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Pisa, “Mese della prevenzione sugli abusi” diventa “Mese dei figli dei militari”: proteste dell’Osservatorio
Il mese di aprile è stato designato come “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori” negli Stati Uniti nel 1983[1], allo scopo di portare particolare attenzione sul tema dei maltrattamenti delle persone piccole e sulla necessità che le comunità lavorino insieme per il sostegno alle famiglie e la prevenzione di ogni forma di violenza[2]. All’interno delle forze armate, nelle basi USA e nelle scuole per la prole delle/dei militari, qui comprese la base militare di Camp Darby e la scuola elementare e media DoWEA (Department of War Education Activity) di Livorno questa ricorrenza diventa il “Mese dei figli di militari”. Un’occasione per far conoscere ai genitori i metodi della pedagogia amorevole, così lontani dall’addestramento militare? Per uscire dalle basi, conoscere i luoghi e creare occasioni d’incontro per la prole dei militari con le persone piccole del posto? Macché, niente di tutto questo. Leggiamo sul sito del DoWEA che “il Mese dei figli di militari” è un «momento per applaudire le famiglie dei militari, i loro figli e le loro figlie per i sacrifici quotidiani e le sfide che superano» e che «nel corso del mese, la DoWEA incoraggerà le scuole a organizzare eventi speciali per onorare i bambini militari e far sì che amministratori e presidi integrino i temi di questo mese nei loro doveri e responsabilità quotidiani. Questi sforzi ed eventi speciali sottolineeranno l’importanza di fornire ai bambini servizi e sostegno di qualità per aiutarli ad avere successo nello stile di vita militare mobile».[3] Il comma 1 dell’articolo 29 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989 recita così: «Gli Stati parti convengono che l’educazione del fanciullo deve avere come finalità: a) favorire lo sviluppo della personalità del fanciullo nonché lo sviluppo delle sue facoltà e delle sue attitudini mentali e fisiche, in tutta la loro potenzialità; b) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dei principi consacrati nella Carta delle Nazioni Unite; c) sviluppare nel fanciullo il rispetto dei suoi genitori, della sua identità, della sua lingua e dei suoi valori culturali, nonché il rispetto dei valori nazionali del paese nel quale vive, del paese di cui può essere originario e delle civiltà diverse dalla sua; d) preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona; e) sviluppare nel fanciullo il rispetto dell’ambiente naturale».[4] La retorica di esaltazione dei “valori” militari che il “Mese dei figli di militari” mette in evidenza ci appare in contraddizione coi principi sopra citati. A queste persone piccole la carriera militare e la guerra vengono presentate non solo come necessarie, ma addirittura virtuose; devono convivere con l’idea che i propri genitori rischino la vita (e uccidano altre persone, magari piccole come loro, un aspetto che non viene sottolineato sul sito del DoWEA). Allora si organizzano feste e iniziative varie (aspettiamo il programma dettagliato per Camp Darby) per convincerle che sono esse stesse “Little troopers” (Piccoli soldati: è il nome di un’associazione che sostiene le famiglie delle/dei militari), protagoniste in quanto nate da soldatesse e soldati di grandi imprese patriottiche. Una manipolazione bell’e buona. Come si concilia tutto questo con l’educazione al rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti dalle Nazioni Unite e delle civiltà diverse dalla propria? O con uno “spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia tra tutti i popoli e gruppi etnici, nazionali e religiosi e delle persone di origine autoctona”, per non parlare del rispetto dell’ambiente? Quando, storicamente e attualmente, l’esercito USA muove guerre di aggressione verso Paesi terzi e di controllo imperialistico, non certo di difesa del proprio territorio; guerre che sono sempre, anche, crimini ambientali di portata enorme. Poi, siccome a pensar male si fa peccato, ma spesso ci s’indovina, ci chiediamo anche quanta pressione e condizionamenti ricevano figlie e figli delle soldatesse e soldati USA, a indirizzare le loro stesse vite verso la carriera militare e quanto lo sforzo formativo e l’impegno economico del DoWEA per «stimolare ogni studente a massimizzare il proprio potenziale e a eccellere a livello accademico, sociale, emotivo e fisico per prepararsi alla vita, all’università e alla carriera»[5] sia indirizzato a tale scopo, violando così anche il principio sancito dal paragrafo a) del succitato comma della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e il diritto all’autodeterminazione. Il “Mese dei figli di militari” ci sembra quindi in palese e ingannevole contraddizione col “Mese della Prevenzione degli Abusi sui Minori”. La violenza sulle persone piccole in tutte le sue forme – fisica, sessuale, psicologica, emotiva, istituzionale, ecc. – nasce dalla pedagogia nera, ovvero il sistema “educativo” basato sul controllo da parte delle figure di riferimento adulte delle azioni, delle parole, del tempo, delle