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Quando Washington cercò di corrompere Cilia Flores nel 2020
In molti, nel vedere le immagine che ritraggono Cilia Flores, moglie di Nicolas maduro, strattonata dagli agenti della DEA, si sono chiesti a cosa che servisse un trattamento del genere. Perché trattare così pesantemente Cilia Flores, moglie del Presidente Maduro e primera combatiente chavista sequestrata insieme a Maduro? Ne hanno così tanta paura? Serve tutta questa attrezzatura per trasferire una donna indifesa? Un motivo in realtà ci sarebbe. Nel 2020, l’Inviato Speciale degli Stati Uniti per il Venezuela, Elliott Abrams (Prima amministrazione Trump), ha inviato un messaggio tramite un emissario alla First Lady Cilia Flores, offrendole pieno sostegno e protezione nel caso in cui avesse divorziato da Maduro ed avesse lasciato il Paese caraibico.  Nel 2020 il Dipartimento di Stato USA, durante l’Amministrazione Trump, stabilisce vergognosamente una taglia da 15 milioni di dollari sulla testa del Presidente costituzionale del Venezuela, Nicolas Maduro Moros, offrendola a chi avrebbe collaborato al suo arresto. Maduro veniva accusato (1)– dagli USA – di essere il leader del presunto organizzazione narcoterrorista “Cartel de los Soles” che, in collaborazione con una fazione dissidente delle Farc colombiane, era responsabile di «inondare gli Stati Uniti di cocaina» (2). Durante l’amministrazione “democratica” di Joe Biden, la taglia passa dai 15 ai 25 milioni. Abrams ritenendo lei e suo marito “corrotti e ricchi”, ha detto a Cilia Flores che avrebbe potuto andarsene con tutte le sue ricchezze e che sarebbero stati riconosciuti e protetti nel Paese di destinazione. L’ex-Rappresentante Speciale degli USA per il Venezuela e l’Iran, Elliott Abrams, aveva dunque offerto a Cilia Flores il sostegno incondizionato dell’amministrazione americana in cambio del divorzio da Maduro e del conseguente tradimento. In sostanza, gli USA, cercarono di corrompere Cilia Flores agendo sui legami familiari. Durante una conferenza stampa al Palazzo di Miraflores (sede del potere esecutivo), il presidente venezuelano aveva dichiarato che sua moglie aveva fortemente respinto il messaggio dopo averlo ricevuto. “Questa non è una favola. Questa è la verità” – dichiarò Maduro ai giornalisti confidando che dal momento che “pensano che siamo tutti corrotti e molto ricchi“, hanno detto che poteva “prendere tutte le sue ricchezze” con lei. Cilia Adela Gavidia Flores de Maduro (nata il 15 ottobre 1956) è stata presidente dell’Assemblea nazionale del Venezuela, dal 2006 al 2011, eletta deputata per il suo stato d’origine, Cojedes. Nel 2017 è stata fondata l’Assemblea Nazionale Costituente, di cui è membro della Commissione presidenziale. Avvocatessa di Chávez, è stata determinante per ottenere il rilascio del comandante dalla prigione nel 1994 dopo la ribellione fallita del Caracazo nel 1992. Cilia Flores è uno dei caposaldo della Rivoluzione Bolivariana e dunque molto difficilmente corruttibile contro gli interessi della stessa. Questo atto di resistenza nel 2020, Cilia Flores, lo sta pagando ora non solo come moglie del Presidente Maduro, ma come militante chavista. In questi giorni, nei suoi confronti è arrivata la solidarietà dalla Federazione delle Donne Cubane (FMC): “Non siamo fiori che il vento può strappare, siamo radici di terra ribelle e leale, siamo nonne, madri, figlie, nipoti; siamo donne. Nel nostro sangue pulsano le Manuelas, le Luisas, le Josefas, le Juana, le Cecilia, le Apacuanas, le Bartolina, le Eulalia, le Marta, le Ana Maria, le Barbarita e tante altre ancora, il cui retaggio ci ispira, ci impegna e ci rafforza per continuare a camminare e percorrere la nostra strada. E nelle nostre mani e nei nostri cuori arde una luce che nessuno potrà mai spegnere: l’amore, la pace e la libertà”.   (1) Atto d’accusa del 2020 (2) L’esistenza del “Cartel de los Soles” è stata smentita dallo stesso Dipartimento di Giustizia USA, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, pubblicando un atto d’accusa riscritto che tacitamente ammettere che Maduro non è leader di nessuna organizzazione narcoterrorista e che il “Cartel de los Soles” non esiste. Notizia che persino il mainstream italiano ha dovuto riportare https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/maduro-ora-gli-usa-cambiano-idea-non-e-il-leader-di-un-cartello-di-narcos_107665299-202602k.shtml   Ulteriori fonti: http://www.hispantv.com/noticias/venezuela/483174/abrams-divorcio-esposa-maduro > Venezuela. Washington ha tentato di far divorziare Maduro e Cilia Flores Lorenzo Poli
Appello di Delcy Rodriguez: “La pace è un diritto, il dialogo è un dovere”. Venezuela verso lo stato di emergenza contro aggressione USA
Nicolas Maduro, a fine dicembre 2025, avrebbe rifiutato un ultimatum del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di lasciare l’incarico e andare in esilio dorato in Turchia. Lo riferisce il New York Times citando diverse fonti americane e venezuelane coinvolte nei colloqui di transizione. Dopo la cattura arbitraria e illegale del Presidente venezuelano Nicolas Maduro – in violazione del diritto internazionale e dell’immunità personale assoluta (ratione personae) di cui godono i capi di Stato in carica dalla giurisdizione penale di altri Stati – la Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente del Venezuela, nonchè Ministra del Petrolio Delcy Rodriguez Gomez di assumere ad interim la presidenza. “Respingiamo il codardo sequestro del presidente costituzionale e nostro comandante in capo Nicolas Maduro. In osservanza alla decisione della Corte Suprema riconosciamo la designazione di Delcy Rodriguez” – ha dichiarato Vladimir Padrino López, capo dell’esercito e Ministro della difesa del Venezuela, aggiungendo – “Le forze armate del Venezuela hanno garantito la continuità democratica e continueranno a farlo: chiamo il popolo alla pace e all’ordine e a riprendere le sue attività economiche, lavorative ed educative. La patria deve rimettersi in cammino”. Il segretario di Stato USA Marco Rubio ritiene che la presidente ad interim Delcy Rodríguez non sia “la presidente legittima del Venezuela” poiché gli Stati Uniti non ritengono legittimo l’attuale governo. In una delle sue interviste tv, Rubio ha spiegato di capire che oggi in Venezuela ci sono persone “che sono quelle che possono effettivamente apportare dei cambiamenti”, ma ha precisato che questo è diverso dal riconoscere la legittimità del governo socialista bolivariano “che deriverà da un periodo di transizione e da un’elezione”, nonostante secondo Rubio sia prematuro parlare di elezioni in Venezuela. Rubio ha aggiunto di “essere molto coinvolto” nella transizione nel Paese. Gli Stati Uniti collaboreranno con i funzionari venezuelani “se prenderanno le decisioni giuste”, ha dichiarato Rubio in una serie di interviste ai network americani. “Il petrolio è fondamentale per il futuro del Venezuela”, ha aggiunto Rubio osservando di non attendersi che la transizione avvenga in poche ore: “queste sono cose che richiedono tempo”. Interessante infatti è stato scoprire che la Premio Nobel per le guarimbas – la fascista Maria Corina Machado – si sia subito proposta a Trump in quanto pronta a governare come “Presidente del Venezuela”, ma che Trump abbia declinato in quanto ‘non ha il sostegno necessario’. Questa è una grande ammissione dell’Amministrazione USA, che di fatto riconosce l’assoluta assenza di consenso verso la Machado. In qualche modo riconosce anche che la Machado sia un personaggio divisivo nella società venezuelana e che non avrebbe mai potuto vincere le elezioni presidenziali del 2024, nemmeno con il suo delfino Edmundo González Urrutia, senza consenso elettorale. La vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez – secondo ANSA – avrebbe impressionato i funzionari di Donald Trump grazie alla sua gestione dell’industria petrolifera, cruciale per il Venezuela e questo li avrebbe convinti che possa essere una sostituta accettabile di Nicolas Maduro. Secondo l’articolo del New York Times, gli intermediari avrebbero convinto l’amministrazione USA che Rodriguez avrebbe protetto e sostenuto i futuri investimenti energetici americani nel Paese. “Seguo la sua carriera da molto tempo, quindi ho un’idea di chi sia e di cosa faccia” – ha detto un alto funzionario anonimo statunitense, riferendosi a Rodríguez – “Non sto affermando che sia la soluzione definitiva ai problemi del Paese, ma è certamente una persona con cui pensiamo di poter lavorare a un livello molto più professionale di quanto siamo riusciti a fare con lui”, ha aggiunto il funzionario, riferendosi a Maduro. Non si capisce quale attendibilità o funzione di “doppio gioco” abbiano queste dichiarazioni, ma sta di fatto che Trump, preferisce un’avversaria capace piuttosto che un’alleata senza consenso. Trump, spiega il Nyt, non aveva mai mostrato simpatia per la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado. Nonostante ciò, a partire da questo presupposto, Trump è già ricorso –  in un’intervista a The Atlantic, secondo quanto riporta l’agenzia Bloomberg – alle minacce contro la Presidente vicaria: “Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. Nonostante la condanna pubblica dell’attacco da parte di Rodríguez –  secondo altre informazione ambigue pubblicate da ANSA – un alto funzionario statunitense ha affermato che è troppo presto per trarre conclusioni sul suo approccio e che l’amministrazione rimane ottimista sulla possibilità di collaborare con lei. Rodríguez è riuscita a stabilizzare l’economia venezuelana dopo anni di crisi e ad aumentare lentamente ma costantemente la produzione di petrolio del Paese, nonostante l’inasprimento delle sanzioni statunitensi: un’impresa che le è valsa persino il rispetto, seppur riluttante, di alcuni funzionari americani. Mentre Trump affermava di “gestire la transizione democratica in Venezuela” e i media mainstream occidentali veicolavano l’idea che Trump avesse dato uno “spiraglio di luce democratico al Venezuela” e che abbia sotto scacco il governo bolivariano; Delcy Rodriguez ha chiesto la liberazione di Maduro e di Cilia Flores, ha dimostrato che il Venezuela è in mano a chavismo, che il governo bolivariano ha territorialità ed estremo consenso popolare. A dimostrarlo sono state le