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La perturbazione Trump in Venezuela – di Massimo De Angelis
Evento-soglia L’intervento militare di Trump in Venezuela non è un episodio isolato né una semplice mossa geopolitica avventata. È un evento-soglia, una rottura che rende visibile ciò che da tempo opera sotto traccia: una ricalibrazione profonda delle pulsazioni del comando nella fase di crisi egemonica globale. Per comprenderla non basta appellarsi al lessico consueto [...]
Comprendere il Venezuela
Articoli di Stefano Agnoletto, Geraldina Colotti, Confederazione Sindacale Internazionale, redazione blog La Casualità del Moto, Mario Sommella, Gianni Tognoni e Laura Greco. La Bottega dedica un nuovo dossier a quanto sta accadendo il Venezuela. Come già accaduto finora, non sempre troverete pareri concordi sul governo bolivariano, sulla figura di Maduro e su tanti altri aspetti della crisi, ma, a differenza
Venezuela: lo “stato di shock esterno” tra casematte e sovranità
Riportiamo un ampio stralcio dell’articolo  comparso ieri sul sito di  Effimera  sulla situazione attuale in Venezuela, a firma di Geraldina Colotti, direttora di Le Monde Diplomatique, attualmente a Caracas L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, il 3 gennaio 2026, culminato nel sequestro di Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, ha proiettato la rivoluzione bolivariana al centro della scena mondiale. Un’aggressione che, oltre alla capitale Caracas, ha colpito gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira, ha provocato un centinaio di vittime fra militari e civili (fra cui 32 cubani e cubane), e ha distrutto varie infrastrutture e case. Il luogo dove si trovavano Maduro e Flores, il Fuerte Tiuna, un complesso civico-militare simile a un piccolo distretto urbano, che copre un’area di circa 15 chilometri quadrati, ospita infatti anche numerosi edifici di case popolari, del programma Gran Misión Vivienda Venezuela. Si è trattato di un attacco asimmetrico di proporzioni gigantesche, in cui sono state impiegate contemporaneamente 150 aeronavi, che ha scatenato una impressionante potenza di fuoco e una vera e propria tempesta magnetica, mediante l’impiego di una tecnologia di ultimissima generazione, definita “impressionante” dagli esperti. Una gigantesca operazione di polizia globale che ha infranto tutti i codici del diritto. Nonostante la situazione eccezionale, il paese non è però in stato d’assedio. Non c’è l’État de siège, non ci sono i carri armati per le strade, non ci sono stati saccheggi e rivolte, la vita produttiva è ripresa a un ritmo quasi normale.  Il decreto che ha istituito lo “stato di shock esterno”, dichiarato in base alla Costituzione, è la legalizzazione della resistenza. Si basa sulla dottrina della Guerra popolare prolungata. Autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas, territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto, e quello dei “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie. Ogni territorio, ogni comuna, è una unità di difesa “integrale”, giacché la legge riconosce che la sovranità non è solo garantita dai soldati di professione, ma dalla “fusione” tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana (Fanb). Il decreto venezuelano cita esplicitamente il Diritto alla legittima difesa, sancito dalla Carta delle Nazioni unite. Lo “stato di shock esterno” si basa sul fatto che il sequestro di un capo di Stato, che gode di immunità come la deputata Flores, così come i bombardamenti a un paese pacifico e sovrano, sono atti di guerra che giustificano una risposta immediata e proporzionata. Il decreto non è quindi solo una misura di sicurezza, ma il quadro giuridico che permette alle “casematte” bolivariane di operare legalmente come organi di difesa della nazione, e di portare le proprie istanze a livello internazionale. D’altro canto, la nozione di sicurezza, in Venezuela – mettere risorse per i diritti basici e non per la repressione -, è molto lontana da quella, che in Europa, dagli anni ’70 a oggi ha attinto a logiche securitarie, che criminalizzano il conflitto, e che, facendo tristemente scuola, si sono estese ad altre parti del pianeta: confluendo, per esempio, nella “legislazione del nemico” applicata prima contro la guerriglia, e poi contro tutta l’opposizione politica di sinistra in Perù. Il ministro degli Interni, giustizia e pace, Diosdado Cabello, da tempo ha fatto dipingere i veicoli della sicurezza con slogan e colori che invitano alla partecipazione collettiva. “Noi siamo così: con una mano ci diamo un abbraccio, con