scelte delle persone piccole attraverso punizioni, umiliazioni, percosse, ricatti, giudizi, minacce, sensi di colpa, tecniche manipolatorie (il gaslighting, la menzogna “a fin di bene”, ma anche premi e lodi), fino agli insulti, le percosse, lo stupro, l’infanticidio. Il sistema “educativo” che insegna l’obbedienza cieca e la sottomissione a chi è più forte o comunque in una posizione di potere. Ora, quale stile educativo è meglio allineato alla pedagogia nera di quello militare che anzi ne è la massima espressione? Riusciamo a immaginare un ambito meno violento, meno rispettoso delle specificità e libertà individuali e dei diritti umani? Giustamente ci scandalizza il pensiero dei cosiddetti “bambini soldato”, le persone piccole che in alcuni Paesi sono costrette a imbracciare e usare le armi. Noi troviamo altrettanto disdicevoli la retorica militarista del “Mese dei figli di militari” e diciture come “Piccoli soldati” (“Little troopers”). A meno che, anche in questo caso, non si vogliano usare due pesi e due misure e giudicare le iniziative a seconda del Paese di provenienza, se più o meno ricco e potente. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Pisa [1] Child Welfare Information Gateway Archived 2010-08-28 at the Wayback Machine, History of National Child Abuse Prevention Month. 3 April 2009. [2] https://www.childwelfare.gov/preventionmonth/about-national-child-abuse-prevention-month/ [3] https://www.dodea.edu/month-military-child [4] Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ONU 1989. [5] https://www.dodea.edu/month-military-child -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Lo Stato che rapisce i bambini per dar loro un vita migliore
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Seguivo, come consulente su minori e famiglia, l’adozione di un bambino africano da parte di una facoltosa famiglia italiana senza figli. Avevano adibito per lui una cameretta stupenda piena di giochi, una bella tinta, molto spaziosa. Il bambino però aveva tanta paura la notte: lui era abituato a dormire su un giaciglio di fortuna accanto ai fratellini, scaldato dai loro corpi. Una bambina albanese abituata a lavorare sin dalla tenera età ebbe vissuti di vuoto incolmabili a vivere come i nostri bambini, de-responsabilizzata, come un peso per il proprio nucleo anziché un supporto. Sono trascorsi tanti anni e tante riflessioni son state fatte. La pedagogia vera, non quella che si dà in pasto all’ideologia del momento e alle logiche partitiche o economiche, ha potuto toccare con mano il divario abissale tra un’idea astratta di giusto e la realtà. La realtà ci racconta che i bambini, ancorché rimasti orfani e dunque senza alternative, dovrebbero essere inseriti in contesti familiari quanto più prossimi alle loro condizioni di partenza. Dunque una casa con meno spazi, ove la prossimità sia più forte, o una famiglia che porti avanti la piccola azienda di famiglia con la collaborazione di tutti potrebbero essere, a uno sguardo aperto e vigile, più adatte alla crescita dei bambini di cui vi ho parlato. Quando mi occupavo di conflitti durante le separazioni era tipico vedere due modelli educativi cozzare tra loro: i bambini sono così destinati ad aderire ad uno dei due, avendo parti di sé scisse, oppure a sviluppare veri e priori deliri identitari. Ci sono bambini che recependo due modelli educativi molto rigidi si adattano a entrambi: dalla mamma sono ordinati, vegetariani, religiosi, dal papà mangiano a terra, consumano carne e sono atei (gli esempi sono inventati e si possono invertire). Il sapere pedagogico ci insegna è meglio un cattivo accordo di una buona soluzione finale. Tra i due genitori non deve vincere il migliore ma deve vincere l’accordo educativo, un accordo anche fatto di falle e compromessi ma che sarà l’unico a dare pace, fiducia e sostanza al percorso di crescita del figlio. Oggi, invece, nel nostro Paese si sta affermando una prassi che presenta dei tratti molto inquietanti: può accadere che lo Stato sottragga i bambini al proprio nucleo familiare per garantire loro una vita migliore. Di fatto, un gruppo di persone estraneo al suddetto nucleo familiare – i cosiddetti “esperti” o operatori dei servizi sociali – si arrogano il diritto di imporre la soluzione giusta a delle famiglie, scavalcando l’accordo educativo dei genitori, attraverso la violenza istituzionalizzata e un’inquietante operazione di rieducazione anche verso gli altri cittadini. Epurazione e rieducazione del diverso, attraverso metodi simil mafiosi: alla famiglia si dice “o cambi metodo educativo o ti rapiamo i figli”; a tutti gli altri cittadini si manda un messaggio sottotraccia: “vedi cosa potrebbe succederti se fai come loro?”