Tag - Genere e femminismi

Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all’intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo… Redazione Italia
Le ragazze ardenti per il pane e le rose
Il 25 marzo 1911 la fabbrica di camicette Triagle di New York, al nono piano di un edificio in piazza Washington, va a fuoco: è una strage! centoquarantasei le vittime. La notizia fa il giro del mondo. Nell’estremo sud d’Europa… Ketty Giannilivigni
Il contrasto alla violenza di genere nelle periferie di Dakar
In data 10 gennaio 2026, nell’ambito delle attività promosse da Energia per i Diritti Umani, si è tenuto a Malika un incontro virtuale tra Senegal e Pakistan: dall’altra parte dello schermo e in collegamento diretto dal Pakistan il professor Hussain… Federica De Luca
La FAO lancia l’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026
Sono oltre 200.000 le aziende agricole gestite da donne in Italia, quasi il 32% del totale, e stanno rivoluzionando il settore con creatività, innovazione, competenza e visione sostenibile. E le donne più giovani stanno dando una svolta importante all’agricoltura nell’innovazione e nella tecnologia. Un’agricoltura moderna non può fare a meno delle donne, che dimostrano una forte propensione verso pratiche agricole più sostenibili e innovative. In particolare, le imprese agricole a conduzione femminile, nel 2024, rappresentavano il 32%, contro una media UE del 29%. Anche tra i lavoratori autonomi, la presenza femminile è cresciuta: dal 34% del 2010 al 36% attuale. Un dato interessante è l’età: il 64,8% delle imprenditrici ha meno di 49 anni e, tra le under 30, la quota di titolari di impresa è passata dal 14% al 33,76% in dieci anni. Un segnale positivo di rinnovamento, rete e intraprendenza femminile. Le regioni con il maggior numero di imprese agricole femminili sono Sicilia, Puglia e Campania, confermando un forte dinamismo imprenditoriale nel Sud Italia. E secondo l’indice di parità di genere nel lavoro, l’Italia è tra i Paesi europei in cui l’eliminazione delle disuguaglianze avrebbe il maggiore impatto economico. Colmare il divario potrebbe infatti generare un aumento del PIL stimato intorno al 12% entro il 2050. In tema di emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari c’è ancora tanto da fare, in Italia come in gran parte del mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha lanciato l’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026, una campagna globale volta a riconoscere il contributo indispensabile ma spesso trascurato delle donne ai sistemi agroalimentari globali e a stimolare gli sforzi per colmare i persistenti divari di genere. Istituito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2024, l’Anno Internazionale mira a mettere in luce le realtà affrontate dalle donne agricoltrici e a promuovere riforme politiche e investimenti per rafforzare la parità di genere, l’emancipazione femminile e la costruzione di sistemi agroalimentari più resilienti. La FAO, insieme alle altre agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma – il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e il Programma Alimentare Mondiale (PAM), coordinerà le attività per tutto il 2026. Le donne rappresentano una quota significativa della forza lavoro agricola mondiale e sono indispensabili in tutte le filiere agroalimentari, dalla produzione e trasformazione alla distribuzione e al commercio, svolgendo un ruolo centrale nella sicurezza alimentare e nella nutrizione delle famiglie. Nel 2021, i sistemi agroalimentari impiegavano il 40% delle donne lavoratrici a livello globale, una percentuale quasi pari a quella degli uomini. Nonostante ciò, il contributo delle donne rimane sottovalutato e le loro condizioni di lavoro sono spesso più precarie: irregolari, informali, part-time, sottopagate, ad alta intensità di manodopera e altamente vulnerabili. Continuano a scontrarsi con barriere sistemiche, tra cui un accesso limitato a