Tag - Genere e femminismi

Ricerca scientifica e maternità, una storia americana
Questa vicenda lascia l’amaro in bocca. Non perché racconta di terre rubate, massacri e bombe, ma perché ci svela un ambiente lavorativo che invece di assomigliare a un Olimpo luminoso, come ci si aspetterebbe, ricorda sempre più un’anonima stazione di scambio merci. Entreremo nell’ambito specialistico della ricerca scientifica di base, dove dovremmo incontrare donne e uomini che lavorano per il progresso dell’umanità, che noi, comuni mortali e beneficiari delle loro scoperte, dovremmo stimare e ammirare. Ma che cosa penseremmo se al contrario scoprissimo che alcuni di loro hanno sacrificato la propria umanità sull’altare della conoscenza? E, mi chiedo, è possibile produrre buona ricerca quando si abdica a ogni semplice forma di empatia verso l’altro? Quando tutto viene deformato da cinismo, efficienza, opportunismo? Non erano i grandi scienziati anche grandi umanisti? Che sta succedendo nei meandri della ricerca scientifica? Chi sono le prime vittime? Con queste domande che mi frullano in testa incontro Daniela Punzo PhD, neuroscienziata originaria di Napoli che dopo quasi sei anni di lavoro presso un laboratorio dell’UCI (Università della California, Irvine) si è trovata senza lavoro perché ha avuto la felice (?!) idea di diventare anche mamma. Come sei arrivata a lavorare all’UCI e che cosa ti è successo? Ho studiato bio-tecnologia all’Università Federico II di Napoli e ho concluso il dottorato lavorando in un laboratorio del Policlinico partenopeo nel 2018. La mia ricerca, che è anche la mia tesi di dottorato, riguarda il ruolo che giocano piccoli aminoacidi nel cervello nella regolazione della funzione glutaminergica connessa al fenomeno della schizofrenia. La posizione dominante considera quasi esclusivamente la funzione dopaminergica. Questo studio inserisce un elemento nuovo nella comprensione globale del disturbo psichiatrico. I risultati sono piuttosto promettenti. Inoltre in quegli anni ero divenuta esperta in alcune tecniche di laboratorio e il mio superiore, che mi stimava, mi disse che in un’università californiana cercavano proprio una figura con le mie competenze. Nell’aprile 2019 sono stata assunta con una posizione di post-dottorato all’UCI. Come ti sei trovata nel nuovo posto di lavoro? Lavoravo tra le dieci e le dodici ore al giorno, ma ero contenta. Mi guardi strano, vedo, ma è normale lavorare così tante ore in un laboratorio, perché le procedure richiedono tempi lunghi e grande precisione. Puoi a volte assentarti mentre una macchina lavora, ma devi stare più che attento perché basta un secondo di errore, un minimo ritardo, per buttare tutto a mare – magari un campione su cui stavi lavorando da mesi. Ma il mio lavoro mi piaceva e mi sembrava che anche la direttrice, anche lei napoletana, mi stimasse. Credevo avessimo stabilito una relazione di fiducia, invece era tutto di facciata. Me ne sono accorta nel momento in cui ho comunicato la mia gravidanza e la situazione è precipitata quando mi sono concessa tre mesi di maternità. Mi spettava di più, ma per accontentarla avevo rivisto il mio piano, illudendomi che sarebbe stata contenta. Non lo era, voleva un mese. Mi rendo conto che è il sistema che ti spinge a comportarti così freddamente perché ti lascia intendere che più facilmente verrai premiato. Ci sono regole non scritte e moralmente illegali, che a un certo punto ti impongono la scelta: o stai dentro o stai fuori. Mi vengono i brividi immaginando una donna così poco empatica da non capire l’importanza, a livello psicologico, di trascorrere in serenità i primi momenti di vita del proprio bambino. E non è solo un diritto della donna, lo è di entrambi i genitori. Altro che serenità, ora sto meglio, ma quell’anno mi è venuto un esaurimento nervoso. Al mio rientro in laboratorio, nell’autunno del 2024, non sospettavo ancora niente, pur avendo avuto diversi scambi di email perché spesso collaboravo alla ricerca da casa; però ho notato che c’era un nuovo assunto. Dopo due settimane è arrivata la doccia fredda: non ci sono abbastanza fondi, non possiamo più rinnovarti il contratto. Ero stata scaricata in mezzo alla strada con una bambina di pochi mesi. Per fortuna il mio matrimonio sta funzionando, uno stipendio c’è, con la casa ci aiutano i genitori di mio marito e come ben sai, vendo salumi e formaggi al mercato locale. (Daniela ed io ci siamo conosciute perché mi sono fermata al banco in cui a volte lavora). Ti sei rivolta al sindacato? Sì, e hanno cercato di aiutarmi, ma io non ero iscritta. Perché non ti eri iscritta? Mi dicono che qui ce n’è uno piuttosto battagliero. Quando sono arrivata la direttrice mi ha detto senza tanti giri di parole che lì nessuno faceva parte del sindacato e mi ha consigliato di non iscrivermi. Non so se sia vero, ma io ero entusiasta di lavorare in una grande università americana e soprattutto ero più sprovveduta di oggi, per cui le ho creduto. Hai cercato altre vie per far valere i tuoi diritti? Certo. Ho una causa aperta con l’università, perché non hanno nemmeno rispettato i termini del contratto firmato, ma ormai ho capito che dovrò cedere e accettare un patteggiamento. Con la “scusa” dei fondi mancanti fanno quello che vogliono. Conosci altre storie simili alla tua? L’avvocato del sindacato con cui ho fatto una chiacchierata mi ha raccontato che ero il secondo caso di maternità negata in sei mesi. Personalmente ho assistito a mobbing e nepotismo. Per onestà ti devo dire che ci sono anche casi virtuosi, per esempio un’amica lavora in un laboratorio, sempre all’UCI, il cui il direttore, un americano, è una persona molto umana e rispetta le scelte extra-lavorative. Sostiene i giovani ricercatori come persone, non li vede solo come pedine da usare. Ci sono differenze tra fare ricerca negli Stati Uniti e in Italia? Sì. La più vistosa è il tipo di forma mentis che riceviamo durante l’intero percorso formativo. Mi spiego meglio: in Italia  s’insegna ancora a capire il senso delle procedure e a porsi domande teoriche, per esempio: come mai di alcuni farmaci a base dopaminergica, o dei comuni anti-depressivi, iniziamo a vedere gli effetti solo dopo un certo tempo dall’assunzione? Perché alla dopamina ci si assuefà e ad altre molecole attigue no? È a partire da queste domande che ho formulato la mia prima ipotesi di ricerca. Negli Stati Uniti, un po’ perché i ricercatori arrivano in laboratorio prima di noi, scolasticamente parlando, e un po’ perché gli americani sono molto più pragmatici, s’insegna subito la tecnica che serve e ognuno diventa esperto della procedura, ma sa poco delle domande teoriche che stanno alla base di ciò che sta facendo. Che consiglio vuoi dare ai giovani ricercatori italiani che come te sbarcano pieni di entusiasmo nelle università americane? Certamente di non rinunciare al sogno di fare ricerca e di metterci tutto l’amore che serve, ma di non essere sprovveduti e non cedere di fronte ad atteggiamenti arroganti e irrispettosi. Quando si è giovani e ambiziosi, come ero io e in parte ancora sono, si rischia di non vedere l’intera forma della nostra vita futura e di essere manipolati per questa nostra debolezza, Da quando sono mamma ho capito cose che mai avrei immaginato e sono grata ad Aurora (mia figlia) di essere arrivata nella mia vita. Mi manca tanto la scienza, soprattutto il disquisirne, ma non tornerei indietro. Progetti per il futuro? Sto cercando; mi piacerebbe insegnare, ovviamente scienze.     Marina Serina
March 19, 2026