. Ecco spiegato il perché della mia presa di posizione netta sulle sottrazioni facili di minori; in tutte le mie vesti, come giurista, come scrittrice, come mamma e come cittadina io dico “no” a queste sottrazioni arbitrarie, senza muovere accuse particolari ai singoli operatori: se anche i bambini sottratti al proprio nucleo in casa famiglia incontrassero Mary Poppins in persona sarebbero distrutti per sempre, lontani dal loro nucleo familiare, dal contatto quotidiano con il proprio mondo, senza un padre e una madre, senza la possibilità di contribuire all’equilibrio familiare e di vivere la propria casa, nonché di fare una vita normale e libera, ancorché imperfetta, come tutti sulla terra. Nei discorsi del mondo culturale di questi ultimi mesi colgo una falla troppo grande: strappare i bambini da una famiglia non significa mai avere quella stessa famiglia un poco migliorata (se mai ci fosse qualcosa da migliorare in queste famiglie!) ma spalancare un abisso di traumi, errori, mancanze irreparabili nella vita di queste persone. Si può davvero immaginare il benessere di un bambino in modo astratto scindendo il suo destino da quello dei suoi familiari? Si può volere bene ad un bambino cancellando la sua storia, le sue origini, il volto dei suoi genitori di cui è frutto? E poi… Quale famiglia, presa sotto la lente di ingrandimento, non avrebbe cose da sistemare, altre da migliorare, e altre da cancellare? Esistono un padre e una madre che insieme al pane e all’amore non lascino traumi? Esistono eredità scevre dal dolore e dalle mancanze? Siamo sicuri che se entrassimo nelle nostre case, la mia, la vostra che leggete, quella degli operatori, quella dei magistrati, non troveremmo cose da migliorare? Ecco che qualsiasi decisione sul futuro di una famiglia e di un bambino dovrebbe essere presa rispettando il principio del bilanciamento di benefici e di danni che scaturiscono dalla permanenza nella casa familiare con i danni che discendono dalla sottrazione del minore dalla famiglia. Ma di cosa accade dopo, importa davvero qualcosa a qualcuno? Pensiamo davvero che la storia finisca con i titoli di coda quando abbiamo appurato – anche fosse, e non è – che giustizia è stata fatta? Molte persone preferiscono abbracciare una posizione di superficie; si convincono che volta avviato l’iter, i bambini entrino in un magico mondo fatato fatto di saperi pedagogici, di istruzione adeguata e di socialità. I fatti ci raccontano cose diverse: i ragazzi usciti da questa esperienza presentano gravi compromissioni della vita sociale, relazionale, intima e culturale; hanno dei buchi enormi che, quando va bene, creano problematiche psicologiche complesse e, quando va male, anche tendenze alla violenza contro se stessi o contro gli altri. Io dico a queste persone, con il cuore in mano e con l’anima a brandelli: non fermiamoci a una visione ideale, guardiamo alla realtà concreta. La realtà è fatta di sfumature, ognuno di noi può dare e togliere molto agli altri. Ma se quando il genitore muore o abbandona non c’è altra strada e anzi l’adozione rappresenta la condizione ideale, almeno in potenza, quando invece i genitori sono vivi occorre fare di tutto per scongiurare l’allontanamento dei bambini dalla famiglia, con tutto il suo portato di storia, identità, conoscenza, appartenenza che nessuna casa famiglia potrà mai sostituire, anche a parità di adeguatezza delle persone coinvolte. Distruggere nuclei che garantiscono cure, assistenza, educazione, solo perché il loro assetto educativo non rientra nell’orientamento dominante, è inquietante. E dove si collocano in tutto questo la tutela delle minoranze e il rispetto della diversità? Io mi chiedo: dobbiamo ad ogni costo uscire dal recinto democratico e guardare in faccia fenomeni degni dei peggiori regimi dittatoriali o siamo ancora in tempo per trovare il bandolo della matassa, fare una veloce inversione a U e tornare nel recinto democratico?   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/ > I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi.   Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Si è parlato molto in questo periodo dei bambini e di chi ne abbia la proprietà: i genitori o lo Stato. Instradati su un percorso obbligato, inizia così lo scontro pubblico per accaparrarsi l’ambìto ruolo di proprietario. Secondo lo Stato, ca va sans dire, i bambini sono dello Stato; secondo i genitori sono dei genitori. Io trovo che questa domanda sia una volutamente manipolativa: qualsiasi risposta si darà si sarà nel torto, perché tradisce un errore di fondo: fa riferimento ad un concetto di proprietà, di possesso e di reificazione che inevitabilmente mostra il volto peggiore della relazione di reciproca appartenenza tra genitori e figli. Insomma, questo modo di impostare il discorso sottende che i bambini siano degli oggetti di cui possa esistere un legittimo proprietario. Non mi rivedo in questa concezione e del resto anche il nostro ordinamento considera i bambini soggetti di diritto e non oggetti di cui disporre. Prima della riforma del 2012, il Codice Civile italiano era costruito intorno al concetto di potestà genitoriale. Il minore era un semplice oggetto di un potere esercitato dagli adulti, più che soggetto titolare di diritti propri. In ambito europeo invece esistevano già delle tutele: il divieto di ogni discriminazione fondata sulla nascita, la tutela della vita familiare, il riconoscimento che il legame tra genitori e figli non è una concessione dello Stato ma un dato che lo precede (artt. 8 e 14 