terra, finanza, tecnologie, istruzione, servizi di divulgazione e partecipazione al processo decisionale a tutti i livelli. L’Anno è stato ufficialmente inaugurato durante una cerimonia tenutasi a margine della recente 179ª sessione del Consiglio della FAO. Il discorso di apertura è stato pronunciato dall’economista capo della FAO, Maximo Torero, che ha sottolineato come i progressi in materia di emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari siano rimasti stagnanti nell’ultimo decennio. “Il costo dell’inazione è enorme. Sappiamo da stime recenti che colmare il divario tra uomini e donne in agricoltura potrebbe aumentare il PIL globale di mille miliardi di dollari e ridurre l’insicurezza alimentare per 45 milioni di persone“. Nel corso del 2026, l’Anno Internazionale passerà dall’attuale condivisione di storie e discussioni personali al lavoro pratico: politiche nazionali, partnership comunitarie, ricerca, investimenti e dialogo tra agricoltori, cooperative, governi, istituzioni finanziarie, reti giovanili e università. L’obiettivo è semplice: trasformare l’impegno in pratica e la pratica in un impatto misurabile. I recenti rapporti della FAO “La condizione delle donne nei sistemi agroalimentari” (https://www.fao.org/gender/the-status-of-women-in-agrifood-systems/en)  e  “Il clima ingiusto“, sottolineano la portata della disuguaglianza di genere e gli sproporzionati rischi climatici a cui sono esposte le donne. Insieme, i rapporti evidenziano le barriere strutturali che limitano la produttività, il reddito, l’accesso alle risorse e la resilienza delle donne. Le donne agricoltrici lavorano in genere su appezzamenti di terreno più piccoli rispetto agli uomini. Anche quando gestiscono aziende agricole delle stesse dimensioni, il divario di genere nella produttività della terra è del 24%. Ogni giorno di temperature estremamente elevate riduce il valore totale dei raccolti prodotti dalle donne contadine del tre percento rispetto a quelli degli uomini. Un aumento di 1° C nelle temperature medie a lungo termine è associato a una riduzione del 34 per cento del reddito totale delle famiglie con a capo una donna, rispetto a quello delle famiglie con a capo un uomo. Le donne impiegate in lavori salariati nei sistemi agroalimentari guadagnano 78 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini. Il lavoro di cura non retribuito svolto da donne e ragazze contribuisce all’economia globale con almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno. Ridurre le disparità di genere in termini di occupazione, istruzione e reddito potrebbe eliminare il 52 per cento del divario di insicurezza alimentare, che è costantemente più elevato tra le donne. L’emancipazione delle donne rurali attraverso interventi di sviluppo mirati potrebbe aumentare il reddito di altri 58 milioni di persone e rafforzare la resilienza di 235 milioni di persone. Qui il video dell’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026 – Food and Agriculture Organization of the United Nations – FAO: https://www.youtube.com/watch?v=7ASMJRU2Q_w. Giovanni Caprio
Maschi in guerra
E’ in corso su giornali e social (ne seguo pochissimi) un dibattito sul rapporto tra guerra e maschilismo. E’ questo la causa principe di quella? La confutazione più cretina di un nesso evidente è che a promuovere, guidare e combattere guerre ci sono state e ci sono anche tante donne. La questione non sta lì, perché a mediare il rapporto tra la guerra e le posture aggressive attribuite al genere maschile c’è un sistema di dominio diffuso, gerarchico e flessibile, che ha fatto da supporto alle più diverse formazioni sociali sia nel tempo che nello spazio: schiavismo, feudalesimo, capitalismo, socialismo… Ma è un sistema che ha le sue radici profonde nel dominio degli uomini sulle donne, storicamente connesso alla rivendicazione della paternità biologica, garantita solo dal possesso in forma esclusiva di una o più donne: modello, peraltro, di tutte le altre forme di possesso, proprietà