l’altra reggiamo il fucile”, aveva detto il capitano per spiegare il clima di festa che vigeva nel paese fino alla vigilia dell’attacco statunitense. Il giorno prima, il presidente aveva girato di notte per le strade guidando l’auto mentre si faceva intervistare dal giornalista Ignacio Ramonet. E anche in queste ore drammatiche in cui il paese discute a fondo, ma senza cadere nei dubbi e nelle congetture, quel che fa premio è la volontà collettiva di andare avanti. Il presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, ha annunciato la liberazione di un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri: una “decisione unilaterale – ha detto – per consolidare la pace e la convivenza”. In un incontro per chiedere la solidarietà internazionale dei movimenti, il giovane deputato Nicolas Maduro Guerra, figlio del presidente, musicista e economista di scuola marxista, ha raccontato che nella residenza provvisoria del presidente “che aveva una semplice porta di legno e non una blindata”, c’era ancora, miracolosamente intatto, il bicchiere con il succo di frutta che stava bevendo quando le truppe speciali Usa l’hanno fatta saltare e hanno ferito lui e Cilia Flores. Quest’ultima, pur non richiesta dagli Usa, ha fatto di tutto per essere portata via con il suo compagno di vita e di lotta. Entrambi, comparsi in una prima udienza davanti a un tribunale Usa hanno rifiutato il patteggiamento, e si sono dichiarati “prigionieri di guerra”. Barry Joel Pollack, ex avvocato del fondatore del sito Wikileaks, e Mark Donnelly, altro penalista sperimentato, difendono rispettivamente il presidente e la “prima combattente” Cilia Flores. E già hanno fatto cadere una prima accusa, quella secondo cui Maduro sarebbe a capo del fantomatico Cartello dei Soli. La prossima udienza è fissata per il 17 marzo. Indignata, ma composta e massiccia è stata la reazione popolare, che prosegue ogni giorno. Prima sono scese in piazza le donne, poi le realtà di autogoverno delle comunas, poi gli operai e le operaie, i lavoratori e le lavoratrici delle istituzioni nazionali, ora tocca alla gioventù. E si continua a oltranza con le quotidiane marce di sostegno al governo, alla cui guida c’è ora la vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodriguez: come presidenta incaricata e non a interim, perché l’assenza del presidente viene considerata solo temporanea.  Sia nella capitale che nelle altre città del Venezuela si ripetono gli incontri pubblici e le tribune a microfono aperto, in una dialettica permanente fra potere costituente e potere costituito, che si rinnova da quasi 27 anni. È questa, infatti, la cifra principale del “processo bolivariano”, che si rivendica, appunto, come “processo”, in base alla pedagogia libertaria di Simon Rodriguez, maestro di Bolivar: “o inventamos o erramos”, o inventiamo o falliamo. Non solo un invito alla creatività, ma un imperativo categorico a non copiare servilmente i modelli europei o nordamericani, attingendo invece alla propria storia di resistenza secolare al colonialismo e al neocolonialismo. “Non vogliamo, certamente, che il socialismo in America sia calco e copia. Deve essere creazione eroica. Dobbiamo dare vita, con la nostra propria realtà, nel nostro proprio linguaggio, al socialismo indo-americano”, scriverà un secolo dopo il marxista peruviano José Carlos Mariátegui, la cui lezione è oggi la bussola del socialismo bolivariano. Un blocco sociale composito, che ha saputo attrarre e organizzare figure diverse, unendo territori distinti in una prospettiva inedita ma fortemente radicata nella storia delle rivoluzioni: dai “dannati della terra” ai contadini, dagli operai agli studenti, dagli indigeni e afrodiscendenti agli intellettuali, dalla piccola borghesia agli ufficiali educati alla “guerra di tutto il popolo”. Una direzione gramsciana, che scommette di “depotenziare dall’interno lo stato borghese”, assumendo una tensione permanente fra conflitto e consenso. Contraddizioni, debolezze, azzardi e ritorni indietro vanno compresi in questo senso. Parlare di “laboratorio bolivariano” non è una suggestione, ma un esperimento concreto di iper-modernità e storia “insurgente”, che offre molti spunti, in termini di azione e reazione, persino ad altre latitudini. Uno su tutti la domanda su quali siano gli spazi possibili, nel sistema globale – concentrato, securitario e verticistico -, per un’alternativa strutturale che porti al governo, se non al potere, un blocco sociale anticapitalista, antimperialista e antipatriarcale. […]   Geraldina Colotti
Venezuela e Stati Uniti, “Quando è troppo è troppo!”