oceaniche manifestazioni a Caracas in questi giorni in sostegno a Maduro, alla Rodriguez e al loro governo chavista. Delcy Rodriguez, Presidente vicario del Venezuela, con un primo atto ufficiale, si è rivolta al mondo e agli Stati Uniti con quello che è stato chiamato “Messaggio dal Venezuela al mondo e agli USA”: «Il Venezuela riafferma la sua vocazione di pace e di convivenza pacifica. Il nostro paese aspira a vivere senza minacce esterne, in un contesto di rispetto e cooperazione internazionale. Crediamo che la pace globale si costruisca assicurando prima la pace di ogni nazione. Riteniamo prioritario procedere verso un rapporto internazionale equilibrato e rispettoso tra gli USA. e il Venezuela, e tra il Venezuela e i paesi della Regione, basato sull’uguaglianza sovrana e la non ingerenza. Questi principi guidano la nostra diplomazia con il resto dei paesi del mondo. Estendiamo l’invito al governo americano a lavorare congiuntamente su un’agenda di cooperazione, orientata allo sviluppo condiviso, nel quadro della legalità internazionale e rafforzi una convivenza comunitaria duratura. Presidente Donald Trump: i nostri popoli e la nostra regione meritano pace e dialogo, non guerra. Questa è sempre stata la situazione del presidente Nicholas Maduro ed è quella di tutto il Venezuela in questo momento. Questo è il Venezuela in cui credo, a cui ho dedicato la mia vita. Il mio sogno è che il Venezuela sia una grande potenza dove tutti i venezuelani e i venezuelani ci incontreranno bene. Il Venezuela ha diritto alla pace, allo sviluppo, alla sua sovranità e al futuro. Delcy Rodriguez, presidente incaricato della Repubblica bolivariana del Venezuela» Un messaggio di pace in perfetto stile della diplomazia bolivariana, fondata sulla “filosofia del dialogo”. Non stiamo parlando di una sprovveduta, stiamo parlando di una donna che, a gennaio 2025 al Congresso Mondiale Antisfascista a Caracas, prende la parola rivolgendosi alla classi popolari, agli indigeni, ai politici e ai giovani, chiedendo di creare un movimento popolare mondiale, capace di contrastare fascismo, colonialismo e imperialismo, e di denunciare le ingiustizie, come il massacro del popolo palestinese. Invita a lottare contro le organizzazioni fasciste in tutto il mondo, dall’Europa all’America Latina, sottolineando l’esempio del popolo cubano, che ha resistito con dignità e coraggio attraverso la rivoluzione. Rodriguez sa di cosa stava parlando: suo padre Jorge Antonio Rodriguez, fondatore della Liga Socialista, morì a soli 34 anni dopo essere stato sequestrato dalla CIA nel 1976, consegnato alla Polizia Politica e torturato fino alla morte sotto il governo autoritario e repressivo di Carlos Andrés Perez. Delcy era solo una bambina quando il corpo morto di suo padre venne restituito alle famiglia. Anche oggi lei si trova a lottare contro l’imperialismo e le interferenze esterne: lei stessa è stata sanzionata per il suo ruolo all’interno dell’amministrazione Maduro – oltre che dagli Stati Uniti – da Canada e dalla “neutrale” Svizzera, mentre l’UE l’ha inserita nella lista nera delle sanzioni Ue sin dal 2018. Nell’occasione del Congresso Mondiale Antifascista che Rodriguez indicò i responsabili del blocco economico: fascisti che chiedono a Washington di imporre restrizioni al proprio popolo. “Quando la proprietà dello Stato non appartiene al popolo ma a un singolo individuo, questo è fascismo. Il futuro dovrà sempre essere antimperialista. Viva il Venezuela! Viva!” – affermava Rodriguez. Per questo motivo, uno dei primi provvedimenti del suo governo – come da ordinamento costituzionale venezuelano – ha approvato il decreto di eccezione n. 5200 per difendersi dall’aggressione USA. Il decreto è stato pubblicato sulla gazzetta Ufficiale, conferisce ampi poteri al potere esecutivo e ordina alle forze di sicurezza di ricercare e catturare “qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno” della aggressione USA contro il Paese. Il documento, già firmato da Nicolás Maduro, è stato condiviso e controfirmato dalla presidente vicaria, Delcy Rodríguez. Questo decreto, che ha forza di legge, stabilisce una validità iniziale di 90 giorni, rinnovabile per un periodo uguale, e stabilisce misure eccezionali volte a preservare l’ordine interno, la sicurezza dello Stato e il funzionamento istituzionale in difesa da una aggressione militare esterna. Tra le disposizioni centrali, l’articolo 5 incarica gli organi di polizia nazionale, statale e municipale di intervenire immediatamente nell’identificazione, cattura e perseguimento delle persone che sono promuovono o  sostegno l’aggressione USA. Il testo indica che tali azioni devono essere svolte nel rispetto del giusto processo e del diritto alla difesa, nonostante la dichiarazione di eccezione. Il decreto ordina inoltre la militarizzazione delle infrastrutture dei servizi pubblici , dell’industria petrolifera e di altre industrie statali di base, e sottopone temporaneamente il personale al regime militare. Essa autorizza inoltre l’Esecutivo a requisire i beni ritenuti necessari per la difesa nazionale e a sospendere e limitare temporaneamente i diritti, pur mantenendo garanzie considerate inviolabili, come il diritto alla vita e al giusto processo. Questo il background di chi governa attualmente il Venezuela, in continuità democratica con il governo Maduro.   Ulteriori fonti: https://www.farodiroma.it/il-venezuela-agli-stati-uniti-dialogo-non-guerra-appello-di-delcy-rodriguez-in-una-crisi-che-ferisce-il-mondo-caracas-attonita-davanti-al-bivio-geopolitico-la-pace-e/ Lorenzo Poli
Nicolas Maduro di fronte al giudice a New York: “Sono il presidente del Venezuela e un prigioniero di guerra”
Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, e la moglie, rapiti dal terrorista internazionale Donald Trump, sono stati sentiti solo 10 minuti da un giudice che poi li ha rinviati nel carcere speciale, prossima udienza il 17 marzo 2026. Un’azione vergognosa, ripugnante, illegittimi e antidemocratica. “Maduro ha rifiutato la liberazione su cauzione” – ha affermato il suo avvocato Barry Pollack, lo stesso che difese Julian Assange. Maduro ieri di fronte al giudice a New York si è dichiarato “innocente, un uomo onesto, presidente del Venezuela, prigioniero di guerra rapito in casa a Caracas”, da innocente è entrato e da innocente vuole uscire, non su cauzione. A chi ancora parla di democrazia USA bisogna sputare in un occhio. Comunque il presidente del Venezuela ha fatto in tempo a rispondere ai suoi sgherri e a mostrare tutta la sua forza e ragione, con un grande messaggio di resistenza, dichiarandosi presidente legittimo e prigioniero di guerra. La semplice verità. Libertà per Nicolas Maduro e per sua moglie, prigionieri politici del fascismo USA. Mobilitiamoci contro i colonialisti assassini Trump e Netanyahu e i loro servi, contro l’asse del male USA-Israele, contro l’imperialismo razzista nemico dei popoli. Ora e sempre Resistenza.   Maduro ha negato davanti al tribunale di New York qualsiasi legame con il “narcoterrorismo” Il presidente Maduro si dichiara «prigioniero di guerra» davanti al tribunale di New York Il leader venezuelano respinge le accuse a suo carico e ribadisce la sua carica presidenziale nella sua prima comparizione in tribunale dopo l’operazione militare statunitense che lo ha rapito in territorio venezuelano. Il rapimento del presidente Maduro è avvenuto lo scorso 3 gennaio 2026, quando commando specializzati dell’esercito statunitense hanno eseguito un’incursione militare nella sua residenza di Caracas. teleSUR «Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas», ha dichiarato il leader venezuelano davanti al giudice, descrivendo le circostanze della sua detenzione come un’azione militare che viola la sua immunità presidenziale e la sovranità del suo Paese. La dichiarazione stabilisce il quadro in cui Maduro interpreta giuridicamente la sua situazione: non come un imputato penale, ma come un leader rapito nel mezzo di un conflitto internazionale. Anche la moglie di Maduro, Cilia Flores, si è dichiarata innocente rispetto alle accuse mosse contro di lei e ha chiesto una visita consolare per sé e per il presidente Maduro. Durante la sua comparizione in tribunale, il presidente venezuelano ha respinto con forza le accuse formulate dalla giustizia statunitense. «Non sono colpevole, sono un uomo onesto, continuo a essere il presidente del mio Paese», ha affermato Maduro davanti al magistrato, stabilendo una distinzione fondamentale tra il suo ruolo di capo di Stato eletto democraticamente e le accuse che Washington intende muovergli.   Contemporaneamente, il rappresentante permanente del Venezuela presso l’ONU, Samuel Moncada, ha ribadito la vocazione pacifica della nazione sudamericana e ha presentato le richieste urgenti: «Il Venezuela esorta questo Consiglio di Sicurezza ad assumersi pienamente le proprie responsabilità e ad agire in conformità con il mandato conferitogli dalla Carta delle Nazioni Unite». La prima di queste esorta il governo degli Stati Uniti d’America a garantire il pieno rispetto delle immunità diplomatiche che spettano al presidente Nicolás Maduro e alla moglie Cilia Flores. Questa richiesta include l’immediata cessazione di qualsiasi azione contro di loro e il loro ritorno sicuro nella Repubblica Bolivariana del Venezuela, in conformità con le norme internazionali.   Il sequestro del presidente Nicolás Maduro è avvenuto lo scorso 3 gennaio 2026, quando commando specializzati dell’esercito statunitense hanno eseguito un’incursione militare nella sua residenza di Caracas. Da Caracas, le autorità venezuelane hanno immediatamente denunciato l’operazione come un tentativo di “decapitare” il governo bolivariano, generare una crisi istituzionale e spianare la strada all’imposizione di un esecutivo controllato da Washington. La Camera costituzionale della Corte suprema di giustizia (TSJ) del Venezuela ha risposto ordinando alla vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez di assumere tutte le funzioni presidenziali in qualità di incaricata, garantendo così la continuità istituzionale dello Stato. