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Venezuela: l’importanza delle risorse naturali in un contesto di ‘disputa’ globale e di una economia del terrore
L’aggressione commessa dagli Stati Uniti è l’ennesima dimostrazione della morte prolungata del diritto internazionale, ma sopratutto l’evidenza di come la Carta delle Nazioni Unite sia solo carta straccia per la potenza egemonica in declino, gli USA. Al centro dell’attacco al Venezuela e della cattura di Nicolas Maduro ci sono il controllo strategico delle più grandi riserve di idrocarburi al mondo e di immense risorse naturali presenti nell’Orinoco. L’analisi geopolitica va fatto su diversi fronti: l’interno, il regionale ed il globale. Passando al fronte interno non è per niente affatto una questione di difesa dei valori di libertà e democrazia l’aggressione. Non è neanche un tema di equilibri politici tra la maggioranza e l’opposizione. Le dichiarazioni di Trump su Machado, subito dopo la cattura di Maduro, dimostrano come lo stesso governo statunitense non abbia fiducia nella figura di Machado (altro che premio Nobel per la Pace, dovrebbe essere stata condannata per incitazione costante all’uso della violenza. Del resto sia lei che la pseudo opposizione sono espressione della destra più violenta e antiquata del Venezuela). Dal punto di vista regionale, le condanne del Messico, Colombia, Brasile e Cile confermano che per lo meno le socialdemocrazie progressiste latinoamericane hanno avuto il coraggio di prendere posizione di fronte a tale aggressione, ben sapendo d’essere – sia il Messico che la Colombia ed il Brasile – nel mirino di Trump: il Cile con la vittoria di Kast è già passato all’estrema destra. La sfida sulle risorse del Venezuela mette dunque in evidenzia la competizione tra i BRICS+ e gli USA. Del resto il Venezuela ha fatto richiesta di aderire ai Brics già alla fine del 2024, ma il veto del Brasile lo impedì. Nonostante tutto il Venezuela è d’interesse strategico sia per la Cina che per la Russia. Tale aggressione è un altro tassello della sfida globale. Un’altra guerra che riflette la la lotta per l’egemonica globale. Ed é effettivamente sul fronte globale dove va concentrata l’analisi per capire ancora meglio il perché di tale aggressione. Come detto in precedenza, siamo di fronte ad una serie di guerre in diversi continenti che evidenziano la scontro tra Cina ( e i BRICS+) e gli Stati Uniti. D’altronde l’aver aumentato le spese militari, fino a portarle al 5% del Pil – come nel caso dell’UE nel 2030 -, vuol dire che siamo di fronte a una vera e propria Economia del Terrore che cerca la sua crescita attraverso la guerra per l’accaparramento delle risorse naturali, in un momento storico in cui la rivoluzione tecnologica ha sempre più bisogno dei cosiddetti minerali rari e – della gestione di quelle ultime – risorse di idrocarburi che possono dare ancora vita e forza – almeno per i prossimi 100 anni – a chi li possiede. Ma a quest’analisi bisogna aggiungere almeno altri due elementi. In primis il parallelismo tra le azioni politiche di questo secondo governo Trump e le azioni pre seconda guerra mondiale della Germania nazista. Entrambi i governi hanno evidenziato la necessità dello spazio vitale per l’accaparramento delle risorse naturali ed il ripudio verso qualsiasi forma di diritto internazionale. Alla fine, per entrambi, invadere per interessi propri giustifica qualsiasi azione politica e militare. In secondo luogo – ritornando al motivo dell’aggressione al Venezuela e alla cattura di Maduro – resta il sospetto di un’azione con il consenso dell’establishment venezuelano. Delcy Rodriguez, Padrino y Diosdado Cabello sono apparsi tranquilli e con la situazione sotto controllo nonostante abbiano catturato Maduro senza un solo sparo o opposizione dell’esercito. La real politik alla fine si manifesta sino agli estremi e forse, data l’impossibilità di un rovesciamento politico da parte degli Stati Uniti, in accordo con l’establishment venezuelano per togliere di mezzo Maduro e continuare con il progetto politico chavista (magari un pó più light) ha permesso questo scenario. Ma in definitiva, la violazione della sovranità di un paese sovrano e la violazione a ciò che resta del diritto internazionale (che è morto senza dubbio con il genocidio di Gaza) sono gli elementi che in questo momento storico particolare mettono il mondo di fronte a un futuro incerto, in cui la guerra sarà purtroppo il leitmotiv dell’economia. Il XXI secolo, come già da noi affermato nel 2016 nel libro Siglo XXI la economía del terror: América Latina, Oriente Medio y Mediterráneo en un mundo en crisi, è senz’ombra di dubbio, il secolo dell’Economia del Terrore. * DIRECTOR PRESSO INSTITUTO DE CIENCIAS SOCIALES Y HUMANIDADES “ALFONSO VÉLEZ PLIEGO”, ICSYH Redazione Italia
La trasformazione della solidarietà in terrorismo
