Trento dice no al CPR: un’intera città contro l’accordo Fugatti-PiantedosiQuando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito l’accordo appena
firmato con la Provincia autonoma di Trento «un modello da esportare in altre
realtà», forse non immaginava che, nel giro di qualche giorno, ci sarebbe stata
una risposta altrettanto compatta, ma nel segno opposto.
Dal vescovo Lauro Tisi al sindaco di Trento Franco Ianeselli, dagli enti del
terzo settore ai movimenti sociali, fino alle associazioni e alle parrocchie: la
prima reazione riportata dai media locali è stata quella di un no corale al
progetto di un Centro di permanenza per i rimpatri (CPR), previsto nella zona di
Maso Visintainer, a pochi passi dal quartiere di Piedicastello.
Il 24 ottobre 2025, nel palazzo della Provincia in piazza Dante, Piantedosi e
Fugatti hanno sottoscritto l’“Accordo di collaborazione per la realizzazione di
un CPR a Trento”. Il documento1 stabilisce che la Provincia “realizzi e finanzi
con proprie risorse il CPR senza alcun onere a carico del bilancio dello Stato“,
occupandosi di tutte le procedure amministrative ed edilizie. L’area individuata
è di circa 3.000 metri quadrati, lungo la Statale 12, in una fetta di terreno
stretta tra la tangenziale e l’A22 dove sorge un edificio abitato.
I costi preventivati per la costruzione della struttura detentiva ammontano a
oltre 1,5 milioni di euro. Il Ministero, invece, si legge sempre nell’accordo,
si impegna ad “assumere, all’attivazione del Centro, gli oneri per la
manutenzione ordinaria e straordinaria, nonché per la gestione» e a “riservare
due terzi dei posti disponibili per i migranti destinatari di un provvedimento
di espulsione rintracciati sul territorio trentino“. Fugatti, fino alla firma
del contratto, ha sempre indicato una capienza di 25 posti, ma nell’accordo non
vi è traccia di numeri. In cambio, Roma promette di “ridurre gradualmente il
numero dei migranti ospitati nella provincia di Trento fino alla metà di quelli
presenti attualmente” 2, mantenendo solo i nuclei con minori o con “concrete
prospettive di inserimento nel mercato del lavoro“.
Come spesso accade, si mercanteggia sulla pelle delle persone migranti il
consenso e la propaganda politica. In altre parole, la realizzazione del CPR
coincide con l’ulteriore diminuzione del sistema di accoglienza, che dal 2018 in
poi è stato progressivamente smantellato, sia per effetto del decreto sicurezza
di Salvini e del cosiddetto decreto Cutro, sia per la politica provinciale di
Fugatti. Un sistema che nel 2024 ha lasciato in strada almeno un migliaio di
persone che avevano fatto richiesta di asilo presso la Questura.
Piantedosi, nel comunicato ministeriale, ha poi presentato il progetto come “un
passo avanti nella sicurezza territoriale“, ricordando che nel 2025 in Trentino
“si sono registrate 61 espulsioni, e ogni trasferimento in un CPR fuori regione
richiede tre agenti per almeno tre giorni“.
Ovviamente il ministro si è ben guardato dal ricordare le ignobili condizioni in
cui versano i CPR, denunciate a più riprese anche dal Garante nazionale, prima
che questa figura fosse declassata e allineata all’ideologia del governo.
La sicurezza territoriale, ha replicato il Coordinamento regionale No CPR, non
passa di sicuro per la detenzione: «I CPR non hanno nulla a che vedere con la
sicurezza dei cittadini e delle cittadine: sono buchi neri dove il diritto
muore, e con esso la libertà e la dignità di tutte e tutti».
Per il Coordinamento, questi centri «rappresentano da oltre ventisette anni lo
stesso dispositivo di criminalizzazione e disumanizzazione delle persone prive
di permesso di soggiorno». E, riprendendo le parole del Forum di Salute Mentale,
sono «i manicomi del presente».
«Luoghi di sofferenza, isolamento e violenza. Luoghi che nessun governo è mai
riuscito a rendere trasparenti, dove la libertà può essere sospesa fino a 18
mesi senza processo e senza una tutela legale, per il semplice fatto di essere
stranieri, in attesa di un rimpatrio che il più delle volte non avviene».
Anche la Chiesa trentina ha scelto di esporsi. Il Vescovo Lauro Tisi ha
dichiarato di guardare «con preoccupazione a un progetto che rischia di
compromettere il senso stesso dell’accoglienza».
Per la Diocesi, i CPR «non sono soluzioni, ma luoghi di sofferenza, che riducono
l’essere umano a un problema amministrativo».
A questa posizione di contrarietà si sono aggiunte poi le critiche di altre
associazioni del territorio, tra cui Caritas e Centro Astalli, impegnate
nell’accoglienza dei richiedenti asilo. «Si investono soldi pubblici per
costruire gabbie, mentre mancano risorse per l’inclusione e per i servizi
sociali», ha scritto quest’ultima.
«Questo accordo è stato calato dall’alto, senza alcun coinvolgimento del
Comune», ha commentato il sindaco di Trento Franco Ianeselli, che non nasconde
la sua irritazione. La decisione di dimezzare i posti di accoglienza
straordinaria «porterà solo a un aumento della marginalità».
«In questo modo raddoppieranno i senzatetto in città», ha detto. «Le persone non
spariscono perché si riducono i posti: resteranno qui, ma senza un letto, senza
un servizio, senza una prospettiva. È un modo miope di affrontare una questione
che richiede politiche di integrazione, non di esclusione».
NÉ QUI, NÉ ALTROVE!
La prima iniziativa informativa, organizzata da AVS, si è svolta ieri sera a
Palazzo Geremia, in una sala Falconetto gremita. Un momento di riflessione
collettiva sul filo che unisce la memoria della chiusura dei manicomi alla
denuncia dei CPR, mettendo in luce il parallelo tra le logiche di contenzione e
medicalizzazione del passato e quelle tuttora presenti nei centri detentivi,
luoghi in cui la privazione della libertà viene accompagnata da un uso abnorme
di psicofarmaci e da condizioni lesive della salute mentale.
Per mercoledì 12 novembre alle ore 20 è prevista un’assemblea pubblica al Centro
Sociale Bruno, promossa dal Coordinamento regionale, per «costruire una
mobilitazione concreta contro la detenzione amministrativa».
Il Coordinamento, nato nel 2023 e sostenuto da oltre 35 realtà, punta a
contrastare la realizzazione del CPR e rilanciare un modello di accoglienza
diffusa, in totale discontinuità a quello esistente.
«Non vogliamo solo dire no al CPR di Trento», si legge nell’appello, «ma
chiedere la chiusura di tutti i CPR italiani e l’abolizione delle leggi che li
rendono possibili, a partire dalla Bossi-Fini e dai decreti sicurezza».
1. Scarica l’accordo di collaborazione ↩︎
2. Attualmente i posti disponibili nel sistema di accoglienza sono 730;
l’accordo prevede di ridurli a 350 ↩︎