Pressenza
Palestina: donne che resistono, portatrici di umanità
Questo il titolo dell’incontro di ieri 18 marzo alla Casa delle Donne di Viareggio con Maria Di Pietro di Assopace Palestina: è quanto mai necessario tenere viva l’attenzione ora che di Palestina non si parla quasi più e farlo in chiave femminista. Perché sono le donne l’ossatura che tiene in piedi la vita di ogni giorno. Maria ci parla in modo intenso e appassionato delle sue esperienze mostrando video di alta poesia e dolore, la testimonianza di una giovanissima obiettrice di coscienza israeliana, (anche nel male di Israele ci sono tanti semi di bene), la quotidianità delle maestre gazawi che persistono nel loro compito in mezzo alla distruzione. Come possiamo aiutare? Le donne palestinesi dicono: racconta quello che hai visto. In uno scenario di morte loro hanno la caparbietà di continuare a dare vita, anche se i soldati si accaniscono particolarmente sulle donne incinte. Più che di resistenza si parla di resilienza: una flessibilità dinamica, l’ostinazione a organizzare la vita come cura nella comunità dove la solidarietà è spontanea e continua ed è di esempio concreto ai bambini. Abbiamo tanto da imparare da queste sorelle, per riprodurre in noi queste stesse dinamiche, nella cura delle relazioni e anche delle nostre emozioni, perché solo così possiamo “tessere il futuro” insieme. La speranza, in certe condizioni, appare utopistica, ma – così ci saluta Luisa Morgantini in un videomessaggio – è semplicemente un obbligo.   Redazione Toscana
March 19, 2026
Pressenza
Concilia Point a Baronissi: nuovo polo per l’occupazione femminile e il supporto alle famiglie
Inaugura domani, mercoledì 18 marzo 2026, il centro l’Azienda Consortile Sociale “Valle dell’Irno” la cui presidente, Anna Petta, che è anche Sindaco di Baronissi, dichiara: “Risultati concreti, visione strategica e impegno collettivo: la risposta del Consorzio alle esigenze reali delle donne, delle famiglie e del territorio”.  «Come Presidente dell’Azienda Consortile Sociale Valle dell’Irno, insieme all’intero Consiglio di Amministrazione e a nome di tutti i Sindaci dell’Ambito S6, ritengo fondamentale sottolineare l’importanza del Concilia Point. Sentiamo il dovere di evidenziare come questa iniziativa rappresenti un traguardo significativo per il territorio, frutto di una progettazione attenta, di una gestione accurata e della dedizione concreta della nostra squadra. In particolare, va riconosciuto il ruolo determinante della Direttrice Maria Grazia Sessa, il cui lavoro costante e strategico ha reso possibile la realizzazione di uno spazio così innovativo e al servizio della comunità, trasformando in pratica un’idea in un progetto tangibile e utile per le donne, le famiglie e le imprese del territorio»: con queste parole esordisce Anna Petta, e presidente del Consorzio. L’iniziativa è il frutto di una collaborazione virtuosa tra l’Azienda Speciale Consortile Consorzio Sociale Valle dell’Irno – Ambito S6, la CSM Service Società Cooperativa Sociale e il sindacato UIL FPL Salerno, e testimonia come sinergia, competenza e visione strategica possano tradursi in risultati concreti e duraturi per il territorio. La struttura – gestita e coordinata dalla CSM Service Società Cooperativa Sociale diretta da Antonella Giarletta – sarà un punto di riferimento per tutti i Comuni inclusi nell’Ambito S6. Il progetto è articolato su tre linee di intervento complementari, pensate per rispondere in modo integrato alle diverse esigenze delle famiglie e delle donne del nostro ambito territoriale. La prima linea si rivolge ai bambini da zero a trentasei mesi e prevede l’erogazione di voucher per nidi, micro-nidi e servizi di babysitteraggio, offrendo alle madri lavoratrici o in cerca di occupazione la possibilità di conciliare con maggiore serenità i tempi della cura e del lavoro. La seconda linea riguarda i bambini da tre a dodici anni e consiste in voucher per ludoteche e attività socio-educative, garantendo spazi sicuri ai più piccoli e tranquillità ai genitori che intendono dedicarsi alla formazione o al lavoro. La terza linea coincide con il Concilia Point stesso, uno sportello fisico di orientamento, accompagnamento e consulenza, che diventa il cuore pulsante dell’intero progetto e il punto di riferimento per le donne, le famiglie e le imprese interessate a modelli organizzativi inclusivi. Il Concilia Point offrirà servizi gratuiti e completi, che spaziano dall’orientamento al lavoro per donne disoccupate o inoccupate al tutoring e all’accompagnamento per il rientro dalla maternità, dalla consulenza normativa e sulle pari opportunità alla possibilità di utilizzare postazioni di coworking con connessione internet, fino alla creazione di reti di contatto e collaborazione con imprese “family friendly” del territorio. Tutto questo rappresenta un’offerta integrata, pensata per sostenere l’accesso al lavoro e il reinserimento professionale delle donne, garantendo un equilibrio reale tra vita familiare e professionale. Tutto ciò è stato possibile grazie alla gestione attenta e alla visione innovativa della Direttrice Maria Grazia Sessa, che con passione, competenza e grande dedizione ha coordinato tutte le attività, trasformando l’idea in un progetto concreto, efficace e replicabile. «Il Concilia Point rappresenta un modello di welfare territoriale inclusivo e innovativo capace di coniugare il sostegno alle famiglie con l’opportunità di accesso al lavoro, e testimonia come il lavoro collettivo, la programmazione strategica e la collaborazione tra enti pubblici, cooperative sociali e sindacati possano produrre risultati tangibili per il territorio – afferma il Direttore dell’Azienda Speciale Consortile Consorzio Sociale Valle dell’Irno – Ambito S6, Maria Grazia Sessa – Invitiamo tutte le cittadine, le famiglie e gli operatori del settore a conoscere e a partecipare alle attività offerte dal centro, perché è attraverso la partecipazione e l’uso consapevole di questi servizi che si costruiscono comunità più inclusive, solidali e resilienti». «Come Presidente, insieme ai Sindaci e all’intero Consiglio di amministrazione, ribadisco il nostro impegno a sostenere e valorizzare progetti come questo, che rappresentano un patrimonio di opportunità e risorse per le donne, i bambini e le famiglie della Valle dell’Irno. Non ci faremo fermare dalle difficoltà burocratiche o dalle critiche infondate, continueremo a lavorare con determinazione e responsabilità per garantire servizi di qualità e innovativi a tutta la comunità» – conclude la Presidente Anna Petta. All’inaugurazione del Concilia Point – mercoledì 18 marzo alle ore 11.00 in via Cappelle n. 44 a Baronissi – saranno presenti tutti i sindaci del Consorzio di riferimento. Redazione Napoli
March 17, 2026
Pressenza
Meena Keshwar Kamal, Giusta segnalata dalla società civile