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha presieduto domenica scorsa il Consiglio dei Ministri numero 757, dimostrando la piena operatività dell’apparato statale venezuelano. La sessione ministeriale, alla quale hanno partecipato i vicepresidenti settoriali e i ministri delle aree strategiche, ha significato stabilità e governabilità di fronte all’aggressione esterna. Maduro e Cilia coraggiosi durante la prima udienza nel tribunale americano! La coppia presidenziale del governo venezuelano si è dichiarata innocente e ha ribadito di ricoprire le cariche che detiene per volontà del popolo venezuelano Il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros, e la Prima Combattente, Cilia Flores, si sono dichiarati innocenti durante la loro comparizione davanti al giudice Jude Alvin Hellerstein, ebreo ortodosso di 92 anni, che da 30 anni presiede il Tribunale Federale del Palazzo di Giustizia Daniel Patrick Moynihan, a New York, Stati Uniti. “Quando gli hanno chiesto il suo nome, ha risposto di essere Nicolás Maduro, presidente del Venezuela”, hanno riferito portavoce vicini al procedimento avviato dalla giustizia statunitense, dopo il sequestro illegale di cui entrambi sono stati vittime nelle prime ore del mattino di sabato 3 gennaio. “Sembrava fermo e sicuro”, hanno aggiunto. Diverse fonti indicano che il capo di Stato ha preso alcuni appunti e ha chiesto di poterli conservare. “Sono innocente. Sono un prigioniero di guerra. Sono un uomo perbene. Sono ancora il presidente del mio Paese”, ha affermato il leader rivoluzionario, la cui difesa è affidata a Barry Pollack, il quale ha indicato che “ci sono dubbi sulla legalità del suo sequestro militare”. Si tratta dell’avvocato che ha difeso Julian Assange. Jude Alvin Hellerstein ha impedito a Maduro di descrivere l’azione di sequestro a Caracas, sostenendo che in seguito avrebbe potuto denunciarlo, azione che ha inoltre causato un numero imprecisato di vittime mortali e gravi perdite materiali a causa del bombardamento devastante da parte degli aerei invasori. Durante il suo turno, la Prima Combattente, Cilia Flores, difesa da Mark E. Donnelly, è stata risoluta: «Sono innocente, completamente innocente. Sono la first lady della Repubblica del Venezuela», ha detto al giudice. Il leader bolivariano è accusato, senza alcuna prova, di cospirazione narcoterroristica, cospirazione per importare cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi, e cospirazione per possedere mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti. Hellerstein ha annunciato che la prossima udienza si terrà il 17 marzo. All’esterno del Palazzo di Giustizia Daniel Patrick Moynihan, centinaia di persone hanno manifestato contro il procedimento illegale che coinvolge la coppia di dirigenti venezuelani. Un altro gruppo ha agito in senso contrario. Maduro si dichiara innocente nel caso di narcoterrorismo negli Stati Uniti. La moglie del presidente, Cilia Flores, ha fatto lo stesso. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, si è dichiarato innocente nella sua prima udienza davanti alla giustizia statunitense presso il Tribunale del Distretto Meridionale di New York, dove è accusato di narcoterrorismo. “Sono innocente, non colpevole, sono un uomo perbene, sono ancora il presidente del mio Paese”, ha detto il presidente, che ha parlato attraverso un interprete, davanti al giudice Alvin Hellerstein. Il presidente ha detto di aver visto l’accusa ma di non averla letta e di averne parlato in parte con il suo avvocato. Il difensore di Maduro è Barry Pollack, un avvocato esperto che ha difeso il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. In precedenza, Maduro, che è stato portato in aula senza manette, indossando una maglietta nera e con delle cuffie presumibilmente per la traduzione simultanea, ha dichiarato davanti al giudice: “Mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas”. Dopo l’intervento del presidente, sua moglie, Cilia Flores, ha fatto lo stesso e si è dichiarata davanti al magistrato: “Non colpevole, completamente innocente”. Durante l’udienza, Hellerstein ha informato Maduro e Flores del loro diritto di informare il consolato venezuelano dei loro arresti. Entrambi hanno concordato che avrebbero voluto ricevere una visita consolare. “Sequestro militare” Quando sono intervenuti i loro avvocati, Pollack ha definito la detenzione di Maduro un “sequestro militare”. Nel frattempo, Mark Donnelly, rappresentante di Flores, ha denunciato che la moglie del presidente ha riportato gravi lesioni, tra cui importanti ematomi alle costole, e ha chiesto che le fossero fornite radiografie e una valutazione fisica. Le accuse Maduro e Flores affrontano questa prima udienza davanti alla giustizia statunitense dopo essere stati sequestrati a Caracas sabato scorso. Il governo degli Stati Uniti accusa il leader di cospirazione per narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi e cospirazione per il possesso di queste armi a sostegno di attività criminali. In sintesi, è accusato di essere il leader del presunto Cartello dei Soles. Infine, il presidente e la first lady del Venezuela devono rispondere dell’accusa di collaborazione con organizzazioni criminali qualificate come “terroristiche” negli Stati Uniti, tra cui i cartelli messicani. Questi e gli altri reati sono punibili con pene che vanno dai 20 anni all’ergastolo. Cosa è successo? * Sabato, gli Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco militare sul territorio venezuelano che ha colpito la città di Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. L’operazione si è conclusa con il sequestro di Maduro e Flores. * Caracas ha definito le azioni di Washington come una “gravissima aggressione militare” e ha avvertito che l’obiettivo degli attacchi “non è altro che quello di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”. * Il presidente venezuelano e sua moglie sono stati trasferiti negli Stati Uniti e attualmente sono detenuti nel Centro di detenzione metropolitano di Brooklyn, a New York, in attesa di processo. * La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ha ordinato che la vicepresidente Delcy Rodríguez assuma la carica di presidente. * Molti paesi del mondo, tra cui la Russia, hanno chiesto il rilascio di Maduro e di sua moglie. Mosca ha condannato l’attacco e ha sottolineato che il Venezuela deve avere il diritto di decidere il proprio destino senza alcun tipo di intervento dall’esterno. * Poche ore dopo l’attacco contro il Venezuela, Trump ha avvertito che Cuba, Messico e Colombia potrebbero essere i prossimi obiettivi di Washington. * La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha inviato un messaggio “al mondo e agli Stati Uniti”, in cui ha ribadito la “vocazione di pace” del suo Paese, ha sottolineato la necessità di rispettare il principio di “non ingerenza” e ha evidenziato la necessità di lavorare con Washington “su un programma congiunto di cooperazione orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro della legalità internazionale e che rafforzi una convivenza comunitaria duratura”. Prime dichiarazioni di Maduro al tribunale di New York “Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas”. Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha rilasciato le sue prime dichiarazioni davanti a un tribunale di New York dopo il suo rapimento nel corso della massiccia aggressione militare degli Stati Uniti sul territorio venezuelano. “Sono il presidente del Venezuela e mi considero un prigioniero di guerra. Sono stato catturato nella mia casa di Caracas”, ha dichiarato il leader venezuelano durante la sua comparizione. Rifiuto delle accuse “Non sono colpevole, sono un uomo onesto, continuo a essere il presidente del mio Paese”, ha continuato davanti al giudice Alvin Hellerstein, respingendo l’accusa di narcoterrorismo a suo carico. Successivamente, anche la moglie del presidente, Cilia Flores, ha proceduto allo stesso modo e si è dichiarata davanti al magistrato: “Non colpevole, completamente innocente”. Il leader venezuelano è stato condotto in aula senza manette, indossando una maglietta nera e con delle cuffie presumibilmente per la traduzione simultanea. Il presidente ha affermato di aver visto l’accusa ma di non averla letta e di averne parlato in parte con il suo avvocato. Il difensore di Maduro è Barry Pollack, un avvocato esperto che ha difeso il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. Minacce del procuratore generale degli Stati Uniti Dopo il sequestro, il leader venezuelano e sua moglie sono stati rinchiusi nel Centro di detenzione metropolitano di Brooklyn in attesa di processo. Il procuratore generale degli Stati Uniti, Pamela Bondi, ha affermato che Maduro e Flores “presto dovranno affrontare l’ira della giustizia americana sul suolo americano e nei tribunali americani”. Il presidente venezuelano “è stato accusato di cospirazione narcoterroristica, cospirazione per importare cocaina, possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi, e cospirazione per possedere mitragliatrici e dispositivi distruttivi contro gli Stati Uniti”. “Gravissima aggressione militare” degli Stati Uniti * Sabato scorso, un intervento militare degli Stati Uniti in Venezuela, condotto con il falso pretesto della lotta alla droga, ha portato alla cattura e all’estrazione di Nicolás Maduro e di sua moglie. Questo fatto è stato definito da Caracas come una “gravissima aggressione militare” con l’obiettivo di impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela. * La Corte Suprema di Giustizia del Venezuela ha ordinato che la vicepresidente Delcy Rodríguez assuma la carica di presidente. * Rodríguez ha inviato un messaggio “al mondo e agli Stati Uniti” in cui ha ribadito la “vocazione di pace” del suo Paese, ha sottolineato la necessità di rispettare il principio di “non ingerenza” e ha evidenziato la necessità di lavorare con Washington “su un programma congiunto di cooperazione orientato allo sviluppo condiviso, nel quadro della legalità internazionale, e che rafforzi una convivenza comunitaria duratura”. * Molti paesi del mondo, tra cui la Russia, hanno chiesto il rilascio di Maduro e di sua moglie. Mosca ha condannato l’attacco e ha sottolineato che il Venezuela deve avere il diritto di decidere il proprio destino senza alcun tipo di intervento dall’esterno. * Poche ore dopo l’attacco contro il Venezuela, Trump ha avvertito che Cuba, Messico e Colombia potrebbero essere i prossimi obiettivi di Washington. Fonte: Cubainformación Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Cuba, Miguel Diaz Chanel proclama lutto nazionale per i 32 militari cubani morti in Venezuela