CEDU, art. 21 Carta dei diritti fondamentali UE). Nel diritto europeo spiccava una visione in cui la relazione genitori-figli non era una dinamica di potere ma un insieme di responsabilità esercitate nell’interesse del minore (Regolamento CE 2201/2003). La giurisprudenza italiana più avveduta aveva cominciato a fare propria questa lettura, e la stessa Corte Costituzionale aveva chiarito che il fondamento dei diritti e dei doveri genitoriali risiede nel rapporto procreativo. La riforma del 2012 ha quindi dato forma legislativa (L. 219/2012, D.Lgs. 154/2013) a tutto questo, sostituendo l’espressione “potestà” con quella di “responsabilità genitoriale” e ha introdotto, per la prima volta nella storia del nostro ordinamento, una norma che, tra le altre cose, prevede il diritto dei bambini di crescere nella propria famiglia, mantenendo rapporti significativi con entrambi i genitori (art. 315-bis c.c.). Direi che possiamo, quindi, definitivamente scansare questa orrenda logica oggettistica che inquina il nostro dibattito, per affrontare finalmente il vero tema. I bambini nascono in seno alla propria famiglia e a questa appartengono, secondo una legge biologica e naturale che preesiste a qualsiasi norma e a qualsiasi idea di Stato. Lo Stato, infatti, e il nostro non fa eccezione, è la risultante di una costruzione simbolica di significati e di regole che i cittadini di una determinata epoca e società si sono dati, considerandola adeguata agli interessi prevalenti. Quando tali interessi sono nelle mani di alcune élite di potere, naturalmente la forma di Stato servirà i loro interessi; questo è un concetto basilare che troviamo sempre, in tutte le organizzazioni politico-sociali, ma le manipolazioni perenni della società attuale ce lo rendono ostico, difficile da decifrare. Si è, infatti, insinuata da tempo nella nostra coscienza l’idea che il buon cittadino non sia più colui che custodisce e giudica l’operato di chi detiene il potere, anzi costui viene considerato un credulone, un inaffidabile, un attaccabrighe, quando non un vero e proprio criminale da contenere e rieducare; mentre il buon cittadino diventa colui che difende strenuamente l’operato dello Stato, a qualsiasi costo e contro ogni evidenza. Da persona che ha studiato la legge non posso non dire che la legge è una esternazione fallibile e limitata perché dipende dalle consapevolezze raggiunte fino a quel momento, dalle scienze considerate più forti in quella fase storica, dagli interessi di categoria sottostanti. Invece, la famiglia è una cellula naturale e biologica che ha la propria forza in se stessa. È per questo che in qualsiasi società, anche meno articolata, se avviene un rapimento di un bambino o la sua uccisione sono chiamati in causa i genitori, sia come esercenti di doveri di tutela specifici sia come soggetti di diritti a cui risarcire il danno morale ed esistenziale arrecato. Per questo — e non certo a causa della possessività dei genitori — nel nostro ordinamento la sottrazione di un minore dal proprio nucleo familiare è reato. Non si tratta di tutelare i genitori, ma di tutelare i figli. Lo dicono con chiarezza le fonti più alte del diritto internazionale ed europeo: pensiamo alla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, che all’art. 9 stabilisce che il minore non può essere separato dai propri genitori contro la sua volontà se non in casi eccezionali e sotto controllo giurisdizionale, ma pensiamo anche all’art. 8 che protegge il suo diritto all’identità e alle relazioni familiari. E ancora: l’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea riconosce al bambino il diritto di mantenere relazioni con entrambi i genitori come condizione per il suo pieno sviluppo; e non possiamo dimenticare che la Corte europea dei diritti dell’uomo, attraverso una giurisprudenza consolidata ha più volte sanzionato gli Stati membri — Italia compresa — per allontanamenti di minori ritenuti sproporzionati o privi di adeguata motivazione. Non parliamo, quindi, di sentimentalismi morbosi né di rivendicazioni di proprietà: parliamo di diritti umani. Chi oggi dispone l’allontanamento di un minore dal proprio nucleo familiare in assenza di quei presupposti eccezionali che la legge richiede, non si muove dunque in un vuoto normativo né in una zona grigia: viola una norma precisa, che dopo un lungo e documentato percorso finalmente mette nero su bianco ciò che la coscienza civile considera da sempre un principio elementare: i figli crescono nella propria famiglia, e separarli da essa è un atto molto cruento che richiede giustificazioni eccezionali — non falle burocratico-amministrative, non divergenze di vedute educative, non valutazioni discrezionali affidate a singoli operatori senza adeguato controllo, non raccapriccianti intenti correttivi. Non esiste, a quest’ultimo proposito, alcuna legge nel nostro Paese che legittimi la sottrazione di minore da parte dello Stato nei casi in cui vi sia una visione educativa diversa tra assistenti sociali/magistratura e famiglia. Il fatto che siano saltati tutti gli organi di garanzia in questo Paese, e che le situazioni proliferino