La repressione del movimento pro Palestina e contro il genocidio a Gaza cresce in tutta Europa. Nel Regno Unito, nel giugno scorso, l’associazione Palestine Action è stata definita terroristica e messa al bando e, nei mesi successivi, gli arrestati per solidarietà nei confronti dei suoi attivisti sono arrivati quasi a 2000. Non diversa è la situazione negli Stati Uniti e negli altri Paesi dell’Unione Europea, a cominciare dalla Germania e dall’Olanda. È in questo contesto che si collocano, in Italia, diverse iniziative di segno analogo, che si affiancano a pesanti interventi nel corso di manifestazioni e cortei. Tra quelle di carattere legislativo spiccano i progetti di legge di diversa provenienza che prevedono l’adozione, a tutti gli effetti, della controversa definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (è il caso del progetto di legge n. 1722/Senato, d’iniziativa del sen. Delrio e altri) o addirittura criminalizzano le “manifestazioni di antisionismo” e la “negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele” (è il caso del progetto di legge n. 1627/S d’iniziativa del senatore Gasparri). Sul piano amministrativo c’è, tra le manifestazioni più recenti, il decreto di espulsione dell’imam di San Salvario di Torino Mohamed Shahin a seguito di una controversa dichiarazione sulla natura terroristica o “di resistenza” dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre, e, dunque, di un supposto reato di opinione, peraltro ritenuto penalmente irrilevante dalla Procura torinese. Mancava, a parte alcune vicende minori, un’iniziativa di carattere giudiziario che, puntualmente, è intervenuta nei giorni scorsi, con l’ordinanza del 26 dicembre del giudice per le indagini preliminari di Genova, che ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere a Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad, responsabile dell’Associazione benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, e ad altri otto attivisti, a cui è stato contestato il reato di cui all’articolo 270 bis codice penale “per avere finanziato l’associazione terroristica Hamas […] consapevolmente contribuendo all’attività dell’organizzazione terroristica, sia nella componente civile che in quella militare, anche provvedendo al sostentamento dei famigliari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici, così rafforzando l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo”. Il finanziamento sarebbe avvenuto – secondo il capo di imputazione – attraverso una rete di organizzazioni aventi sede in Italia e in Turchia e avendo come beneficiarie “associazioni con sede in Gaza, nei Territori Palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”, per un importo complessivo, dal 18 ottobre 2001 ad oggi, di poco più di 7 milioni di euro (per una media di 300mila euro all’anno). Questa la struttura dell’imputazione che desta gravi perplessità e lascia intravedere nel sottostante procedimento – al di là di eventuali (e tutte da dimostrare) responsabilità individuali per fatti specifici – una ulteriore iniziativa diretta, nei fatti, a contrastare la mobilitazione in favore della Palestina in quanto tale. Diversi sono gli elementi che depongono in questo senso. Il primo dato sconcertante è l’iter del procedimento. I fatti presi in esame si collocano nel periodo compreso tra il 2001 e oggi ma le indagini nei confronti di Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad risalgono addirittura, al 1991 quando la Digos di Genova inoltrò alla Procura della Repubblica una informativa sui suoi contatti con Hamas (che muoveva allora i primi passi). Orbene in tutti questi 35 anni l’attività di Hannoun e dei suoi collaboratori è rimasta sostanzialmente inalterata ed è consistita nella raccolta di denaro a beneficio della resistenza del popolo palestinese, come scritto nella denominazione della società che la coordinava e come pubblicamente dichiarato in ogni occasione. Tale attività, da sempre sotto i riflettori e scandagliata in tutti i suoi aspetti, è stata ripetutamente valutata dall’autorità giudiziaria che per ben due volte (nel 2006 e nel 2010) l’ha ritenuta priva di rilievo penale sottolineando, tra l’altro, l’assoluta ovvietà della frequentazione, “da parte di militanti della causa palestinese”, di “esponenti di quello che è il più importante gruppo palestinese”. I comportamenti degli attuali imputati – a quanto emerge dalla stessa ordinanza cautelare – sono rimasti immutati negli anni successivi e la destinazione del denaro raccolto all’aiuto alla popolazione palestinese ha trovato ulteriori conferme: nonostante anni di intercettazioni e ingenti acquisizioni documentali, non sono emerse prove di finalizzazione dei fondi al finanziamento di specifici atti terroristici, mentre la modesta entità delle somme raccolte e inviate a Gaza e nei Territori occupati (300mila euro ogni anno, come si è detto) nonché la mancanza di coperture per occultarle sembra escludere in positivo un finanziamento del terrorismo (che, come l’esperienza, anche giudiziaria, insegna, si avvale di ben altre risorse e di metodi sofisticati e criptati). Né il quadro è modificato da alcune