con Kabul in crescita — che come causa diretta dei raid. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare indietro, agli anni Novanta, quando i Taliban non sono ancora al governo di Kabul, ma un movimento emergente in un Afghanistan devastato dalla guerra civile post-sovietica. La loro crescita è inseparabile dal mondo pashtun transfrontaliero e da una geografia politica in cui Pakistan e Afghanistan non sono due compartimenti stagni: sono un’unica fascia umana e militante tagliata da una frontiera contestata. In quel contesto Islamabad vede nei Taliban una possibile “soluzione” al caos afghano: un attore capace di stabilizzare il Paese secondo un ordine favorevole agli interessi pakistani e, soprattutto, utile a impedire che l’Afghanistan diventi un retroterra ostile o troppo permeabile all’influenza dell’India. I Taliban, per anni, sono stati considerati da settori del potere pakistano come un asset regionale. Ma quando un asset è costruito su militanza armata e ideologia jihadista, il confine tra “strumento” e “minaccia” è sempre fragile. Dopo l’11 settembre 2001 e gli attentati negli Usa questa fragilità esplode. Il Pakistan diventa alleato chiave degli Stati Uniti nella “guerra al terrore”, indispensabile per logistica, intelligence e pressione sulle reti jihadiste. Eppure, proprio in quegli anni, l’insurrezione talebana si ricostruisce anche grazie a retrovie e reti oltreconfine: un intreccio in cui cooperazione con Washington e tolleranza selettiva verso alcune milizie finiscono per convivere, alimentando un sospetto reciproco che non si ricompone più. Il simbolo di questa contraddizione arriva nel 2011, quando Osama bin Laden viene ucciso in un raid statunitense ad Abbottabad, in Pakistan, in un’area tutt’altro che remota. L’episodio è devastante per Islamabad perché crea un dilemma senza uscita: o lo Stato non sapeva (incompetenza e falla di sicurezza enorme) o sapeva (complicità). L’inchiesta pakistana successiva, la cosiddetta Abbottabad Commission, descrive il caso come una “umiliazione” e parla di fallimenti sistemici e responsabilità diffuse nell’apparato di sicurezza e governance, mentre analisi e commenti internazionali hanno sottolineato la portata politica di quel cortocircuito tra Pakistan, jihadismo e cooperazione con gli USA. Da allora il rapporto Pakistan–Stati Uniti entra in una lunga fase di logoramento, e il Pakistan si ritrova a gestire un effetto collaterale che era stato sottovalutato: la nascita e l’espansione di militanze “domestiche” che non rispondono più a nessuna regia esterna e che fanno della guerra allo Stato pakistano la propria ragion d’essere. Il TTP è il nome più noto di questa deriva: non sono i Taliban afghani, ma un movimento affine per cultura militante e per bacino pashtun, e soprattutto un nemico diretto di Islamabad. Il punto, per il Pakistan, è che dopo il ritorno dei Taliban a Kabul nel 2021 la minaccia TTP viene percepita come aumentata: perché l’Afghanistan torna ad essere, potenzialmente, una profondità in cui i militanti possono riorganizzarsi, curarsi, addestrarsi e riposizionarsi. Ed eccoci al paradosso finale, quello che rende lo scontro di oggi così “storico”: Islamabad aveva immaginato che un Afghanistan talebano sarebbe stato più “gestibile”. Invece sta scoprendo che i Taliban al governo non sono un proxy, non sono un’estensione telecomandata del Pakistan. Devono rispondere a equilibri interni, a una base ideologica, a reti militanti e a una narrativa di sovranità che rende politicamente costoso “fare il lavoro sporco” contro altri jihadisti pashtun come il TTP. Kabul, dal canto suo, vive le incursioni pakistane come una violazione di sovranità e, soprattutto, come il tentativo di ridurla di nuovo a periferia controllabile. Il risultato è la