per anni nel silenzio generale, non le rende legittime. Mi chiedo: tutto questo universo di spunti e di riflessioni che qui ho a malapena accennato, che spazio trova nelle sentenze, nei convegni e nelle interviste dei nostri magistrati e dei nostri operatori del diritto? Di tutto questo vorrei che avesse modo di parlarci il giudice che ha espresso pubblicamente le parole: “I bambini non sono di nessuno, non sono dei genitori”. Una spiegazione dettagliata di questa affermazione, potenzialmente equivoca, potrebbe essere utile a smorzare il malcontento popolare e a non alimentare oltre, nel cuore delle persone, dubbi e paure. Molti cittadini temono che il magistrato intendesse dire che i bambini non appartengono ai genitori perché appartengano allo Stato. Esternazione che sarebbe quanto mai grave e meritevole di approfondimento. Questo dubbio interpretativo è comprensibile, perché tali parole venivano proferite non all’interno di una discussione filosofica di ampio respiro, ma per motivare un’ordinanza di sottrazione dei tre bambini di Palmoli, in Abruzzo, dal loro nucleo familiare, in assenza di ragioni plausibili. Proprio per superare queste spaccature tra cittadini e istituzioni io auspico, dunque, un confronto attivo e sincero su questi temi che coinvolga giuristi, magistrati, operatori del sociale, esperti della psiche, famiglie coinvolte, cittadini. Del resto, dal momento che le istituzioni sono sorte per il nostro bene e per tutelare la difesa dei singoli e l’ordine sociale, prevedere luoghi di dialogo e confronto dinanzi a situazioni tanto drammatiche e foriere di malcontento è operazione del tutto auspicabile e naturale. Ripeto, con grande fermezza e convinzione, che il rapporto tra genitori e figli non può in alcun modo essere interrotto da nessuno, istituzioni comprese, se non in casi specifici e residuali e prevedendo determinate modalità – sia del prelevamento/collocamento sia della permanenza nelle Case famiglia, sempre con misure temporanee e da aggiornare ciclicamente e potendo vigilare in modo costante sull’andamento della separazione, sugli obiettivi specifici del percorso di allontanamento e su come (non) venga preservata  la relazione genitore – figlio. Il tutto con uno sguardo vigile e attento ai tempi e modi per favorire questo ricongiungimento, che va una volta per tutte considerato obiettivo centrale degli operatori coinvolti per una crescita sana ed equilibrata dei bambini, e non va più vissuto come un ostacolo da evitare ad ogni costo, come purtroppo molte volte sembra accadere. Eppure, nonostante le tante parole, tutto resta fermo. Eppure, ogni volta che questi fatti emergono, il dibattito si incaglia: si innalzano bandiere, si costruiscono trincee, si trasforma una questione di diritti e di bambini in uno scontro politico o ideologico tra cittadini. Ed è esattamente questo il meccanismo che consente al problema di sopravvivere perché normalizza l’orrore: insomma, finché lo tratteremo come una questione di parte, un tema come un altro legato a una certa sensibilità politica o ad una propria visione del mondo, nessuno avrà davvero interesse a risolverlo. Vedete, questo sistema è molto sofisticato e particolare, destreggiarsi non è sempre facile, ma invece è facile interrogare la nostra coscienza e tornare all’essenza. Quale sistema può giustificare un orrore del genere e considerare giusto un comportamento che noi stessi abbiamo considerato sempre criminale, dalle tribù fino ai sistemi più burocratizzati? Quando ci porremo questa semplice domanda, indipendentemente dal fatto se ci troviamo in accordo o meno con le ragioni più superficiali della scelta di allontanamento, quando segneremo dei punti fissi da non superare, senza paura del giudizio degli altri e senza timore di passare dalla parte dei “cattivi” e di coloro che considerano i bambini degli oggetti, le risposte verranno da sé. Sarà allora possibile avviare un percorso comune tra cittadini, che in seconda istanza preveda anche il dialogo con le istituzioni. Quel giorno queste ultime ci daranno qualcosa in più che fugaci esternazioni per le loro scelte, nella consapevolezza riguadagnata che loro sono lì per noi e con noi, e non contro di noi. La relazione tra cittadini e potere è bilaterale: essere consapevoli del nostro ruolo in tutto questo è tutto. È arrivato, secondo me, il momento di affrontare questo fenomeno senza lenti politiche né ideologiche, con la serietà e il coraggio dovuti ad un tema come questo che riguarda i nostri bambini. Io credo che lo meritino.   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi. Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
Fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici
Abbiamo più volte trattato il tema della natalità, soprattutto da quando al governo è andata la “madre, cristiana, italiana” Giorgia Meloni, e la destra che fa della nascita di una moltitudine di “italiani” (per sangue, secondo loro) un punto centrale delle proprie rivendicazioni. E lo fa tanto più ora che […] L'articolo Fare figli costa. Le “intenzioni di fecondità” dell’Istat palesano gli ostacoli economici su Contropiano.
