Curzio Malaparte / Amarezza di uno “straniero”
Inspiegabile è l’oblio che nei decenni posteriori alla sua scomparsa ha colpito
in Italia Curzio Malaparte, l’Arcitaliano, come amava definirsi, in realtà nato
Curt Erich Suckert (1898-1957), pratese di padre tedesco e di confessione
luterana. Senza ombra di dubbio uno dei nostri più grandi scrittori e
giornalisti del ’900, le cui opere più importanti, Kaputt e La pelle, sono
universalmente note e – a nostro probabile disdoro – assai più celebrate
all’estero che in patria. Inspiegabile, dicevamo, e imperdonabile oblio quanto
alla forza letteraria dello stile e alla pregnanza sconvolgente dei temi
affrontati nei suoi libri, come, nella sua vita tumultuosa e straordinaria, alla
contraddittoria e contorta (ci sembrerebbe in verità ingiusto usare l’aggettivo
“ambigua” per definirla) traiettoria ideologica e politica che lo vide
piroettare, sempre in sella ad un bianco destriero, dall’anarchismo giovanile al
fascismo intransigente degli anni ’20, dalla fronda fascista degli anni ’30 alla
cobelligeranza con gli Alleati dopo il ’43, fino al comunismo e al maoismo degli
anni ’50, e – ma la dibattuta questione resta assai dubbia quanto quella analoga
del suo ispiratore Bonaparte – alla conversione in articulo mortis al
cattolicesimo.
Voltagabbanismo per alcuni, percorso tortuoso ma sostanzialmente coerente per
altri (dal fascismo di sinistra al comunismo totalitario): identica damnatio
memoriae che lo accomuna a un altro gigante letterario, Louis-Ferdinand Céline
con il quale intrattenne rapporti cordiali (tanto da devolvere generosamente gli
introiti di un premio ricevuto per sostenere lo scrittore francese ancora
imprigionato in Danimarca per collaborazionismo) e condivise con lui, oltre
all’autofiction, all’espressionismo letterario e all’invenzione stilistica (non
però, quella malapartiana, altrettanto sperimentale di quella celiniana), anche,
in periodi diversi, le grazie di Jean Voilier, compagna del comune editore
Denoël (e in seguito editrice a sua volta dopo il misterioso omicidio di lui nel
’45).
Da anni Adelphi sta per fortuna ripubblicandone l’opera integrale reintegrandola
come merita nel novero di quelle imprescindibili: dopo Kaputt (2009), La pelle
(2010), Il ballo al Kremlino (2012), Tecnica del colpo di stato (2011),
Maledetti toscani (2017), Il buonuomo Lenin (2018), Coppi e Bartali (2009), è
ora la volta di Giornale di uno straniero a Parigi, diario scritto direttamente
in francese (la presente edizione ne riporta anche il testo originale) nel 1947,
al ritorno in Francia dopo 14 anni di lontananza, e mai dato alle stampe in
vita. Momentaneamente abbandonata l’Italia dell’immediato dopoguerra, per
evitare imbarazzanti rinfacciamenti del suo passato fascista (dopo aver
rinunciato all’amnistia e subito un processo in cui era stato assolto), non
immagina che la sua “seconda patria” possa riservargli un destino ancora
peggiore. Giunge a Parigi senza la minima intenzione di confondersi con altri
transfughi con troppe cose da far dimenticare, personaggi come i rumeni Eliade o
Cioran, e il suo modello di esilio parigino vorrebbe piuttosto modellarsi su
quello di D’Annunzio nel 1910, per sfuggire non all’epurazione ma ai creditori.
Lo accompagna un altro italiano di successo, recentemente convertito come lui
dal fascismo all’antifascismo, Roberto Rossellini, reduce dai due manifesti
cinematografici dell’Italia risorta, Roma città aperta (1945) e Paisà (1946) –
dopo aver firmato pochi anni prima i fascistissimi La nave bianca nel 1941 e Un
pilota ritorna nel 1942, sceneggiati addirittura dal figlio maggiore del duce,
Vittorio Mussolini – trasformismo e voltagabbanismo, dunque, non possono certo
imputarsi al solo Malaparte.