o dominio – sugli animali, su altri uomini, sulle terre, su beni, materiali e non, su interi popoli… E’ per sostenere tutte quelle forme dominio che si fanno le guerre. Nelle società matrilineari (dove figlie e figli crescono nella famiglia o clan della madre) del Neolitico soppresse dal sopravvento del patriarcato e in quelle sopravvissute fino ai giorni nostri violenza e guerra sembrano essere state eccezioni. E nelle guerre in corso come in quelle del passato sono state sì coinvolte tante o tutte le donne, ma in quanto oppresse e “possesso” altrui – pur ai diversi livelli gerarchici della loro collocazione sociale. Le donne hanno quasi sempre vissuto le guerre più come imposizione che come scelta e con ben poche possibilità di far valere la loro contrarietà. E’ questo uno dei dati costitutivi del patriarcato, il sistema di dominio di cui il femminismo degli ultimi decenni ha svelato l’attualità (non è solo un retaggio del passato) e la pervasività (impronta di sé tutti i rapporti sociali). La cultura femminista lo ha minato e indebolito, pur con pesanti contraccolpi, come la moltiplicazione dei femminicidi e la riscossa dei fondamentalismi sia islamici che cristiani, dichiaratamente maschilisti. Per questo è una battaglia destinata a protrarsi ancora a lungo: un rovesciamento radicale del sistema non è certo alle viste. Di questa insorgenza gli uomini sono il bersaglio, ma la strada per minare la cappa di un sistema di dominio che, ai rispettivi livelli gerarchici, imprigiona anche tutti loro non è certo quella di “diventare femministi”. Possiamo e dovremmo impegnarci a cercare di dissolvere il “mandato di virilità”: la pressione, sia reale che immaginaria, che ciascuno di noi subisce (ma al tempo stesso esercita) da parte di un collettivo di altri maschi, anch’esso sia reale che immaginario, perché esibisca i tratti connessi al genere a cui siamo ascritti. Una pressione sottoposta a continue “verifiche”, spesso inconsapevoli, che includono ostentazione e pratica, anche solo simboliche, di varie forme di violenza contro le donne. E’ lì che risiedono anche le radici della guerra. Sradicarle è un compito infinito di cui non si vede per ora la fine. “Ma le guerre ci sono sempre state! C’è sempre un aggressore e un aggredito, un nemico da cui difendersi, degli amici con cui coalizzarsi; perché dovrebbero scomparire proprio ora?” Per due ragioni di fondo: perché con le armi di oggi la guerra ha prima o poi per sbocco obbligato la distruzione dell’umanità, che mai prima era stata prospettata. E perché è un’arma di distrazione di massa che azzera lo sforzo di contenere la crisi climatica e ambientale, una minaccia che mai si era presentata prima. Femminismo e cultura postcoloniale hanno fornito a oppressi e oppressori gli strumenti per tentare un’inversione di rotta. Il rapporto tra violenza sulle donne e guerra è stato riproposto da Adriano Sofri come metafora dell’aggressione all’Ucraina, come rivalsa di un marito tradito che, a costo di sopprimerla, continua a considerare sua la nazione che lo vuole abbandonare. Certo, c’è un uomo al comando, Putin, maschio, bianco, narciso, con una schiera di cortigiani che lo sostengono, ma dall’altra parte non c’è una donna violata, non c’è “una nazione”, e meno che mai una patria, bensì una congerie, non molto diversa da quella di Putin (d’altronde hanno le stesse origini, non molto lontane…) contrassegnata dalla massiccia presenza di ladri di Stato, nazisti di Stato, oppressori di Stato delle minoranze, reclutatori di Stato impegnati a catturare per strada – con metodi non diversi da quelli di Trump con gli immigrati –  giovani renitenti per spedirli al fronte senza addestramento, senza attrezzatura, senza armi adeguate, con poche speranze di sopravvivere. Poi, accanto ai molti soldati, ma sempre meno, impegnati da quattro anni al fronte in una resistenza senza futuro, ci sono migliaia di vedove e orfani di guerra e altre migliaia di donne e bambini che vorrebbero evitare la stessa sorte e milioni di persone fuggite all’estero decise a non tornare. L’alternativa alla guerra è la dissoluzione di quella falsa unità nazionale. Dall’altra parte del fronte c’è chi lavora allo stesso fine, con difficoltà anche maggiori, ma qualcuno deve pur cominciare! Qui da noi, con il privilegio (ma potrebbe durare poco) di non esserne direttamente coinvolti, l’impegno in quella direzione dovrebbe essere anche maggiore.     Guido Viale