January 5, 2026
Contropiano
I nuovi dati Istat di un Paese che non vuole più figli
Nel 2024 solo il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni intende avere un figlio (certamente o probabilmente) nei successivi tre anni (era il 25,0% nel 2003). Oltre 10,5 milioni di persone non vogliono avere figli o altri figli né nei tre anni successivi l’intervista, né in futuro. All’origine della scelta un terzo cita motivi economici, il 9,4% condizioni lavorative inadeguate e l’8,6% mancanza di un partner. La metà delle donne pensa che l’arrivo di un figlio peggiori le proprie opportunità di lavoro (tra le 18-24enni oltre il 65%), mentre il 59,0% degli uomini non prospetta effetti su di sé. Il 28,5% indica come priorità per la natalità le misure di sostegno economico, seguono i servizi per l’infanzia (26,1%) e le agevolazioni abitative (23,1%). Meno della metà delle donne che desideravano un figlio nel 2016 sono riuscite ad averlo nei tre anni successivi. Da alcuni decenni l’Italia sta attraversando un’importante trasformazione demografica segnata da un costante calo delle nascite (1,18 figli per donna nel 2024, era 1,29 nel 2003) e sempre più spesso i giovani scelgono di rimandare o rinunciare al progetto di costruire una famiglia con figli, tra incertezze economiche, precarietà lavorativa e cambiamenti dei modelli di vita. Sono alcuni dei dati del recente report dell’Istat sulle intenzioni di fecondità. In un caso su tre vi sono i motivi economici alla base della scelta di non volere figli. “Tra le persone in età feconda (18-49 anni), si legge nel report, oltre 10,5 milioni non intende avere figli o altri figli nel corso della vita. Il 62,2% dichiara di avere rinunciato per le difficoltà incontrate nel perseguire le proprie intenzioni riproduttive, il 32,0% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava (valore analogo a 31,7% del 2016) e il 5,5% dice che avere figli non fa parte del proprio progetto di vita (era il 4,4% nel 2016). Dei 6,6 milioni di persone che hanno riferito di avere avuto difficoltà nel realizzare i propri desiderata, un terzo dichiara motivi economici, meno di un quinto motivi legati all’età, l’11,5% si deve occupare dei genitori anziani, il 9,4% non ritiene di avere condizioni lavorative adeguate e per l’8,6% il problema è la mancanza di un partner. I motivi economici preoccupano soprattutto gli uomini di 25-34 anni (52,0%), mentre le difficoltà legate all’età vengono riferite dalla metà delle persone tra 45 e 49 anni (il 51,7% per le donne). In quest’ultima fascia di età il 17,9% delle persone riferisce di doversi prendere cura dei propri genitori. A rinunciare ai propri progetti di genitorialità per motivi legati al lavoro sono soprattutto le donne tra 25 e 44 anni, in particolare quasi un quarto di quelle tra i 25 e i 34 anni ritiene di non avere garanzie sufficienti per avere un figlio. L’incertezza o la mancanza di lavoro è indicata come ostacolo da circa un quinto delle donne con almeno due figli. Tra le persone senza figli, oltre un quinto delle donne e il 17,8% degli uomini attribuiscono la mancata realizzazione del progetto genitoriale all’assenza di un partner stabile”. La misura ritenuta più importante per favorire la natalità è il sostegno economico e sono soprattutto le donne 40-49enni a ritenere prioritario il sostegno economico. Il 26,1% delle persone attribuisce i punteggi più alti ai servizi per l’infanzia e sono in misura maggiore i più giovani (18-29 anni 28,0%) a indicare questo intervento come funzionale al sostegno alla natalità. Le politiche abitative si collocano al terzo posto della graduatoria: il 23,1% indica come prima o seconda politica più importante la possibilità di avere affitti o mutui agevolati. Al quarto posto troviamo invece le politiche lavorative, che si pongono nelle prime due posizioni per il 20,2% delle persone, e raggiungono il 22,6% tra i giovani di 18-29 anni. Infine, le politiche di conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare sono fondamentali per il 14,8%. “Le misure che prevedono agevolazioni per affitti e mutui, si sottolinea nel report dell’Istat, sono segnalate come prioritarie dal 26,4% dei residenti nel Centro e dal 27,5% di chi abita nei comuni centro delle aree metropolitane, dove la questione abitativa è particolarmente rilevante e si registrano valori più elevati sia per i canoni locativi, sia per le rate medie mensili dei mutui. Contrasto della precarietà lavorativa e inserimento di donne e giovani sono prioritari per il 23,2% dei residenti nelle Isole, e risultano molto sentiti anche nei comuni centrali delle aree metropolitane (25,5%) e nei comuni con oltre 50.000 abitanti (24,0%). Infine, le politiche di conciliazione lavoro-famiglia sono segnalate dal 17,1% dei residenti nel Nord-est”. Qui il report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/12/Intenzioni-di-fecondita-22-dicembre-2025.pdf. Giovanni Caprio
December 29, 2025
Pressenza
I figli sono proprietà di uno Stato opprimente lontano dalla gente
