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I movimenti del Vaticano
Articolo di Salvatore Cannavò Il quotidiano del Vaticano, l’Osservatore romano, del 24 ottobre aveva una grande prima pagina dal titolo: «Terra, casa e lavoro sono diritti sacri. Vale la pena lottare per essi». E in grande evidenza anche la frase forte detta da Papa Leone XIV ai circa 200 delegati provenienti da 26 paesi diversi che lo ascoltavano attenti: «Voglio che mi sentiate dire ‘Ci sto! Sono con voi!’».  Le prime due pagine del quotidiano della Santa Sede, come di consueto, hanno riportato integralmente l’intervento di Prevost. Un testo particolarmente lungo vista la portata dell’evento. Ma collocato in grande evidenza e, per capire ancora meglio le priorità vaticane, in quello stesso numero dell’Osservatore romano, lo «storico» incontro avuto con il capo della Chiesa anglicana, re Carlo, ha avuto solo un breve articolo collocato a pagina sei. Nonostante qualche commentatore inviti a non sopravvalutare la portata di questo discorso e di quell’incontro, tra gli stessi membri dei movimenti popolari c’è chi ammette che non si aspettava un tale rilievo e una tale sottolineatura da parte della Santa Sede. L’Incontro mondiale dei movimenti popolari, giunto alla V edizione, è stata un’idea di papa Bergoglio che gli ha dato vita nel 2014. Allora si era nella fase di crisi seguita alla recessione del 2007-2008 e poi a grandi movimenti popolari in Europa e in America latina. Tra gli ospiti illustri del primo appuntamento tenuto dentro le mura del Vaticano ci fu l’allora presidente della Bolivia, Evo Morales, e tra i promotori di questo originale meeting si trovavano, allora come oggi, il movimento brasiliano dei Sem Terra, l’Unione dei Lavoratori e Lavoratrici dell’Economia Popolare, Argentina, il Pico Network della California, lo Slum Dwellers International del Sudafrica, il Movimento Mondiale dei Lavoratori Cristiani e, dall’Italia, l’associazione Mediterranea Saving Humang fondata tra gli altri da Luca Casarini e rappresentata in questo consesso da don Mattia Ferrari, prete militante che ha gestito le giornate dell’Incontro mondiale.  L’iniziativa era fortemente radicata nel solco del magistero di Francesco, aperto alla società, capace di guardare le diseguaglianze sociali e di schierare con la maggior nettezza possibile la Chiesa dalla parte dei poveri contro lo strapotere dei potenti. Leone XIV ha deciso, in modo sorprendente per la forza con cui questo è emerso, di percorrere la stessa linea. E lo ha fatto sapendo di avere davanti soggetti molto conflittuali, come i Sem Terra brasiliani, un movimento contadino con circa 10 milioni di iscritti dagli orientamenti marxisti. Ciò non gli ha impedito di evidenziare il fatto che quei movimenti sono andati in Vaticano con «lo stendardo della terra, della casa e del lavoro, camminando insieme da un centro sociale – Spin Time». Parliamo dell’ormai celebre palazzo occupato, legato ai movimenti sociali della sinistra romana, vessato e messo all’indice dal governo di Giorgia Meloni, in cui si è tenuto il V Incontro e che per l’occasione è stato frequentato da importanti esponenti della Curia romana come il cardinal Baldassare Reina, vicario di Roma e soprattutto il responsabile del dicastero dello Sviluppo integrale (una sorta di ministero sociale) della Santa Sede, Michael Czerny.  In questo contesto, Prevost ha voluto inviare il messaggio che la Chiesa è con questa parte di società contro «l’autonomia assoluta dei mercati» contro «l’ingiustizia sociale» prodotta dal «divario tra una ‘piccola minoranza’ – l’1% della popolazione e la stragrande maggioranza». Recuperando il concetto di «cultura dello scarto» caro a Francesco, il contrasto all’«idolatria del profitto», la parte del discorso di Leone probabilmente più densa di conseguenze politiche è quella sui migranti dove, riaffermando «il diritto degli Stati alla sicurezza», ha ribadito che per la Chiesa non può mai venire meno «l’obbligo morale di fornire rifugio» denunciando il fatto che per i migranti «si stanno adottando misure sempre più disumane – persino politicamente celebrate – per trattare questi ‘indesiderabili’ come se fossero spazzatura e non esseri umani.  Impossibile non leggere in queste parole il riflesso della politica di Donald Trump, legame del resto ribadito durante la conferenza stampa di presentazione dell’Incontro da Gloria Morales Palos, migrante messicana negli Stati uniti, esponente del Pico che ha denunciato le politiche contro le comunità migranti del governo Trump e, riferendosi alla situazione della sua città, San Diego, ha dichiarato di «essere orgogliosa di far parte della Chiesa cattolica» per il supporto che sta dando ai migranti.  