delle circostanze riferite nell’ordinanza: -i rapporti con Hamas di alcune realtà beneficiarie degli aiuti, come rilevato in passato dai giudici genovesi, sono – qualunque sia il giudizio politico ed etico su Hamas (che, almeno per me, è ampiamente negativo) – un fatto inevitabile, ieri come oggi, dato il controllo esercitato dal movimento sull’intera striscia di Gaza (addirittura in forma di governo, dopo le elezioni del 2006); -una connotazione terroristica di tali realtà è priva di riscontri all’infuori delle attestazioni delle autorità israeliane, a cui non può certo essere riservato un particolare credito, se è vero che tale qualificazione è da esse attribuita anche alle agenzie dell’Onu e alle Ong operanti sul territorio, a cominciare da Medici Senza Frontiere; -il rinvenimento di rilevanti somme in contanti nelle sedi delle associazioni facenti capo a Hannoun non è una scelta ma una necessità, avendo gli istituti bancari di riferimento, dalla fine 2023, disposto la chiusura dei relativi conti correnti a seguito delle pressioni di Israele e degli Stati Uniti (secondo una pratica diffusa che ha toccato persino la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese); -le modalità di introduzione del denaro nella Striscia di Gaza (occultato tra altre merci) non sono particolarmente significative essendo ampiamente giustificate dalla finalità di impedirne il blocco o il sequestro da parte dell’esercito israeliano; -l’aiuto a famiglie di attivisti (e magari anche di terroristi) deceduti o detenuti, lungi dall’essere di per sé un favoreggiamento del terrorismo, è una delle attività più tipiche, ove quelle famiglie versino in stato di bisogno, dell’assistenza e della solidarietà internazionale. Tutto questo dimostra un dato fondamentale: ciò che oggi è cambiato non è l’attività delle associazioni coordinate da Hannoun ma la valutazione dei giudici. E tale ribaltamento di valutazioni dipende dal clima politico-culturale che si è determinato a seguito delle posizioni assunte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, dall’affermarsi della forza sul diritto e dai venti di guerra che soffiano sempre più forti. L’esistenza di questo clima e l’adesione acritica al pensiero unico dominante sono, del resto esplicite nell’ordinanza cautelare fin dal capo di imputazione, dove le organizzazioni beneficiarie degli aiuti sono ritenute terroristiche non già sulla base di specifici accertamenti ma in quanto – come già si è detto – “dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”. Questa subalternità all’impostazione israeliana percorre, poi, l’intera ordinanza: la ricostruzione della storia, del ruolo e della struttura di Hamas, effettuata nella sua parte iniziale, è condotta senza alcun rigore storico e in modo asettico, quasi in vitro, come se non si collocasse all’interno di un conflitto nel quale il popolo palestinese è vittima di un genocidio e gli atti di terrorismo intervenuti (ripetuti e gravi) sono ascrivibili, oltre che ad Hamas, ai responsabili dello Stato di Israele (come risulta non da opinabili valutazioni politiche ma dalle decisioni delle più elevate autorità giudiziarie internazionali, come la Corte penale Internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia e la Commissione Internazionale Indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati. Ma, soprattutto, gli indizi di colpevolezza a carico di Hannoun e dei suoi coimputati sono in larga misura tratti dalla documentazione trasmessa da autorità amministrative e dall’esercito israeliano, documentazione rispetto alla quale il problema non è la possibilità tecnica di acquisizione (su cui inutilmente si sofferma l’ordinanza) ma la credibilità, siccome provenienti da autorità che si sono spinte sino negare i bombardamenti su scuole e ospedali e l’emergenza alimentare e sanitaria in atto a Gaza e a vietare l’accesso nei territori della stampa e degli osservatori dell’Onu. Una documentazione – merita aggiungere – di cui la stessa Procura di Genova, nel 2010, aveva sottolineato «la difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione […] in quanto spesso raccolta nel corso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento». Evidente, alla luce di quanto precede, che il procedimento genovese e le sue modalità, a prescindere – lo si ripete – da eventuali responsabilità soggettive per fatti specifici, rappresentano un’ulteriore escalation nella strategia in atto, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente, di creazione del nemico islamico, di criminalizzazione del dissenso e di abbattimento del sistema delle garanzie dello Stato di diritto. C’è di che essere preoccupati e di che riflettere aumentando la vigilanza democratica.   *LIVIO PEPINO, GIÀ MAGISTRATO E PRESIDENTE DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA, È ATTUALMENTE PRESIDENTE DI VOLERE LA LUNA E DEL CONTROSSERVATORIO VALSUSA Redazione Italia
300 pagine dell’ordinanza-Hannoun: “ma davvero la legge è uguale per tutte e tutti?”