In virtù di quanto disposto dagli articoli 125 della Costituzione della Repubblica di Cuba e 24, comma x), della Legge 136 “Sul Presidente e il Vicepresidente della Repubblica di Cuba”, del 28 ottobre 2020, il Presidente della Repubblica di Cuba Miguel Diáz-Canel Bermúdez ha proclamato due giorni di lutto nazionale – dalle ore 6:00 del mattino del 5 gennaio fino alle ore 24:00 del 6 gennaio 2026 – in memoria dei 32 militari cubani morti durante l’attacco/aggressione USA guidata da Donald Trump nella capitale venezuelana Caracas, il 3 gennaio 2026. Nel proclamare il Decreto Presidenziale 1147 per il lutto nazionale, Diaz Chanel ha dichiarato: “Con profondo dolore il nostro popolo ha appreso che durante il criminale attacco perpetrato dal governo degli Stati Uniti contro la sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuto nelle prime ore del mattino del 3 gennaio 2026, hanno perso la vita in azioni di combattimento 32 cubani, che stavano compiendo missioni in rappresentanza delle Forze Armate Rivoluzionarie e del Ministero dell’Interno, su richiesta degli organi omologhi di quel Paese. I nostri compatrioti hanno compiuto con dignità il loro dovere e sono caduti, dopo una strenua resistenza, in combattimento diretto contro gli aggressori o a seguito dei bombardamenti alle strutture, e hanno saputo esaltare, con il loro eroico comportamento, il sentimento di solidarietà di milioni di compatrioti.” Vittime di un nuovo atto criminale di aggressione e terrorismo di Stato, i combattenti hanno saputo suscitare con il loro eroico comportamento il sentimento di solidarietà di milioni di compatrioti. I 32 hanno sacrificato la propria vita in difesa della giustizia, della democrazia e della sovranità di un Paese fratello, della Rivoluzione Bolivariana e del suo legittimo Presidente costituzionale Nicolás Maduro. Come ha scritto lo scrittore e intellettuale cubano Raúl Capote: “Per coloro che parlano senza sapere, gli uomini e le donne, cubani e venezuelani che proteggevano Maduro, hanno combattuto per due ore e mezza contro forze superiori, dalle 2:25 alle 4:30 circa, anche se c’è ancora molta nebbia di guerra. Hanno resistito all’attacco di droni ed elicotteri, circa 150 velivoli yankee hanno partecipato all’operazione, sono stati attaccati con bombe e missili, hanno danneggiato un elicottero nemico e causato perdite agli aggressori, lo stesso Trump ha riconosciuto che ci sono stati feriti (sicuramente anche morti, anche se non posso esserne certo). I nostri compagni hanno combattuto con coraggio, poco a poco si saprà la verità, anche se loro, con le loro vite, hanno dato prova della grandezza della loro azione.”   A esprimere il proprio cordoglio, anche l’Associazione Nazionale d’Amicizia Italia-Cuba: “L’associazione di Amicizia Italia-Cuba  esprime tutta la sua profonda gratitudine e riconoscenza a queste vittime dell’imperialismo e si associa al dolore del governo rivoluzionario e del popolo cubano per la perdita dei suoi figli. Ci associamo al lutto nazionale decretato dal Presidente della Repubblica di Cuba Miguel Diáz-Canel Bermúdez per i giorni 5 e 6 gennaio. Ribadiamo l’appoggio incondizionato alla Rivoluzione cubana, al suo governo e a tutta la sua popolazione che sta affrontando un’ulteriore prova di resistenza contro le devastanti mire egemoniche dell’impero. Hasta la victoria siempre!” Cuba rende omaggio ai 32 militari cubani caduti in Venezuela durante l’aggressione e rapimento del Presidente Maduro. Diaz Canel, Presidente di Cuba, e Delcy Rodriguez, Presidente vicaria del Venezuela, hanno tenuto cerimonie in onore dei 32 militari cubani e di tutti i militari caduti a seguito dell’aggressione del regime fascista di Trump. https://italiacuba.it/2026/01/05/miguel-diaz-canel-bermudez-presidente-della-repubblica/ Lorenzo Poli
Venezuela, Dipartimento di Giustizia USA: “Il Cartel de los Soles non è un gruppo reale”
A ottobre 2025, in un articolo dal titolo Cartel de los Soles, la menzogna del “narco-Stato” come giustificazione di guerra contro il Venezuela approfondivo il tema del narcotraffico e come l’accusa verso il Venezuela e il governo bolivariano fosse una farsa architettata ad hoc come giustificazione di guerra. Cosa che si è verificata in modo agghiacciante e disarmante il 3 gennaio 2026, con la conseguente cattura del Presidente Nicolás Maduro Moros. Qualche giorno prima della sua cattura, i media mainstream occidentali hanno “dimenticato” di dare un’altra notizia molto importante, che invece è stata lanciata dal New York Times. Il Dipartimento di Giustizia ha ritirato l’affermazione secondo cui Nicolas Maduro sarebbe a capo di un’organizzazione terroristica dedita al narcotraffico: affermazione promossa l’anno scorso dall’amministrazione Trump per gettare le basi per rimuovere Maduro dal potere in Venezuela, accusandolo di essere a capo di un cartello della droga chiamato “Cartel de los Soles”. Tale affermazione risale a un atto d’accusa del 2020, redatto dal Dipartimento di Giustizia, nei confronti di Maduro. Nel luglio 2025, copiandone il testo, il Dipartimento del Tesoro ha designato il Cartel de los Soles come organizzazione terroristica. A novembre, Marco Rubio, Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Trump, ha ordinato al Dipartimento di Stato di fare lo stesso. Gli esperti di criminalità e narcotici latinoamericani hanno affermato che si tratta in realtà di un’affermazione dubbia sul presidente Nicolás Maduro, un termine gergale, inventato dai media venezuelani negli anni ’90, per indicare i funzionari corrotti dal narcotraffico. Sabato, dopo che l’amministrazione Trump ha catturato Maduro, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un atto d’accusa riscritto che sembrava tacitamente ammettere la questione. In sostanza, i pubblici ministeri hanno continuato ad accusare Maduro di aver partecipato a un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, ma hanno abbandonato l’affermazione che il “Cartel de los Soles” fosse un’organizzazione reale. L’atto d’accusa rivisto afferma invece che si riferisce a un “sistema clientelare” e a una “cultura della corruzione” alimentata dal denaro proveniente dal narcotraffico: nuova accusa forzata, anch’essa di dubbia origine. Mentre la vecchia accusa fa riferimento 32 volte al “Cartel de los Soles” e descrive il signor Maduro come il suo leader, la nuova lo menziona due volte e afferma che lui, come il suo predecessore, il presidente Hugo Chávez, ha partecipato, perpetuato e protetto questo sistema clientelare. Secondo la nuova accusa, quelli che sarebbero i profitti derivanti dal traffico di droga e dalla protezione dei partner del narcotraffico “derivano a funzionari civili, militari e dell’intelligence corrotti, che operano in un sistema clientelare gestito da chi sta al vertice, denominato Cartel de los Soles o Cartello dei Soli, in riferimento all’insegna del sole appesa alle uniformi degli alti funzionari militari venezuelani” – si legge nel nuovo atto d’accusa. Si tratta di accuse pesanti che nulla hanno a che fare con la realtà. I governi di Hugo Chavez si sono contraddistinti per la lotta al narcotraffico, sull’onda di quella che è stata la ferrea e intransigente lotta intrapresa ormai da decenni dal socialismo cubano contro la droga che periodicamente viene ribadita. Basta recarsi in Venezuela per vedere con i propri occhi il lavoro anti-droga da parte della Polizia Bolivariana negli aeroporti. Più volte in passato agenti DEA e FBI hanno espresso ammirazione verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha sempre seguito il modello anti-droga cubano inaugurato da Fidel Castro in persona attraverso cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali. La ritirata dell’accusa mette ulteriormente in discussione la legittimità della designazione del Cartel de los Soles come organizzazione terroristica straniera da parte dell’amministrazione Trump lo scorso anno. Elizabeth Dickinson , vicedirettrice per l’America Latina presso l’International Crisis Group, ha affermato che la rappresentazione del Cartel de los Soles contenuta nella nuova accusa era “esattamente fedele alla realtà”, a differenza dell’iterazione del 2020: “Penso che il nuovo atto d’accusa sia corretto, ma le designazioni sono ancora lontane dalla realtà” – ha affermato – “Le designazioni non devono essere provate in tribunale, ed è questa la differenza. Chiaramente, sapevano di non poterlo provare in tribunale”. Oltre a confermare che il “Cartel de los Soles” era una bufala, ciò mette ancora più in crisi la credibilità e la serietà della modalità azione statunitense, volti sempre più a celare i loro interesse geopolitici con giustificazioni senza prove. Tuttavia, il signor Rubio ha nuovamente fatto riferimento al Cartel de los Soles come a un vero e proprio cartello in un’intervista rilasciata domenica al programma “Meet the Press” della NBC, un giorno dopo che l’atto d’accusa rivisto era stato reso pubblico. “Continueremo a riservarci il diritto di colpire le navi della droga che trasportano droga verso gli Stati Uniti, gestite da organizzazioni criminali transnazionali, tra cui il Cartel de los Soles”, ha affermato. “Naturalmente, il loro leader, il leader di quel cartello, è ora in custodia cautelare negli Stati Uniti e sta affrontando la giustizia statunitense nel Distretto Meridionale di New York. E questo è Nicolás Maduro”. E’ giusto ricordare che la valutazione annuale della minaccia nazionale alla droga della Drug Enforcement Administration, che elenca le principali organizzazioni dedite al traffico di droga, non ha mai menzionato il “Cartel de los Soles”. Né lo ha fatto il Rapporto annuale sulla droga dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine. Eppure l’atto d’accusa del 2020, che delineava una lunga narrazione di una cospirazione durata anni, dipingeva il “Cartel de los Soles” come un’organizzazione dedita al narcotraffico guidata da Maduro, affermando che il gruppo aveva intrapreso azioni come la fornitura di armi alle FARC, un gruppo ribelle marxista in Colombia che ha finanziato le sue attività militanti con il narcotraffico, e il tentativo di “inondare” gli Stati Uniti di cocaina “come arma”. Tutte accuse senza uno straccio di prova