In meno di dodici ore dal rapimento del capo di Stato venezuelano Nicolas Maduro da parte del governo americano guidato da Trump si sono mobilitate oltre cento città sparse per gli Stati Uniti;  nella giornata di domenica 4 gennaio, altre quaranta si sono unite alle proteste. Sono da poco tornata da un presidio molto partecipato di fronte al Metropolitan Detention Center a Brooklyn, dove hanno rinchiuso Maduro. L’appuntamento era per le 11. All’inizio si è tenuto un breve comizio, più di rito e per la folta stampa presente che per altro – non ci sono quasi parole per esprimere il disgusto verso la vergognosa aggressione al popolo venezuelano e l’ardire delle menzogne che si ostinano a propinarci. Poco dopo ha preso forma un picchetto in fila indiana che girava su se stesso; il cerchio si allungava di minuto in minuto accogliendo sempre più partecipanti. Sui cartelli c’era scritto: “Hand off Venezuela” “No Blood for Oil” “US out of the Caribbean” e tutti insieme ripetevamo gli slogan classici della protesta come “No boots, no bombs! Venezuela isn’t yours”, con qualche new entry come “USA out of everywhere” o “We Ask for Justice, You Say How. Free Maduro Right Now”. Molti erano giovani, ma non mancavano anziani ed esponenti della comunità venezuelana-caraibica con cartelli a sostegno del loro presidente imprigionato. La giornata di protesta degli americani è ancora lunga. Per domenica pomeriggio era stata annunciata una convocazione di massa, a cittadini/e e lavoratori, per partecipare a un webinar d’emergenza. L’incontro, a cui hanno aderito studiosi, sindacalisti e molti altri relatori, si è concluso annunciando l’intenzione di promuovere uno sciopero generale perché “quando è troppo è troppo!” Ci sono già date papabili. Attendiamo fiduciosi di saperne di più. Nessuno pare credere alla teoria ufficiale del presidente narcotrafficante. Il Venezuela è uno tra i Paesi più ricchi al mondo: possiede giacimenti di petrolio da far impallidire l’Arabia Saudita, miniere d’oro e pure terre rare. Perché dovrebbe darsi al narcotraffico? E questa potrebbe essere la punta dell’iceberg. A molti di noi, me inclusa, il Venezuela sembra essere saltato fuori dal cappello del mago l’altro ieri; in realtà da oltre vent’anni il Paese è in un processo di emancipazione e recupero di democrazia – la migliore, quella partecipativa – dopo quasi un secolo di dominazione coloniale fedele alla dottrina Monroe imposta dagli USA. Chi, senza andare a cercare su Google, si ricorda della protesta di “Caracazo”, sedata nel sangue nel 1989 (più di 3.000 persone uccise) dall’allora Presidente Carlos Andrés Pérez? Questo è il tipo di governo che piace agli States di Trump, il quale, nella sua sfacciataggine, da una parte pretende che noi popolino crediamo alla bugia della droga, dall’altra ha inviato un chiaro messaggio-minaccia ai Paesi nei dintorni: “Il dominio americano dell’emisfero occidentale non verrà mai più messo in discussione.” Chi sarà il prossimo? Come spiega un professore al webinar, l’avviso è diretto alla Colombia, al Messico e al Brasile… E non è finita. O perché sei uno studioso e capisci dove puntano le mosse del governo, o perché non arrivi più a fine mese (e qui non c’è la pensione dei genitori che ti aiuta), comunque sia, ti è sempre più chiaro che qualcosa di molto potente ti sta inesorabilmente schiacciando. Il signor Trump, che ha incentrato buona parte della sua campagna elettorale sulla parola “pace”, oggi probabilmente, tra una partita di golf e l’altra, se la ride di aver gabbato i suoi elettori. Fomenta conflitti in giro per il mondo (in un solo anno ha bombardato direttamente lo Yemen, l’Iraq, la Siria, la Nigeria, la Somalia, l’Iran, il Venezuela e indirettamente la Palestina e la Russia); al contempo in patria ha dato avvio a una spietata guerra contro i migranti, i lavoratori e l’intero popolo americano, che da qualche giorno, insieme al caro vita, deve affrontare la spesa triplicata dell’assicurazione sanitaria causata dal taglio di un trilione di dollari imposto dal governo all’ObamaCare. Questo, si sa già, costerà la vita a migliaia di persone che si vedranno costrette a rinunciare alle cure mediche. Negli ambulatori, lo dico per esperienza, ancora prima di salutarti la segretaria ti chiede se possiedi