spirale in corso in queste ore: raid pakistani, ritorsioni talebane, dichiarazioni di “guerra aperta”, e un confine che torna ad essere non una linea, ma un fronte. Dentro questa spirale si muovono anche altri fattori che danno benzina alla crisi. C’è la politica interna pakistana, dove “mostrare forza” contro il terrorismo ha un rendimento immediato. C’è la questione rifugiati, già esplosiva, che peggiora con ogni scambio di colpi. E c’è la geopolitica regionale: la retorica pakistana torna a evocare l’India, perché ogni frizione con Kabul viene letta anche attraverso la lente della rivalità indo-pakistana. Il Pakistan oggi bombarda per forzare i Taliban afghani a scegliere tra due identità incompatibili, movimento rivoluzionario “solidale” con la militanza pashtun e Stato che controlla il territorio e reprime i gruppi armati. Kabul, rispondendo, difende la sua seconda identità, quella statuale, e rifiuta di essere trattata come ai tempi in cui i Taliban erano, agli occhi di molti, un investimento regionale di Islamabad. È una resa dei conti che arriva da lontano, e che porta nella cronaca di oggi tutta l’eredità non risolta degli anni Novanta, dell’11 settembre e di Abbottabad.     Redazione Italia
February 27, 2026
Pressenza
[Da Roma a Bangkok] Riso, colonia, suolo, diabete
Il riso, spesso rappresentato in Occidente attraverso l’immagine esotica di terrazzamenti montani e la suggestione di tradizioni immutabili, è in realtà una chiave potente per leggere trasformazioni politiche, economiche e ambientali di lungo periodo. Più che una semplice coltura, è un’infrastruttura sociale con forme organizzative complesse, capaci tanto di sostenere Stati centralizzati, quanto di alimentare reti comunitarie resilienti. La risaia è, insieme, dispositivo tecnico e politico. Produce un surplus di capitale alimentare, politico, sociale e rende possibile la tassazione e l’amministrazione; inoltre, consolida identità collettive. Parlare di riso significa, dunque, intrecciare suolo, potere, capitale, salute. Il riso è una lente attraverso cui è possibile osservare, nel tempo, come le decisioni politiche di quello che oggi è l’ovest globale si sono sedimentate nel loro sviluppo diacronico e continuano a influenzare corpi, territori e possibilità future.
February 25, 2026
Radio Onda Rossa
Un messaggio di speranza da una guida spirituale dell’organizzazione Ananda Marga
Come in molte altre parti del mondo, anche qui nel ricco Occidente, dove siamo abituati a vivere in pace e prosperità, le cose non sembrano andare più così bene. Facciamo i conti da qualche anno con lo smarrimento, la sensazione di impotenza, la paura per il futuro. Ci sentiamo oppressi, affaticati e bombardati da pessime notizie. Forse potrebbe aiutare, per affrontare tutta questa fatica, fermarsi e ascoltarsi, ricercare una maggiore consapevolezza di sé stessi per sentirsi parte di qualcosa di più grande e provare a metterci al servizio di chi ha maggiori difficoltà rispetto a noi. Ne ho parlato con la Didi Ananda Rainjana. Una Didi è una monaca yogica, una guida spirituale, facente parte dell’Organizzazione Ananda Marga Pracaraka Samgha. Il sito italiano è https://anandamargaitalia.it/. Si tratta di un movimento spirituale e sociale, non religioso, fondato nel 1955 in India dal maestro Shrii Shrii Anandamurti, la cui missione è la realizzazione delle persone dal punto di vista  fisico, psichico e spirituale con l’obbiettivo del benessere collettivo grazie anche al servizio sociale in una visione universale e neo-umanista: promuove cioè l’amore per l’essere umano e per tutti gli esseri del cosmo, inclusi animali, piante e anche entità inanimate. Ananda Marga ha una struttura organizzata in molte parti del mondo, diffonde la pratica dello Yoga e della