fattuale. La stesura dell’atto d’accusa del 2020 è stata supervisionata da Emil Bove III, allora procuratore dell’unità antiterrorismo e narcotici internazionali di New York. Bove ha guidato il Dipartimento di Giustizia nei primi mesi della seconda amministrazione Trump e ha avuto un mandato turbolento, che ha incluso il licenziamento di decine di funzionari e l’archiviazione delle accuse di corruzione contro Eric Adams, allora sindaco di New York. Trump ha poi nominato Bove a un incarico a vita presso una corte d’appello federale . Mentre gli esperti di criminalità e narcotici latinoamericani hanno elogiato la correzione riguardante il Cartel de los Soles, alcuni hanno anche criticato altri aspetti dell’atto di accusa rivisto. Ad esempio, l’atto d’accusa ha aggiunto come imputato – e presunto complice di Maduro – il capo di una banda carceraria venezuelana chiamata Tren de Aragua. Il collegamento descritto nell’atto d’accusa è sottile: si dice solo che il capo della banda, in alcune telefonate del 2019 con qualcuno che riteneva fosse un funzionario venezuelano, aveva offerto servizi di scorta per proteggere i carichi di droga che transitavano per il Venezuela. L’anno scorso, il signor Trump ha dichiarato che il signor Maduro stava dirigendo le attività di Tren de Aragua, nonostante l’intelligence statunitense creda il contrario. Jeremy McDermott, co-fondatore di InSight Crime, un think tank latinoamericano specializzato in criminalità e sicurezza, ha affermato che l’inclusione del leader del Tren de Aragua tra gli imputati di cospirazione con Maduro in un’organizzazione per il traffico di droga “riflette la retorica del presidente Trump”, ma è fuorviante. Ha sottolineato l’analisi del suo think tank sul Tren de Aragua, secondo cui la banda non possiede importanti spedizioni di cocaina. Lorenzo Poli
Chavez portò la democrazia in Venezuela, non Trump
Dopo l’attacco militare criminale USA a Caracas, il sequestro illegale e assurdo del Presidente costituzionale e legittimo del Venezuela Nicolas Maduro Moros, in molti – tra la destra internazionale e il senso comune reazionario in Europa – hanno gioito per questi avvenimenti, assistendo inermi ai video trasmessi in tv e normalizzandoli come se fosse giusto e lecito che un Paese straniero si possa arrogare il diritto di invadere/attaccare un altro Paese per i suoi beceri interessi geopolitici ed economici, violandone la sovranità nazionale. Hanno gioito perchè Nicolás Maduro è “un narcotrafficante” e un “dittatore sanguinario” e l’attacco USA del 3 gennaio sarebbe uno “spiraglio di cambiamento positivo per il Venezuela”, un atto di “esportazione della democrazia”, o facilitazione alla “transizione democratica”. Questo è tutto ciò che la propaganda bellica nordamericana ha voluto far credere: tutti presupposti che la falsa narrazione USA ha voluto instillare nelle nostre menti, manipolandole. Nulla di più distante e assurdo, si tratta di falsi sillogismi che mascherano ben altro. D’altronde è anche solo minimamente immaginabili che uno come Donald Trump – autoritario sovranista che del concetto di “democrazia” se ne fotte altamente – possa esportare democrazia nel mondo. Trump sta esportando, come tutti i suoi predecessori, guerra, imperialismo, morte e regime change in perfetto stile americano. Trump sta solamente rimettendo in atto la vecchia Dottrina Monroe, enunciata nel 1823 dal presidente James Monroe (al potere tra il 1817 e il 1825), che rivendica l’influenza statunitense nella regione occidentale e soprattutto americana, quindi anche fuori anche dai confini Usa, parlando dell’America Latina come il proprio “cortile di casa”. Dottrina fortemente e giustamente osteggiata dai governi progressisti, dai movimenti sociali e dalle popolazioni della regione latinoamericana e messa in pratica dagli USA per tutto il Novecento (i “gorilla” del Piano Condor) fino ai giorni nostri nei tentati golpe fascisti, golpe blandi e “rivoluzioni colorate” in Venezuela, Cuba, Nicaragua, Honduras, Brasile, Messico, Panama, Paraguay e molti altri casi. Qui ci si dimentica della storia del Venezuela, ci si dimentica che la vera transizione democratica in Venezuela è già avvenuta: si chiama Rivoluzione Bolivariana, l’inaugurazione di una democrazia socialista di base. E’ dal 1830 che il Venezuela – dopo dieci lunghi anni di guerra per l’indipendenza dalla corona spagnola guidata dal grande Simón Bolívar – vedeva l’alternarsi di conservatori e di liberali federalisti si alternarono al potere con colpi di stato armati fino al 1908, quando Juan Vicente Gómez istaurò una dittatura che durò 27 anni. La stabilità politica e la scoperta di giacimenti petroliferi nel 1922 portarono investimenti esteri e ricchezza che però non raggiunsero le campagne, che rimasero in condizione di povertà assoluta. Alla sua morte, si succedettero presidenti conservatori e liberali fino al 1948, anno in cui una giunta militare filo-conservatrice prese il potere. Dal 1952, sotto la dittatura di Marcos Pérez Jiménez, venne fortemente incoraggiata l’immigrazione europea, soprattutto spagnola e italiana, l’economia è fiorente solo per pochi, le disuguaglianze aumentano e la società subisce una pesante repressione politica. Il 1958 ha segnato la svolta politica del Venezuela, l’opposizione di sinistra alla dittatura con l’aiuto delle frange militari progressiste, organizzò una rivolta che costrinse Jimenez all’esilio e dopo un breve periodo di transizione si tennero le elezioni che vedono vincitore il leader socialdemocratico Rómulo Betancourt. Sempre nel 1958 si ha la firma del Patto di Punto Fijo tra due partiti politici – Acción Democratica (Azione Democratica) e COPEI (Cristiano-Democratici), segna l’inizio di quella che viene chiamata democrazia puntofijista, ovvero un bipartitismo centrodestra-centrosinistra che avrebbe dovuto consentire la stabilità democratica del Paese, ma che in realtà ha garantito politiche repressive e il servilismo agli USA. In quel sistema, la partecipazione popolare era ridotta a un voto ogni quattro anni, e persino quel voto era manipolato da una macchina clientelare e mediatica che impediva qualsiasi alternativa reale. Non c’era spazio per il dissenso, per la pluralità sociale, per le culture subalterne. La democrazia era una facciata dietro cui si nascondeva un regime oligarchico, sostenuto da Washington e dagli interessi petroliferi internazionali. Il Patto di Punto Fijo non de facto era un “patto per la democrazia”, ma un patto contro la democrazia reale: un accordo tra élite per garantirsi la spartizione del potere, mentre il popolo – soprattutto i poveri, gli indigeni, i contadini, i lavoratori informali – restava fuori dal gioco. Tra il 1968 e il 1978 il Venezuela vive un vero e proprio boom economico ed diventa il Paese più ricco dell’America Latina, ma la forte corruzione e le politiche clientelari comuni ai vari governi non permetterà un’equa distribuzione della ricchezza del Paese. Nel 1975, il governo di Carlos Andrés Perez opta per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, anche per sfruttare l’aumento dei prezzi del petrolio in seguito alla crisi del 1973, e il Paese si trasforma a tutti gli effetti in un petrostato. Perez approfitta del boom economico per attuare un ambizioso e costoso programma di spesa sociale, senza pensare che la crescita economica dipendeva esclusivamente dalla domanda di un bene, il petrolio, che poteva crollare da un momento all’altro. Questo è proprio ciò che succede negli anni Ottanta quando, a causa della troppa offerta, il prezzo del petrolio crolla e così l’economia venezuelana dipendente al 96% dall’esportazione di greggio. Il Bolívar passa da essere una delle valute più stabili del mondo a subire una fortissima svalutazione che segna l’inizio di un decennio nero caratterizzato da successive svalutazioni e controlli monetari. La crisi economica paralizza il paese e blocca lo stato sociale, causando proteste tra la popolazione. Nel 1989, per uscire dalla disastrosa situazione il Venezuela decide di accettare la proposta del Fondo Monetario Internazionale, attuare una profonda riforma fiscale in cambio di aiuti economici. La riforma imposta dal FMI, che prevedeva riduzioni tariffarie, aumenti delle tasse, tagli alla spesa pubblica, ignora i problemi alla base dei problemi economici venezuelani, la forte corruzione e il farraginoso clientelismo. Come documenta José Sant Roz nel suo fondamentale ‘4-F: La rebelión del Sur’, il Venezuela pre-Chávez era un esempio perfetto di quella che Roberto Mangabeira Unger – filosofo e politico brasiliano – definirebbe una “democrazia truccata”: la democrazia puntofijista, che inaugura la Quarta Repubblica, è un sistema che, pur mantenendo le apparenze formali della democrazia (elezioni, divisione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario) introdotte con la Costituzione Venezuelana del 1961 –  funzionava in realtà come un meccanismo autoritario di esclusione sociale, concentrazione del potere, marginalizzazione, di sperimentazione di politiche neoliberiste di rapina e depredazione del territorio e della popolazione venezuelane, oltre che di dipendenza dagli Stati Uniti. Fu in questo clima che il 27 e il 28 febbraio 1989, Caracas viene travolta da cittadini che protestano contro il pacchetto di aiuti del FMI. Le proteste diventano quella che passerà alla storia come la rivolta popolare del “Caracazo”, repressa violentemente dall’esercito, nei cui scontri muoiono quasi 400 persone. Nel Paese ha inizio un momento di caos e instabilità. proprio in questo periodo nascono movimento popolari di opposizione, anche quelli interni all’esercito nella frangia dei militari progressisti. Tra questi diventerà famoso quello guidato dal tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frias, il Movimento Rivoluzionario Bolivariano-200 (MBR-200). A cavallo tra gli anni Ottanta e gli anni 90, una serie di grandi rivolte popolari, attuate tra gli altri da Chavez che viene imprigionato, punta a porre fine alla falsa democrazia basata su un bipolarismo stagnante senza successo. Il governo di Perez sospende le libertà costituzionali ma, ormai delegittimato e corrotto, fallisce e decreta anche la fine del sistema politico che era stato inaugurato nel 1958 con il Patto di Punto Fijo. Nel 1994 Rafael Caldera, capo di una nuova coalizione, assunse