Meena Keshwar Kamal, fondatrice di RAWA assassinata dai servizi segreti afghani nel 1987, è stata onorata come “Giusta segnalata dalla società civile” nella cerimonia di mercoledì 11 marzo. Negli anni, in occasione della Giornata dei Giusti, vengono ricordate figure esemplari provenienti dalle ricerche dei cittadini e dal mondo delle associazioni, le cui candidature vengono approvate dall’Assemblea dell’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano (composta dalla Fondazione Gariwo, dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Comune di Milano) che ha scelto anche il tema per le celebrazioni della Giornata dei Giusti dell’Umanità 2026: “I Giusti per la democrazia. Dialogo e nonviolenza per costruire la pace”. Nata nel 1956, Meena fin da giovanissima partecipa attivamente alle battaglie sociali nel suo paese, soprattutto in favore delle donne, e nel 1977 fonda RAWA proprio per dare voce alle donne dell’Afghanistan private dei loro diritti e costrette al silenzio. Ed è in prima linea anche due anni dopo quando, le forze sovietiche invadono il suo paese: organizza marce, incontri nelle scuole e poi, quando è costretta a rifugiarsi in Pakistan, organizza scuole per i bambini rifugiati e mette le basi per la costruzione di un ospedale alla cui inaugurazione non potrà assistere perché assassinata nel febbraio 1987 per cercare di mettere a tacere una voce che ormai aveva varcato i confini dell’Afghanistan. Una voce che invece squilla ancora forte e chiara nel lavoro di RAWA in Afghanistan e che oggi, grazie alla segnalazione di Civil Words, riceve questo importante riconoscimento. CISDA, a nome delle compagne di RAWA, ha ritirato la pergamena che lo attesta nel corso di una cerimonia che, alla presenza delle autorità cittadine, di un folto pubblico e di numerosi ragazzi e ragazze ha onorato i nuovi “Giusti” 2026: Piero Calamandrei, giurista e politico italiano, padre costituente, ha dedicato la vita alla difesa della democrazia, dell’antifascismo e della Costituzione. Martin Luther King, attivista e pastore protestante, simbolo mondiale della nonviolenza, si è battuto per porre fine alla segregazione razziale e alle discriminazioni contro gli afroamericani. Vivian Silver, attivista israeliana per i diritti delle donne, si è battuta per il dialogo e la pace in Medio Oriente, ed è stata uccisa da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre 2023. Reem Al-Hajajreh, attivista palestinese, fondatrice di Women of the Sun, si batte per dare voce e protezione alle donne e per incoraggiare una fine non violenta del conflitto in Medio Oriente. Aleksandra “Sasha” Skochilenko, artista e attivista russa, con una protesta personale ha diffuso messaggi contro la guerra in Ucraina, venendo per questo arrestata e detenuta.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
March 16, 2026
Pressenza
La sicurezza fuori dalle sbarre si costruisce con solidarietà, cura, reciprocità e relazioni
> 𝙄𝙇 𝘾𝙊𝙊𝙍𝘿𝙄𝙉𝘼𝙈𝙀𝙉𝙏𝙊 𝙏𝙍𝘼𝙉𝙎𝙁𝙀𝙈𝙈𝙄𝙉𝙄𝙎𝙏𝘼 𝘾𝙊𝙉𝙏𝙍𝙊 > 𝙄𝙇 𝘾𝘼𝙍𝘾𝙀𝙍𝙀 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖 𝙪𝙣 𝙘𝙞𝙘𝙡𝙤 𝙙𝙞 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙞 > 𝙚 𝙧𝙞𝙛𝙡𝙚𝙨𝙨𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙨𝙪𝙡𝙡’𝘼𝘽𝙊𝙇𝙄𝙕𝙄𝙊𝙉𝙄𝙎𝙈𝙊 > 𝙖𝙩𝙩𝙧𝙖𝙫𝙚𝙧𝙨𝙤 𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙩𝙧𝙚 𝙇𝙄𝘽𝙍𝙄_ Il nostro posizionamento è chiaro: non riteniamo che l’inasprimento delle pene rappresenti una risposta efficace alla violenza di genere o alla questione della sicurezza. Il sistema penale, da solo, non libera. Interviene quando il danno è già accaduto e troppo spesso riproduce le stesse asimmetrie di potere che dovrebbe contrastare. Abbiamo bisogno di costruire una società in cui non ci sia più bisogno del carcere e della polizia. Non è una provocazione, ma un orizzonte politico: significa interrogare le condizioni materiali che rendono la punizione la risposta automatica al conflitto. La sicurezza non si costruisce con le sbarre, si costruisce con relazioni, responsabilizzazione, cura, solidarietà, reciprocità. Si costruisce investendo in casa, reddito, salute, educazione sessuale, servizi accessibili per tutt3. 𝘓𝑎 𝑝𝘳𝑜𝘴𝑝𝘦𝑡𝘵𝑖𝘷𝑎 𝑎𝘣𝑜𝘭𝑖𝘻𝑖𝘰𝑛𝘪𝑠𝘵𝑎 𝑛𝘰𝑛 𝑠𝘪𝑔𝘯𝑖𝘧𝑖𝘤𝑎 𝑎𝘧𝑓𝘢𝑡𝘵𝑜 𝑎𝘴𝑠𝘦𝑛𝘻𝑎, 𝘮𝑎 𝑝𝘳𝑒𝘴𝑒𝘯𝑧𝘢: è costruzione di infrastrutture sociali capaci di affrontare il danno senza tradurlo immediatamente in esclusione. 𝘚𝑒 𝑙𝘢 𝘨𝑖𝘶𝑠𝘵𝑖𝘻𝑖𝘢 𝘷𝑖𝘦𝑛𝘦 𝘳𝑖𝘥𝑜𝘵𝑡𝘢 𝘢𝑙𝘭𝑎 𝑝𝘶𝑛𝘪𝑧𝘪𝑜𝘯𝑒, rischia di diventare un meccanismo di contenimento. Se invece la pensiamo come 𝘵𝑟𝘢𝑠𝘧𝑜𝘳𝑚𝘢𝑧𝘪𝑜𝘯𝑒, dobbiamo avere il coraggio di ridurre il ricorso alle sbarre e di investire in alternative concrete. La questione che resta è questa: come possiamo chiedere a una persona di rispondere del danno commesso, mantenendo al contempo uno spazio per la trasformazione? E come possiamo costruire sicurezza senza fare della privazione della libertà la nostra risposta automatica? Su questa tensione, giuridica e politica insieme, il nostro transfemminismo sceglie di stare.  Per approfondire le riflessioni proponiamo tre libri e tre incontri con le autrici: Martedi 17 marzo “𝙐𝒏 𝒈𝙞𝒐𝙧𝒏𝙤 𝙩𝒓𝙚 𝙖𝒖𝙩𝒖𝙣𝒏𝙞. 𝑰𝙡 𝙩𝒆𝙢𝒑𝙤 𝙙𝒆𝙣𝒕𝙧𝒐 𝒊𝙡 𝙘𝒂𝙧𝒄𝙚𝒓𝙚” scritto dalle donne detenute alle Vallette durante un laboratorio di scrittura creativa durato 9 mesi. La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la vergogna, il tempo, il futuro … sono tantissime le suggestioni proposte e sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese, 112 i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Martedi 7 aprile ” 𝘿𝒐𝙣𝒏𝙚 𝙤𝒍𝙩𝒓𝙚 𝙞𝒍 𝒄𝙖𝒓𝙘𝒆𝙧𝒆. 𝙋𝒆𝙧𝒄𝙤𝒓𝙨𝒊 𝒅𝙞 𝙨𝒆𝙡𝒇 𝒆𝙢𝒑𝙤𝒘𝙚𝒓𝙢𝒆𝙣𝒕 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒆 𝒅𝙤𝒏𝙣𝒆 𝒅𝙚𝒕𝙚𝒏𝙪𝒕𝙚” il testo si propone come guida a una pratica critica e innovativa utile per chi abbia a cuore le doinne recluse, e voglia con loro percorrere una strada in controtendenza : valorazzazione di sè. scoperta della propria forza, messa in gioco delle risorse personali e sociali, contro e oltre deficit, colpa e limiti. martedi 21 aprile “𝑨𝙗𝒐𝙡𝒊𝙧𝒆 𝒍’𝒊𝙢𝒑𝙤𝒔𝙨𝒊𝙗𝒊𝙡𝒆. 𝙇𝒆 𝒇𝙤𝒓𝙢𝒆 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒗𝙞𝒐𝙡𝒆𝙣𝒛𝙖, 𝒍𝙚 𝙥𝒓𝙖𝒕𝙞𝒄𝙝𝒆 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒍𝙞𝒃𝙚𝒓𝙩𝒂̀” abolire le prigioni, i confini, le polizie sono gli ambiti da cui il libro parte per allargare il discorso a nuove sfide politiche e sociali. Contro queste dinamiche apparentemente incrollabili si può fare qualcosa, ma la risposta chiede un duplice sforzo, culturale e operativo: l’ammissione del privilegio e l’impegno per costruire istituzioni altre. L’abolizionismo che ci racconta Verdolini si fonda sulla speranza e propone trasformazioni radicali, che sono ormai i due orizzonti indispensabili per la sopravvivenza della democrazia. Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
“La Resistenza silenziosa: voci di donne dalla Palestina occupata”
Alla Biblioteca di Briga Novarese sabato 14 marzo verrà ‘intessuto’ un incontro tra Fadwa Khawaja, direttrice del Jerusalem Center for Women in collegamento da Gerusalemme, e Sulaima Ramadan, fondatrice e Ceo di Ibtikar for Empowerment and Social Entrepreneurship in collegamento da Betlemme, insieme a Manuela Borraccino, saggista esperta di Medio Oriente. Organizzato dal gruppo di Borgomanero del MIR / Movimento Internazionale della Riconciliazione, assieme ad Associazione per la Pace di Novara, Laboratorio per la Pace di Galliate, l’Associazione Culturale L’Altro Vergante, l’Associazione Pace e Convivenza di Sesto Calende e l’Associazione Donne e Diritti di Vimercate, è un evento ‘a calendario’ nel mese dedicato alle donne e intitolato “La Resistenza silenziosa. Voci di donne dalla Palestina occupata”. La punizione collettiva inflitta da Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha raso al suolo la Striscia di Gaza e provocato il collasso dell’economia palestinese. A causa delle restrizioni alla mobilità create da circa 900 posti di blocco, sono andati in fumo oltre 400mila posti di lavoro: secondo i dati dell’Onu il PIL palestinese si è contratto del 30%, tornando ai livelli del 2003. Qual è il ruolo dell’economia civile femminile in questo contesto? In che modo le donne sono protagoniste del lavoro sommerso, informale che tiene in piedi la società palestinese? Che speranze ci sono di riempire il divario che separa la società civile palestinese dalla classe politica? Sono questi alcuni interrogativi ai quali cercheranno di rispondere due tra le più autorevoli voci dei movimenti femminili palestinesi. Redazione Piemonte Orientale