Donne al potere, Europa in armi: il tradimento della vocazione femminile alla pace
Negli ultimi tempi, spesso l’Europa parla con voce di donna, ma purtroppo non con un cuore di donna. Ai vertici delle istituzioni europee siedono infatti figure femminili di massimo rilievo – la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, quella del Parlamento Roberta Metsola, l’alta rappresentante Kaja Kallas, e la nostra premier Giorgia Meloni – che, sostenendo il piano di riarmo continentale noto come Rearm Europe e la linea politica del Rearm Europe Now, di fatto promuovono un’Europa sempre più militarizzata, ostacolano percorsi di negoziato e irrigidiscono il dialogo con la Russia.  In nome della deterrenza e di una narrazione russofoba, l’Europa ha smesso di essere madre politica e si è fatta arsenale geopolitico. Una scelta che stride con la vocazione più profonda del pianeta donna: ripudiare la guerra, rigettare la violenza, proteggere i figli di tutte come propri. La politica riarmista non difende i figli: li espone alla guerra, o li massacra – con le loro madri – a Gaza, in Yemen, in Siria, in Sudan. Un neofemminismo autentico, al contrario, dovrebbe fare della pace la propria bandiera morale, culturale e politica. In direzione opposta al Papa Nei giorni in cui la voce del Pontefice si alza contro la mentalità della guerra, in Europa chi dovrebbe incarnare l’alternativa femminile alla violenza promuove invece il suo contrario.  Von der Leyen parla di “sicurezza europea” e “rafforzamento della difesa”, Metsola di “unità e deterrenza”, Meloni di “ruolo atlantico dell’Italia” e “interessi strategici”, ma tutte convergono su un punto: l’Europa deve armarsi, spendere, produrre, competere militarmente. Una scelta che tradisce la differenza come valore e la donna come soggetto di pace. Il pensiero del neofemminismo Hannah Arendt, già nel secolo scorso, aveva colto l’inganno profondo: “E’ vano cercare un senso nella politica o un significato nella storia quando tutto ciò che non sia comportamento quotidiano o tendenza automatica è stato scartato come irrilevante”.  E la guerra, oggi, è diventata proprio questo: una tendenza automatica, una normalità mai messa in discussione, un destino accettato come inevitabile. Il pensiero del neofemminismo – che abbiamo sempre difeso come elaborazione culturale, sociale e politica – parte invece da un’altra radice: riconoscere la soggettività della donna significa riconoscere la differenza come valore. La pari dignità non nasce dall’omologazione dei sessi, ma dall’identificazione della differenza come ricchezza. Una ricchezza che dà diritto di cittadinanza a tutte le altre differenze: etniche, culturali, generazionali, sociali. Un pensiero che si fa ponte, non trincea. La donna, per vocazione, non può essere neutrale davanti alla guerra. Per natura storica, atavica, esperienziale, la donna “sa”: conosce la vita e la morte, eros e tanatos, la cura, la fragilità, la responsabilità verso i più deboli. Ha costruito percorsi di tutela verso bambini, anziani, disabili, ha portato l’ecologia al centro dell’agenda pubblica, ha denunciato violazioni dei diritti umani quando il potere non voleva guardare. Ha sempre saputo che la pace non è un concetto astratto, ma un atto quotidiano di protezione dell’altro. E allora la contraddizione diventa insopportabile quando proprio donne al comando promuovono miliardi per armi, blocchi diplomatici, narrative di scontro, e impediscono trattative che potrebbero salvare i figli di tutte. La guerra non è