la presidenza. Il suo governo non fu caratterizzato da grandi cambiamenti di rotta rispetto al passato, ma riabilitò politicamente Hugo Chavez. Nel frattempo, a più di un decennio dall’inizio della crisi economica il numero di venezuelani in stato di povertà era aumentato soprattutto nelle aree metropolitane. Proprio rivolgendosi alle classi più svantaggiate, Chavez aumenta il suo consenso popolare. Dopo la sollevazione civico-militare del 4 febbraio 1992 e i successivi sviluppi degli anni a venire, con la vittoria alle elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 e il successivo insediamento alla presidenza del 2 febbraio 1999, si inaugura la lunga e importante vicenda politica, sociale e istituzionale, con Hugo Chávez, della trasformazione del Venezuela in senso rivoluzionario: la Quinta Repubblica con la Rivoluzione Bolivariana, oltre alla redazione della bellissima Costituzione Bolivariana del Venezuela del 2000 (tra le più innovative al mondo scritta in linguaggio di genere, riferendosi ai cittadini e alle cittadine). Si trattava non solo di superare il sistema bloccato del “Patto di Punto Fijo”, che aveva caratterizzato la stagione storica e politica precedente, quella del Venezuela della Quarta Repubblica, ma anche e finalmente di dare una risposta ai problemi irrisolti del Paese e garantire partecipazione, inclusione e giustizia sociale per le masse popolari venezuelane. Di conseguenza, non si trattava solo di definire un nuovo modello di Costituzione e di Stato, nella forma di una Repubblica Bolivariana, all’insegna della parola d’ordine dell’istituzione di una Quinta Repubblica, ma anche di impostare una strategia per garantire i diritti economici e sociali della popolazione. Nei primi 15 anni di governo, Chavez ha dimezzato la disoccupazione, il reddito pro capite è raddoppiato, la povertà e la mortalità infantile sono diminuite sensibilmente, l’istruzione migliora notevolmente e le riforme vengono finanziate dagli alti prezzi del petrolio tra il 2003 e il 2010. A ciò bisogna aggiungere gli immensi programmi di edilizia popolare, i programmi sociali, le politiche ambientali, il coinvolgimento delle popolazioni indigene nella governance sulle terre da loro popolare, la lotta al narcotraffico in stretta collaborazione con l’ONU (a differenza di quanto vogliono sostenere Trump, gli USA e l’Europa) e la lotta al latifondo mediatico. Da non dimenticare è la “diplomazia bolivariana di pace” volta al dialogo con tutti gli attori internazionali. Il Venezuela ha cioè fatto proprio il principio, già esplicato da Josè Martì e Simon Bolivàr, dell’«equilibrio del mondo» e l’orientamento a un rinnovato multilateralismo e a un inedito mondo multipolare: principi in diretta opposizione ai concetti di ingerenza e influenza su altre nazioni sovrani. E così, con diverse problematiche e nuove difficoltà ha proseguito il suo degno successore, il “Presidente Pueblo” Nicolas Maduro Moros. La Rivoluzione Bolivariana è un progetto di trasformazione sociale e politica di ispirazione bolivariana, patriottica, umanista, pacifista, antiimperialista, socialista e femminista le cui linee guida si possono leggere nel Libro Rojo, nel Libro Azul e nel Libro Violeta. Dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana, le elezioni in Venezuela hanno avuto la funzione di far crescere la coscienza politica delle masse per accrescere la “democrazia partecipata e protagonista”, come viene denominata, e la ricerca costante della dialettica conflitto-consenso, cifra caratteristica del socialismo del XXI secolo. A differenza delle rivoluzioni novecentesche volte a mettere fuori legge la borghesia, la Rivoluzione Bolivariana fonda il suo processo attraverso tornate elettorali, convivendo con la borghesia e scommettendo di toglierle terreno, depotenziando da dentro lo Stato borghese e cercando di conquistare più consensi verso il progressismo sociale. Questo però lascia libera azione alla “coercizione rivoluzionaria” da parte dell’oligarchia in Venezuela che, dopo le guarimbas e i sabotaggi ad opera dell’estrema destra (guidata da Machado, Lopez e Capriles) e gli innumerevoli tentati golpe e incursioni mercenaria USA, e il tentativo di manipolare le elezioni presidenziali del 2024 non possiamo dire che non sia attiva. Il principio guida (il «sogno di Bolívar») è il disegno dell’integrazione e della cooperazione reciproca e solidale a partire dalla “Patria Grande” latino-americana: l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur), la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America (ALBA, ispirata da Fidel Castro e Hugo Chávez e della quale ricorrono, quest’anno, i venti anni dalla sua istituzione nel 2004), la Banca del Sud, TeleSur, PetroCaribe ed altri. Non è certo un processo esente da contraddizioni o privo di battute d’arresto; ma per la prima volta ha risposto a bisogni di giustizia, inclusione e autodeterminazione. I tre elementi chiave del proceso bolivariano sarebbero dunque stati, e tuttora sono: la nazionalizzazione delle risorse fondamentali, a partire dal petrolio; il superamento della dipendenza economica del Venezuela dal petrolio; l’utilizzo delle risorse così liberate per finanziare e sostenere programmi di inclusione sociale; l’avvio di un nuovo modello politico fondato sulla cosiddetta, originale, «democrazia partecipativa e protagonistica». Questo è ciò che infastidisce di più gli USA (e soprattutto Trump) ed ecco perchè per loro è importante riprendere la Dottrina Monroe: far fuori il suo legittimo governo socialista e impossessarsi del Venezuela per rompere le relazioni che il Venezuela ha creato in America Latina in nome del socialismo e del multipolarismo Lorenzo Poli
Cartel de los Soles, la menzogna del “narco-Stato” come giustificazione di guerra contro il Venezuela
Spesso come argomentazione per sostenere che la Rivoluzione Bolivariana è una “dittatura criminale”, si afferma che il Venezuela sia un “narco-Stato” che inonda gli Stati Uniti di cocaina. Notizia veicolata sia dalla propaganda neocoloniale occidentale (USA ed europea) e spesso cavalcata dalle destre venezuelane in funzione anti-chavista, come successo nelle elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Tutto nacque quando il Comandante Hugo Chavez, notoriamente astemio, rivelò nel 2008 di masticare abitualmente pasta di foglie di coca, una sorta di chewgum tradizionale ed artigianale tipica dell’America Latina che – chiunque voglia tenersi lontano da pregiudizi e stereotipi razzisti e colonialisti – sa essere una delle tante usanze quotidiane delle popolazioni nuestramericane.  Durante un discorso lungo quattro ore dinnanzi all’Assemblea Nazionale, Chavez affermò: «Mastico coca ogni giorno, al mattino (…) e guardate come sto. (…) Ve la consiglio» – mostrando i bicipiti agli interlocutori e dichiarando chiaramente che come Fidel Castro gli inviava «il gelato Coppelia e molte altre cose» che gli arrivavano «regolarmente dall’Havana», così anche il presidente Boliviano Evo Morales lo omaggiava di «pasta di coca». Gli indigeni boliviani e peruviani masticano foglie di coca regolarmente, come stimolante, regolatore della pressione, per non sentire la fame e durante i rituali ancestrali del culto di Pachamama, essendo tutto questo consentito dalla legge. Spiegava a tal riguardo il Miami Herald – quotidiano statunitense pubblicato a Miami dal 1903 di proprietà della The McClatchy Company – che la “pasta di coca” è un prodotto semiraffinato, che determina assuefazione e che viene fumata come il basuco, ovvero il residuo dell’estrazione della cocaina base, di pessima qualità e altamente nocivo[3]. Eppure, a partire da folkloristiche dichiarazioni di analisti colombiani e venezuelani, per l’Occidente colonialista, razzista e ignorante questo era simbolo dell’avallo di Chavez alla cocaina, nonché la prova che il Venezuela Bolivariano fosse un “narco-Stato” e persino “un atto illegale da parte di un capo di stato”. Ne seguirono dichiarazioni schizofreniche da parte di personalità legate a Miami e alla destra venezuelana: «È un altro segnale che Chavez ha perso completamente il senso del limite» – ha commentato Anibal Romero, docente di scienze politiche all’università di Caracas, aggiungendo – «Dimostra che Chavez è fuori controllo». «Nel momento in cui afferma di consumare pasta di coca, ammette di consumare una sostanza che è illegale, tanto in Bolivia che in Venezuela» – affermò Hernan Maldonado, osservatore politico boliviano residente a Miami, aggiungendo – «Di più, si tratta di una vera e propria accusa a Morales di essere un narcotrafficante» per avergli invitato la pasta di coca. La realtà era molto diversa. I governi di Hugo Chavez si sono contraddistinti per la lotta al narcotraffico, sull’onda di quella che è stata la ferrea e intransigente lotta intrapresa ormai da decenni dal socialismo cubano contro la droga che periodicamente viene ribadita[4]. Basta recarsi in Venezuela per vedere con i propri occhi il lavoro anti-droga da parte della Polizia Bolivariana negli aeroporti. Più volte in passato agenti DEA e FBI hanno espresso ammirazione verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha sempre seguito il modello anti-droga cubano inaugurato da Fidel Castro in persona attraverso cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali. Il mito secondo cui il Venezuela è un “narco-Stato” fu sfatato dall’Ufficio di Washington in America Latina (WOLA) – un think tank di Washington che generalmente sostiene le operazioni di regime-change degli Stati Uniti nella regione – nonché dalla FAIR, 15 y Ultimo, Misión Verdad, Venezuelanalysis e altri enti e siti di giornalismo investigativo. Maduro venne definito da Trump “il narcotrafficante più potente al mondo”, oltre ad essere accusato di armonizzare quello che sarebbe il Cartel de los Soles, un presunto super-cartello della droga che permetterebbe al governo venezuelano di arricchirsi. Secondo questa narrazione, il governo venezuelano avrebbe messo in atto un complotto per inondare gli Stati Uniti con “qualcosa come 200-250 tonnellate di cocaina”. Sebbene tale cifra appaia alta, è importante sapere che gli Stati Uniti sono il maggiore consumatore mondiale di cocaina; la Colombia è il maggiore produttore; e che il Venezuela non coltiva coca, non produce cocaina e, secondo le cifre