March 10, 2026
Pressenza
L’impatto del genocidio su donne e bambine della Striscia di Gaza
Amnesty International denuncia che è su più livelli perdurante da 29 mesi l’impatto sulle donne e sulle bambine della deliberata inflizione di condizioni di vita intese a distruggere la vita delle persone palestinesi della Striscia di Gaza e che si è concretizzato negli sfollamenti di massa, nel collasso del sistema di salute riproduttiva, materna e neonatale, nell’interruzione dei trattamenti per malattie croniche come i tumori, nell’elevata esposizione a malattie e a condizioni di vita prive di dignità e pericolose per la salute e in profondi danni alla salute fisica e mentale. Questi ultimi sono stati esacerbati dalle limitazioni, tuttora in corso, all’ingresso di prodotti indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile: cibo, medicine, attrezzature e strumentazioni mediche, materiali per la costruzione dei rifugi e mezzi per la depurazione delle acque e per la rimozione di macerie, ordini inesplosi e rifiuti. Israele continua a imporre queste limitazioni anche attraverso i ritardi, potenzialmente letali, alle evacuazioni per motivi di salute e la sospensione della registrazione delle organizzazioni umanitarie internazionali che forniscono servizi essenziali alle donne e alle ragazze. Le donne sono costrette a partorire senza adeguata attenzione medica, a portare avanti gravidanze e a trascorrere il periodo post-parto sfollate in luoghi sovraffollati e pericolosi per la salute così come ad affrontare la fame, le malattie e i traumi in assenza di privacy e protezione e senza accesso a servizi fondamentali, dovendo occuparsi al contempo di altre persone. “In un momento in cui la tensione in Medio Oriente si acuisce profondamente dopo gli attacchi israelo-statunitensi sull’Iran, non dobbiamo dimenticare il genocidio israeliano in corso nella Striscia di Gaza e il prezzo brutale che le donne e le bambine palestinesi stanno pagando. Per le donne in gravidanza o in allattamento, per le madri con figli appena nati o piccoli, per le donne con malattie o disabilità croniche o con ferite che hanno cambiato la loro vita, per le vedove e le tante donne che hanno perso altri familiari, per le donne durante il ciclo mestruale, per le donne sfollate molteplici volte e per le donne che hanno perso il lavoro e l’accesso all’istruzione, la vita quotidiana è diventata una lotta per la sopravvivenza in mezzo a un’incessante serie di catastrofi”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Alle donne della Striscia di Gaza sono negate le condizioni necessarie per vivere e per dare la vita in modalità che non siano pericolose per la salute. La sistematica erosione dei loro diritti alla salute, alla sicurezza, alla dignità e al futuro non è uno sfortunato danno collaterale bensì un intenzionale atto di guerra nonché la conseguenza prevedibile delle calcolate politiche e prassi israeliane fatte di molteplici sfollamenti di massa, di deliberate limitazioni alle forniture di base ed essenziali così come agli aiuti umanitari oltre che di due anni di incessanti bombardamenti che hanno devastato il sistema sanitario della Striscia di Gaza e decimato famiglie intere”, ha aggiunto Callamard. Nel marzo 2025 la Commissione indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato (compresa Gerusalemme Est) e su Israele aveva concluso che le autorità israeliane avevano sistematicamente e intenzionalmente distrutto il sistema di salute sessuale e riproduttiva della Striscia di Gaza e che ciò costituiva due degli atti vietati dalla Convenzione sul genocidio: infliggere intenzionalmente condizioni di vita intese a causare la distruzione fisica delle persone palestinesi e imporre misure miranti a impedire le nascite. Tra il 5 e il 24 febbraio 2026 Amnesty International ha intervistato 41 sfollate interne, tra le quali otto pazienti oncologiche, quattro donne incinte e 14 donne che avevano partorito dopo il cosiddetto “cessate il fuoco”. L’organizzazione per i diritti umani ha anche intervistato 26 tra operatori e operatrici della salute di sei strutture sanitarie di Gaza City e Deir al-Balah e, infine, quattro persone appartenenti a organizzazioni internazionali. La catastrofe nella Striscia di Gaza è su più livelli, fatta di devastazioni che si sovrappongono le une alle altre: sfollamenti ancora in corso durante attacchi aerei, un sistema sanitario decimato e dotato di risorse insufficienti e il completo collasso dell’economia. Tra la firma del cosiddetto “cessate il fuoco” nell’ottobre 2025 e la fine del febbraio successivo, il ministero della Salute della Striscia di Gaza ha registrato l’uccisione di 630 persone palestinesi: 202 bambine e bambini, 89 donne e 339 uomini, che sono andate ad aggiungersi alle oltre 72.000 uccise dal 7 ottobre 2023. Sebbene la minaccia incombente della carestia sia cessata, la fame rimane acuta e persiste la malnutrizione, con conseguenze disastrosamente negative nel lungo periodo. Il livello massiccio della distruzione o del danneggiamento grave delle abitazioni e il fatto che quasi il 60 per cento della superficie totale della Striscia di Gaza sia situato a est della cosiddetta “linea gialla”, dunque sotto il controllo materiale delle autorità israeliane e delle milizie locali alleate, fanno sì che la maggior parte della popolazione palestinese continui a restare sfollata e abbia perso l’accesso alle zone agricole che erano dedite alla produzione di cibo. Il 27 febbraio 2026 la Corte suprema israeliana ha temporaneamente fermato l’attuazione della decisione del governo di sospendere le attività di 37 organizzazioni internazionali umanitarie operanti nel Territorio palestinese occupato, che erano state private dalla registrazione. Tuttavia, le limitazioni e l’incertezza riguardo all’ingresso degli aiuti rimangono tali, con effetti devastanti sulla popolazione palestinese della Striscia di Gaza e in particolare sulle donne. Il 28 febbraio, dopo aver lanciato l’attacco con gli Usa contro l’Iran, Israele ha chiuso tutti e tre i varchi d’ingresso nella Striscia di Gaza. Questo provvedimento ha interrotto il già limitato accesso di aiuti umanitari e di prodotti commerciali così come le evacuazioni per motivi di salute. Il 3 marzo il varco di Karem Shalom / Karm Abu Salem è stato riaperto per consentire “il graduale ingresso di aiuti umanitari”. Il varco di Rafah con l’Egitto, parzialmente riaperto all’inizio di febbraio, è rimasto chiuso. Dall’accordo sul “cessate il fuoco” i bombardamenti, le demolizioni militarizzate e gli attacchi aerei israeliani sono proseguiti, infliggendo così ulteriore sofferenza alle persone e danni alle infrastrutture civili. Il collasso dei servizi di salute materna e neonatale Durante il genocidio israeliano l’accesso delle donne palestinesi ai servizi di salute sessuale e riproduttiva è stato fortemente compromesso a causa dei bombardamenti, degli sfollamenti, della distruzione dei servizi di salute riproduttiva e materna e delle limitazioni all’ingresso di aiuti vitali e di prodotti per l’igiene, oltre che della decimazione del sistema idrico e di quello igienico-sanitario. