Patti Smith / Il corredo di una vita on the road
Quando Bob Dylan ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 2016 e non si
presentò alla premiazione, mandò al suo posto a rappresentarlo proprio lei,
un’emozionatissima Patti Smith, la ex ragazzina terribile che era piombata a New
York dalla provincia a ventun anni, per diventare in un breve volgere di
stagioni, alla metà esatta dei ’70, mentre il fenomeno punk sconvolgeva
l’Europa, l’indiscussa regina del new wave dall’altra parte dell’Oceano.
Profondamente yankee ma innamorata della cultura europea, figlia della Beat
Generation e del Rock’n’Roll, ma anche di Arthur Rimbaud, del surrealismo e di
Jean Genet, Patti erompe sulla scena con il primo, feroce 45 giri, Piss Factory
(un titolo che potremmo tradurre più o meno come fabbrica di merda) che svela il
volto punk dell’America nello spasmo di una giovane proletaria che vuole farsi
largo, che non ne può più della squallida provincia, fatta di gente di merda, di
un lavoro di merda: “And I’m gonna go, I’m gonna get out of here, I’m gonna get
out of here, I’m gonna get on that train, I’m gonna go on that train and go to
New York City. I’m gonna be somebody, I’m gonna get on that train, go to New
York City, I’m gonna be so bad, I’m gonna be a big star and I will never retur.
Never return, no, never return, to burn out in this piss factory. And I will
travel light. Oh, watch me now”.
Fra il 1975 e il 1979 sforna quattro LP memorabili che la proiettano in vetta
non tanto alle classifiche – l’unico vero hit che produce è la celeberrima
Because the Night scritta in coppia con Bruce Springsteen – quanto alla stima e
all’affetto di critica e pubblico: l’epico e allucinatorio Horses, disco della
free-form poetica e musicale che esordisce con il distico apparentemente
blasfemo “Jesus died for somebody’s sins but not mine”; l’ineffabile Radio
Ethiopia, in equilibrio fra psichedelia e stream-of-consciousness poetica; il
ritorno alle proprie radici di Rock’n’roll Nigger e al culto di Rimbaud di
Easter; l’elegia e la riscoperta della spiritualità anche nella forma cattolica
con, tra l’altro, un pezzo commosso dedicato alla scomparsa di Albino Luciani,
Giovanni Paolo I (che chiude con le parole: “Good-Bye Sir, Good-Bye Papa…”,
pronunciato come papà), di Wave.
Al culmine della fama, Patti, da donna intelligente quale è sempre stata, molla
tutto, abbandona senza rimpianti il music business e si ritira a Detroit a fare
la moglie e la mamma insieme al suo amore più grande, Fred “Sonic” Smith, già
chitarrista dei protometallici MC5. Scompare dalle scene per otto anni per
concedersi solo un’episodica rentrée a sorpresa nel 1988 con Dream of Life,
album meno eclatante dei precedenti ma in cui è contenuto un altro anthem
consegnato a imperitura memoria, People have the Power. Poi di nuovo niente fino
al 1996 quando due terribili lutti – l’improvvisa scomparsa del fratello e del
marito – la spingono a cercare ancora sfogo nella creatività artistica con il
suo disco più dolente e mesto, Gone Again. Da quel momento in poi Patti, passati
i 50 anni e fino agli attuali quasi 80, alternerà la carriera di musicista e di
scrittrice, pubblicando altri dischi (Peace and Noise, 1997; Gung Ho, 2000;
Trampin’, 2004; Twelve, 2007; Banga, 2012; ecc.), raccolte di poesie e testi
narrativi (cito solo quelli tradotti in italiano: Babel, Newton Compton 1980; I
tessitori di sogni, Bompiani 2013; Il sogno di Rimbaud, Einaudi 1996; Mar dei
coralli, Bompiani 1996; Complete: canzoni, riflessioni, diari, Sperling & Kupfer
2000; Presagi d’innocenza, Frassinelli 2006; Just kids, Feltrinelli 2010; M
Train, Bompiani 2016; L’anno della scimmia, Bompiani 2020).