del governo nordamericano, meno del 7% del totale della droga dal Sud America transita in Venezuela e che meno del 10% del traffico globale di cocaina attraversa il Paese[5], come mostrano le mappe sotto (la regione dei Caraibi orientali comprende la penisola di Guajira in Colombia). Queste mappe, prodotte rispettivamente da Drug Enforcement Agency e Comando Meridionale degli Stati Uniti, sollevano immediatamente dubbi sul perché il Venezuela sia il Paese preso di mira. Pino Arlacchi, già sottosegretario generale dell’ONU e direttore dell’UNDCCP (ufficio ONU per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine), ha affermato nel 2019: «La notizia dell’incriminazione del Presidente Maduro e di membri del suo governo per traffico di droga mi ha lasciato senza parole. Osservando la persecuzione contro il Venezuela ne ho viste tante, ma sinceramente non pensavo che l’associazione per delinquere al potere negli Stati Uniti si spingesse fino a questo punto. Dopo aver fatto una rapina da 5 miliardi di dollari delle risorse finanziarie del Venezuela depositate nelle banche di 15 paesi. Dopo aver messo in atto un blocco dell’intera economia del paese tramite sanzioni atroci, rivolte a colpire la popolazione civile per spingerla a ribellarsi (senza successo) contro il suo governo. E dopo un paio di falliti tentativi di colpo di stato, ecco la mossa finale, la calunnia più infamante. Il colpo è talmente fuori misura che non penso abbia conseguenze di rilievo. Né le Nazioni Unite, né l’Unione europea, né la maggioranza degli Stati del pianeta che lo scorso settembre hanno votato a favore dell’attuale esecutivo del Venezuela e del suo Presidente durante l’Assemblea generale dell’ONU, daranno il minimo peso a questo episodio di guerra asimmetrica. Non succederà nulla perché non esiste la minima prova a sostegno della calunnia secondo cui il Venezuela ha inondato gli Stati Uniti di cocaina negli ultimi anni. Sono rimasto interdetto anche perché mi occupo di anti-droga da una quarantina di anni, e non ho mai incontrato il Venezuela lungo la mia strada. Prima, durante e dopo il mio incarico di Direttore esecutivo dell’UNODC (1997-2002), il programma antidroga dell’ONU, non ho mai avuto occasione di visitare quella nazione perché il Venezuela è sempre stato al di fuori dei maggiori circuiti del traffico di cocaina tra la Colombia – il principale paese produttore – e gli USA, il principale consumatore. Non esiste se non nella fantasia malata di Trump e soci alcuna corrente di commercio illegale di narcotici tra Venezuela e Stati Uniti». Era lo stesso Arlacchi che invitava a consultare le due fonti più importanti sul tema: il World Drug Report 2019, ovvero l’ultimo rapporto UNODC sulle droghe[6]; e il National Drug Threat Assessment del dicembre 2019, documento della DEA, la polizia antidroga americana[7]. Secondo quest’ultimo, il 90% della cocaina introdotta negli USA proviene dalla Colombia, il 6% dal Peru e il resto da origini sconosciute. “Se in quel 4% rimanente ci fosse stato anche il profumo del Venezuela, esso non sarebbe passato inosservato. Ma è il rapporto ONU che fornisce il quadro più dettagliato, menzionando il Messico, il Guatemala e l’Ecuador come le sedi di transito della droga verso gli Stati Uniti. E l’assessment della DEA cita i celebri narcos messicani come i maggiori fornitori del mercato USA” – sottolineava Arlacchi. Nel 2020 il Dipartimento di Stato USA, durante l’Amministrazione Trump, stabilisce vergognosamente una taglia da 15 milioni di dollari sulla testa del Presidente costituzionale del Venezuela, Nicolas Maduro Moros, offrendola a chi avrebbe collaborato al suo arresto. Maduro viene accusato – dagli USA – di essere il capo di un «narco-Stato» che, in collaborazione con una fazione dissidente delle Farc colombiane, era responsabile di «inondare gli Stati Uniti di cocaina». Durante l’amministrazione “democratica” di Joe Biden, la taglia passa dai 15 ai 25 milioni. Nel 2020, lo stesso Arlacchi, intervistato da Ruggero Tantulli per IlPeriodista, affermava che le accuse di narcotraffico e di narcoterrorismo al Presidente Nicolas Maduro e al Venezuela Bolivariano erano “spazzatura politica”: «Sono accuse assurde. Mi occupo di droga da più di 40 anni, ho scritto un po’ di libri sul tema e sono stato ai vertici dell’antidroga mondiale. Non mi è mai capitato di dovermi occupare di Venezuela e non l’ho mai visitato quando ero all’Onu perché non ce n’era bisogno. Sono falsità clamorose: non c’è un solo rigo sul traffico di droga dal Venezuela agli Usa nei documenti americani e dell’Onu. Sono andato a rileggere tutti gli ultimi rapporti della Dea (Drug Enforcement Administration, ndr). L’ultimo è di tre mesi fa. La produzione e le rotte sono quelle classiche». Affermava Arlacchi: «La produzione mondiale di cocaina è, grosso modo, così ripartita: in Colombia il 70%, in Perù il 20% e in Bolivia il restante 10%. La mediazione per arrivare negli Stati Uniti, che sono il principale mercato di consumo del mondo, avviene attraverso i narcos messicani, ma questo lo sanno anche i bambini. Dal lato del Pacifico ma anche dei Caraibi. Una rotta più marginale, poi, passa per Ecuador e Guatemala, quindi per l’America centrale. Ma questi sono tutti dati conosciutissimi, infatti nessuno sta prendendo sul serio queste accuse, nemmeno chi è contro Maduro». Secondo Arlacchi si trattava dell’ennesimo tentativo di ingerenza e di colpo di stato: «E’ una guerra non convenzionale. Gli americani non possono più fare colpi di stato “alla vecchia maniera” con la Cia e i marines, anche perché Maduro ha un ottimo sistema di intelligence e protezione personale. Tentativi, comunque, ne sono stati fatti e ne vengono fatti, ma senza successo. Gli Usa non riescono a sottomettere il Venezuela anche perché con Guaidó hanno scelto una strategia totalmente sbagliata. Juan Guaidó è adesso totalmente isolato. Il blocco economico e finanziario non sta portando alla ribellione contro il governo. Scartata l’invasione militare, quindi, non resta che il character assassination, l’assassinio morale. Ma queste accuse sono un colpo a vuoto per qualunque osservatore obiettivo, un colpo che finirà per rafforzare l’idea che il Venezuela sia vittima di una aggressione da parte degli Stati Uniti». L’11 agosto 2024 l’ANSA pubblicava una notizia insolita: “Gli Stati Uniti stanno tenendo una serie di colloqui segreti per convincere il presidente venezuelano Nicolas Maduro a lasciare il potere in cambio della grazia. Lo riferiscono fonti informate al Wall Street Journal secondo le quali l’amministrazione Biden ha messo “tutto sul tavolo” per convincere il leader venezuelano ad andarsene prima della fine del suo mandato a gennaio. Maduro deve affrontare una serie di incriminazioni da parte del dipartimento di Giustizia americano e nel 2020 gli Usa hanno messo una ricompensa di 15 milioni di dollari per informazioni che potessero portare al suo arresto.”[1] Oltre a propagandare la bufala del “narco-Stato”, l’ANSA e i media mainstream atlantisti ed occidentali hanno diffuso l’idea che ci fosse in atto una trattativa tra USA e il governo bolivariano affinchè Maduro lasciasse la presidenza in cambio della cancellazione della taglia sulla sua testa. La notizia della presunta trattativa oltre ad essere falsa, era stata smentita anche dalla stessa Casa Bianca che ha definito “falsa” la notizia rilanciata, precedentemente, dal Wall Street Journal (WSJ)[2]. Lunedì 19 agosto 2024, è stato proprio il Dipartimento di Stato USA, nella figura del vice portavoce principale Vedant Patel, a smentire categoricamente la falsa notizia di una amnistia per Maduro e per altri alti funzionari venezuelani. Ancora una volta emergono le falsità e la guerra mediatica contro il Venezuela. Anche la Casa Bianca smentisce ma non rinuncia alla sua azione destabilizzatrice contro il Presidente Maduro e la Costituzione Bolivariana del Venezuela. Ad agosto 2025, gli Stati Uniti raddoppiano assurdamente – in contrasto con il diritto internazionale – la ricompensa offerta a chiunque fornisca informazioni utili all’arresto del presidente del Venezuela Nicolás Maduro e sul suo Ministro dell’Interno affinché possano essere processati per “traffico di droga e corruzione”. La taglia passa da 25 a 50 milioni di dollari. La decisione di raddoppiarla è stata annunciata dal procuratore generale Pam Bondi, alla quale il Ministro degli Esteri di Caracas Yvan Gil ha risposto definendo la scelta “patetica” e “propaganda politica”, usata dagli Stati Uniti per distrarre l’opinione pubblica dal caso Jeffrey Epstein. Il fine inoltre è incolpare il Venezuela Bolivariano dell’immissione negli Usa di cocaina tagliata con fentanyl. Dichiarazioni nuovamente assurde che nonr ispecchiano i dati ufficiali mondiali sul traffico di droga. Come afferma Arlacchi in un recente articolo su Il Fatto Quotidiano (ripubblicato da Pressenza Italia): “Il Rapporto Onu 2025, recentemente pubblicato, è di una chiarezza cristallina: solo una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il Venezuela nel suo cammino verso Usa ed Europa. Il Venezuela, secondo l’Onu, ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Il documento non fa altro che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste.” (Foto di Infografica da Limes narcotraffico Sud America) I dati sono chiari: solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Afferma Arlacchi: “Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Sì, avete letto bene: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile “narco-Stato” bolivariano. Ma nessuno ne parla perché il Guatemala è a secco dell’unica droga non naturale che interessa Trump: il petrolio. Il paese ne produce lo 0,01% del totale globale.” Anche il Rapporto Europeo sulle Droghe 2025 dell’Unione Europea, basato su dati reali e non su wishful thinking geopolitici, non cita neppure una volta il Venezuela come corridoio del traffico internazionale di droga, e ignora del tutto il Cartel de los Soles. Secondo il Rapporto Europeo, la cocaina è la seconda droga più usata nei 27 paesi Ue, ma le sue fonti principali sono chiaramente identificate: Colombia per la produzione, America centrale per lo smistamento, e varie rotte attraverso l’Africa occidentale per la distribuzione finale. In questo scenario, Venezuela e Cuba non ci sono. L’Europa ha