meditazione e, grazie al dipartimento AMURT https://www.amurt.it/ , riconosciuto come ONG collabora anche con l’ONU per prestare soccorso e aiuto umanitario in zone dove si presentano emergenze politiche e di guerra o calamità naturali. Di seguito le mie domande e le sue risposte. Quali sono i progetti attuali di Ananda Marga in Italia? Didi Rainjana: L’organizzazione è cambiata nel tempo e attualmente in Italia sono attivi diversi progetti: Ananda Vipasha, vicino a Verona, in Valpolicella. Qui vi è la sede ufficiale italiana e in questo luogo immerso nella natura si tengono ritiri spirituali e riunioni organizzative. https://anandamargaitalia.it/ananda-vipasha/ Uma Nilayam, a Santa Maria in Umbria. Qui è stato aperto un centro prevalentemente per donne in difficoltà e i loro figli, in una casa in collina. L’obiettivo è quello di promuovere la salute alternativa e naturale, avendo relazioni con assistenti sociali e associazioni del territorio. Si pratica lo yoga e la meditazione. Si svolgono anche attività di sostentamento dell’organizzazione come laboratori di ceramica, giardinaggio, preparazione di creme naturali. Si può partecipare anche a training di qualche settimana, dove poter ricercare l’equilibrio interiore con la guida spirituale della Didi Ananda Samprajina, che coordina il progetto insieme ad altri volontari. https://www.amurt.it/portfolio_page/orvieto/ Il progetto Stella Polare a Catania, nel Quartiere San Cristoforo, dove è stato aperto un centro giovanile contro la dispersione scolastica e per l’inclusione sociale in uno dei quartieri più difficili d’Italia, guidato dal monaco yogico Dada Ganadevananda. Qui i ragazzi hanno uno spazio da condividere nel doposcuola e durante il periodo estivo di chiusura scolastica. https://www.amurt.it/portfolio_page/catania/ E poi sotto il cappello di Amurt, che opera sia in Italia che in altri Paesi nel mondo, esistono diversi progetti sociali. Un esempio è il progetto presentato a Malnate (VA) dalla Didi Ananda Rasasudha, lo scorso dicembre relativo alle scuole per bambini palestinesi rifugiatisi in Egitto. Ne avevo scritto per Pressenza: https://www.pressenza.com/it/2025/10/messaggio-di-speranza-e-aiuto-concreto-mostra-arte-pace-organizzata-da-amurtel-a-malnate/  Come ti sei avvicinata ad Ananda Marga e qual è stata la ta esperienza all’interno dell’organizzazione? Didi Rainjana: Sono nata a Messina, ho studiato medicina e a metà percorso universitario mi sono imbattuta nel libro “Autobiografia di uno yogi” di Swami Yogananda Paramhansa. Per me è stato di grandissima ispirazione e di apertura verso un nuovo mondo. Ho cercato in città un luogo per praticare la meditazione e sono venuta a conoscenza del centro Ananda Marga di Messina, che oggi non esiste più. Ho iniziato a praticare lo yoga e la meditazione approfondendo la mia spiritualità. Ero una ragazza molto timida, parlavo pochissimo e difficilmente mi aprivo con le persone. Quando mi sono laureata in medicina, ho lavorato per quattro anni in un centro olistico a Treviso come dottoressa naturopata, iridologa e omeopata. Tra il 1989 e il 1990, quando ci fu la caduta del regime comunista in Romania e la deposizione di Nicolae Ceaușescu, decisi di lasciare la mia vita per iniziare a prestare servizio sociale in quel Paese dove c’era bisogno di aiuto e sostegno alle persone e affiancai per un anno una Didi che operava lì da poco tempo. Sentii l’esigenza forte di fare qualcosa di concreto per gli altri e fu come una “chiamata” al servizio sociale. Dopo l’esperienza in Romania, decisi di voler diventare una Didi e frequentai un percorso intenso di formazione a Ydrefors, in Svezia, che terminai poi in India per un totale di due anni. Qui mi venne assegnato il nome da monaca e concluso il training iniziai a viaggiare