Dopo aver letto tutte le 300 pagine dell’ordinanza con la quale è stata applicata la misura cautelare della custodia in carcere a Mohammad Hannoun e ad altri indagati, mi sono chiesto da avvocato e militante politico: ma davvero la legge è uguale per tutte e tutti? Purtroppo, anche in questo caso, devo rispondermi amaramente di NO! Lo scrivo perché gran parte dell’impianto accusatorio su cui si fonda l’ordinanza tanto sbandierata dal governo italiano, è rappresentata da documenti acquisiti dall’esercito israeliano durante operazioni militari, da relazioni dei servizi israeliani e da informative provenienti sempre dalle autorità israeliane. Chiarisco subito che la mia non è un’opinione, ma che faccio fedelmente riferimento a quanto testualmente scritto nell’ordinanza, a partire da pagina dieci, in punto di valutazione degli elementi d’indagine acquisiti e riportati nella richiesta di applicazione della misura cautelare da parte dell’Ufficio della Procura. Per essere più chiaro e semplice possibile, specifico che è stata considerata una ricostruzione dei fatti pienamente attendibile quella contenuta nella documentazione inviata da Israele per trasmetterci gli esiti di indagini condotte, senza alcuna garanzia procedimentale, da parte di un apparato repressivo che non risponde a nessuno dei requisiti in termini di garanzie democratiche richiesti dal nostro ordinamento, e che negli anni ha detenuto illegalmente centinaia di persone innocenti, che ha montato centinaia di falsi processi, che ha utilizzato lo strumento degli omicidi mirati fuori dai suoi confini nazionali e che ha estorto con la tortura centinaia di false testimonianze. Sostanzialmente, è stato permesso agli organi repressivi di uno stato genocida di svolgere un’indagine per conto del nostro paese, a cui è stato commissionata di fatto l’esecuzione di un’ordinanza cautelare. Non mi soffermo ulteriormente sulle argomentazioni, che non condivido assolutamente, utilizzate per giustificare ai sensi dell’art. 234 c.p.p. che regola l’acquisizione di documenti nel corso di un procedimento penale, l’acritico utilizzo di un impianto accusatorio integralmente formato all’estero come se fosse una semplice documentazione, per non tediare chi mi legge con poco comprensibili tecnicismi e perché auguro ai miei colleghi di smontare quelli che per me sono veri e propri strafalcioni giuridici . Aggiungo però alle mie considerazioni che nell’ordinanza non viene mai fornita la benché minima prova dell’utilizzo di fondi raccolti in Italia per operazioni belliche o di terrorismo, perché probabilmente non è mai accaduto, ma soprattutto perché gli indagati non vengono arrestati per questo.   > IL TEOREMA ACCUSATORIO COMMISSIONATO DA ISRAELE È INFATTI BEN PIÙ > SCONCERTANTE! > >   Come incredibilmente ammesso testualmente nell’ordinanza, viene considerata attività di fiancheggiamento a un’associazione terroristica qualsiasi azione di sostegno o aiuto per la popolazione palestinese che passi da realtà associative che, secondo le relazioni dei servizi segreti israeliani, a Gaza sono riconducibili ad Hamas o che si presume siano vicine o abbiano semplicemente avuto relazioni con Hamas. Pensate che per la prospettazione accusatoria fatta propria nell’ordinanza, anche il sostegno agli orfani diventa sostegno a un’associazione terroristica se fatto tramite un’associazione umanitaria che secondo le autorità israeliane a Gaza ha relazioni con Hamas. In sintesi, coltivo il profondo timore che il grande sostegno popolare, sollevatosi in tutto il mondo, dinnanzi alle atrocità subite dal popolo palestinese, sia ormai bersaglio di criminalizzazione e che anche fare parte di un’associazione pacifica – guardate cosa accade in Gran Bretagna con centinaia di arresti alle manifestazioni e con i sostenitori di Palestine Action rinchiusi in carcere e in sciopero della fame – possa un giorno diventare una scelta rischiosa. Non mi nascondo e voglio dire chiaramente che considero l’ordinanza che ho letto un atto incompatibile con le nostre garanzie costituzionali, contro il quale i primi a protestare dovrebbero essere i sinceri democratici o i liberali garantisti che difendono i principi e i diritti universalmente riconosciuti. Evidentemente, però, questo accade solo per noi occidentali perché, se a subire sono gli altri popoli, un governo criminale e sanguinario che massacra donne e bambini riceve tutti gli onori e le protezioni internazionali da parte della grande maggioranza delle principali potenze mondiali. Io non sottoscriverei mai tutto quello che ho ascoltato e letto da Mohammad Hannoun, molte delle sue opinioni non le condivido, ma è proprio vero che la legge non è un uguale per tutti! si veda, ad esempio, il caso-inglese, per antonomasia la patria del sistema dell’alternanza, ma per effetto del quale meccanismo elettorale – il tanto decantato sistema maggioritario puro a collegi bloccati -, ha dato vita a lunghi periodi   una sorta di “democrazia bloccata sul polo conservatore, pur registrandosi una maggioranza reale di orientamento laburista. Tra l’altro proprio il caso-inglese esplicita in modo inequivocabile che la questione della “governabilità” non può essere direttamente connessa con la risoluzione formale della crisi dei sistemi economico-istituzionali delle democrazie occidentali: Inghilterra è stato il paese europeo che ha goduto di un lungo periodo stabilità; l’era thatcheriana si è contraddistinta per l’aver assicu-rato ai sudditi della Corona la governabilità del Paese. Eppure, nonostante la governabilità, il sistema economico inglese è, forse quello che nell’ambito comunitario soffre più di ogni altro della crisi in atto, più di quello italiano stesso”.   Redazione Italia
Viva Askatasuna!