bisogno di dati affidabili per proteggere i suoi cittadini dalla droga, quindi produce studi accurati. Gli Usa hanno bisogno di giustificazioni per il loro bullismo petrolifero, quindi producono propaganda mascherata da intelligence. Eppure, anche le menzogne USA hanno un limite: quando sono smentite dalle sue stesse istituzioni anti-droga. I Rapporti della DEA 2024 e 2025, infatti, affermano chiaramente che il Venezuela non è toccato dal narcotraffico mondiale. L’Amministrazione per il Controllo delle Droghe degli Stati Uniti (DEA) ha riconosciuto nei suoi rapporti annuali (rapporti “National Drug Threat Assessment” del 2024 e del 2025) che gli Stati Uniti hanno un rapporto strutturale con il traffico di droga. Ha ammesso problemi estremamente gravi, come il fatto che la popolazione è immersa nel consumo di vari tipi di droghe e che il Paese è l’epicentro delle reti di traffico di droga, essendo produttore, mercato di destinazione di stupefacenti e una grande macchina finanziaria del denaro della droga. Nel rapporto del 2024 si afferma che “i cartelli messicani ottengono carichi di diverse tonnellate di cocaina in polvere e base di cocaina dai trafficanti sudamericani, per poi contrabbandarla attraverso rotte terrestri o fluviali costiere in America Centrale, o via mare verso isole caraibiche come Porto Rico e Repubblica Dominicana, prima di introdurla negli Stati Uniti”. In questo riferimento alle rotte caraibiche, non viene fatto alcun cenno al Venezuela. Nel rapporto del 2025, la DEA afferma che la maggior parte dei sequestri di cocaina sono stati effettuati in California, al confine con il Messico, dimostrando che gran parte del traffico di tale stupefacente avviene attraverso rotte terrestri e marittime nell’Oceano Pacifico. In entrambi i rapporti, la DEA cita specificamente Colombia, Perù e Bolivia come paesi produttori di cocaina e fa riferimento a Messico, El Salvador, Honduras, Guatemala, Porto Rico e Repubblica Dominicana come punti chiave della rotta della cocaina verso gli Stati Uniti. La DEA ammette nei suoi rapporti del 2024 e del 2025 che gli Stati Uniti sono il fulcro del riciclaggio di capitali provenienti dal traffico internazionale di droga. Sottolinea che sul suolo statunitense operano riciclatori di denaro che prestano i loro servizi a diverse organizzazioni criminali. La DEA indica metodi quali case di cambio di criptovalute, portafogli digitali, trasferimenti di tipo mirror, compravendita di beni mobili e immobili tramite agenzie immobiliari statunitensi e altri meccanismi esistenti nel sistema bancario nordamericano. Secondo la DEA, e come affermato dall’ONU (ONU contro la droga e il crimine, UNODC), il Venezuela non è un Paese produttore di droga. C’è solo un piccolo accenno al cosiddetto “Tren de Aragua” nel rapporto DEA del 2025, dopo che è stato classificato come “organizzazione terroristica”. Si tratta di un riferimento fondato su prove segrete, che non lo sarebbero se avessero un minimo di consistenza e fossero supportate da altre fonti. “Come può un’organizzazione criminale così potente da meritare una taglia di 50 milioni di dollari, essere completamente ignorata da chiunque si occupi di antidroga al di fuori degli Usa?” – si è domandato Arlacchi. Infatti né nel rapporto del 2025, né in quello del 2024, né in nessun altro rapporto precedente della DEA, compare da nessuna parte il cosiddetto Cartel de los Soles, poichè il Venezuela non figura come Paese produttore di cocaina nemmeno secondo lo stesso governo statunitense, il quale invece mediaticamente lancia accuse false. Il Cartel de los Soles è una finzione comunicativa ed esiste solo sui tavoli di progettazione propagandistica del governo statunitense, dell’opposizione venezuelana e della destra internazionale. Il Cartel de los Soles è una creatura dell’immaginario trumpiano. Il “cartello della droga” che sarebbe “guidato dal presidente del Venezuela Maduro” non viene citato né nel rapporto del principale organismo mondiale antidroga né nei documenti di alcuna agenzia anticrimine europea o di altra parte del pianeta. Quello che viene venduto su Netflix come un “super-cartello della droga” in Venezuela, è in realtà un miscuglio di piccole reti locali, di qualche episodio di corruzione, un tipo di criminalità spicciola che si trova in qualsiasi Paese del mondo, inclusi gli Usa, dove – come ha ricordato Arlacchi – “muoiono ogni anno quasi 100 mila persone per overdose da oppiacei che nulla hanno a che fare col Venezuela, e molto con Big Pharma americana.” Insomma non c’è traccia del Venezuela in alcuna pagina dei due documenti e in nessun altro materiale delle agenzie anticrimine USA degli ultimi 15 anni si fa menzione di fatti che possano anche indirettamente ricondurre alle accuse lanciate contro il legittimo Presidente del Venezuela e contro il suo governo. Il fatto stesso che in Venezuela transiti una minima parte del narcotraffico e che si veda la lotta ferrea del suo governo ad opporvisi con tutti gli strumenti, non fa del Venezuela un “narco-Stato” ma piuttosto di un governo che reprime questo fenomeno. Si tratta quindi di spazzatura politica, che però non è stata trattata come tale nemmeno fuori dal sistema politico-mediatico degli Stati Uniti. Vergognosa è stata l’intervista[8] pubblicata il 21 agosto 2024 su Il Corriere della Sera fatta da Roberto Saviano al giornalista venezuelano Alfred Meza, colui che ha inventato la macchina del fango contro Alex Saab[9], diplomatico venezuelano che è stato prosciolto da tutte le accuse dal giudice della Florida, Robert Scola con una sentenza dell’8 aprile 2024, a seguito dell’indulto firmato dal presidente USA Joseph Biden il 15 dicembre 2023. Il 20 dicembre 2023, Saab è stato liberato a seguito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti e, una volta tornato in Venezuela, ha raccontato le torture subite per fargli confessare delitti mai commessi, che avallassero l’idea del Venezuela come “narco-Stato”, e quella di Saab come “prestanome” di Nicolas Maduro[10]. Roberto Saviano ha dimostrato la sua arroganza nel dire: “Studio il narcotraffico in Venezuela da molti anni e questo mi ha permesso di conoscere diversi giornalisti che in questi anni stanno rischiando la vita per raccontare il regime di Maduro e il potere della criminalità organizzata.” Saviano non solo non ha studiato il caso del Venezuela, ma in quell’intervista non ha proposto nemmeno un dato sul narcotraffico tra Colombia e USA e nemmeno un dato sul presunto coinvolgimento del Venezuela. Con un’operazione retorica ha intervistato Alfred Meza, dando adito alla propaganda golpista della destra eversiva che ha messo a ferro e fuoco il Venezuela post-elezioni, paragonando Maduro ad Erdogan e definendo il chavismo come “un movimento fascista” . La verità è che Saviano non ha studiato la storia del Venezuela, del socialismo bolivariano e, con la sua autoreferenzialità, continua a parlare di qualcosa che non conosce perché, se conoscesse, avrebbe i brividi solo ad interfacciarsi con quelli che calunniano la Rivoluzione Bolivariana e i suoi governi. Il vero obiettivo della finzione comunicativa e propagandistica del Cartel de los Soles non è la droga, ma il controllo strategico delle vaste risorse naturali e minerarie del Venezuela, comprese le più grandi riserve di petrolio del pianeta, interamente gestite da un governo socialista e antimperialista i cui proventi reinvesti per il 75% in piani sociali. Siamo dentro alla trama di un film di Hollywood già visto, in cui gli Usa provano a costruire l’immagine del nemico cattivo per giustificare l’ennesima guerra, l’ennesima invasione militare per una “causa umanitaria”.   [1] https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2024/08/11/usa-offrono-a-maduro-la-grazia-se-lascia-il-potere_e3896f11-15c4-4cea-ae38-891b4d0bddf0.html [2] https://www.cdt.ch/news/mondo/non-abbiamo-offerto-la-grazia-a-maduro-360272 [3] https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/chavez-choc_mastico_coca_ogni/ [4] https://italiano.prensa-latina.cu/2024/08/16/cuba-ribadisce-la-sua-intransigenza-di-fronte-al-traffico-di-droga/?fbclid=IwY2xjawEvvehleHRuA2FlbQIxMQABHd8EkRt8uBmPE4WxwK70HVNoq6cfOVFQpOCGQPdHo-cZQZVYSelvVuX5yA_aem_lfxxG74btAgrS5HR6izSaA [5] https://italiacuba.it/2020/03/30/le-accuse-di-trump-a-maduro-sono-una-confessione-sul-golpe-di-guaido/ [6] World Drug Report 2019, https://wdr.unodc.org/wdr2019/prelaunch/WDR19_Booklet_4_STIMULANTS.pdf [7] National Drug Threat Assessment 2019, https://www.dea.gov/sites/default/files/2020-02/DIR-007-20%202019%20National%20Drug%20Threat%20Assessment%20-%20low%20res210.pdf [8] Roberto Saviano, Alfredo Meza: «Quanti errori a sinistra su Chávez e Maduro. Ora il Venezuela è nel caos» https://www.corriere.it/esteri/24_agosto_21/saviano-intervista-alfredo-meza-chavez-maduro-venezuela-e08fa362-840f-47f3-bfd7-7fc208a70xlk.shtml?refresh_ce [9] Geraldina Colotti, Alex Saab. Lettere di un sequestrato, Multimage, 15 novembre 2022 [10] https://www.pressenza.com/it/2024/04/alex-saab-prosciolto-da-tutte-le-accuse/   Fonti: “National Drug Threat Assessment”. Drug Enforcement Administration (2024). Governo degli Stati Uniti: https://www.dea.gov/sites/default/files/2024-05/5.23.2024%20NDTA-updated.pdf “National Drug Threat Assessment”. Drug Enforcement Administration (2025). Governo degli Stati Uniti: https://www.dea.gov/sites/default/files/2025-07/2025NationalDrugThreatAssessment.pdf Presidente colombiano Gustavo Petro difende Maduro dall’accusa di “narcoterrorismo” https://www.youtube.com/watch?v=Xf7ghNJ366U https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-pino_arlacchi__la_grande_bufala_contro_il_venezuela_la_geopolitica_del_petrolio_travestita_da_lotta_alla_droga/5871_62413/ https://italiacuba.it/2020/03/30/le-accuse-di-trump-a-maduro-sono-una-confessione-sul-golpe-di-guaido/ > Il rapporto chiave della DEA per il 2024 non menziona né il Venezuela né il > “Cartello dei Soli” > Legami pericolosi: «Narco» e il suo passato familiare > Stati Uniti: uno Stato narco-trafficante certificato dalla DEA > Il narcotraffico in America Latina e lo stratagemma di Marco Rubio > Il Venezuela da quando ha espulso la DEA statunitense ha sequestrato 182 > velivoli utilizzati per il traffico di droga dalla Colombia > Emergono prove di una cospirazione della DEA in Venezuela Lorenzo Poli