Come se si potesse inventare la felicità negli occhi di tre bimbi piccoli, come se fosse finto l’amore dato da due genitori, la cura messa, come fossero inventati il contesto di una casa nel bosco rimessa negli anni con impegno, e uno stile di vita scelto consapevolmente, come fosse uno scherzo o un set cinematografico, il trauma di una separazione imposta, la violenza di Stato. Come se fosse fasulla l’ennesima raccapricciante disposizione di un tribunale dei minori le cui motivazioni anche in questo caso, paiono folli e aberranti, e manco è la prima ne sarà l’ultima volta di un simile schifo, bambini separati dalle famiglie per futili motivi o per vere e proprie falsità, e invece fare finta di niente e permettere situazioni di vero e proprio degrado, di violenza, di pericolo. Come se fosse falso vero che nel 2014 i bambini in case famiglia erano 20.000 Nel 2025 sono 44.000 (più del doppio) e che i soldi che le case famiglia prendono come sovvenzione sono 1 miliardo e passa l’anno, approssimativamente 25.000 euro a bambino l’anno. Sì, è tutto finto, togliamogli i bambini, mettiamoli in una struttura asettica e imponiamo loro  tutta una serie di cose, compreso il trattamento sanitario obbligatorio per legge, alias la serie di vaccini obbligatori all’asilo. Dai, forza! già che ci siamo spargiamo in giro pure che è tutto finto, il loro amore, il loro legame, la cura l’uno per l’altro, il loro impegno, le loro scelte portate avanti per anni, il loro dolore, l’ingiustizia subita, il trauma dei bambini…. tutto finto, tutto una commedia, funzionale a distogliere, coraggio, andiamo a scriverlo o a dirlo in giro, tanto è tutta “roba” degli altri, mica la nostra vero??! Al di là delle strumentalizzazioni dell’idiota di turno, compreso qualcuno al governo. Ma qualcuno ha veramente compreso il messaggio che è stato passato?? No??! Il messaggio è chiarissimo. Il messaggio è che, anche i figli sono una proprietà dello Stato. Di uno Stato che fa sempre più paura, di uno Stato sempre meno capace di essere vicino ai bisogni delle persone, uno Stato sempre più lontano dal rappresentare un reale aiuto e che in cambio invece è sempre più opprimente nell’imporre la propria violenza, uno Stato che dispone regole sempre più spesso applicate in modo cieco, senza intelligenza né costrutto alcuno, tanto più forti e aberranti verso i deboli e tanto più permissive verso i forti e gli arroganti. Uno Stato fatto da istituzioni che funzionano sempre più ad uso e consumo di pochi, dove sempre di più la corruzione la fa da padrona, dove menefreghismo e il lasciar fare anche dinanzi a palesi storture, sono diventati il contesto di fondo quotidiano. Uno Stato dove fanno da padroni i più arroganti, i più ammanicati, i più corrotti, i più figli di puttana, che usano il potere delle istituzioni come fosse cosa propria, invece che per metterle al servizio generale. Uno Stato che per sua mano anche in questo caso invece che essere di aiuto, ha prodotto un trauma enorme a 5 persone, di cui 3 bambini piccoli, sani, belli, accuditi con cura, e con la felicità negli occhi come non si vede più nei bambini di oggi. Una violenza inaudita, con motivazioni strumentali, e sicuramente lontanissime dal motivare una violenza e un danno simili. Se si adottassero gli stessi criteri stringenti che sono stati adottati per questa famiglia, non ne rimarrebbe più uno di bambino in famiglia. Strappare i figli a due genitori amorevoli come Nathan e Catherine é un messaggio chiarissimo, lampante: io Stato, siccome non sei remissivo, non fai come dico io, non ti adegui alle mie disposizioni, giuste o sbagliate che siano, sebbene i tuoi figli siano con evidenza felici, nonostante siano accuditi, nonostante siano sani e belli come il sole, sereni e spensierati, nonostante vengano istruiti avvalendosi dell’educazione parentale, e che sappiano già due lingue meglio di tantissimi altri bambini, conoscano la scienza applicata, la biologia dal vivo, nonostante conoscano la matematica e affrontino gli esami come tutti gli altri bambini, nonostante i vostri figli abbiano comunque contatto e relazioni con altri bambini del paese vicino e di figli di amici vari. Io Stato, ve li tolgo i figli, li strappo dal loro ambiente, li strappo dalle vostre braccia che li hanno cresciuti con amore e cura, gli produco un trauma e un danno enorme, produco a giustificazione una serie di motivazioni per mano di un giudice, motivazioni oltremodo opinabili, strumentali, spesso inesistenti, ma io Stato, lo posso fare, ti tolgo i figli per metterli in una struttura fredda e asettica con persone sconosciute, e non solo, io Stato, non ti permetto nemmeno di stare coi tuoi figli in questa struttura, perché così ho deciso. Io Stato, per mano di una singola persona, chiamata giudice, così ho deciso. Questo è il messaggio Io Stato, sempre più lontano da tutto e da tutti, io lo posso fare, tanto non pago niente, tanto non mi costa niente, tanto faccio come voglio senza rendere conto a nessuno, meno che mai alla popolazione e alla gente. Io Stato dispongo come voglio, e al tempo stesso ( testimonianza vera di una ex insegnante in pensione) me ne frego se sul mio territorio invece ho migliaia di “alunni che non si sa se mangiassero, con chi dormissero, se dormissero, dove dormissero…[…] Alunni che non si è mai saputo come mai non si lavassero. […] Altri che ho implorato padri perché me li mandassero a scuola che sparivano per mesi. Altri alunni che erano morti dentro, senza curiosità e scintilla negli occhi, lobotomizzati davanti al triangolino in questo gioco di omologazione di anime verso il basso.