New York, “Proteggiamo i nostri vicini dall’ICE”
Da poco ha smesso di nevicare; è il momento più bello in città quando la coltre
è ancora immacolata e noi pedoni procediamo seguendo uno le orme dell’altro.
Così avvolti nel gelido candore attraversiamo il parchetto del quartiere per
raggiungere l’entrata della metropolitana, dove staziona una donnina imbacuccata
e sorridente. Offre una busta di plastica trasparente che contiene un pieghevole
informativo e un fischietto e a tutti dice “Proteggiamo i nostri vicini
dall’ICE”. Il suono è lo stesso, ice, ma non si riferisce a pericolosi lastroni
di ghiaccio, bensì a qualcosa di ben più letale: l’Immigration and Custom
Enforcement, la famigerata agenzia deputata al controllo dell’immigrazione che
dall’avvento di Trump al governo sta traumatizzando le città americane.
Il volantino è un vero e proprio mini-manuale di istruzioni. Dice come
riconoscere un agente dell’ICE e come comportarsi. La cosa più importante è
essere pronti a raccogliere informazioni. Quanti sono. Che cosa fanno. Dove e in
che direzione si muovono. Come sono vestiti. Se indossano il passamontagna e il
giubbotto anti proiettile. Orario dell’avvistamento. Che equipaggiamento portano
(armi, manette, bastoni, ecc). Se si è in sicurezza, cioè se loro non ti vedono,
fare foto e video. Infine inoltrare i dati raccolti al network del quartiere (di
cui è dato il numero in hotline).
La sezione dedicata al fischietto è commovente e meriterebbe un posto al museo
dadaista (se esistesse). Illustra due codici. Codice Numero 1: bwee! bwee! bwee!
Soffiare a ripetizione significa: l’ICE è stato avvistato in zona, state
allerta. Codice Numero 2: bweeeeeeeeeeeeeeeeeeee !!! Emettere un suono forte e
continuativo significa l’ICE sta effettuando un arresto – massima allerta e
pronti ad attivare il servizio legale, di cui ovviamente il manuale fornisce il
numero.
Come me anche gli altri passanti ritirano entusiasti il kit anti ICE. Mi chiedo
se avremo mai l’occasione e la freddezza di usarlo. Non lo so. Non nascondo che
mi piacerebbe assistere alla scena di un gruppo di cittadini che armati di
fischietti riescono a gabbare gli energumeni dell’ICE e proteggere i loro vicini
di casa, di negozio, di strada. Perché queste sono le vittime di ICE: il signore
gentile che ti saluta mentre spazza la strada dalle foglie, la signora che
pulisce le scale del condominio e ti fa la cortesia di raccogliere il tuo pacco
mentre sei in vacanza, la ragazza che serve ai tavoli della tua trattoria
preferita, il ragazzo che ti shakera alla perfezione la margarita al cocktail
bar dell’angolo, il garzone che ti porta la spesa a casa, la mamma del nuovo
amichetto di tuo figlio e così via; uomini, donne, famiglie uguali e mischiate a
milioni di altre, che da un anno a questa parte vivono nel terrore di essere
scoperte come migranti irregolari.
So bene che la propaganda anti-immigrazione italiana e non solo racconta che gli
Stati Uniti a causa del lassismo dei democratici (che sono sì lassi e
infingardi, ma per altro) sono stati invasi da milioni di immigrati, ovviamente
brutti, sporchi e cattivi e che il governo Trump finalmente fa quello che anche
da noi si dovrebbe fare, ossia rimandarli a casa loro. Peccato che ciò non
corrisponda al vero e che questa sia casa loro. La maggior parte dei braccati
dall’ICE vive stabilmente negli Stati Uniti da molti anni, anche trenta o
quaranta, lavora, produce reddito, paga le tasse, affitta case, guida una
macchina, possiede conti in banca e manda i figli (americani) a scuola. Capite
dunque che cosa significa la frase della signora “Proteggiamo i nostri vicini”?
Forse qualche lettore si starà chiedendo perché queste persone non si
regolarizzano. In Italia tanti da irregolari trovano un lavoro con contratto e
iniziano un faticoso percorso di regolarizzazione che nel tempo, se è loro
desiderio investire il proprio futuro nel Belpaese, li porterà alla
naturalizzazione. Negli Stati Uniti non è così. Forse sarà un retaggio puritano,
ma se hai commesso l’errore di far scadere il visto d’ingresso non puoi
riscattarti; devi andartene dal Paese. Per la verità c’è un modo legale per
iniziare da capo il percorso di immigrazione: arruolarsi! O tu clandestino o tuo
figlio/a, appena raggiunta la maggiore età, potete scegliere la via
dell’esercito e andare a morire per una patria che non vi voleva.
Non credo che avrò mai la soddisfazione di assistere alla messa in fuga degli
agenti dell’ICE sul campo e so che alla tv come sui giornalacci continueranno a
giustificare la caccia al clandestino come giusta e necessaria, ma so anche che
c’è un umanità nuova e sveglia, che avanza e aumenta di giorno in giorno, che
silenziosamente si organizza per resistere, per aiutarsi l’un l’altro, per
sostenere i propri membri più deboli e in difficoltà. So anche che il fenomeno
dei quartieri contro l’ICE non è un’eccezione di Brooklyn e di New York City
perché è stato eletto Mamdani, dato che si sta diffondendo a macchia d’olio
nelle principali città del Paese. Nel sud della California, tartassata dall’ICE
e pure dalla Guarda Nazionale, gruppi di cittadini hanno preso l’abitudine di
appostarsi di fronte a grandi magazzini, come Office Depot, Target ecc, così se
l’ICE viene avvistata c’è tempo di avvisare i lavoratori dentro il negozio.
L’emergenza sveglia l’essere umano; l’emergenza fa nascere la comunità, la
ricompatta. Non importa se non avremo mai l’occasione di usare il fischietto e
probabilmente continueremo a essere impotenti davanti alle scorribande dell’ICE.
Ma sappiamo che non lo saremo per sempre e possedere quel fischietto, tenerlo
nella borsetta o in tasca, rappresenta la possibilità di riscatto di un intero
gruppo sociale, anzi di più, della comunità umana che fa onore al nome che porta
e rifiuta la barbarie, che si ribella a chi vuole farci tornare indietro, in una
società rozza e brutale.
Marina Serina