Una volta chiamavano Torino la città dell’automobile. Se la definizione era sbrigativa, è pur vero che il settore dell’automotive non solo ha rappresentato storicamente una componente importante dell’occupazione, ma è stato, come dire, un tratto del DNA della città quanto a Genova il know how marittimo-portuale. Dubito però che Genova, se le chiudessero il porto, se ne starebbe zitta e tranquilla. A Torino il buon Elkann e soci chiudono il settore automotive e Torino non brucia, anzi si barcamena, s’attacca alle smentite di Stellantis, sembra non avere il coraggio di accettare la realtà. Non contento, il buon Elkann vende il quotidiano “La Stampa”, giornalisti inclusi nel pacchetto, come fossero carne di porco o fazzoletti Tempo. Dimostrando quanta stima avesse il padrone per i suoi servi ubbidienti che poche settimane prima erano stati esaltati come custodi della libertà di stampa, colonne della democrazia, dopo che un gruppo di studenti un po’ vivaci aveva osato buttare all’aria un po’ di carte posate sulle loro scrivanie. Hanno buttato all’aria delle carte, non hanno dato fuoco al palazzo. A rivederla, questa sequenza, ha del grottesco. Elkann chiude il settore automotive. Non succede nulla. Ragazzi buttano all’aria delle carte nella redazione di un giornale. Apriti cielo! interviene anche Mattarella. Elkann pochi giorni dopo vende quel giornale, una testata che fa parte dell’identità di Torino. Non succede ancora nulla, sì i giornalisti fanno gli offesi (“Come, a noi colonne della democrazia, questa partaccia, sig. Elkann!”) in sostanza tutti zitti, perché è vero che si vende, ma a un amico della Meloni. Qualche giorno dopo dei ragazzi vengono trovati a dormire nel centro sociale Askatasuna. Dormivano, non stavano confezionando ordigni esplosivi. E succede il finimondo, il Ministro dell’Interno scatena le sue truppe, il sindaco con fare solenne indossa la fascia tricolore e dichiara che quei ragazzi non sono più cittadini rispettabili. E quando mai lo sono stati, quando mai lo hanno voluto essere! Un ricordo personale. Il tema è la Torino-Lione e il movimento di rivolta nella Val di Susa. Una tema che fa parte dell’identità di Askatasuna. Siamo al volgere del secolo, da più di un anno mi hanno inserito in un comitato di esperti che deve tracciare al Ministero le linee guida del nuovo Piano dei Trasporti e della Logistica. Tutto il trasporto merci è di mia competenza, autostrade del mare, trasporto intermodale su rotaia, come si fa a ridurre l’impatto del traffico di camion sulle strade ecc.. Per questo la Torino-Lione non serve, i colleghi che sono responsabili dei problemi infrastrutturali, ambientali, regolativi, sono d’accordo. Diremo diplomaticamente che “non è una priorità”. Il nostro documento va al CIPE, in Parlamento passa con voto bipartisan, ma poco dopo ci sono le elezioni, Berlusconi rivince e il nostro bel Piano finisce nel cestino. Passo dal Ministero alle FS, consulente dell’AD di Trenitalia, e lì ho informazioni di prima mano su come stanno le cose nel traffico merci su ferrovia. Tra tutti i diversi (sono cinque) valichi alpini su rotaia il Fréjus sembra il meno importante rispetto al Gottardo, al Brennero, a Tarvisio e financo Opicina. Prima di lavorare per Trenitalia però mi capita di andare a Torino, per un evento di associazioni d’imprenditori. Ricordo che avevo Pininfarina (buonanima) in prima fila seduto accanto a Virano (buonanima), che è stato per decenni il principale promotore della Torino-Lione. Io faccio il mio ragionamento, la Torino-Lione non serve. E spiego perché. In economia dei trasporti – che io non ho mai studiato ma che mi è stata insegnata dai lavoratori – le caratteristiche del traffico dipendono dalla composizione merceologica dell’interscambio tra due paesi. Tra Francia e Italia c’era molta merce di massa (cereali per esempio), soprattutto in import. Le merci di massa si trasportano su carri particolari ma fanno parte ancora di un’epoca fordista, il trasporto merci del futuro sarà sempre più intermodale (container, casse mobili, semirimorchi) per portare componenti, semilavorati, beni di consumo. Un traffico che ha spedizioni molto più frequenti, dunque il carico sulla linea aumenta. Sul Gottardo, sul Brennero, stava già diventando l’unico traffico, dunque era sotto gli occhi di tutti la tendenza del mercato. È vero che la linea ferroviaria del Fréjus era quasi satura, ma la sua crescita era gestibile, non era necessario fare una nuova linea, con lunghe gallerie e tempi lunghissimi di realizzazione. Se il governo italiano avesse dovuto scegliere quali investimenti erano più urgenti, avrebbe dovuto investire sul Gottardo, sul Brennero, tanto più che Svizzera ed Austria, ben consapevoli dell’evoluzione del mercato, ci sollecitavano a farlo. Mentre ai francesi non importava gran che e nemmeno adesso, dopo vent’anni, hanno fretta di fare la Torno-Lione. Ero andato anche a Parigi, accompagnato da un alto funzionario del CNEL, per capire come la pensavano. Ci ricevettero al Senato nel Jardin