Duyuk – Gerico
Nel 2006 ero stato invitato a Betlemme per un insegnamento all’Università e in
un giorno libero ho preso un autobus per Gerusalemme e poi per Gerico.
Sono arrivato nella città nelle prime ore del pomeriggio e la persona che
avrebbe dovuto ospitarmi non c’era, le strade erano stranamente vuote, molti
negozi chiusi, quindi ho deciso di fare un giro verso il centro sono andato in
un bar pieno di giovani che discutevano animatamente; appena sono entrato un
silenzio improvviso mi ha avvolto e tutti i presenti sono usciti fuori dal
locale e hanno iniziato a fissarmi.
Non sapevo che il giorno prima i soldati israeliani avevano raso al suolo il
carcere di Gerico dove l’autorità palestinese avrebbe dovuto incarcerare
detenuti che si trovavano in precedenza presso le carceri israeliane, ma che non
appena avevano varcato il confine erano stati liberati.
Non sapevo che il nostro Presidente del Consiglio di allora aveva dichiarato che
gli Israeliani avevano fatto bene ad abbattere il carcere. Preso dagli effetti
di questa interazione non verbale, ma chiara mi sono rivolto al barista per
chiedergli se c’era qualche problema, spiegando che ero italiano e venivo da
Torino.
A quest’ultima parola il suo volto si è illuminato mi ha mostrato dal suo
piccolo telefono l’icona della Juventus dicendo «quando ha vinto lo scudetto e
ha segnato Del Piero ho pianto», non sono stato a spiegare che nella mia città
c’è una squadra più seria e importante, quando piano piano i giovani hanno
iniziato a rientrare nel bar.
È un ricordo che mi è tornato in mente in questi giorni quando il mio amico
Dario mi ha inviato una foto di Gerico vista dall’alto, più o meno, dal monte da
cui si ritiene che un uomo chiamato Gesù sia stato tentato dal Diavolo dopo aver
trascorso 40 giorni nel deserto.
Dario è in quella zona per evitare ulteriori sfollamenti di famiglie palestinesi
da parte dei coloni, nei giorni precedenti alcuni italiani sono stati picchiati
solo per il fatto di essere lì, mentre l’altro ieri un uomo anziano, già in
parte paralizzato a causa di un ictus, è stato malmenato brutalmente.
Potremmo dire che è in atto la tentazione dell’unilateralità: nessun dialogo. In
genere le persone si parlano e se non si parlano le persone dovrebbero parlarsi
gli Stati e se non si parlano gli Stati dovrebbero parlarsi le Istituzioni
Internazionali; ora i governi attuali (e i potentati economici) lavorano
attivamente per ridimensionare ed indebolire le Istituzioni e allora non resta
che il monopolio della violenza a dettare legge.
A questo punto (quando le istituzioni vengono svuotate) la violenza non è un
incidente, ma una scelta strutturale. Parlarsi è qualcosa che appare sempre più
lento, imperfetto, noioso perfino inutile così come le istituzioni.
La violenza, invece, è rapida e non chiede consenso. Per questo, quando si
smette di parlarsi, sembra la soluzione più efficiente. Solo più tardi ci si
accorgerà che era la più costosa. Ma a quel punto, le domande non hanno più un
indirizzo a cui essere inviate.
Trump non dixit.
Fabrizio Floris
Redazione Italia