Henri Michaux, Andy Mitchell / Menti, alcaloidi e turbolenze
La pubblicazione quasi parallela di due importanti volumi – molto lontani tra
loro nel tempo e nella concezione – sulle sostanze psicoattive ci permette di
confrontare, in una sorta di ideale e istruttivo quadro sinottico, un libro e un
autore classico posto alle origini della ricerca e dell’interesse intellettuale
ed esistenziale per le esperienze “allucinogene” e un testo ormai crepuscolare e
recentissimo che enuncia la crisi e la possibile stagnazione di un mito ridotto
a una moda: il cosiddetto rinascimento psichedelico. Il primo è un testo del
1956 – segue quindi di soli due anni Le porte della percezione, il saggio in cui
Aldous Huxley dischiuderà per la prima volta alla cultura di massa occidentale
la via dell’esplorazione psichedelica – ad opera di Henri Michaux (1899-1984),
scrittore poeta e pittore belga vicino al surrealismo.
Gli eventi mentali scatenati dalla mescalina, alcaloide presente in cactus
americani come il peyote o il San Pedro, già sperimentata da Huxley, vengono
scandagliati da Michaux, attraverso scritti e disegni, in cinque libri
pubblicati nel corso di dieci anni, tra il 1956 e il 1966: anni determinanti
durante i quali inizia, fermenta e infine esplode il fenomeno massificato della
cultura psichedelica (L’esperienza psichedelica di Timothy Leary e Ralph
Metzner, testo base ispirato al Libro tibetano dei morti, esce nel 1963;
Revolver, la svolta lisergica e avanguardistica dei Beatles, nel 1966…). In essi
l’artista francofono passa dal tono decisamente antimescalinico, opposto a
quello abitualmente apologetico ed entusiasta dei primi psiconauti (Huxley
compreso), testimoniato anche dal titolo del primo libro – un miracolo si, ma
miserabile – a prospettive successive assai meno critiche e disfattiste
(interessante comparare questo primo testo con due dei più tardi tradotti anche
in italiano: Miserabile miracolo/L’infinito turbolento, Feltrinelli 1967 e
Conoscenza dagli abissi, Quodlibet 2006).
Le esperienze mescaliniche (ma in due viaggi userà anche hascisc e LSD) per
Michaux non sono piacevoli, non tanto veri e propri bad trip, ma disvelamenti
dissolutivi dell’io percepiti non come estatici, oceanici e liberatori, ma
caotici, traumaticamente frenetici ed anarchici, che lo lasciano preda di
un’irrequietezza incontrollata e soprattutto futile: “Sono io, la mia droga, che
essa mi sottrae” – chioserà. Il modello fenomenologico del Miserabile miracolo,
teso a resistere al flusso psichico inarrestabile, a distaccarsi per quanto
possibile da esso, per poterne dare una accettabilmente lucida testimonianza,
cederà progressivamente il passo (come nei quattro testi seguenti e nell’Addenda
aggiunta al libro fra il 1968 e il 1971) a un abbandono e una resa
incondizionata alla sostanza che permetterà finalmente un’apertura mistica quasi
teofanica, seppur laica, come si evidenzia in questo straordinario passo tratto
da L’infinito turbolento (libro che speriamo Quodlibet voglia presto
ripubblicare: l’edizione Feltrinelli del 1967 è praticamente introvabile, chi
scrive ne conserva gelosamente una copia…): «Ho visto le migliaia di dei. Ho
ricevuto il dono stupefacente. A me senza fede (senza sapere la fede che potevo
forse avere), essi sono apparsi. Erano lì, presenti, più presenti di qualsiasi
cosa od essere abbia io mai guardato. Era impossibile, lo sapevo bene, eppure.
Eppure essi erano lì, schierati a centinaia, gli uni appresso agli altri (ma
migliaia d’altri appena percettibili seguivano, ben più che migliaia,
un’infinità). Erano lì. quelle persone calme, nobili, tenute sospese nell’aria
da una levitazione che pareva naturale, leggerissimamente mobili o piuttosto
animati, ma sul posto. Loro, le persone divine, e io, soli, al cospetto. Immerso
in una specie di riconoscenza, appartenevo loro. Ma insomma, qualcuno potrà
dirmi, che credevo? Rispondo: Che bisogno avevo di credere, visto che erano
lì?».