du Luxembourg e li trovammo piuttosto freddi. Dissi queste cose e vidi gli sguardi allibiti di Pininfarina e di Virano, ma ero pur sempre un consulente del Ministero, inghiottirono in silenzio, anzi, Pininfarina mi ringraziò per averli informati su come la pensavano a Roma (magari subito dopo avranno telefonato al Ministro, era Bersani se non sbaglio, “ma che razza di consulente si è preso”?). Passai poco dopo alle FS e lì mi convinsi ancor più di avere ragione. Divenni amico addirittura della funzionaria che aveva la responsabilità della circolazione sulla linea del Fréjus, coi suoi dati di prima mano sbaragliavo qualunque avversario. Come vicepresidente dell’Associazione Italiana di Logistica (per pochi mesi) avevo fatto amicizia coi colleghi tedeschi, erano allora i leader mondiali, mi nominarono socio onorario della loro Associazione. Potevo parlare con il direttore del traffico merci della Deutsche Bahn, coi manager dei più potenti spedizionieri europei, Schenker, Kühne&Nagel, DSV. A quei livelli si decide il mercato, chi li frequenta non ha bisogno di grandi studi. La forza del consulente vero – poi ci sono i faccendieri, ma è un altro discorso – sono le informazioni riservate. Così mi convinsi che la battaglia degli abitanti della Val di Susa era una battaglia sacrosanta, per impedire un’opera inutile o, nel migliore dei casi, non prioritaria. Invece le lobby del cemento, gli sventra-montagne, hanno vinto una volta ancora e il potenziamento del Gottardo e del Brennero lo hanno dovuto fare gli svizzeri e gli austriaci, con gli italiani assenti o a rimorchio. In Val di Susa questo nostro paese ha rischiato la guerra civile per imporre un’opera inutile e oggi minaccia d’infliggere anni e anni di carcere a chi ha combattuto una battaglia giusta. Per questo gridiamo “Viva Askatasuna”! Ci sono andato una volta sola a parlare di lotte nella logistica e mi dispiace. Era il tempo del Covid e ci passò davanti un corteo di No Vax, uscimmo per vederli passare, ci fischiarono, un esaltato mi venne quasi addosso, “traditori!”. Tanto per non farmi mancare nulla. Quando penso alla storia della Torino-Lione mi coglie una tristezza infinita. Gli avversari di allora avevano un’altra statura rispetto alle mezze calzette di oggi. Penso alle merducole di Stellantis, che mettono sul lastrico migliaia di famiglie e si beccano i bonus. Al loro confronto Pininfarina sembra un gigante.   Redazione Italia
Politica contro Scienza
È indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro?_ La Politica contro la Scienza? Non mi sarei mai immaginato di scrivere un articolo come questo, io che ho iniziato la maturazione politica nel 1968 denunciando l’uso della Scienza da parte del capitale. Allora si trattava di demistificare la «neutralità» della scienza, mostrando come la scienza fosse spesso usata e a volte diretta in funzione delle scelte politiche della classe dominante. Un esempio inoppugnabile dell’alleanza fra Capitale e Stato nell’uso della scienza fu il Progetto Manhattan realizzato dagli Stati Uniti fra il 1942 e il 1946 con l’appoggio della Gran Bretagna e il Canada. Il progetto riunì eminenti fisici e rappresentanti dell’industria bellica americana per produrre l’arma finale, la bomba atomica. Il potere politico ed economico hanno sempre influito sulle scelte strategiche della scienza, indirizzando la ricerca scientifica ai loro fini attraverso politiche di ricerca e finanziamenti mirati. Negli ultimi decenni, la scienza accademica, nei paesi detti occidentali, è riuscita a ottenere una certa autonomia, purché fosse all’interno delle scelte politiche strategiche degli Stati. Con lo sviluppo accelerato delle tecnologie, la scienza applicata ha preso il sopravvento nei piani nazionali di ricerca. C’è bisogno assoluto di una collaborazione stretta fra scienza fondamentale e scienza applicata, particolarmente nei campi della ricerca energetica e biologica. Tuttavia le scelte politiche dei paesi industrializzati, convinti che la tecnologia sia il motore di progresso economico e di profitti a breve termine per le aziende, hanno sbilanciato quest’equilibrio verso la ricerca applicata. Lo hanno fatto attraverso la definizione delle priorità strategiche, l’allocazione di fondi pubblici e la creazione di partenariati fra ricerca accademica e aziende private, a profitto di quest’ultime. Gli Stati Uniti, usciti indenni dal secondo conflitto mondiale, grazie alla loro ricchezza e al loro statuto di superpotenza, sono stati il paese che ha assicurato il più forte sviluppo della ricerca scientifica, seppure con attenzione privilegiata allo sviluppo tecnologico (Research and Developpement). Benché il fine di questi investimenti sia il profitto privato, i governi degli Stati Uniti avevano capito il valore strategico della ricerca accademica e avevano finora assicurato una larga autonomia alle sue istituzioni. È proprio da questo paese, gli Stati Uniti, che, sotto la presidenza Trump, la politica ha scatenato un’offensiva senza precedenti contro la