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ed Health Cluster, almeno il 60 per cento di tutti i centri per la fornitura di cure mediche non sono funzionanti e ciò crea un’enorme pressione sui pochi che rimangono aperti e su quelli, ancora di meno, che forniscono cure di emergenza e ostetriche. Anche dopo il “cessate il fuoco” e l’aumento dell’ingresso degli aiuti, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità le scorte del 46 per cento dei medicinali essenziali sono rimaste a zero: tra queste, le medicine per favorire e gestire le contrazioni, per curare le emorragie durante e dopo il parto, le infezioni e le malattie respiratorie e i prodotti per le anestesie e la mitigazione del dolore. Dal “cessate il fuoco” il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e i suoi partner hanno fornito importanti quantità di medicinali e materiali per la salute ma le necessità restano elevate e sono risolte solo parzialmente. Secondo l’ultima proiezione della Classificazione integrata per fasi della sicurezza alimentare, 37.000 donne incinte e in fase di allattamento rischieranno la malnutrizione acuta e avranno bisogno di cure mediche prima della metà di ottobre. Il personale medico intervistato da Amnesty International ha dichiarato che anche dopo il “cessate il fuoco” le donne che hanno partorito hanno sofferto per l’estrema limitatezza di cibo, medicine e sostanze nutrienti durante buona parte della gravidanza e successivamente al parto. La maggior parte delle donne in procinto di partorire soffriva di anemia a causa della malnutrizione, di malattie trasmesse dall’acqua, di vaginiti e di altre infezioni causate dall’acqua inquinata o da altre condizioni di insalubrità. Gli operatori sanitari non sono spesso in grado di fare i necessari screening a causa della mancanza di attrezzature e talvolta sono costretti a usare prodotti anestetici scaduti. Hanno aggiunto che, negli ultimi 29 mesi, il genocidio israeliano ha causato un aumento esponenziale di una lunga serie di condizioni di salute: nascite premature e sottopeso, perdite di peso e malnutrizione delle donne in gravidanza e in fase di allattamento, ansia pre-parto e depressione post-parto, deficit respiratori durante la gravidanza a causa del freddo e dell’inquinamento, medesimi deficit per i neonati per varie cause tra le quali le nascite premature, l’insufficiente sviluppo polmonare, le precarie condizioni di salute delle madri durante la gravidanza e dopo la nascita, soprattutto il freddo invernale. Nel reparto di ostetricia dell’ospedale di al-Halou, il neonatologo Nasser Bulbol ha affermato che il numero delle gravidanze ad alto rischio è fortemente aumentato a causa della compromissione del sistema immunitario delle madri dovuto alla malnutrizione: “Le condizioni di sfollamento hanno causato malattie infettive e la maggior parte delle donne è arrivata qui in condizioni di stress, trauma e incertezza dopo molteplici sfollamenti, la perdita dei propri cari e l’impossibilità di ottenere cibo nutriente necessario”. Nell’ospedale ci sono 12 incubatrici, sei delle quali per le cure neonatali intensive, ma nessuna è equipaggiata per il necessario monitoraggio cardio-respiratorio. In tutta la Striscia di Gaza i reparti di salute neonatale si trovano in condizioni simili. L’ospedale Shuhada al-Aqsa di Deir al-Balah ha 24 incubatrici funzionanti ma il personale medico è costretto a utilizzare più volte prodotti monouso come i tubi per la ventilazione meccanica Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’alimentazione, i reparti di salute neonatale della Striscia di Gaza operano al 150-170 per cento della loro capacità al punto che nella stessa incubatrice vengono messi due se non tre neonati. Gli ostacoli posti alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario e la possibile sospensione delle loro attività avranno un effetto devastante sulle cure mediche riproduttive e neonatali. Dall’inizio del genocidio Medici senza frontiere, una delle organizzazioni umanitarie colpite dai provvedimenti del governo israeliano, ha fornito servizi ambulatoriali indispensabili pre-parto e post-parto e sostegno ai reparti ospedalieri di salute materna e neonatale in favore di decine di migliaia di donne e neonati, sostegno nutrizionale a molte donne in stato di malnutrizione e cure e sostegno alle vittime di violenza di genere. Medical Aid for Palestinians ha fornito cure neonatali, anche intensive, cure per la salute riproduttiva, trattamenti ostetrici e successivi controlli presso due ospedali di Gaza City – quello di al-Sahaba e quello della Patient Friends Benevolent Society – e l’ospedale al-Masser di Khan Younis, così come sostegno e consulenza alle vittime della violenza di genere. I servizi cruciali forniti dalle organizzazioni di aiuto umanitario non potranno essere facilmente assorbiti da un sistema sanitario già a pezzi. Di conseguenza, decine di migliaia di donne ne pagheranno le conseguenze in termini di declino della continuità e della qualità delle cure. I sogni distrutti di una maternità sicura e degna Amnesty International ha parlato con donne incinte e in fase di allattamento che vivono sfollate a Gaza City al-Mawasi, Deir Balah e Nuseirat. Sebbene l’accesso al cibo, ai prodotti per l’igiene personale e per la pulizia – come ad esempio assorbenti mestruali, shampoo e sapone – sia migliorato dal gennaio 2026, alcune donne ancora non riescono a procurarseli e hanno ben poco accesso all’acqua potabile o a quella per uso domestico. La maggior parte delle neomamme intervistate da Amnesty International ha riferito di non essere stata in grado, durante la gravidanza, di ricevere cibi nutrienti. Molte di loro hanno perso tanto peso e ad alcune sono state diagnosticate malnutrizione e/o anemia. Hind*, 22 anni, proveniente dall’ormai quasi completamente distrutto campo per persone rifugiate di Jabalia e sfollata ad al-Mawasi, ha partorito un figlio il 19 gennaio 2026: “Pesavo solo 43 chili e all’ospedale da campo dove mi sono recata a partorire mi hanno diagnosticato la malnutrizione. Mio figlio è nato con un’infezione a entrambi i polmoni, ha passato diversi giorni nel reparto di cure intensive, ora sta un po’ meglio ma ancora non riesce a respirare autonomamente e sta in un’incubatrice. Ho paura che si ammalerà ulteriormente quando uscirà perché vivo in una tenda vicino al mare, fa molto freddo e non c’è modo di riscaldarsi. Ho un altro figlio di 18 mesi e pure lui sta male a causa del freddo”. Mariam*, 22 anni, sfollata a Deir al-Balah, ha partorito sottopeso con diagnosi di malnutrizione e anemia nel dicembre 2025. Sua figlia è nata prima del tempo. Non produce abbastanza latte per nutrirla al seno e ora sta lottando per rimediare latte in polvere e tenere la piccola al caldo, in una tenda priva di riscaldamento. Tutte le donne incinte intervistate da Amnesty International hanno detto di aver ricevuto cure prenatali solo sporadicamente. Molte non hanno potuto riparare sé stesse e i loro neonati dal freddo eccezionale e dalle alluvioni dei recenti mesi invernali. Tante di loro, durante la gravidanza, sono state esposte a elevati livelli d’inquinamento, soprattutto quando venivano bruciati materiali in plastica o di altra natura in assenza di gas da cucina o di acqua calda per lavarsi. Nell’ultimo periodo di gravidanza e dopo aver partorito, hanno affrontato con estrema difficoltà il sovraffollamento e le condizioni antigieniche dei gabinetti improvvisati nei campi per profughi interni in cui erano riparate. Un’infermiera di 24 anni incinta di otto mesi ha raccontato ad Amnesty International che, nonostante fosse anemica, non è riuscita a ottenere le flebo di