per il mondo, dal Medio Oriente alle zone tropicali asiatiche, fino all’America centrale e agli USA, per circa 35 anni. Poi durante il periodo del COVID tornai in Italia, dove opero attualmente. La mia vita si era trasformata: dalla donna timida che ero, ho imparato ad esprimere me stessa e a sostenere le persone che incontravo, insegnando lo yoga e la meditazione. La mia missione è quella di accompagnare le persone ad una profonda connessione con sé stessi e con la natura. Non tengo lezioni di filosofia yogica, ma cerco di condividere il mio bagaglio di esperienza e di sapere secondo il principio fondamentale di Ananda Marga: realizza te stesso e aiuta gli altri. Mi sento fortunata ad avere vissuto tante vite in una vita sola. Cosa pensi di quello che accade oggi nel mondo? Didi Rainjana: Sono ottimista, perché nella nostra filosofia pensiamo che ogni cosa che accade è sotto il controllo del creatore (che ognuno può chiamare come vuole) e che tutto si muove verso il bene, anche se apparentemente non sembra. Anche la Terra, come tutte le cose nell’universo, ha un suo ciclo di evoluzione e quello che stiamo vivendo è un momento rivoluzionario. Abbiamo vissuto per molto tempo in una società basata sull’ego dell’essere umano, la ricerca di ricchezza, di denaro, di apparenza che ha portato alla situazione attuale. L’uomo è fatto di corpo, di mente e di spiritualità. Il mondo che noi conosciamo, vissuto principalmente basandosi sulla mente alla ricerca di potere e denaro, ha portato ad utilizzare la paura come strumento per governare, ma ognuno di noi può essere libero se approfondisce la conoscenza della propria spiritualità. Il cambiamento sarà rivolto verso un mondo diverso, basato sull’amore, la cura, la fraternità. Il passaggio non sarà semplice o indolore, perché c’è molta resistenza da parte degli esseri umani che sono abituati a vivere come è stato finora. Volendo fare un esempio visivo è come se vivessimo in un palazzo vecchio e fatiscente, che può solo essere raso al suolo per essere ricostruito con un’altra prospettiva. Vorrei lasciare un messaggio di speranza, citando il nostro maestro: il futuro di questo pianeta è molto luminoso. Abbiamo terminato l’intervista con questo pensiero, sedute a un tavolino lungo il torrente Lanza, davanti all’antico Mulino del Trotto, realizzato a fine 1500, in un’atmosfera di serenità. Qui, prima di questa chiacchierata, ho partecipato a un seminario guidato dalla Didi Rainjana e da un altro insegnante, Govinda, intitolato “Vivere in sintonia con il vero Sé”. È stata un’esperienza molto arricchente. Restano ancora innumerevoli domande a cui dare risposte, ma sicuramente oggi ho conosciuto un nuovo e alternativo punto di vista riguardo al presente e al futuro.   Monica Perri
February 24, 2026
Pressenza
Tibet, 12 marzo 1959: l’insurrezione delle donne tibetane
Pubblichiamo da Nalanda Edizioni, un bellissimo articolo sulla storia della rivolta delle donne tibetane avvenuta il 12 marzo 1959, due giorni dopo la storica Insurrezione di Lhasa. Spesso la storia viene raccontata attraverso lenti maschili, ma c’è una data che ha cambiato per sempre il volto del Tibet: il 12 marzo 1959. Quel giorno, migliaia di donne di ogni estrazione sociale – nobildonne, monache, mercanti e madri di famiglia – sfidarono l’autorità militare di Pechino marciando per le strade di Lhasa. Non fu solo una protesta, ma l’atto di nascita di un movimento politico femminile che ancora oggi ispira il mondo intero. Mentre la minaccia di un rapimento del XIV Dalai Lama diventava imminente, oltre 5.000 donne si radunarono sotto il Palazzo del Potala al grido di: “Il Tibet appartiene ai Tibetani”. Una mobilitazione interclassista e nonviolenta guidata da figure eroiche come Pamo Kusang (nella foto), che pagò con il sacrificio estremo la sua dedizione alla causa.   