un’assicurazione, poi ne controlla la categoria e finalmente ti sorride. Per inciso Maduro l’hanno rinchiuso nello stesso carcere dove è detenuto Luigi Mangione. Vi dice qualcosa questo nome? È il giovane che ha ucciso l’Amministratore Delegato di una delle principali compagnie di assicurazioni mediche e ora rischia la condanna a morte. Più volte l’ho sentito definire un “eroe”. È il clima di rabbia e frustrazione, sempre più palpabile, che fa esprimere così malamente, dalla pancia; al contrario, per bloccare la deriva dello strapotere delle élite, bisogna rispondere con intelligenza e civiltà, soprattutto unendoci. Solidarietà al popolo venezuelano e a tutti i popoli sotto embargo.         Marina Serina
World Peace Council: “Ferma condanna dell’attacco criminale USA a Caracas”
Riportiamo il comunicato stampa del World Peace Council (WPC) sul criminale attacco militare USA a Caracas. Già in passato il WPC si è espresso contro le ingerenze imperialiste USA sul Venezuela Bolivariano. Il World Peace Council (WPC) esprime con la massima fermezza la sua condanna per il criminale attacco aereo e l’invasione dell’esercito statunitense nella capitale del Venezuela, in quanto violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese. Il dispiegamento della Marina statunitense nel Mar dei Caraibi, durato settimane, le minacce e le rivendicazioni sulle ricchezze naturali del Paese si sono intensificate oggi in un’operazione “in stile gangster” che ha portato alla brutale interferenza e alla cattura criminale del presidente Nicolas Maduro e di sua moglie da parte delle forze statunitensi. Questo sequestro rappresenta l’esecuzione di un violento cambio di regime per il quale gli Stati Uniti sono ben noti nel corso della loro storia. È l’applicazione della reazionaria “Dottrina Monroe” degli Stati Uniti, che considera l’America Latina come il proprio cortile di casa. Il WPC respinge e denuncia alle forze pacifiche del mondo questa flagrante violazione di ogni senso del Diritto Internazionale da parte dell’imperialismo statunitense. Invitiamo i nostri membri e amici a mobilitarsi contro questa aggressione ed esprimere solidarietà al popolo venezuelano, che è l’unico a decidere del proprio destino e delle proprie ricchezze senza interferenze, minacce e aggressioni straniere. Chiediamo il ritiro dell’esercito statunitense dalla regione! Abbasso l’imperialismo! Lunga vita alla lotta dei popoli! La Segreteria del WPC – 3 gennaio 2026 Fonte: https://www.wpc-in.org/statements/statement-wpc-about-criminal-attack-usa- against-venezuela Traduzione a cura del Comitato Contro La Guerra Milano Redazione Italia
Il Venezuela bolivariano resiste
La rivoluzione bolivariana è sotto attacco e, dopo la brutale e criminale aggressione subita ieri, 3 gennaio 2026, organizza la resistenza e rilancia la mobilitazione. La ricostruzione sintetica della criminale aggressione statunitense, che non solo ha lanciato un bombardamento ad ampia scala contro strutture e infrastrutture civili e militari nel Paese, in primo luogo nella capitale, Caracas, ma anche nei territori di Miranda, Aragua, La Guaira, ma ha addirittura portato a un crimine inaudito, il sequestro manu militari di un capo di stato costituzionale, legittimamente eletto, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, insieme con la consorte, Cilia Flores, è stata illustrata dalla vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez. La vicepresidente, infatti, oltre a denunciare l’aggressione militare “senza precedenti” degli Stati Uniti e il sequestro illegale del Presidente e della consorte, ha presieduto, nel pomeriggio di ieri a Caracas, la riunione del Consiglio Nazionale di Difesa e ha ribadito che nella Repubblica Bolivariana del Venezuela “c’è un solo presidente, e il suo nome è Nicolás Maduro Moros”. La rivoluzione dunque resiste.  