ferro di cui aveva bisogno né cibi ricchi di ferro o di altre vitamine durante la gravidanza. Un suo precedente figlio era morto intorno alla metà del 2024 a causa di un’infezione, senza aver ricevuto cure mediche adeguate. Suo marito è stato ucciso in un attacco israeliano poco dopo che lei aveva scoperto di essere nuovamente incinta. Ha descritto le condizioni miserevoli di una gravidanza trascorsa in tenda, sempre malata per il freddo e lottando quotidianamente per poter usufruire di un gabinetto. Non sa come, quando avrà partorito, potrà tenere suo figlio al riparo dai virus in una tenda piena di sabbia e insetti o rimediare bavaglini, vestiti per l’infanzia o assorbenti per sé dopo il parto. Maysoun Abu Bureik, un’ostetrica capo reparto dell’ospedale di al-Awda, ha descritto il carico emotivo che incombe sulle neomamme: “La cosa peggiore è quando devi assistere una madre che ha perso il marito o la famiglia. Non c’è nulla che puoi dire o che puoi fare per consolarla. Deve cavarsela per conto suo e contemporaneamente dare sostegno emotivo alla sua piccola figlia quando lei stessa ha un disperato bisogno di quel sostegno emotivo, soprattutto quando non c’è una casa vera e propria dove tornare”. L’interruzione dei trattamenti oncologici e delle evacuazioni per motivi di salute Le autorità israeliane continuano a controllare e a ostacolare fortemente le procedure di evacuazione per motivi di salute di oltre 18.500 persone palestinesi che hanno urgente bisogno di trattamenti medici non disponibili nella Striscia di Gaza, in larga parte a causa della distruzione del sistema sanitario da parte di Israele. Le evacuazioni verso la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sono state quasi del tutto vietate a partire dal 7 ottobre 2023. Da quando, il 2 febbraio 2026, il varco di Rafah è stato parzialmente riaperto, le Nazioni Unite e i loro partner hanno favorito l’evacuazione di 289 palestinesi e delle loro famiglie attraverso quel varco e quello di Kerem Shalom / Karm Abu Salem. Se un groviglio di fattori burocratici e procedurali ha il suo peso nel rallentamento delle evacuazioni, il principale ostacolo è sempre costituito dalle gravi limitazioni e dai ritardi imposti dalle autorità israeliane come l’arbitraria, lenta e vaga procedura di approvazione che causa morti prevenibili ed enormi sofferenze. Le evacuazioni sono state sospese del tutto dopo l’inizio dell’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran. Tra coloro che subiscono le peggiori conseguenze dell’ostruzione delle evacuazioni sono le pazienti oncologiche. Tutte le otto donne colpite da tumori intervistate da Amnesty International hanno dichiarato che le terapie sono ostacolate dalla mancanza di forniture come i medicinali per la chemioterapia. Durante i periodi di pesanti bombardamenti, inoltre, gli ospedali dovevano dare priorità e urgenza alle persone ferite. “Non c’è alcun ospedale nella Striscia di Gaza per fare la radioterapia. C’è anche grave penuria dei macchinari per le diagnosi, ad esempio non c’è una sola apparecchiatura per fare una risonanza magnetica. L’impossibilità di fare diagnosi precoci significa anche che dobbiamo provare a indovinare, il che mette in pericolo la vita dei pazienti e riduce l’efficacia dei nostri trattamenti”, ha detto ad Amnesty International un’infermiera. Nella sua analisi della risposta umanitaria, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha confermato che alcune attrezzature da laboratorio e materiali necessari per fare diagnosi ed esami attraverso immagini sono giudicati “a doppio uso” da Israele e pertanto ne è vietato l’ingresso. Alla fine del febbraio 2026 un operatore umanitario di una delle 37 organizzazioni private della registrazione ha raccontato ad Amnesty International che erano stati costretti a non potersi occupare di oltre 1000 pazienti con malattie non trasmissibili, come i tumori, in quanto dall’inizio dell’anno non era stato loro consentito di far entrare forniture mediche nella Striscia di Gaza. Iman*, una donna sottoposta a terapie oncologiche presso l’ospedale al-Helou di Gaza City, ha riferito che le sue sessioni di chemioterapia sono state rinviate in due occasioni perché i farmaci necessari non erano disponibili: “Quando ho la fortuna di fare la sessione, dormo per uno o due giorni di seguito per riprendermi ma poi devo tornare nella mia tenda, dove bevo acqua non potabile e uso gabinetti sporchi. Ma la cosa peggiore è non poter dormire né riposare. L’anno scorso mi hanno diagnosticato un tumore al seno e da allora sono stata sfollata quattro volte. Potevo muovermi a malapena ma dovevo anche portare i miei figli. La combinazione tra sfollamento e malattia ti uccide. Il mio nome è sulla lista delle evacuazioni, non mi resta che aspettare”. Nisrine, 49 anni, madre di sette figli cui è stato diagnosticato un tumore al cervello, ha ricordato quando, appena appresa la diagnosi, sua madre e i suoi fratelli sono stati uccisi da un attacco israeliano e la loro abitazione a Shuja’iya è stata distrutta: “Sono piombata in un’acuta depressione. Lo sfollamento costante ti toglie la vita, ti prosciuga. La cosa più dura è dover ricominciare da capo ogni volta. Per chi è nella mia situazione è ancora peggio perché già siamo fisicamente prosciugate”. Hani Ayas, ex direttore degli ambulatori dell’Ospedale dell’amicizia turco-palestinese di Gaza City, l’unico specializzato in tutta la Striscia di Gaza nel trattamento dei tumori, è stato costretto a lasciare il suo ospedale nell’ottobre 2023 a seguito degli intensi bombardamenti. L’esercito israeliano ha poi usato l’ospedale come propria base militare e, nel marzo 2025, ne ha fatto saltare in aria alcune parti. “Perdere l’Ospedale dell’amicizia ci ha fatto molto male perché era di gran lunga il centro più avanzato per il trattamento dei tumori della Striscia di Gaza. Non siamo neanche riusciti a recuperare alcuna attrezzatura”. Le autorità israeliane devono porre fine alle loro restrizioni arbitrarie e illegali alle forniture di assistenza umanitaria e in particolare a medicine, attrezzature mediche, beni e servizi essenziali e agli ostacoli alle evacuazioni per motivi di salute. Devono assicurare un percorso efficace e affidabile di evacuazione verso altre parti del Territorio palestinese occupato compresa Gerusalemme Est e all’interno di Israele. Il governo israeliano deve inoltre rimuovere le limitazioni alle evacuazioni per motivi di salute fuori dal Territorio palestinese occupato, ove necessario, e garantire che le persone evacuate possano tornare, se lo vorranno, dopo aver completato i trattamenti. Deve infine consentire l’immediato ingresso di forniture per le diagnosi tramite immagini e analisi di laboratorio, soprattutto quelle necessarie per diagnosticare precocemente tumori e altre malattie. “Le donne della Striscia di Gaza tengono unite famiglie e comunità in condizioni intese a spezzarle. Sono insegnanti che fanno lezione all’interno delle tende, mediche e infermiere che lavorano negli ospedali da campo spesso gratuitamente e sono loro a lottare indefessamente per tenere viva la speranza in tempi di genocidio. Il loro coraggio merita un rispetto immenso ed è fonte di ispirazione per tutta l’umanità”, ha commentato Callamard. “Questa catastrofe prodotta dall’uomo, che chiunque ha visto sugli schermi, ha causato sofferenze immani. La nostra azione e il nostro sostegno sono più che dovuti. Dobbiamo stare fermamente dalla parte delle donne e delle bambine palestinesi e chiedere ancora una volta agli stati di agire concretamente per porre fine al genocidio e all’occupazione illegale da parte di Israele, anche assicurando che le donne e le bambine palestinesi abbiano accesso ai loro diritti fondamentali e che tutte le persone palestinesi abbiano un futuro in cui potranno vivere in dignità”, ha concluso Callamard. Gli stati devono adottare misure concrete per esercitare pressione diplomatica ed economica su Israele affinché ponga fine ai suoi perduranti attacchi, elimini del tutto il blocco illegale nei confronti della Striscia di Gaza e lasci operare liberamente e in sicurezza le organizzazioni umanitarie. Devono assicurare l’accesso ai servizi essenziali di salute materna e riproduttiva e aumentare il sostegno e il finanziamento ai servizi che proteggono i diritti economici e sociali delle donne e alle organizzazioni della Striscia di Gaza a guida femminile. *Su richiesta delle donne intervistate, sono stati usati pseudonimi Amnesty International