La storiografia della resistenza tibetana contro l’occupazione della Repubblica Popolare Cinese è stata spesso interpretata attraverso lenti prevalentemente maschili, concentrandosi sulla guerriglia dei Khampa o sulle decisioni politiche del governo del Kashag. Tuttavia, l’evento del 12 marzo 1959, noto come la Rivolta delle Donne Tibetane, emerge come un punto di rottura fondamentale che non solo ha sfidato l’autorità militare di Pechino, ma ha anche ridefinito il ruolo della donna all’interno della struttura sociopolitica tibetana. Questa sollevazione, avvenuta due giorni dopo l’insurrezione nazionale del 10 marzo, rappresenta un caso unico di mobilitazione spontanea, interclassista e non violenta, che ha visto migliaia di donne marciare per le strade di Lhasa per rivendicare la sovranità nazionale e la sicurezza fisica del XIV Dalai Lama. DIECI ANNI DI TENSIONI E L’EROSIONE DELLA SOVRANITÀ  Per comprendere la magnitudo della protesta femminile del marzo 1959, è necessario analizzare il decennio di crescente instabilità che seguì l’ingresso dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nel Tibet orientale nel 1949 e la successiva annessione del 1950. L’Accordo in 17 Punti, ratificato nel 1951 sotto la minaccia delle armi, aveva garantito al Tibet una forma di autonomia regionale, ma la realtà sul campo si era rapidamente trasformata in un’occupazione oppressiva. Già nel 1954, la presenza massiccia di oltre 222.000 membri dell’EPL aveva mandato in collasso il fragile sistema agricolo tibetano, portando a carestie diffuse nelle regioni centrali. Questa pressione economica, unita alla distruzione sistematica dei monasteri nel Kham e nell’Amdo e alle esecuzioni pubbliche di leader locali e monaci, aveva generato un flusso costante di rifugiati verso Lhasa. Entro il 1958, la capitale era diventata una polveriera: i campi profughi ai margini della città portavano con sé racconti di atrocità, alimentando un risentimento che superava le divisioni tra l’aristocrazia e il popolo comune. IL 10 MARZO E IL RUOLO DELLE DONNE NELLA PROTEZIONE DEL DALAI LAMA L’evento scatenante della rivolta generale fu l’invito ambiguo rivolto al Dalai Lama per assistere a uno spettacolo teatrale presso il quartier generale cinese di Lhasa il 10 marzo 1959. La richiesta che Sua santità si presentasse senza scorta armata e in totale segretezza fu immediatamente interpretata come un piano di rapimento. In risposta, una folla di circa 30.000 tibetani circondò il Norbulingka (il palazzo estivo) per formare un cordone umano di protezione. In questo scenario, la partecipazione femminile non fu accessoria. Le donne iniziarono a organizzarsi non appena divenne chiaro che la diplomazia ufficiale del Kashag era impotente di fronte all’aggressione militare. L’8 marzo, durante le celebrazioni della Giornata della Donna, il generale cinese Tan Guansan aveva pronunciato un discorso intimidatorio, avvertendo che l’EPL avrebbe distrutto i monasteri se la resistenza non fosse cessata. Questa non poi tanto velata minaccia agì da catalizzatore per le donne tibetane, che compresero come la sopravvivenza della nazione dipendesse dalla loro capacità di scendere in piazza come forza politica autonoma. LA GENESI DELLA RIVOLTA DELLE DONNE Mentre il 10 marzo è ricordato come il giorno dell’insurrezione nazionale, il 12 marzo segna la nascita ufficiale del movimento politico femminile tibetano. Circa 5.000 donne (alcune stime suggeriscono fino a 15.000) si radunarono a Drebu Lingka, lo spazio aperto situato appena sotto il Palazzo del Potala, alle dieci del mattino. Questa folla era composta da figure provenienti da ogni strato della società: nobildonne, mogli di funzionari, monache, mercanti e