scienza. Nel luglio di quest’anno, il Dipartimento dell’Energia ha pubblicato un rapporto che rimette in causa gli effetti nefasti del cambiamento climatico, in aperta contraddizione con il rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (GIEC), il più autorevole organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Lo scopo è di invertire la politica federale attuale, basata sul riconoscimento che il riscaldamento per effetto serra rappresenta una minaccia per il benessere pubblico e così permettere il rilancio dell’industria delle energie fossili. Trump aveva già firmato il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima pochi giorni dopo il suo insediamento alla presidenza e si appresta a tagliare i fondi alla National Oceanic and Atmospheric Administration, l’Agenzia Federale che si occupa delle previsioni meteorologiche, del monitoraggio del cambiamento climatico e dello studio del mare. Il suo Segretario alla Salute, Robert Kennedy Jr., ha annunciato il licenziamento di 10.000 persone impiegate nelle principali istituzioni di ricerca degli Stati Uniti, il National Institutes of Health, la Food and Drug Administration, e il Center for Disease Control and Prevention. A giugno Kennedy aveva licenziato tutti gli esperti della Commissione di consulenza sulle pratiche di immunizzazione. Ha in seguito cancellato il finanziamento di ventidue progetti vaccinali basati sulla tecnologia dell’acido ribonucleico messaggero (mRNA), bloccando di fatto lo sviluppo di questa tecnologia, considerata uno dei maggiori progressi nella ricerca vaccinale. La tecnologia del mRNA infatti permette una produzione rapida e adattabile all’evoluzione del patogeno, cruciale in caso di nuove pandemie. È stato valutato che i vaccini mRNA hanno salvato milioni di vite durante la pandemia di Covid. Kennedy Jr., sostenuto da Trump, vuole invece dirigere la ricerca scientifica sui presunti legami fra vaccini e autismo, non confermati dagli studi scientifici. I tagli complessivi dei fondi per la ricerca fondamentale previsti dall’amministrazione Trump vanno dal 34% al 50%. La National Science Foundation, nota per sostenere una ricerca fondamentale relativamente indipendente, si vedrà tagliare il budget del 56%. I criteri per decidere la riduzione di finanziamenti, la soppressione di agenzie di ricerca e di programmi scientifici non hanno nulla a che vedere con la scienza. Sono basati sulla volontà presidenziale di farla finita con i programmi che da lontano o da vicino siano in rapporto con i cosidetti « DEI » (Diversità, Equità, Inclusione). Per ritrovare nella storia esempi comparabili di un tentativo di asservimento della scienza all’ideologia, bisogna risalire all’Unione Sovietica di Stalin degli anni ’30-50 del secolo scorso. Secondo una dichiarazione del Comitato Centrale del Partito comunista nel 1950 la purezza delle dottrine marxiste-leniniste doveva essere difesa in tutti i campi della cultura e della scienza. In quell’epoca tutte le ricerche in cosmologia erano state bloccate, in quanto la teoria dell’espansione dell’Universo era considerata idealista e reazionaria. Peggio, la crociata contro la genetica mendeliana e l’evoluzionismo darwiniano (che ricorda la crociata attuale di Kennedy contro i vaccini), costò il lavoro e la libertà a migliaia di genetisti sovietici e a molti di loro la vita. Le teorie e le applicazioni del genetista ufficiale del regime, Trofim Denisovič Lysenko, causarono conseguenze disastrose per l’agricoltura sovietica, contribuendo all’insorgenza di carestie fatali per milioni di persone. Tuttavia la guerra dichiarata dall’amministrazione Trump alla scienza ha caratteri diversi dai tentativi storici del suo utilizzo per fini politici. Non solo perché la distorsione della scienza durante il periodo stalinista obbediva a ragioni ideologiche, mentre la crociata di Kennedy contro i vaccini deriva solo dalle sue opinioni cospirazioniste. Non è solo l’asservimento della scienza che cercano Trump e il Trumpismo. È un attacco contro il sapere scientifico nel suo insieme. Il vicepresidente degli Stati Uniti, James David Vance l’ha detto chiaramente: «Le università sono il nemico» e l’amministrazione Trump ha tagliato i fondi destinati all’insegnamento e alla ricerca nelle università americane. Il nemico sono il sapere e il metodo scientifico, perché essi si basano non su illazioni ma su fatti. Il metodo scientifico è fondato sull’osservazione, sulla conduzione di esperimenti e sull’analisi dei dati ottenuti. Le ipotesi iniziali sono così sottomesse a verifica per formulare conclusioni affidabili. L’obiettivo delle campagne attuali contro il sapere è di seminare il dubbio. Mettere in discussione l’obiettività della scienza permette di proporre altre fonti di conoscenza e ciò è consono alla nuova era informatica che ha cambiato profondamente i processi d’informazione. Le nuove fonti di conoscenza, estranee non solo al mondo accademico, ma anche ai settori classici dell’informazione, giornali, riviste, libri e canali