Torino Film Festival 3/ El cautivo di Alejandro Amenábar
Per riassumere in una frase questo grandioso quanto pretenzioso affresco
immaginario con velleità storiche, potremmo dire che “dio” e la “patria” ci
sono, e che manca solo la “famiglia”. Alejandro Amenábar, che ha già esplorato
l’incrocio tra film storico e finzione con Agora (2009) e Mientras dure la
guerra (2019), torna con un episodio nella vita di Miguel de Cervantes. Il film
ricostruisce il periodo di prigionia e la fuga da Algeri dell’autore del
Quijote, che proprio nel capolavoro cervantesco ha ispirato l’episodio del
prigioniero.
Cominciamo da dio, con la fede cristiana che tiene uniti i prigionieri e
permette loro di resistere alle angherie dei carcerieri mussulmani. Violente le
immagini dell’acquisto di schiavi sui moli di Algeri e la loro divisione di
classe, per cui i più nobili e importanti non vengono messi sul mercato ma
risparmiati e consegnati alla custodia del sultano, in attesa di ricompense o
riscatti più importanti. Solo i più deboli tra questi prigionieri, infidi e
subdoli, cederanno all’offerta della libertà in cambio della conversione forzata
alla religione di Maometto. Traditori che rinnegano la vera religione e che
fanno la fine che meritano, secondo un principio di giustizia divina di cui il
film non dubita mai troppo.
Anche la patria è una fede incrollabile, soprattutto per i señores imprigionati
insieme a Cervantes, egregi rappresentanti della nobiltà o del clero, che
aspettano rinchiusi nel microcosmo della prigione l’evento più importante
dell’anno, cioè l’arrivo periodico dei religiosi, con sacche piene d’oro, a
negoziare la loro liberazione, caso per caso e ad arbitrio dell’inflessibile
bey. Siamo nei postumi della epocale battaglia di Lepanto, in cui Cervantes
stesso ha combattuto, e lo scontro di civiltà è già tematizzato apertamente.
Onore e fedeltà guidano la resistenza passiva dei prigionieri, tra cui non
mancano tuttavia tradimenti e delazioni.
> Su questo sfondo storico, raffigurato con fedeltà anche se con qualche punta
> di esotismo e di orientalismo, si inserisce la figura di Cervantes (un po’
> monotona la recitazione di Julio Peña) che per navigare il complesso mondo
> della reclusione si inventa cantastorie, preparando mentalmente il materiale
> che confluirà poi nel suo più grande capolavoro. Il talento e la fantasia
> permetteranno così al Nostro di guadagnare un po’ di libertà ma anche di
> preparare il tentativo di fuga per rientrare nell’amata patria, prima di esser
> costretto a rinnegare la propria amata religione.
Manca la famiglia, dicevamo, in alternativa a cui Amenábar inserisce l’elemento
queer, lo spunto più originale – ma anche più debole – dell’intero film. Queer è
il temibile bey di Algeri (interpretato da Alessandro Borghi), con il suo harem
la cui perversione è aborrita soltanto dai bigotti nobili spagnoli; queer sono
le strade e i vicoli della kasbah di Algeri, in cui l’omosessualità sembra
imporsi incontrastata o almeno essere l’unica forma di sessualità manifesta.
Queer è, insomma, il filo rosso che tiene insieme il film, attorno alla passione
del bey per il brillante cantastorie, ricambiata ma alla fine rinnegata da
Cervantes, che sceglie la libertà e il proprio paese.
In Spagna infatti, a differenza del limitato mondo mussulmano dove soltanto il
coltivato sovrano godeva privatamente delle storie cervantesche, finalmente
tutti [sic?] potranno leggerle, celebrando e costruendo così la fama immortale
dello scrittore. Non sono molte, in conclusione, le idee che emergono da questo
grande sforzo cinematografico. Molte meno, in ogni caso, che dai passati lavori
di finzione storica in cui Amenábar riusciva meglio a far emergere la
complessità del mondo tardo-antico o della Spagna franchista attraverso il
carattere violento e barbaro del cristianesimo nel film su Ipazia, o quello
altrettanto violento e barbaro del falangismo nel film su Miguel de Unamuno.
Ma resta lodevole lo sforzo di cimentarsi con i grandi classici, in una chiave
volutamente non realista che inevitabilmente espone al rischio della
semplificazione e della didascalia. Un gigante come Cervantes meritava di più,
ma il film resta vedibile, se non si hanno troppe pretese.
Nell’immagine di copertina un fotogramma del film
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