semplici madri di famiglia. Le manifestanti portavano striscioni con slogan inequivocabili: “Il Tibet appartiene ai Tibetani” e “Da oggi il Tibet è Indipendente”. L’azione fu meticolosamente pianificata per essere non violenta, cercando di sfruttare la visibilità internazionale fornita dalle missioni straniere ancora presenti a Lhasa, come quelle dell’India e del Nepal. Le leader della rivolta presentarono memorandum formali al Console Generale indiano, chiedendo assistenza internazionale per fermare l’aggressione cinese.3 PAMO KUSANG E IL CONSIGLIO DELLE DIECI La rivolta del 12 marzo non fu un’esplosione emotiva disorganizzata, ma il risultato di una leadership audace che sfidò le convenzioni sociali del tempo. Il gruppo dirigente, che avrebbe poi formato la base della futura Tibetan Women’s Association (TWA), era guidato da figure che univano l’influenza sociale alla determinazione politica. Leader della rivolta Origine Destino post-1959 Pamo Kusang (Kundeling Kunsang) Nipote di Tsarong Dasang Dadul, elite politica. Leader principale; torturata e giustiziata nel 1970. Galingshar Choe la Monaca del monastero di Mijungri. Detenuta; morta a causa delle atrocità subite in prigione. Pekhang Penpa Dolma Rappresentante della società civile di Lhasa. Deceduta in detenzione dopo interrogatori brutali. Tahutsang Dolkar Figura chiave nella mobilitazione dei quartieri. Arrestata; il suo impegno ispirò le generazioni successive. Dehmo Chime Famiglia aristocratica Dehmo. Prigioniera politica; morta negli anni ’70 dopo il rilascio. Resoor Yangchen Attivista di base. Scontò 20 anni di prigione subendo torture sistematiche. Ani Yonten Monaca. Prigioniera fino al 1979; testimone delle violenze. PAMO KUSANG E IL SACRIFICIO FINALE Pamo Kusang, nata Kundeling Kunsang (nell’immagine insieme alle figlie), incarna la transizione dalla vita aristocratica alla militanza rivoluzionaria. Sposata con Gurteng Lobsang Tashi, un alto funzionario del monastero di Kundeling, la sua vita cambiò radicalmente con l’occupazione. Il suo ruolo il 12 marzo fu quello di principale oratrice e organizzatrice. Incitò le donne a circondare il Potala e a respingere l’Accordo in 17 Punti, dichiarandolo nullo a causa della violazione cinese. La sua storia è particolarmente significativa per la fase della detenzione. Dopo l’arresto seguito al bombardamento di Lhasa, Pamo Kusang divenne un simbolo di resistenza interna al sistema carcerario. Nel 1970, durante il culmine della Rivoluzione Culturale, organizzò una dimostrazione all’interno del carcere (probabilmente Drapchi o Gutsa), guidando le compagne nel gridare slogan anti-cinesi e pro-indipendenza. Per proteggere le altre detenute dalle ritorsioni, Pamo Kusang dichiarò formalmente davanti ai funzionari del carcere di essere l’unica responsabile della protesta. Il suo martirio avvenne a est del Monastero di Sera. I resoconti indicano che fu condotta al luogo dell’esecuzione in condizioni fisiche pietose: era diventata sorda da un orecchio, era quasi calva, perché i capelli le erano stati strappati durante gli interrogatori, e il suo corpo era segnato da anni di torture. Fu fucilata alla schiena davanti a una fossa comune e i soldati continuarono a sparare sui corpi già a terra per assicurarsi del decesso. LA REPRESSIONE MILITARE Mentre le proteste femminili continuavano tra il 12 e il 18 marzo, la situazione militare precipitava. Il XIV Dalai Lama lasciò segretamente il Norbulingka la notte del 17 marzo, vestito da soldato e accompagnato da una piccola scorta. Non appena le autorità cinesi compresero che il leader era fuggito, scatenarono un attacco frontale contro la città. Il Norbulingka fu colpito da circa 800 proiettili di artiglieria pesante il 21 marzo, uccidendo migliaia di civili che erano rimasti