un campo astratto: è il luogo dove si massacrano figli e madri, dove si spezza la famiglia, dove la cura si trasforma in lutto. Un’Europa e un’Italia che ignorano gli appelli al disarmo tradiscono non solo il Vangelo, ma anche l’archetipo più profondo del pianeta donna. La vocazione femminile non è guidare gli arsenali, ma spegnere le fiamme della guerra prima che raggiungano i figli. Difenderli, non consegnarli al fronte. Proteggerli, non giustificarne la morte con la propaganda. Come scriveva Hannah Arendt, il senso dell’esistenza si gioca nella quotidianità, non nelle architetture metafisiche del potere. E la quotidianità della guerra è il fallimento della politica. Soprattutto di quella che si spaccia per cristiana e femminista, ma ha smarrito la sua unica possibile verità: il ripudio della guerra, la difesa dei figli, la pace come destino dell’umanità emancipata grazie al pianeta donna.   Laura Tussi
Trame di luce e di colore per una cura solidale
Lo scorso venerdì 19 dicembre le socie della Biblioteca delle donne di Palermo, presso la sede di via Lincon 121, abbiamo ascoltato il racconto di Nunzia La Rosa, che ha portato una luce di speranza a questo Natale segnato dai colori cupi delle guerre e dal genocidio a Gaza. Sembrerebbe, infatti, che anche in Italia sia «necessario alzare le spese militari» per la difesa a fronte della popolazione sempre più povera, della sanità alla deriva e della riduzione a lumicino dei finanziamenti per l’istruzione.   La storia di Nunzia, docente di lettere in pensione, prende avvio sei anni fa dalla malattia di due giovani allieve in chemioterapia: Eleonora portava la parrucca e Miriana indossava «un turbante grigio molto triste». «Perché porti quel brutto colore!» – chiese un giorno durante la lezione, «non riesco a trovare turbanti di colori pastello» – rispose l’alunna. Si fece strada in Nunzia la considerazione che cura è anche colore nella malattia, cura è anche adornarsi nelle sofferenze. Così, tornata a casa, riprese l’arte del cucire che sua madre aveva tramandato a lei e alle sue sorelle. Con un mela e un tovagliolo realizzò il prototipo di un turbante, che poi ripropose in un tessuto di fibre naturali e soprattutto colorato. «Ho deciso che il mio turbante dovesse essere un dono di amore che partendo dal mio cuore giungesse al cuore della donna che lo avrebbe ricevuto» – spiega Nunzia. Un dono senza passaggio di denaro, da offrire alle singole malate che lo richiedono e alle strutture ospedaliere che la contattano, perché non può esserci speculazione nella malattia, un turbante di buona fattura costa oltre 80 euro. Il dono, in queste circostanze, non ha prezzo e l’atto del donare senza secondi fini può essere contagioso. Come quando i consuoceri di Nunzia che vivono a Prato, Antonella e Fabrizio, venendo a conoscenza della sua iniziativa, si rivolsero a due loro amici, Maria e Alessandro, produttori e distributori di tessuti pregiati che da allora periodicamente inviano a Palermo le stoffe con cui realizzare «turbanti coloratissimi e confortevoli».  Ma la produzione di manufatti non si è fermata ai turbanti perché  Maria, dell’Associazione Aurora di Prato, un giorno chiese se si potessero confezionare per i pazienti in chemioterapia anche «le borsette porta drenaggio che tanta dignità danno al malato e che sono diventate preziose da quando Elena», anche lei insegnante, propose a Nunzia di farle decorare ai suoi ragazzi diversamente abili, idea condivisa da altre due docenti, Katia e Luigia. In seguito, Sara, un’alunna di Nunzia, si offrì di realizzare a filet e all’uncinetto «gli orecchini da donare in corredo al turbante», iniziativa che oggi porta avanti con Silvia, Mariolina, Ignazia e Lilly mentre altre amiche, Anna e Antonella, eseguono cappellini in lana che durante l’inverno scaldano più del turbante e che vengono utilizzati anche dagli uomini in chemioterapia . Insomma Trama solidale, questo è il nome dell’associazione di volontarie, può contare sull’apporto