Quella che è avvenuta alle prime ore del 3 gennaio è stata un’aggressione militare su ampia scala finalizzata alla realizzazione di un colpo di stato, e, attraverso il rapimento del presidente legittimo, alla realizzazione di un cambio di governo violento nel Paese. Le parole di Delcy Rodríguez (“il vero obiettivo dell’aggressione è un cambio di regime in Venezuela per consentire agli Stati Uniti di impadronirsi delle risorse energetiche, minerarie e naturali del Paese”) hanno trovato peraltro conferma nelle parole, criminali e inaudite, con le quali il presidente statunitense ha illustrato in conferenza stampa i dettagli dell’aggressione: “governeremo il Paese e faremo intervenire le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture e inizieranno a fare soldi”. Una chiarezza criminale: cade la maschera dei presunti diritti umani violati, del presunto narcotraffico, del presunto autoritarismo (solo pretesti utili, nel tempo della post-verità, per costruire una “cornice narrativa legittimante”), e si annuncia la vera posta in gioco: un governo fantoccio, un quisling, da cercare di imporre dall’esterno, con la violenza, in Venezuela, per porre fine al processo rivoluzionario, bolivariano e socialista, e per impossessarsi delle formidabili risorse del Paese.  Secondo l’Opec (Bollettino annuale 2025), il Venezuela possiede 303 miliardi di barili di riserve di petrolio accertate, pari al 17.5% del totale mondiale; 5.5 trilioni di metri cubi di gas naturale; e ancora enormi giacimenti auriferi e di coltan nell’Arco Minero, il bacino minerario dell’Orinoco. Quanto alla “menzogna storica” del narcotraffico, il Rapporto mondiale sulle droghe 2025 dell’Onu conferma che il Venezuela è “territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili”, e solo una frazione marginale, pari a circa il 5% della droga colombiana, transita attraverso il territorio della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Sono dati e fatti citati a più riprese, sistematicamente occultati dalla stampa mainstream, ma che, torniamo a dire, nell’epoca della post-verità e della scomparsa dei fatti, è davvero opportuno e necessario ribadire.   Torniamo a Caracas. Alla riunione del Consiglio Nazionale di Difesa hanno partecipato tutte, nessuna esclusa, le massime autorità istituzionali, giudiziarie, civili e militari del Venezuela. Il comunicato letto e diffuso online del ministro della difesa e comandante strategico operazionale delle FANB, le Forze Armate Nazionali Bolivariane, conferma la solidità del sistema istituzionale del Venezuela a difesa del presidente legittimo e della rivoluzione bolivariana. Non sono state mostrate dalla stampa occidentale, ma le immagini mostrano che il popolo venezuelano è sceso in piazza, non solo a Caracas, a difesa della rivoluzione e delle sue conquiste. Nella riunione del Consiglio Nazionale di Difesa è stato confermato lo stato di mobilitazione, conseguente al fatto che il Venezuela è sotto attacco, la piena attivazione della unione civico-militare, base, sin dai tempi di Chavez, della “difesa integrale” del Paese, e la scelta della soluzione politica. Come ha ricordato infatti Delcy Rodríguez, “il presidente Nicolas Maduro, solo due giorni fa, pubblicamente, in un’intervista televisiva, ha ribadito la volontà del governo di mantenere il dialogo per affrontare un’agenda costruttiva”, stabilendo “canali di comunicazione diplomatici, politici e istituzionali” basati sul benessere di entrambe le nazioni, sulla cooperazione, sul rispetto reciproco e del diritto internazionale. Ma non è questo evidentemente, come dichiarato peraltro dallo stesso presidente statunitense, ciò che interessa agli Stati Uniti.  Intanto la Camera Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia ha ordinato che la stessa Delcy Rodríguez, in qualità di vicepresidente esecutiva, assuma ed eserciti, come facente funzioni, “tutti i poteri, i doveri e le facoltà inerenti alla carica di Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, al fine di garantire la continuità amministrativa e la difesa integrale della nazione”, in base a quanto previsto dalla Costituzione bolivariana, con specifico riferimento agli articoli 234 e 239, al fine di “determinare il quadro giuridico applicabile per garantire la continuità dello Stato e la difesa del Paese”. La rivoluzione, dunque, resiste.  Di fronte a un’aggressione, quella degli Stati Uniti, che fa carta straccia di tutto, Carta delle Nazioni Unite e norme e principi di giustizia e di diritto internazionale, è necessario attivarsi a difesa delle istituzioni e del popolo della Repubblica Bolivariana del Venezuela. In maniera, questa volta, ancora più chiara che in altri casi, difendere il Venezuela non è solo difendere l’intera America Latina, zona di pace, ma è anche difendere noi stessi. Se il potente di turno può arrivare, solo perché lo decide e lo impone con la forza e la prepotenza, a scatenare una guerra, bombardare un Paese, e sequestrarne le autorità, siamo davvero, tutti e tutte, in pericolo.  