La scrittura di Michaux è sempre sostanziale e lirica, una cronaca minuziosa
dell’alterazione in equilibrio fra metafisico e scientifico, infimo e sublime,
infernale e paradisiaco: pertiene ancora ad una fase esplorativa ed epica della
ricerca psichedelica. Niente a che vedere con l’altro testo, a noi
contemporaneo, di cui parleremo, Dieci trip di Andy Mitchell, frutto di un’altra
epoca e di un diverso spirito in cui l’epica ormai è definitivamente tramontata
e non resta spazio forse, anche per la materia psichedelica, che per l’elegia.
Elegia per un mondo scomparso e remoto, avvilito anche nella mutata
fenomenologia della fruizione e perfino nella percezione dell’esperienza
psichedelica. Dopo l’epica dell’esplorazione dei primi psiconauti, dopo la
diffusione popolare e gli eccessi eleusini massificati della Summer of Love e
del Flower Power, dopo la repressione, la stasi e il proibizionismo
pluridecennale, il presunto Rinascimento psichedelico si riduce alla fine a un
ristretto numero di resort di pretesa guarigione psichica e/o spirituale –
ottenuta attraverso l’uso terapeutico e rituale di “piante magiche” – catena di
franchising composta da dispendiose “cliniche private” riservate a élite
danarose e annoiate, dislocate suggestivamente in luoghi esotici ed esclusivi e
gestite da ipotetici sciamani, da “sagge” tribù aborigene o da sedicenti e
scombinati guru: un contesto paradossale e ridicolo in equilibrio fra il ritiro
spirituale per educande, la palestra di fitness, il centro meditativo new age e
il documentario antropologico farlocco, che Andy Mitchell si propone di
esplorare in dieci tappe, scivolando dal sarcasmo al disincanto, fra ayahuasca,
yagè, funghi psilocibinici e succhi velenosi di rospo messicano.
Un effetto di ritorno del colonialismo, in cui gli “indigeni”, improvvisati
stregoni o pretesi depositari di arcaiche tradizioni sapienziali, si vendicano
dell’“uomo bianco”, inguaribile turista metafisico, facendogli sborsare fior di
quattrini per ingurgitare vomitevoli intrugli e tossiche muffe nel corso di
pittoreschi rituali sciamanici da western hollywoodiano. Alla fine, ognuno trova
quello che vuole trovare più che quello che davvero cerca, e molto spesso, come
nel caso del disilluso e assai britannico protagonista – reduce da amare
esperienze giovanili di dipendenza da alcool e oppiacei e da un tentativo
fallito di entrare in monastero – non trova proprio nulla se non nausea e
confusione mentale. Non siamo troppo lontani, pur nelle differenze abissali del
contesto, dalla diffidenza antiallucinogena del primo Michaux. Ma anche Mitchell
arriverà, come il suo illustre predecessore, a conclusioni non dissimili e ad
una critica più equilibrata del fenomeno psichedelico, quando giunto all’epilogo
del suo tortuoso percorso scrive: «…il punto di un’esperienza psichedelica è
assaporare tutta la tua vita in un modo che non pensavi possibile: la storia
incredibile, terrificante, emozionante di come sei nato, dei genitori che hai
ereditato, della forma che ha assunto il tu che sei in tutti quei diversi
setting – i primi anni di formazione, la prima delusione amorosa, la prima volta
che hai assunto delle droghe, la nascita di tua figlia e così via per il resto
della vita fino all’ora della morte – scoprendo il filo che lega tutte le
decisioni e i casi, il groviglio di pregiudizio, ignoranza, rimpianto,
beatitudine che in qualche modo ti tiene insieme. Quella è la terapia: gli
psichedelici ti mostrano che sei il filo intrecciato al labirinto del Minotauro,
sei la scia di briciole nel bosco. In altri termini, tu stesso sei il modo di
trovare la via di casa».
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