Alla ricerca della mortalità
Pare sia stato durante le riprese di John Wick 2, e prima di girare Matrix
Resurrections, che Keanu Reeves abbia cominciato a riflettere sull’idea di
mortalità e, di conseguenza, sul personaggio del Berserker, un guerriero vissuto
per 80.000 anni, passato attraverso innumerevoli cicli di morte e rinascita. In
BRZRKR, il graphic novel illustrato da Ron Garney, scritto da Matt Kindt e
dello stesso Keanu Reeves, il protagonista Unute, detto “B.“, è forte come Hulk
ma con le sembianze dell’attore hollywoodiano. Un fattore rigenerante alla
Wolverine rende il suo corpo gloriosamente indifferente alle armi convenzionali.
Assorbito dalla trance azzurrognola che sopravviene nel cuore dell’azione – qui
indicata con il termine riastrid preso in prestito dalla mitologia irlandese –
può capitare però faccia a pezzi tanto i nemici quanto gli amici abbastanza
imprudenti da entrare nel suo campo d’azione, con conseguenze poco gradevoli per
lo spirito del reparto. Nella nostra epoca BRZRKR collabora infatti con
un’agenzia governativa USA, in cambio del lavoro sporco che svolge al seguito
della solita unità speciale super segreta conta di ricavare informazioni sulle
proprie origini.
Fin qui il fumetto, che, per inciso, giunto al dodicesimo volume si è rivelato
un successo commerciale sfacciato ma si conferma adesso anche la piattaforma di
una strategia transmediale più articolata. Presto dovrebbero infatti vedere la
luce un live prodotto da Netflix (nessuna release date è al momento
disponibile), presumibilmente interpretato da Reeves stesso, e una serie
animata. In tutto questo gli è riuscito anche il “colpaccio” di coinvolgere nel
progetto China Miéville, l’autore che ai nostri giorni ha praticamente
ridefinito il canone weird della fiction speculativa, per scrivere un romanzo
ispirato all’universo di BRZRKR. Esito ancora meno scontato, dato che il
Maestro da almeno 10 anni non pubblica un nuovo romanzo per dedicarsi a tempo
pieno ai saggi su Marx e la rivoluzione russa.
Perché vedesse la luce Il libro dell’altrove (Minimum Fax, pp. 421, €20) –
questo il titolo in uscita il 28 novembre anche in Italia – Reeves ha dovuto
prestare i suoi “giocattoli” allo scrittore inglese quasi senza condizione,
lasciandogli praticamente carta bianca su tutto il resto. Il risultato è un
tie-in anomalo e autorale, con pochi o nessun precedente, che un anno fà, tra
le altre cose, ha diviso anche il mondo letterario anglosassone, tra
l’entusiasmo dell’ala nerd e lo shock della componente più ammodo.
Nelle mani di Miéville, B. si trasforma infatti un iperoggetto vivente, non
semplicemente un efferato semidio sanguinario ma un prodigioso “Osservatore
della parabola umana” che, avendo fatto slalom tra le stagioni del neolitico,
in singolare sintonia con un antropologo anarchico come David Graeber,
compatisce la nostra auto narrazione come civiltà occidentale: “Vi ho già detto
che la storia come l’ha raccontate voi è una stronzata. L’ignoranza del
paleolitico e poi – schioccò le dita – la rivoluzione del neolitico! Poi fate
passare qualche migliaio di anni e puff arriva la scrittura e finalmente
comincia la festa.” Scosse la testa. “ve l’ho detto, la storia ha fatto su e giù
moltissime volte.”
Nella sua interminabile esistenza, Unute – che a tempo perso ha collezionato 17
lauree, imparando più lingue morte che parlate – ha incontrato personalmente
Marx, interpretato L’ultimo nastro di Krapp sotto gli occhi di Samuel Beckett,
frequentato il poeta polacco Boleslaw Lesmian. Ma, soprattutto, può vantare
l’amichevole frequentazione di Sigmund Freud e del suo lettino psicanalitico.
Secondo la ricercatrice Hannah Zeavin, anzi, il romanzo stesso consisterebbe in
una vera e propria “fan fiction freudiana”, dacché nel libro proprio a Herr
Doktor spetta la prima e l’ultima parola.
Unute, come ribadisce a più riprese nel corso della storia, non desidera affatto
morire ma diventare mortale, uscire dal ciclo ”Uccido, muoio, ritorno” in cui è
rinchiuso dalla nascita. Freud, il Freud del romanzo, che scambia inizialmente
la storia di B. per il resoconto dei suoi incubi, confessa di essersi domandato
“perché mai l’inconscio tornasse a quella carneficina”. Ed ecco la risposta.
Malgrado B. si rifiuti infatti di diventare una metafora (“come se quello che
siamo avesse importanza solo a patto che significhi qualcos’altro”) il suo caso
di studio aiuta il Freud immaginario a estrapolare quella che diventerà in
seguito la teoria della pulsione di morte (death drive), infliggendo alla
coscienza dello scienziato “il primo dei miei due shock sulla via di Damasco, il
primo dei due colpi che mandarono in frantumi tutti i miei paradigmi“.
Miéville, che ha costruito il romanzo su diversi piani temporali, offre
numerosi flashback e una ricca galleria di personaggi – l’amico intersessuale,
la sposa infelice e risentita, ecc – destinati a invecchiare e morire in un
arco temporale che nella vita del Berserker equivale più o meno a un giorno.
Queste rievocazioni contribuiscono ovviamente a “umanizzare” una figura che i
culti dell’antichità (e non solo) hanno adorato o maledetto, invece,
identificandola con la Morte stessa. D’altro canto, come ha chiarito lo
scrittore inglese nelle interviste, “se desideri violenza e inseguimenti in
elicottero, li otterrai, perché sarebbe un imbroglio non darteli in un romanzo
di BRZRKR“. Il libro dell’altrove, insomma, non può essere il libro degli
imbrogli e non può venir meno alle attese dei fan. Logico che lo scheletro del
racconto sia un thriller, con qualche elemento fantasy che, a prescindere dal
genere letterario, per quello che so nei romanzi di Mieville non manca
praticamente mai.
Un thriller soprannaturale visionario e indubbiamente ambizioso che annoda con
un linguaggio sontuoso codici, forme letterarie e – perchè no? – aspettative e
pubblici normalmente discrepanti. Un romanzo su commissione attorno un killer
immortale che, in compagnia di un cinghiale (quasi) altrettanto imperituro, può
testimoniare della nostra storia profonda, fino a rivelarsene un involontario e
invisibile protagonista (o, nel gergo dell’agenzia, un “vettore per
l’innovazione”). Una storia appassionante, non perfetta, specie nel raccordo
finale, dove, tra un’esplosione e l’altra, sette millenarie flirtano con scuole
psicoanalitiche mentre la CIA, o chi per essa, affida le sue sorti a un
dipartimento delle «Migrazioni di tecnologie e sistemi di credenze
nell’antichità». Una storia, infine, che non disdegna i tropi più noti della
narrativa di genere, a cominciare da un Franken-B assemblato con gli scarti del
protagonista, la sua versione collage che diventa la sua nemesi oscena e
“mostruosa”. Ma lo stesso Unute, che desidera sopra ogni cosa diventare un
mortale, e quindi un umano, qualsiasi cosa ciò significhi, non è forse, come ha
osservato Miéville, l’ennesima versione di un pinocchio che vuole trasformarsi
in un “bambino come tutti gli altri “?
L'articolo Alla ricerca della mortalità proviene da Pulp Magazine.