Se la prima fase del papato di Leone XIV era sembrata ispirata soprattutto a una linea più sobria e più attenta alle posizioni delle varie componenti interne alla Chiesa, nel sostegno ai Movimenti popolari c’è stata una novità rilevante tanto più importante perché basata sulle caratteristiche poco emotive o umorali di questo Papa che vuole promuovere una forte identità cristiana. «Al centro del Vangelo, infatti, c’è il comandamento dell’amore, e Gesù ci ha detto che nel volto e nelle ferite dei poveri è nascosto il suo stesso volto» dice Prevost. Il quale ha dato qualche elemento in più sul proprio nome: «Uno dei motivi per cui ho scelto il nome Leone XIV è l’Enciclica Rerum novarum, scritta da Leone XIII durante la rivoluzione industriale. Rerum novarum significa ‘cose nuove’ e tra le cose nuove c’è l’azione di questi movimenti». Non si tratta di trasformare la Chiesa in un centro sociale, ovviamente. Leone può ricordare agilmente la sua missione sociale in Perù, dove dice di aver sperimentato felicemente «la Chiesa che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze». Si tratta di tornare a guardare il mondo dalla «periferia» perché «dal centro c’è poca consapevolezza dei problemi che colpiscono gli esclusi». E sembrano parole che parlano ai potenti della Terra, a chi decide le vite degli esclusi di cui, quando se ne parla, «si ha la sensazione che si tratti di una questione aggiunta quasi per dovere». Citando papa Benedetto XVI parla poi degli eccessi della globalizzazione, «dell’idolatria del profitto», mentre, valorizzando ancora il suo santo ispiratore, Agostino, occorre mettere «l’umano» al centro di una visione complessiva. Tornando infine alla Rerum novarum di Leone XIII, ricorda che la sua forza fu quella di essersi concentrata «sulla situazione dei lavoratori». È qui «che risiede la forza evangelica del suo messaggio. E, per la prima volta e con assoluta chiarezza, un Papa disse che le lotte quotidiane per la sopravvivenza e per la giustizia sociale erano di fondamentale importanza per la Chiesa». Più che allora, però,  «oggi l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale». Il divario tra una «piccola minoranza» – l’1% della popolazione – e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico».  Torna di nuovo papa Francesco e la sua espressione sulla «cultura dello scarto». Gran parte di questo scarto è anche il prodotto dell’innovazione tecnologica che ha effetti «ambivalenti»: «sono positivi per alcuni paesi e settori sociali, ma altri, invece, subiscono ‘danni collaterali’». Ancora una volta, questo è il risultato della cattiva gestione del progresso tecnologico. Al centro del discorso, oltre al lavoro, la terra, a partire dalla crisi climatica che colpisce soprattutto «i poveri», coloro che ne soffrono di più. Leone XIV attacca anche l’industria farmaceutica, «per certi versi un progresso», ma «non priva di ambiguità» per la sua «idolatria del corpo» e il «culto del benessere fisico» in cui «il mistero del dolore è interpretato in modo riduttivo». Ma è importante il riferimento alle «organizzazioni della società civile» oltre che alla Chiesa che stanno «affrontando queste nuove forme di disumanizzazione, testimoniando costantemente che chi si trova nel bisogno è nostro prossimo, nostro fratello e nostra sorella. Questo vi rende campioni dell’umanità, testimoni della giustizia, poeti della solidarietà». I movimenti popolari oggi si incaricano di colmare un vuoto di rappresentanza in un mondo in cui «i sindacati tipici del XX secolo rappresentano ormai una percentuale sempre più esigua dei lavoratori e i sistemi di sicurezza sociale sono in crisi in molti paesi». Perciò, «i movimenti popolari sono chiamati con urgenza a colmare quel vuoto, avviando processi di giustizia e solidarietà che si diffondano in tutta la società». «La Chiesa sostiene le vostre giuste lotte per la terra, la casa e il lavoro», conclude Leone. «Come il mio predecessore Francesco, credo che le vie giuste partano dal basso e dalla periferia verso il centro. Le vostre numerose e creative iniziative possono trasformarsi in nuove politiche pubbliche e diritti sociali. La vostra è una ricerca legittima e necessaria». Il sostegno del Papa ovviamente è stato accolto come un messaggio di forza e di pieno supporto agli intenti emersi dal V Incontro che ha licenziato domenica 26 ottobre il suo documento conclusivo. Partendo dalla premessa di un mondo in cui «l’1% più ricco della popolazione accumula più ricchezza del restante 99%», in cui «la precarietà del lavoro si aggrava a livello mondiale, con un tasso di informalità che colpisce già il 60% dei lavoratori e delle lavoratrici», con migliaia di migranti morti per cercare di attraversare le frontiere, con «milioni di persone senza casa», e in cui vige «l’urgenza di riparare il danno ambientale causato da un modello economico predatorio», il documento invoca misure come «il reddito di base universale come riconoscimento del lavoro non retribuito e come garanzia di sussistenza la riduzione dell’orario di lavoro», il rifiuto dei conflitti e della guerra, la «sovranità economica» che passa anche «per la cancellazione dei debiti esterni illegittimi», «l’uguaglianza di genere» e la lotta contro «la violenza maschile e tutte le forme di oppressione contro donne e diversità», la «democrazia popolare» rafforzando «il potere popolare per contrastare le élite economiche e finanziarie che oggi sequestrano la democrazia», la difesa della «piena cittadinanza», la «giustizia ecologica e la sovranità sui beni comuni rifiutando il modello estrattivista e le false soluzioni che mercificano la natura, difendendo i nostri territori».   Proposte spesso radicali, certamente più di quanto sappiano offrire, ad esempio, le socialdemocrazie europee. *Salvatore Cannavò, già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). 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