a presidiare le mura. I soldati dell’EPL bombardarono sistematicamente i grandi monasteri di Sera e Drepung, distruggendo tesori artistici e scritture millenarie. A Lhasa, furono eseguiti rastrellamenti casa per casa: chiunque venisse trovato in possesso di armi o bandiere tibetane veniva trascinato in strada e fucilato sul posto. Si stima che oltre 86.000 tibetani siano stati uccisi nel solo Tibet centrale durante questo periodo di repressione sanguinosa. LE “FIGLIE DEL TIBET” E RINCHEN DOLMA TARING Una delle cronache più dettagliate di quei giorni è contenuta nell’autobiografia di Rinchen Dolma (Mary) Taring, intitolata Daughter of Tibet. Taring, appartenente all’aristocrazia di Lhasa, descrive il 12 marzo come un momento di disperazione eroica: “Sapevamo che la gente comune di Lhasa era spinta alla ribellione aperta… anche se avrebbero dovuto combattere i mitraglieri a mani nude”. Suo marito, Jigme Taring, era il fotografo ufficiale del Dalai Lama e utilizzò le sue cineprese per documentare i bombardamenti e la resistenza popolare. Queste riprese, caricate di un valore storico inestimabile, furono in gran parte sequestrate dalle autorità cinesi e utilizzate paradossalmente nei film di propaganda come Putting Down the Rebellion in Tibet. La famiglia Taring riuscì a fuggire in India, dove Rinchen Dolma dedicò il resto della sua vita alla cura dei bambini orfani e alla fondazione del Tibetan Homes Foundation, diventando una “Amala” (madre) per migliaia di rifugiati. LA RIVOLTA DI NYEMU DEL 1969 Dieci anni dopo l’insurrezione di Lhasa, una seconda ondata di resistenza guidata da donne scosse il distretto di Nyemu nel 1969, durante la Rivoluzione Culturale. La figura centrale fu Trinley Choedon (Nyemu Ani), una monaca che sosteneva di essere il medium di divinità guerriere tibetane. A differenza del movimento del 1959, che era stato guidato dall’élite urbana per difendere lo Stato tibetano tradizionale, la rivolta di Nyemu fu un movimento contadino che univa il fervore religioso alla lotta contro le riforme economiche forzate (tasse sulle vendite e donazioni obbligatorie di grano). Trinley Choedon riuscì a destabilizzare le fazioni locali fedeli a Pechino, portando a massacri di quadri comunisti e collaboratori. Tuttavia, la rivolta fu schiacciata con una violenza ancora maggiore: Trinley e sessanta delle sue compagne furono fustigate pubblicamente e giustiziate a Lhasa nel giugno 1969. Questo evento dimostra la continuità della resistenza femminile, che si adattava alle nuove forme di oppressione ideologica della Cina maoista. LA RESISTENZA CONTINUA L’eredità del 12 marzo 1959 si è manifestata con rinnovata forza tra il 1987 e il 1996, quando le monache tibetane divennero le principali organizzatrici di proteste non violente a Lhasa. Nel 1987, circa 15 monache del monastero di Garu guidarono la prima manifestazione interamente femminile dopo decenni, chiedendo il ritorno del Dalai Lama e il rispetto dei diritti umani. Molte di queste donne furono imprigionate a Drapchi, dove subirono torture con bastoni elettrici e lunghi periodi di isolamento. Un episodio leggendario di questo periodo riguarda 14 monache che, nel 1994, riuscirono a registrare clandestinamente canzoni patriottiche all’interno del carcere e a farle arrivare all’estero. Questo atto di sfida culturale riprendeva direttamente la tradizione di resistenza iniziata da Pamo Kusang nel 1970. LA TIBETAN WOMEN’S ASSOCIATION (TWA)  In seguito alla repressione del 1959, migliaia di donne tibetane seguirono il Dalai Lama in India. La necessità di sopravvivenza immediata impedì un’organizzazione formale per diversi anni, ma le donne tibetane divennero la spina dorsale dei primi insediamenti di rifugiati, gestendo centri di artigianato e scuole. Su