Quando la cultura fa resistenza
La fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, ospitata alla
Nuvola dell’EUR a Roma, quest’anno è diventata teatro di uno scontro simbolico
che ha travalicato i confini del settore editoriale. La decisione
dell’Associazione Italiana Editori (AIE) di ammettere la casa editrice Passaggio
al Bosco — accusata da decine di autori e editori di veicolare contenuti
nostalgici del nazifascismo — ha scatenato una mobilitazione senza precedenti,
trasformando uno spazio di promozione culturale in un campo di discussione
politica e civile. A far esplodere il caso è stata una lettera aperta firmata da
circa ottanta fra scrittrici, scrittori, editori e figure della cultura
italiana, che ha chiesto l’esclusione dell’editore contestato dall’evento.
L’appello denunciava il carattere del catalogo di Passaggio al Bosco, accusato
di proporre testi che celebrerebbero figure centrali del pantheon nazifascista e
antisemita, tra cui Leon Degrelle e Corneliu Zelea Codreanu .
La presa di posizione ha coinvolto autori notissimi — tra cui Zerocalcare,
Alessandro Barbero, Antonio Scurati e Caparezza — e si è tradotta anche in una
forma di protesta visibile: diverse case editrici hanno scelto di oscurare i
propri stand, coprendoli con teli neri, manifesti o cartelli esplicativi.
L’immagine di uno stand coperto — un gesto tanto silenzioso quanto eloquente — è
diventata simbolo della protesta. Nei giorni centrali della fiera, in
particolare il sabato, gli stand “oscurati” si sono moltiplicati, dando corpo a
una mobilitazione che ha unito sigle editoriali differenti per linee editoriali,
pubblico e dimensione .
L’obiettivo non era impedire materialmente la presenza di Passaggio al Bosco, ma
dichiarare pubblicamente che la partecipazione di un editore accusato di
normalizzare ideologie violente e antidemocratiche non è una questione neutra.
Come hanno dichiarato alcuni manifestanti, accettare quel catalogo come “una
voce tra le altre” significherebbe contribuire a un processo di assuefazione, in
cui persino forme editoriali vicine a revisionismi autoritari vengono presentate
come legittime nel panorama culturale contemporaneo.
L’AIE ha respinto la richiesta di esclusione, affermando che l’editore in
questione ha sottoscritto i principi della Costituzione, e che in una fiera del
libro spetta ai lettori “farsi un’idea”, lasciando così la valutazione al libero
mercato culturale .
L’organizzazione ha dunque interpretato l’appello come una forma di richiesta di
censura, contraria allo spirito di pluralismo che caratterizza il mondo
editoriale.
Un portavoce di Passaggio al Bosco, a sua volta, ha ribadito che l’editore “non
è un movimento politico”, rigettando le accuse di propaganda ideologica .
Il gesto più eclatante è arrivato da Zerocalcare, l’autore più popolare e
trasversale dell’editoria italiana contemporanea. L’artista ha scelto di
ritirarsi dalla partecipazione alla fiera, dichiarando di non voler essere
presente in uno spazio condiviso con un editore ritenuto vicino a ideologie che
hanno prodotto persecuzioni e violenza storica .
La sua decisione ha avuto risonanza mediatica, amplificando la protesta anche
tra lettori e pubblico non direttamente coinvolto nel settore editoriale.
La questione sollevata va oltre la singola casa editrice. Si è riaperto un
fronte politico-culturale che riguarda:
* il significato di memoria pubblica in un Paese con passato fascista;
* i confini tra libertà di espressione e responsabilità editoriale;
* il ruolo di una fiera nazionale nell’attribuire legittimità.
Chi difende l’ammissione di Passaggio al Bosco insiste sul principio della
libertà dell’editoria; chi protesta sottolinea che una manifestazione culturale
istituzionale non è un luogo neutro, ma uno spazio che attribuisce
riconoscibilità sociale.
La domanda non è se un editore abbia diritto a esistere sul mercato, ma se debba
essere ospitato, promosso e messo sullo stesso piano di cataloghi che lavorano
su memoria storica, diritti sociali, pluralismo democratico.La protesta ha
mostrato qualcosa di raro nel panorama editoriale italiano: una presa di
posizione collettiva, pubblica e motivata.
Il gesto di “oscurare lo stand” ha funzionato perché ha reso visibile la
responsabilità condivisa. Alla fiera del libro non si compra solo un prodotto:
si aderisce a un immaginario, a un sistema di valori.
Ecco perché questo episodio non si esaurirà con l’ultima giornata in fiera.
Questa vicenda potrebbe segnare un punto di svolta. Non perché definisce una
linea netta di esclusione, ma perché costringe tutto il settore a interrogarsi
su ciò che accoglie, ciò che normalizza e ciò che assume come “cultura”.Il fatto
che la protesta sia partita dal basso — da autori, editori, librai, non da
istituzioni — mostra che una comunità culturale non solo promuove libri: difende
un immaginario collettivo.
Non è questione di censura. È questione di responsabilità.
E in una fiera che nel nome promette “Più libri più liberi”, la libertà passa
anche attraverso il rifiuto di condividere spazio, visibilità e ruolo con chi
pubblica testi che molti considerano legati a un passato violento e
antidemocratico.
La mobilitazione ha ottenuto un risultato importante: ricordare che la cultura
non è neutrale.
E che dire no, talvolta, è già un atto di cultura.
Venera Leto