March 10, 2026
Pressenza
«Il tempo delle donne»: apericena e concerto a Cotignola
Una serata per tutti i sensi: domenica 29 marzo apericena multietnica e lo spettacolo-concerto del Trio Lympha «Donne in viaggio» a Casa Varoli. Nel cuore di un mese di iniziative promosso dal Comune di Cotignola (RA) in occasione dell’8 marzo 2026, la comunità si apre a un calendario ricco di eventi culturali, percorsi di riflessione, laboratori e incontri dedicati al femminile in tutte le sue espressioni. Le celebrazioni, raccolte sotto il titolo «Il tempo delle donne», si snodano dal 4 marzo al 1° aprile, offrendo arte, memoria, poesia, camminate tematiche e occasioni di partecipazione collettiva. In questo mosaico di proposte, domenica 29 marzo emerge come giornata di festa condivisa, capace di appagare tutti i sensi. Nel giardino di Casa Varoli, sede del Museo Civico Luigi Varoli che ospita eventi culturali, laboratori e mostre, in Corso Sforza 24 a Cotignola (RA), alle ore 18, le comunità marocchina, eritrea, siriana, senegalese e brasiliana offriranno un’apericena interculturale, intrecciando sapori, saperi e incontri sotto la promessa di convivialità e scambio. Alle ore 19, il pubblico sarà invitato a immergersi nello spettacolo «Donne in viaggio: tra suoni, radici e orizzonti femminili» del Trio Lympha, un percorso sonoro in cui musica, memoria, immagini e poesia si fondono in un racconto tutto al femminile. Il Trio Lympha – composto da Anna Di Iorio (arpa celtica e cori), Alessandra Antimi (flauto e percussioni) e Valentina Fabbri (violino, voce e percussioni) – trasforma la musica in linguaggio di narrazione culturale. I loro arrangiamenti originali intrecciano poesia e natura, passando dalla musica antica ai folclori balcanici, dai ritmi sudamericani fino alle tradizioni sonore celtiche, in un itinerario di ricerca e reinterpretazione iniziato nel 2021 e sempre in fermento. Dopo gli spettacoli “Il viaggio del ritmo”, dedicato alla migrazione, e “MATER: da Maria a Madre Terra”, il 2025 del Trio Lympha è stato segnato da concerti dedicati alla natura e alla “custodia del Creato”, tra cui il concerto francescano per celebrare gli 800 anni del Cantico delle Creature con il coro delle Sorelle Clarisse di Monte Paolo. Il loro ultimo spettacolo, «Donne in viaggio: tra suoni, radici e orizzonti femminili», invita a conoscere sotto una luce nuova donne famose e dimenticate: storie di sensibilità e coraggio, spesso percepite “fuori tempo” in una società oppressiva e discriminante. Immagini e voci si intrecciano, silenzi e note che, come sorelle, si sostengono nei momenti di difficoltà. Un concerto che va oltre l’intrattenimento: è memoria viva, una sensibilità che abbraccia radici destinate a germogliare e a ispirare. L’ensemble ha suonato in teatri e home concert, in concerti all’alba e al tramonto, partecipando a rassegne come Entroterre Festival a Bertinoro, inaugurando la stagione 2025/26 della rassegna Curiosità Culturali (CuCù) a Bagnacavallo e partecipando a festival prestigiosi tra cui In Mezzo Scorre il Fiume, diretto da Luisa Cottifogli. Il Trio Lympha rende omaggio alla forza delle donne, usando l’arte non solo come espressione estetica ma come luogo di incontro e dialogo tra culture e generazioni. Donne di tempi e terre diverse vengono ricordate per la loro forza e unicità. Questo spettacolo si inserisce nella trama di un paese che celebra l’8 marzo non come un singolo giorno, ma come un tempo condiviso di crescita, dignità e bellezza. Le iniziative sono promosse dal Comune di Cotignola e organizzate insieme alle donne delle comunità straniere presenti in città, all’associazione Podisti Cotignola, ai gruppi di cammino cotignolese e all’associazione Primola. Tutte le attività sono a partecipazione libera. Per ulteriori informazioni: Ufficio Relazioni con il Pubblico — tel. 0545 908826. Per il programma completo delle iniziative de «Il tempo delle donne» a Cotignola, consultare il profilo Facebook ufficiale del Comune. Maggiori informazioni sul Trio Lympha: – Canale YouTube – Pagina Facebook – Portfolio (CV) del trio. Redazione Romagna
March 10, 2026
Pressenza
Una società senza carcere né polizia
l coordinamento transfemminista contro il carcere organizza un ciclo di incontri e riflessioni sull’abolizionismo attraverso la presentazione di tre libri Il nostro posizionamento è chiaro: non riteniamo che l’inasprimento delle pene rappresenti una risposta efficace alla violenza di genere o alla questione della sicurezza. Il sistema penale, da solo, non libera. Interviene quando il danno è già accaduto e troppo spesso riproduce le stesse asimmetrie di potere che dovrebbe contrastare. Abbiamo bisogno di costruire una società in cui non ci sia più bisogno del carcere e della polizia. Non è una provocazione, ma un orizzonte politico: significa interrogare le condizioni materiali che rendono la punizione la risposta automatica al conflitto. La sicurezza non si costruisce con le sbarre, si costruisce con relazioni, responsabilizzazione, cura, solidarietà, reciprocità. Si costruisce investendo in casa, reddito, salute, educazione sessuale, servizi accessibili per tutt3. La prospettiva abolizionista non significa affatto assenza, ma presenza: è costruzione di infrastrutture sociali capaci di affrontare il danno senza tradurlo immediatamente in esclusione. Se la giustizia viene ridotta alla punizione, rischia di diventare un meccanismo di contenimento. Se invece la pensiamo come trasformazione, dobbiamo avere il coraggio di ridurre il ricorso alle sbarre e di investire in alternative concrete. La questione che resta è questa: come possiamo chiedere a una persona di rispondere del danno commesso, mantenendo al contempo uno spazio per la trasformazione? E come possiamo costruire sicurezza senza fare della privazione della libertà la nostra risposta automatica? Su questa tensione, giuridica e politica insieme, il nostro transfemminismo sceglie di stare. Per approfondire le riflessioni proponiamo tre libri e tre incontri con le autrici: Martedì 17 marzo “𝙐𝒏 𝒈𝙞𝒐𝙧𝒏𝙤 𝙩𝒓𝙚 𝙖𝒖𝙩𝒖𝙣𝒏𝙞. 𝑰𝙡 𝙩𝒆𝙢𝒑𝙤 𝙙𝒆𝙣𝒕𝙧𝒐 𝒊𝙡 𝙘𝒂𝙧𝒄𝙚𝒓𝙚” scritto dalle donne detenute alle Vallette durante un laboratorio di scrittura creativa durato 9 mesi. La vita in carcere, la famiglia, gli amori, le speranze, le disperazioni, la vergogna, il tempo, il futuro… sono tantissime le suggestioni proposte e sviluppate nei numerosi brani che le donne hanno prodotto mese per mese, 112 i testi che qui sono pubblicati. Ne nasce una narrazione corale potente. Potente e struggente, che disvela, a chi ancora vuole chiudere gli occhi, la totale inutilità del carcere e la sua aberrante crudeltà. Martedì 7 aprile ” 𝘿𝒐𝙣𝒏𝙚 𝙤𝒍𝙩𝒓𝙚 𝙞𝒍 𝒄𝙖𝒓𝙘𝒆𝙧𝒆. 