televisivi pubblici, sono costituite dalle reti sociali. Alla validazione dei risultati da parte della comunità scientifica, attraverso l’esame di esperti indipendenti (peer review), si sostituisce il parere soggettivo, la notizia, lo scoop. Esempi che sarebbero ridicoli, se non avessero causato drammatiche conseguenze, sono i suggerimenti di Trump, durante il suo primo mandato, di usare come rimedi contro il Covid iniezioni di varechina, o ancora farmaci di cui l’efficacia era dubbia o inesistente, come l’idrossiclorochina o l’antiparassitario ivermectina. Le più sfacciate controverità sono state affermate senza scrupoli, come l’asserzione del rapporto del Dipartimento dell’Energia che «il riscaldamento atmosferico porta un beneficio netto per l’agricoltura americana». Conclusioni contrarie a quelle del rapporto del GIEC, secondo cui il cambiamento climatico ha ridotto la produttività agricola negli Stati Uniti del 12,5 % rispetto al 1961. D’altra parte non è lo stesso presidente degli Stati Uniti, che, davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, ha definito il riscaldamento climatico come «il più grande imbroglio giammai perpretato al mondo («the greatest con job ever perpetrated on the world»)? Le campagne lobbistiche sostenute dei grandi gruppi privati e il dubbio portato sull’oggettività della ricerca scientifica tendono a sostituire a una ricerca volta al servizio di tutti una pseudo-ricerca al servizio di pochi privati. I movimenti anti-Vax durante la pandemia di Covid-19 negli Stati Uniti e in Europa hanno costituito un test a grande scala della capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso le reti da parte di cospirazionisti e cialtroni che si spacciavano come esperti. L’interesse politico dei movimenti anti-Vax non è passato inosservato alle formazioni di estrema destra negli Stati Uniti e in paesi d’Europa, come l’Italia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e anche la Francia, che si sono impossessate dei contenuti anti-scienza di queste campagne. All’attivismo anti-Vax si sono gradualmente sovrapposti  gli attacchi contro altre tematiche sociali invise all’estrema destra: interruzione volontaria di gravidanza, suicidio assistito, educazione sessuale nelle scuole, per non parlare della violenta campagna anti LGBT+. Discreditare la scienza e speculare sulle differenze di opinioni fra scientifici (differenze normali, dato che la scienza è un processo verso la conoscenza e non una fede dogmatica) per sollevare dubbi sulla loro validità permette al potere, sia esso incarnato dallo Stato o proprio dei grandi gruppi privati, di introdurre e consolidare nuove «verità», consone ai loro interessi. La politica energetica dell’amministrazione Trump avrà gravi conseguenze per la popolazione mondiale, favorendo lo sviluppo delle energie fossili e aggravando i problemi, già critici, legati al cambiamento climatico. La campagna anti-vaccini danneggerà innanzitutto la popolazione degli Stati Uniti. La diminuzione della copertura vaccinale contro il morbillo sta già facendo sentire i suoi effetti, con un picco epidemico in Texas. Gli effetti deleteri non si limiteranno tuttavia agli Stati Uniti. Lo smantellamento del CDC e l’indebolimento della sorveglianza sull’epidemia di Influenza aviaria fra i bovini e altri mammiferi domestici ostacolerà la prevenzione di una possibile pandemia e metterà a rischio l’intera popolazione mondiale (vedi ahidaonline.com). La soppressione dell’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), creata nel 1961 da John Kennedy, ha causato la chiusura di migliaia di programmi umanitari nel mondo. Tra le conseguenze più gravi, la prevenzione e la cura dell’AIDS e i programmi di aiuto contro la fame e la violenza nei paesi poveri sono stati brutalmente interrotti e migliaia di persone stanno già morendo. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite, più di sei milioni di persone sono a rischio di morte nei prossimi quattro anni. Contro questa marea dilagante di disinformazione e di mistificazione non è sufficiente curvare la schiena e resistere. Sono necessarie campagne di controinformazione, che invadano le reti sociali e tutti i gli altri mezzi di comunicazione, è indispensabile un’accelerazione della democratizzazione dell’informazione scientifica, per cui gli scienziati siano capaci di spiegare i contenuti e le prospettive delle loro ricerche, attraverso un’azione capillare diretta al largo pubblico. Nelle scuole si sta armando la guerra contro il sapere per modificare e falsificare i contenuti dell’insegnamento. È in questo ambito che la difesa della verità scientifica, storica e civile deve essere più strenua. Le nuove generazioni si stanno confrontando ovunque con i problemi esistenziali ed etici legati alle politiche autoritarie e inique condotte dai governi in ogni parte del globo e particolarmente negli Stati Uniti. Troveremo la capacità e i mezzi per parlar loro? *RINGRAZIO GIUSEPPE BERTONI PER LA RILETTURA E I SUGGERIMENTI Redazione Italia