Riferimenti: Vicepresidenta de Venezuela: «Aquí hay un solo presidente, y se llama Nicolás Maduro», TeleSur, 03.01.2026: https://www.telesurtv.net/delcy-venezuela-presidente-nicolas-maduro TSJ ordena que vicepresidenta Delcy Rodríguez asuma como encargada la Presidencia de la República de Venezuela, TeleSur, 03.01.2026: https://www.telesurtv.net/tsj-delcy-rodriguez-presidencia-venezuela Venezuela, i riflessi della crisi, RaiNews, 03.01.2025: https://www.rainews.it/tgr/campania/video/2026/01/presidio-corteo-venezuela-napoli-bc59915d-014b-4f1c-b0f4-0ac88832fdc0.html Trump: “Opereranno le nostre compagnie petrolifere, inizieranno a fare soldi per il Venezuela”, RaiNews, 03.01.2025: https://www.rainews.it/maratona/2026/01/l-attacco-usa-trump-catturati-maduro-e-la-moglie-portati-fuori-dal-venezuela-ce695ed8-dae6-4286-b624-b0362b77f336.html  Maria Elèna Uzzo, Propaganda e aggressione militare: Venezuela sotto attacco degli Usa, l’obiettivo sono le risorse del sottosuolo, Futura Società, 09.12.2025: https://futurasocieta.org/internazionale/propaganda-e-aggressione-militare-venezuela-sotto-attacco-degli-usa-lobiettivo-sono-le-risorse-del-sottosuolo Immagine: Foto Profilo Facebook Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba (@associazione.italiacuba).  Gianmarco Pisa
Venezuela, il saccheggio di Citgo è un’aggressione economica USA contro il popolo venezuelano
Il Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha annunciato che farà appello a tutti gli organismi internazionali esistenti affinché denuncino il grave crimine internazionale confessato da Donald Trump, ovvero l’attacco a una petroliera nel Mar dei Caraibi, e ha annunciato che difenderà con assoluta determinazione la sua sovranità, le sue risorse naturali e la sua dignità nazionale. In una dichiarazione ufficiale, il Ministero degli Esteri ha condannato fermamente quello che costituisce un furto palese e un atto di pirateria internazionale, annunciato pubblicamente dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Non è la prima volta che lo ammette; durante la sua campagna del 2024, ha dichiarato apertamente che il suo obiettivo è sempre stato quello di mantenere il petrolio venezuelano senza pagare alcun compenso in cambio, chiarendo che la politica di aggressione contro il nostro Paese fa parte di un piano deliberato per saccheggiare le nostre risorse energetiche” – si legge nel testo – “Questo nuovo atto criminale si aggiunge al furto di Citgo, un bene importante del patrimonio strategico di tutti i venezuelani, sequestrato attraverso meccanismi giudiziari fraudolenti e al di fuori di ogni norma”. Citgo è Per sua iniziativa, tra il 2007 e il 2010, lo Stato venezuelano ha destinato 1 milione di dollari ogni anno, per mezzo dell’impresa Citgo, filiale di Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa), per appoggiare lo sviluppo dei progetti sociali nel Bronx. L’organizzazione PetroBronx è stata incaricata di mettere in atto 30 progetti rivolti alle scuole, alle cooperative alimentari e di pulizia del fiume Bronx. Invitato dal deputato democratico statunitense José Serrano, il Comandante Hugo Chávez aveva visitato il Bronx nel settembre 2005, quando ha partecipato alla 60esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Onu). In quell’occasione, Chavez invitò i giovani del quartiere a lottare e a non considerarsi «vinti perché poveri». Tra il 2005 e il 2013, quasi 2 milioni di nordamericani hanno usufruito del programma di fornitura gratuita di combustibile rivolto alle famiglie bisognose. Questo programma, sviluppato con la organizzazione statunitense Citizens Energy Corporation ha raggiunto gli abitanti di 25 stati della nazione nordamericana, compresi i membri di 240 comunità indigene e ha rifornito oltre 200 rifugi per indigenti. Un esempio di cooperazione umanitaria che il governo chavista fece in un territorio che gli è sempre stato ostile economicamente e politicamente, ma che fece grazie agli introiti di Citgo, impresa statale petrolifera