[…] Alunni sessualizzati a sei anni,  altri con gli attacchi d’ansia da prestazione, sempre a sei anni. Altri alunni ancora, certificati per caratteristiche caratteriali, perché è un magico mondo in cui si “prendono soldi”… “Ho visto di tutto in questi 35 anni in cui faccio la maestra elementare, tranne i servizi sociali, quelli li ho visti veramente poco. Molto poco. Troppo poco. Guarda quanto diventano reali e si preoccupano invece, quando ci sono di mezzo bambini felici…. Perché in questo mondo che abbiamo costruito ad arte per essere una merda invivibile, come si permette qualcuno di dare ai figli gli strumenti per sopravvivere? Chi cazzo sono convinti di essere? A volte provo talmente tanto schifo…” Questa sopra la testimonianza di una ex insegnante di questo stesso Stato che strappa i figli a suo insindacabile giudizio, a genitori amorevoli, ma poi permette tutto questo e anche di molto peggio. Uno Stato dove si vuole rendere “normale” la patologia e si rende patologica la normalità. Chi ancora ha un’anima dentro, nonostante che ci viva, a questo Stato di cose, non si sente più di appartenere. Luca Cellini
November 24, 2025
Pressenza
“Non è isolamento, è libertà”, la vita della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo raccontata da dentro
In seguito al caso della famiglia che vive nel bosco in Abruzzo, pubblichiamo questo post con conseguente video intervista della famiglia anglo-australiana, vittima di un abuso di potere disciplinare, oltre che una repressione amministrativa derivante da un forte ignoranza educativa che rispecchia perfettamente la nostra società odierna follemente superficiale e consumista. Oggi vi portiamo a conoscere Nathan, Catherine e i loro stupendi figli. Una famiglia molto unità, insieme hanno fatto una scelta, vivere liberi nel bosco. Una storia di amore, di cura, di scelte consapevoli, di tempo che rallenta passato insieme, di fatiche anche, ma di tanta  bellezza. Ciò fino che non è intervenuta la “mano” dello Stato. Catherine Birmingham è un’ex cavallerizza con passaporto maltese. Nathan Trevallion faceva lo chef prima di diventare imprenditore di mobili pregiati. Nathan e Catherine si sono conosciuti a Bali in Indonesia «nel 2016, dove Nathan viveva già da sei anni e lavorava prima come chef e poi come commerciante di mobili di pregio. Invece io sono arrivata lì dopo aver lavorato per diversi anni in Germania e in Giappone come istruttrice di equitazione di massimo livello. Abbiamo fatto amicizia passeggiando sulla spiaggia insieme ai nostri sette cani, dove giorno dopo giorno ci siamo innamorati». Nel cuore dell’Abruzzo, tra alberi e silenzi, questa famiglia anglo-australiana ha costruito con le proprie mani una casa da 20.000 euro, vivono off-grid, con la corrente in casa prodotta da pannelli fotovoltaici ma senza essere attaccati alla rete elettrica nazionale, perciò senza bollette né sprechi, hanno l’acqua in casa per lavarsi, per cucinare ma non attraverso la rete idrica bensì stoccata dentro fusti di acciaio inox. Mangiano i loro prodotti quelli della coltivazione del loro orto, passano moltissimo tempo insieme crescendo i loro figli con il metodo unschooling, che non significa che i figli non apprendono ciò che gli serve, bensì che sono i genitori stessi a insegnare ai figli, non una ma più lingue da parlare, le basi della matematica, delle scienze, della biologia, del disegno, della storia, ecc. Una scelta di vita voluta, cercata, affrontata con amore, che ha fatto il giro del web e spaccato l’opinione pubblica: utopia o pericolo? libertà o abbandono? Guardate il video e ognuno si faccia una propria idea. Il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha deciso: che i tre bambini dovevano essere allontanati dai loro genitori, la famiglia venire spaccata, genitori da una parte e bambini da inserire in una “comunità educativa”. Intorno, un’ondata di proteste. La domanda da porsi è dov’è il confine tra tutela e ingiustizia, abuso, violenza di Stato? Chi decide cosa significa “vivere bene”? In questo video si può vedere chi sono davvero Nathan e Catherine. Come vivono, cosa pensano, perché hanno scelto questa strada. Poche ore fa i loro figli sono stati portati via. Uno schieramento di carabinieri in borghese e assistenti sociali si sono presentati nella loro abitazione e hanno prelevato i tre bambini di Nathan e Catherine. Questa non è più solo la storia di Nathan e Catherine, è diventata una battaglia per la libertà, la giustizia e il diritto di vivere in modo diverso. Redazione Italia
November 21, 2025
Pressenza