Il pane degli angeli, appena pubblicato da Bompiani, è probabilmente fra tutte
le sue opere, quella che più si avvicina ad una vera e propria autobiografia in
cui l’autrice americana ripercorre in dodici appassionanti capitoli i vari
periodi della sua vita e della sua maturazione umana ed artistica. Partendo
dall’infanzia (“La mia è stata un’infanzia proustiana, fatta di quarantene e
convalescenze intermittenti”), la precoce scoperta dell’arte e della letteratura
(“Di fronte alla stazione dei pullman c’era una bancarella di libri a 99
centesimi. Come sempre la stavo passando in rassegna e sono stata attratta dal
volto di un giovane poeta sulla copertina di Illuminazioni. Pochi istanti di
lettura e sono rimasta ammaliata dalle sue parole quanto dalla sua insolente
bellezza. Non avendo un dollaro e non essendo disposta a separarmi dal libro, ho
infilato Illuminazioni in tasca, un crimine di cui non mi sono mai pentita”), e
quello altrettanto precoce per la musica (“A diciassette anni il passaggio da
Rimbaud a Bob Dylan è stato naturale. Ecco un altro che reinventava la mano
sacra della poesia. Persino nei loro volti angelici eppure ribelli si rifletteva
un’eco reciproca. Non c’era dubbio che A Hard Rains’s A-Gonna Fall avesse tratto
beneficio da Dopo il diluvio in Illuminazioni, e riuscivo benissimo a immaginare
Rimbaud disteso in un campo ad ascoltare It’s Allright Ma, I’m Only Bleedin’”),
la fuga da casa, ormai madre-bambina, il sodalizio amichevole-amoroso con Robert
Mapplethorpe e i loro comuni primi passi di ventenni alla conquista di New York
(già magistralmente descritti in Just Kids), poi la partenza come rocker, la
formazione della band, la faticosa registrazione di Piss Factory e della cover
di Hey Joe – omaggio a Jimi Hendrix – i concerti in coppia coi Television di Tom
Verlaine negli storici locali dell’underground, il Max’s Kansas City e il CBGB,
il primo incontro con Dylan che saluta il gruppo in camerino chiedendo se ci
sono poeti in giro e Patti, senza sapere perché, che prorompe dicendo “Odio la
poesia”.
Prosegue poi con un dettagliato e interessante excursus sulla carriera musicale
e i retroscena disco per disco; la memoria dello storico concerto allo stadio di
Firenze nel settembre 1979 – chi scrive era presente e se lo ricorda benissimo –
e l’innalzamento della bandiera americana sul palco scatenando l’inferno tra il
pubblico (“Non era una dichiarazione politica, ma un omaggio al dono
dell’America alla cultura: il rock’n’roll”): il fratello Todd ammaina e le
riconsegna la bandiera, ricordo dei suoi trascorsi in Marina, ha sventolato per
l’ultima volta e quella stessa notte passeggiando per le vie di Firenze insieme
al poeta beat Gregory Corso, Patti decide di chiudere il suo percorso musicale e
ritirarsi dalle scene. I capitoli seguenti sono dedicati all’amore per Fred
Smith, alla vita familiare con lui e i loro figli, poi i lutti, a quelli
familiari si unisce il compianto per il suicidio di Kurt Cobain (in sua memoria
scrive la canzone About a Boy) e per la scomparsa degli amici di sempre Allen
Ginsberg e William Burroughs.
Infine gli ultimi capitoli: la delusione per il mondo di oggi, così tristemente
diverso da quello che la sua generazione aveva sognato; l’amore per l’Italia, i
ricordi di Trieste e di Roma; gli autori amati, Joyce, Gogol, Mishima; e, nelle
sue parole così semplici e sincere, la preparazione all’ultimo atto: “in un
certo senso non sono cambiata poi tanto. Ma l’incandescente irrequietezza si è
in qualche modo placata e ho la sensazione che tutte le cose che ho amato siano
state così profondamente assorbite da poter immaginare Guernica senza vederla,
sentire Ascension e i My Bloody Valentine senza ascoltarli, sfogliare Il gioco
delle perle di vetro senza leggerlo, sentendoli con tutto il mio essere. Ogni
cosa deve andare. I preziosi pezzi di stoffa ripiegati in un piccolo baule come
un corredo abbandonato, i libri della mia vita, le medaglie nelle loro custodie.
Liberarsi delle cose è uno dei compiti più difficili della vita. Uno a uno
distribuiamo i nostri talismani. Ma io mi terrò la mia fede nuziale e l’amore
dei miei figli.”.
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