venezuelana. I governi federali succedutisi in questi anni, mai hanno ringraziato il governo venezuelano che si è adoperato per sopperire ad una mancanza sistematica di piani sociali nella “più grande democrazia occidentale”, ripagandolo sempre con tentativi di regime-change, di golpe blando, di “rivoluzioni colorate“, di colpe di Stato fascisti ed aggressioni mercenarie, oltre che all’imponente bloqueo economico e commerciale arricchito di sanzioni ai funzionari bolivariani. Anzi, nel 2011, il governo USA ha imposto sanzioni all’impresa petrolifera di stato Pdvsa attraverso la Citgo, la società di raffinazione con sede negli Usa, controllata dalla compagnia venezuelana: per via delle relazioni tra Caracas e Tehran. E nel settembre dello stesso anno ha sanzionato tre funzionari dell’allora governo di Hugo Chavez, accusati di appoggiare la guerriglia marxista colombiana delle Farc. «La realtà è che vogliono il nostro petrolio», reagì  all’epoca il presidente venezuelano Nicolas Maduro. Nel maggio 2023, gli Stati Uniti decisero di mettere all’asta le azioni della società madre della raffineria Citgo Petroleum Corp, la PDV Holding, il principale bene all’estero della Repubblica Bolivariana. Un percorso che aprì la strada alla confisca dell’impresa da parte dei creditori, previ “negoziati” con coloro che gli Stati Uniti riconoscevano come “rappresentanti”: l’opposizione della destra venezuelana “Piattaforma Unitaria”, guidata dal golpista Juan Guaidó, a cui l’amministrazione nordamericana aveva consentito l’accesso ai fondi bloccati dalle misure coercitive unilaterali illegali imposte al Venezuela. Il Dipartimento del Tesoro Usa fino a quel momento aveva “protetto” Citgo dai creditori, ma per stringere di più il cappio alla Rivoluzione Bolivariana, entrò a gamba tesa sulla possibilità di un cambio di indirizzo prospettato dalla Conferenza Internazionale di Bogotá, che ha avuto per tema il Venezuela. Guaidó si recò alla conferenza in Colombia, senza essere invitato, e  venne accompagnato all’aeroporto per poi recarsi a Miami. Il suo obiettivo era quello di coordinare il furto dell’Impresa Citgo, formalizzato con la Licenza Generale 42, emessa dall’Ufficio di Controllo degli Attivi Stranieri (Ofac), che autorizza un settore dell’estrema destra venezuelana a disporre o ad accordare processi relativi ai debiti della Repubblica Bolivariana e dell’impresa statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa). Con documento datato 7 aprile 2023, l’amministrazione Biden consegnò tutti gli attivi dell’impresa Citgo, tutto il denaro del Venezuela all’estero, a un gruppo dell’opposizione di destra venezuelana appartenente a “Piattaforma Unitaria”, perché potessero venderli o negoziare. Washington ha compiuto uno dei saccheggi più grandi che si siano avuti contro qualunque paese al mondo e Biden pugnalò alle spalle la Conferenza di Bogotá. Ora il repubblicano Trump prosegue sulla linea del suo predecessore democratico Biden: gli USA vogliono il petrolio venezuelano. Ad esprimersi recentemente sulla vicenda di Citgo è stato Ramón Augusto Lobo Moreno deputato del PSUV, economista, professore e diplomatico venezuelano che ha ricoperto la carica di presidente della Banca centrale del Venezuela tra il 2017 e il 2018, di vicepresidente settoriale dell’Economia e Ministro del Potere Popolare per l’Economia e le Finanze (con responsabilità per l’Industria, il Commercio e il Commercio estero) durante il 2017; in seguito di diplomatico della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso il Regno dell’Arabia Saudita ed attualmente è deputato dell’Assemblea Nazionale per il distretto 1 dello Stato di Mérida. Ramón Augusto Lobo Moreno ha scritto: “La sentenza del tribunale del Delaware che autorizza la vendita forzata di CITGO a un fondo di investimento noto come vulture funds, per soli 5,9 miliardi di dollari, costituisce una prova inconfutabile del saccheggio in corso e dell’aggressione economica multiforme perpetrata dal governo degli Stati Uniti in alleanza con l’estrema destra venezuelana guidata da Juan Guaidó e María Corina Machado. Questo atto, compiuto contro un asset strategico del valore di circa 12 miliardi di dollari, trascende qualsiasi controversia commerciale, diventando un furto palese contro il patrimonio