𝙋𝒆𝙧𝒄𝙤𝒓𝙨𝒊 𝒅𝙞 𝙨𝒆𝙡𝒇 𝒆𝙢𝒑𝙤𝒘𝙚𝒓𝙢𝒆𝙣𝒕 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒆 𝒅𝙤𝒏𝙣𝒆 𝒅𝙚𝒕𝙚𝒏𝙪𝒕𝙚” il testo si propone come guida a una pratica critica e innovativa utile per chi abbia a cuore le donne recluse, e voglia con loro percorrere una strada in controtendenza : valorizzazione di sé, scoperta della propria forza, messa in gioco delle risorse personali e sociali, contro e oltre deficit, colpa e limiti. Martedì 21 aprile “𝑨𝙗𝒐𝙡𝒊𝙧𝒆 𝒍’𝒊𝙢𝒑𝙤𝒔𝙨𝒊𝙗𝒊𝙡𝒆. 𝙇𝒆 𝒇𝙤𝒓𝙢𝒆 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒗𝙞𝒐𝙡𝒆𝙣𝒛𝙖, 𝒍𝙚 𝙥𝒓𝙖𝒕𝙞𝒄𝙝𝒆 𝒅𝙚𝒍𝙡𝒂 𝒍𝙞𝒃𝙚𝒓𝙩𝒂̀” Abolire le prigioni, i confini, le polizie sono gli ambiti da cui il libro parte per allargare il discorso a nuove sfide politiche e sociali. Contro queste dinamiche apparentemente incrollabili si può fare qualcosa, ma la risposta chiede un duplice sforzo, culturale e operativo: l’ammissione del privilegio e l’impegno per costruire istituzioni altre. L’abolizionismo che ci racconta Verdolini si fonda sulla speranza e propone trasformazioni radicali, che sono ormai i due orizzonti indispensabili per la sopravvivenza della democrazia. Redazione Torino
March 10, 2026
Pressenza
Giornata Internazionale della Donna 2026 CSW70 – Without Us
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, 8 marzo 2026, l’Arab Feminist Network e Karama Network hanno organizzato il webinar “CSW70 – Without Us”, uno spazio di confronto e solidarietà femminista dedicato alla partecipazione delle donne della regione araba alla Commissione sullo Status delle Donne delle Nazioni Unite (CSW70). La 70ª sessione della Commission on the Status of Women ha come tema prioritario il rafforzamento dell’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze, attraverso sistemi giuridici inclusivi ed equi, l’eliminazione di leggi e pratiche discriminatorie e la rimozione delle barriere strutturali che ostacolano l’uguaglianza di genere. Il tema di revisione riguarda invece la piena partecipazione delle donne alla vita pubblica e ai processi decisionali e l’eliminazione della violenza, condizioni essenziali per l’empowerment delle donne e delle ragazze. Questa sessione della CSW si svolge tuttavia in un contesto globale segnato da guerre, occupazioni, crisi economiche e cambiamento climatico che colpiscono duramente la regione araba. In molti contesti di conflitto, l’accesso alla giustizia per le donne è strettamente legato ai processi di pace, al disarmo, alla ricostruzione e alla protezione dei diritti umani. Allo stesso tempo, la persistenza di leggi discriminatorie e la fragilità delle istituzioni giudiziarie continuano a rappresentare ostacoli profondi alla giustizia e all’uguaglianza. A questa situazione si aggiunge un ulteriore problema: l’esclusione di molte donne della regione araba dagli spazi internazionali di decisione. Restrizioni sui visti, politiche di viaggio e le conseguenze dei conflitti armati impediscono a numerose attiviste, difensore dei diritti umani e rappresentanti della società civile di partecipare fisicamente alla CSW a New York. Paradossalmente, proprio mentre il tema centrale della sessione è l’accesso alla giustizia, molte delle donne più direttamente colpite da conflitti e violazioni dei diritti restano escluse dai luoghi in cui queste questioni vengono discusse. Il webinar dell’8 marzo ha dato spazio alle loro voci. Dai Territori Palestinesi Occupati, una delle interventi ha spiegato che molte organizzazioni femministe hanno scelto di partecipare alla CSW solo attraverso eventi virtuali, a causa delle restrizioni sui viaggi e della guerra: “Le restrizioni sui visti e sui viaggi impediscono a molte donne della nostra regione di partecipare. Proprio le donne che vivono le conseguenze più dure dei conflitti vengono escluse dagli spazi dove si discute di giustizia e diritti.” Dal Maghreb è stato ricordato che, nonostante le differenze geografiche, le donne della regione condividono sfide e aspirazioni comuni: “Anche se veniamo identificate come donne del Maghreb o del Mashreq, in realtà siamo donne con le stesse aspirazioni e le stesse preoccupazioni.” Dal Mashreq è stato inoltre sottolineato come guerre e crisi politiche continuino a restringere gli spazi civici e a indebolire le istituzioni che dovrebbero garantire diritti e giustizia: “Nulla su di noi senza di noi. Non vogliamo che i diritti delle donne restino intrappolati tra solidarietà simbolica e dichiarazioni che non si traducono in azioni concrete.” Una voce proveniente dal continente africano ha espresso solidarietà con le donne della regione araba, ricordando che il mondo è oggi testimone – anche grazie alla circolazione globale delle informazioni – delle conseguenze devastanti delle guerre su donne e comunità. In questo contesto è stato sottolineato che nessuno dovrebbe vivere nelle condizioni che molte donne stanno affrontando oggi e che le istituzioni internazionali dovrebbero dimostrare maggiore leadership nel difendere i diritti delle donne nei contesti di crisi. Dal Libano è stato inoltre ricordato che centinaia di migliaia di persone sfollate nella regione – molte delle quali donne e bambini – continuano ad avere bisogno di protezione e giustizia: “Non può esserci pace né sicurezza senza giustizia.” Una voce collegata da New York, vicina al sistema delle Nazioni Unite, ha espresso solidarietà alle donne escluse dalla partecipazione fisica alla CSW, riconoscendo al tempo stesso le difficoltà del sistema multilaterale nel rispondere in modo adeguato alle crisi contemporanee. Nel corso della discussione sono emerse anche critiche all’immobilismo percepito delle istituzioni internazionali, in particolare rispetto alla mancanza di reazioni più forti all’esclusione di molte attiviste dalla partecipazione alla Commissione. Allo stesso tempo, è stato sottolineato che la risposta non è abbandonare il sistema multilaterale, ma rafforzare la pressione della società civile al suo interno, mantenendo le iniziative nel quadro e nei principi delle Nazioni Unite. L’obiettivo è continuare a utilizzare gli spazi della CSW, rafforzare le reti femministe globali e creare nuovi spazi di partecipazione e solidarietà internazionale. Il webinar “CSW70 – Without Us” ha quindi rappresentato un momento importante per amplificare le voci delle donne della regione araba e del Sud globale. Durante l’incontro sono state condivise raccomandazioni elaborate da oltre cento donne della regione sull’accesso alla giustizia, evidenziando come questo concetto non riguardi solo i sistemi giudiziari, ma includa anche sicurezza, dignità, partecipazione e responsabilità istituzionale. Le partecipanti hanno infine rivolto un appello alla comunità internazionale e al sistema delle Nazioni Unite affinché: – garantiscano la piena partecipazione delle donne nei processi di pace, disarmo e ricostruzione – assicurino accesso reale agli spazi internazionali di decisione, superando le barriere legate ai visti – rafforzino la collaborazione tra istituzioni internazionali e movimenti femministi. In un momento in cui guerre, crisi e restrizioni politiche rischiano di silenziare molte voci, il messaggio emerso dal webinar è chiaro: il silenzio non significa assenza. Le donne della regione continueranno a far sentire la propria voce e a costruire solidarietà femminista globale affinché giustizia, pace e uguaglianza non siano decise senza di loro. Tiziana Volta
March 8, 2026
Pressenza