richiesta del Dalai Lama, la Tibetan Women’s Association fu formalmente rifondata a Dharamsala il 10 settembre 1984. L’organizzazione rivendica esplicitamente le sue radici nella rivolta del 12 marzo 1959, considerandola l’atto di nascita del femminismo politico tibetano. Oggi, la TWA opera su scala globale con oltre 17.000 membri e svolge un ruolo cruciale nella documentazione degli abusi specifici di genere nel Tibet occupato, come le sterilizzazioni forzate e gli aborti coercitivi. La TWA ha trasformato la memoria della rivolta in un programma di empowerment concreto per le donne nella diaspora. * Educazione e formazione. Programmi come “Stitches of Tibet” (istituito nel 1995) offrono formazione professionale a donne rifugiate non istruite. * Empowerment delle monache. Workshop su leadership, sensibilizzazione di genere e risoluzione dei conflitti. * Advocacy internazionale. Partecipazione a forum delle Nazioni Unite per denunciare le violazioni dei diritti umani. * Supporto sociale. Assistenza a madri single e anziani vulnerabili nelle comunità tibetane.23 * Conservazione culturale: Slogan “Advocacy for Home, Action in Exile” sottolinea il duplice impegno politico e culturale. La rivolta delle donne del 12 marzo 1959 non è solo un capitolo eroico della storia tibetana; è un prisma attraverso il quale analizzare le dinamiche di potere nel Tibet contemporaneo. L’evento ha dimostrato che le donne tibetane non erano spettatrici passive del conflitto geopolitico, ma attori capaci di auto-organizzazione e di sacrificio estremo. L’analisi dei dati e delle testimonianze suggerisce che il trauma del 1959 ha cementato un’identità di resistenza che si è tramandata attraverso le generazioni. Le auto-immolazioni iniziate nel 2011, che hanno visto la partecipazione di numerose donne e monache, sono l’ultimo e più tragico stadio di questa lotta. La persistenza del “Women’s Uprising Day” nelle comunità in esilio funge da promemoria costante che, per il popolo tibetano, la questione della sovranità rimane aperta e indissolubilmente legata alla dignità e alla libertà delle sue donne. In conclusione, la Rivolta delle Donne del 12 marzo 1959 rappresenta un unicum storico: una sollevazione che ha saputo fondere la difesa della tradizione (la protezione del Dalai Lama) con l’innovazione politica (la nascita della prima associazione nazionale femminile). Le vite di Pamo Kusang, Rinchen Dolma Taring e delle migliaia di “sorelle” che hanno marciato verso il Potala continuano a definire il perimetro morale e politico della causa tibetana nel XXI secolo. L’impatto di quel giorno di marzo risuona ancora nelle aule delle Nazioni Unite e nelle strade di Dharamsala, a testimonianza del fatto che la memoria storica, quando radicata nel sacrificio e nella verità documentata, rimane la sfida più ardua per qualsiasi regime di occupazione.   Nalanda Edizioni Nalanda Edizioni nasce nel 2019 ed è la casa editrice della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT). Il nostro nome fa immediatamente riferimento all’antica università monastica indiana da cui sono discese tutte le principali tradizioni e un ininterrotto lignaggio di elaborazione filosofica, dottrinale, epistemologica.  Il nostro scopo è realizzare testi che supportino lo studio e la pratica sia di coloro che hanno già gettato le basi della conoscenza e si avviano ad approfondire gli aspetti più complessi del Dharma, sia di coloro che hanno bisogno di formarsi una visione generale del Buddhismo. Operiamo il più possibile in base a criteri di sostenibilità e basso impatto ambientale: stampiamo in Italia; usiamo carte ecologiche, riciclate ove possibile. 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February 18, 2026
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