nazionale e contro il presente e il futuro di tutti i venezuelani. L’approvazione di una vendita – contro la volontà del suo legittimo proprietario – per una somma irrisoria è un attacco diretto con un chiaro obiettivo geopolitico: strangolare l’economia venezuelana, indebolire la capacità dello Stato e punire il popolo per aver difeso la propria sovranità. Ogni dollaro rubato a CITGO è un dollaro in meno per i programmi sociali, l’assistenza sanitaria, le infrastrutture, l’importazione di beni essenziali e il progresso verso un salario equo per i lavoratori. Questa espropriazione non può essere compresa separatamente dalla rete di misure coercitive unilaterali, sanzioni finanziarie e blocco petrolifero che, dal 2015, hanno cercato di distruggere la capacità produttiva di PDVSA e di impedire al Venezuela di esercitare la propria difesa legale a parità di condizioni. L’assedio contro CITGO fa parte di un’architettura di pressione economica progettata per derubare il Paese dei suoi asset strategici. La manovra di saccheggio è stata orchestrata attraverso la farsa del “governo ad interim” di Juan Guaidó, una finzione politica creata a Washington per prendere il controllo della nostra principale filiale all’estero. Agendo come un vero e proprio agente liquidatore, la Giunta ad Hoc – imposta dall’opposizione che mantiene artificialmente la validità dell’Assemblea Nazionale del 2015 – non solo non ha adempiuto al suo presunto mandato di proteggere i beni nazionali, ma ha anche costruito il quadro giuridico che ha permesso il furto. È stata questa struttura parallela ad approvare accordi e a nominare il finto “Procuratore Generale” Ignacio Hernández, responsabile di aver promosso la tesi che equiparava la Repubblica a PDVSA, consentendo così l’esecuzione dei debiti sovrani contro CITGO e violando l’immunità sovrana riconosciuta dal diritto internazionale. Le conseguenze di questa manipolazione legale sono state immediatamente evidenti nei tribunali. Queste decisioni sono state decisive nelle cause intentate da aziende come Crystallex e ConocoPhillips, originariamente estranee a CITGO, ma ammesse a partecipare grazie alla manipolazione legale promossa dalla struttura parallela. L’intero processo ha avuto l’esplicito sostegno dell’OFAC, che ha rilasciato licenze specifiche per consentire lo svolgimento dell’asta, confermando così il coordinamento diretto tra operatori politici di destra e agenzie governative statunitensi. Anche la gestione del Consiglio di Amministrazione ad hoc è stata caratterizzata da un’assoluta opacità finanziaria. Si stima che CITGO abbia generato oltre 25 miliardi di dollari in dividendi dal 2019, con una media annua di circa 4 miliardi di dollari. Tuttavia, il popolo venezuelano ignora la destinazione di queste risorse. Non esiste alcun rapporto pubblico, audit indipendente o dichiarazione trasparente che consenta di sapere come questi fondi siano stati gestiti, il che rappresenta un’ulteriore prova del fatto che l’obiettivo non è mai stato quello di difendere il patrimonio nazionale, ma piuttosto quello di aprire la strada alla sua graduale cessione. Il processo di vendita di CITGO costituisce un precedente estremamente pericoloso per tutte le nazioni del mondo. Se si consente che i beni strategici di uno Stato vengano confiscati attraverso artifici politici e manipolazioni giurisdizionali, qualsiasi Paese con beni all’estero sarà esposto a decisioni giudiziarie dettate da interessi geopolitici. Questo caso dimostra come l’arroganza del governo degli Stati Uniti possa essere sfruttata per violare la sovranità delle nazioni e ignorare i principi essenziali del diritto internazionale. Il Governo Bolivariano ha fermamente respinto questo atto di banditismo. Il Venezuela non riconoscerà questa espropriazione e attiverà tutte le vie legali internazionali per recuperare CITGO e chiedere conto penale e politico agli attori nazionali e stranieri che hanno partecipato a questo furto. Il popolo venezuelano non permetterà che l’assalto imperialista e i suoi agenti interni continuino a derubare la nazione del suo patrimonio.”   Ulteriori informazioni sulla querelle sul furto di Citgo da parte degli USA: > Gli USA si prende Citgo. Maduro: “È il furto del secolo”. Dov’è il diritto > internazionale? Lorenzo Poli