di molte donne accomunate dalla gioia di donare tempo, maestria e competenze per «portare il sorriso a chi voglia di sorridere non ne ha». Nunzia ci tiene a nominarle tutte: «Lucia, Rosa Maria, Anna, Elena, Laura, realizzano le borsette porta drenaggio; io, Giusy e Laura realizziamo i turbanti; Giusy porta le macchine per cucire alla manutenzione; Michela impacchetta tutto ciò che produciamo; Marianna cura la pagina Instagram»; mentre rileva il contributo anche di amici e familiari. E qui entrano in campo gli uomini, Elio che provvede alla distribuzione e spedizione dei manufatti e Fabrizio che si occupa dell’invio del tessuto per le borsette porta drenaggio. Le volontarie di Trama solidale regalano annualmente circa 200 turbanti, 300 borsette porta drenaggio, decine di orecchini, che distribuiscono in Sicilia e in Toscana a ospedali, associazioni di donne in chemioterapia, medici, psicologi e singole malate che ne facciano richiesta. In una società corrotta dalla logica del profitto dove anche la malattia è soggetta alla logica dell’impresa che lucra sulla sofferenza e in cui i più pensano che con il denaro si può acquistare salute eterna e felicità, Nunzia riferisce: «nel donare riceviamo tantissimo e ciò ci rende felici e appagate».   Ketty Giannilivigni
Natali di guerra e pace armata
I Natali di guerra non sono parentesi umanitarie dentro i conflitti, ma il loro rovescio più vero. Mentre le diplomazie parlano di pace possibile, i corpi continuano a fare i conti con il freddo, con la fame, con la paura. Nei frammenti di quotidiani devastati, le guerre mostrano il loro carattere strutturale: non incidenti della storia, ma dispositivi di dominio che organizzano lo spazio, il tempo e le vite. Oggi questo dispositivo si rafforza attraverso una corsa al riarmo che viene presentata come una risposta emergenziale, come inevitabile, mentre prepara nuove guerre invece di fermare quelle in corso. I piani di pace avanzati per i diversi teatri di guerra rivelano la stessa grammatica che ha prodotto i conflitti. Si discute di confini, di alleanze militari, di equilibrio tra potenze, mentre le popolazioni civili continuano a essere trattate come masse sacrificabili. Ovunque si riproduce la separazione radicale tra chi decide e chi sopporta. I tavoli negoziali sono luoghi di potere dove la vita concreta non entra se non come cifra statistica. Le voci che raccontano la continuità della cura — crescere figli e figlie sotto le bombe, tenere insieme famiglie sfollate, assistere persone ferite senza mezzi — restano ai margini, perché mettono in crisi l’idea stessa di guerra come strumento legittimo di ordine e sicurezza. I Natali di guerra rendono visibile questa verità. Mostrano che non può esserci pace senza sottrarla radicalmente alla logica del riarmo e della preparazione permanente alla guerra, senza stare sempre e senza ambiguità dalla parte di tutte le vittime e contro tutti i carnefici. Finché i progetti di pace continueranno a nascere dallo stesso sistema che produce la guerra — fondato sulla militarizzazione, sull’uso della forza, sulla gerarchia delle vite — resteranno incapaci di interrompere davvero la catastrofe. In quel tempo sospeso, tra tregue annunciate e violenze reali, sono ancora i corpi più esposti a pagare il prezzo di una pace che non li riguarda. Solo una scelta chiara, concreta e intransigente della nonviolenza, fondata sulla forza della verità, sul disarmo e sulla difesa radicale della vita, può aprire uno spazio reale di pace e sottrarre l’umanità al precipizio che le politiche di riarmo stanno rendendo sempre più vicino. Mercoledì 24 dicembre dalle 11 alle 13 il Presidio Donne per la Pace di Palermo sarà in via Ruggero Settimo angolo via Magliocco UDIPALERMO – Le Rose Bianche – Donne CGIL Palermo – Coordinamento Donne ANPI – Emily – Governo di Lei – CIF – Le Onde – Arcilesbica – Donne della Comunità dell’Arca – Donne del Movimento nonviolento – Donne del Circolo Laudato si’ Redazione Palermo