Appena arrivato rilascia interviste in cui non si presenta affatto come un
fascista pentito o involontario ma, mentendo spudoratamente o esagerando in modo
paradossale il suo frondismo, come un oppositore confinato a Lipari per cinque
anni (in realtà la pena, in condizioni privilegiate, durò meno della metà e fu
causata da uno scontro personale, non ideologico, con Italo Balbo: Malaparte
venne poi perdonato e reintegrato da Ciano in persona…), e addirittura come
dimissionario dal PNF fino dal 1931 per non aver accettato, in quanto
protestante, le conseguenze dei Patti Lateranensi: fanfaronate tali da
screditarlo, più che giustificarlo agli occhi dei francesi. Il suo passato
giovanile di volontario della Legione Garibaldina e di combattente a Bligny in
difesa della Francia nella Prima guerra mondiale però, gli assicurarono, pur con
tutte le diffidenze, la concessione del permesso di soggiorno. In quegli anni il
pregiudizio antitaliano da parte dei francesi è giunto all’apice e il “colpo di
pugnale nella schiena” del ’40 – mai nominato ai tempi di Vichy, quando si
contava sugli italiani per moderare i tedeschi – è tornato in auge; intanto i
trattati di pace ci hanno lasciato fortunosamente la Val d’Aosta ma hanno
consegnato Briga, Tenda e il Moncenisio ai “cugini” d’oltralpe. In quel clima
assai poco favorevole Malaparte, mentre completa la composizione di La pelle,
che uscirà di lì a poco con successo, in anticipo sull’edizione italiana, è a
tutti gli effetti un isolato e quasi un reietto – considerato spesso
filotedesco, fascista, collaborazionista – il suo anticomunismo (non si è
ancora convertito) gli aliena le simpatie di Sartre e degli esistenzialisti,
come quelle di Breton, Eluard, Aragon e dei surrealisti; Camus e Malraux lo
disprezzano, Mauriac lo rimprovera, Montherlant lo ignora, Drieu la Rochelle –
che forse potrebbe capirlo – si è suicidato da tempo, Céline lo ringrazia per
lettera ma è ancora in prigione in Danimarca; solo Blaise Cendrars e, in parte,
Jean Cocteau, che hanno apprezzato Kaputt, gli attestano stima e amicizia.
L’amarezza e la delusione per questa condizione di étranger “nella doppia
accezione di ‘straniero’ ed ‘estraneo’“come scrive Monica Zanardo nella bella
postfazione, traspaiono abbondantemente nel testo oltre che nel titolo
dell’opera, una malinconia e uno sguardo nostalgico al passato che si incarnano
nell’idealizzazione della figura letteraria di Chateaubriand che ricorre, quasi
ossessivamente, in tutta la seconda parte del libro: “Mi piace Chateaubriand,
benchè non mi somigli. Mi piace in lui il costante disprezzo degli uomini nuovi,
la fedeltà, solo apparente, alle antiche idee, ai costumi, ai gusti, ai piaceri,
alle pene, ai sentimenti, ai piaceri della vecchia Francia, nella quale, checchè
ne dica in ogni occasione, non credeva più. Mi piace l’amore nascosto per le
idee nuove, per la Francia nuova, per la gloria nuova. Eppure niente di
materiale mi lega a questa vecchia Francia, a questa vecchia Italia, a questa
vecchia Europa che ho visto, che vedo morire. Non rimpiango né privilegi né
onori, niente. Dall’antica Europa non ho avuto nulla, se non botte e prigione.
Non riceverò niente di meglio da questa nuova Europa, da questa nuova Italia”.
Malaparte lavora alacremente, conclude La pelle, scrive il suo Giornale e mette
in scena due testi teatrali scritti in francese, Du coté de chez Proust e Das
Kapital, in cui scomoda due icone della modernità come Proust e Marx oltre che
divi come Pierre Fresnay (che accetta la parte) e Michel Simon (che dopo lunghe
riflessioni rifiuta) per ottenere due insuccessi incresciosi di critica e di
pubblico. Una delle stroncature più aspre, quella di Francis Ambrière per la
rivista “Opéra”, giunge a paragonare il pubblico che lascia la sala prima della
fine dello spettacolo alle colonne dei profughi dell’esodo del 1940 “mitragliate
dai vecchi amici di Malaparte”. La misura è colma, è la constatazione del
fallimento, di poco alleviata dal contemporaneo successo internazionale (Francia
compresa) de La pelle, uscito nel 1949: in quello stesso anno Malaparte
riattraversa le Alpi e torna in Italia (ufficialmente a causa della nostalgia
per la patria, e addirittura perché “il suo cane è malato e ha bisogno di lui”,
mentre tutti i parigini lo incitavano a restare…), in realtà abbandona perfino
la scrittura del diario, troppo rivelatore del suo stato d’animo, e ogni ipotesi
di futura pubblicazione. Chissà se lo consolerebbe sapere di quanto la sua fama
postuma, tributatagli nel paese che allora lo rifiutò, oltrepassi tutt’ora
quella di cui gode nel suo paese d’origine.
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