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Governare le migrazioni producendo irregolarità
La notizia degli arresti eseguiti all’alba del 18 maggio – dodici persone accusate di tratta, caporalato e sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani – non rappresenta purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come effetti strutturali del modo in cui in Italia viene regolato l’ingresso dei lavoratori migranti. Le misure cautelari sono state eseguite tra le province di Potenza, Matera, Salerno, Piacenza e Lecco, a conferma di una filiera dello sfruttamento che attraversa territori, settori produttivi e reti criminali ben oltre il solo contesto agricolo locale. Secondo quanto ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza, decine di lavoratori avrebbero pagato tra gli 8.500 e i 13mila euro per ottenere un ingresso in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. Una volta arrivati, si sarebbero ritrovati intrappolati in condizioni definite dagli inquirenti di “moderna schiavitù”: turni estenuanti oltre le dodici ore, salari irrisori, alloggi degradati, privazione della libertà personale, minacce legate al rilascio del permesso di soggiorno e una condizione permanente di soggezione economica e psicologica dovuta ai debiti contratti per poter partire. La questione centrale, però, è che queste vicende non possono essere lette semplicemente come deviazioni criminali o patologie marginali del sistema. Al contrario, sono profondamente intrecciate con il funzionamento ordinario delle politiche migratorie italiane ed europee. Le forme che assume il grave sfruttamento lavorativo e il cosiddetto caporalato sono in larga parte, come da decenni mostrano gli studi sul tema, il prodotto delle contraddizioni e delle disfunzioni dell’apparato normativo dedicato alla governance delle migrazioni. I dati relativi al biennio 2023–2024 analizzati e diffusi dalla campagna “Ero straniero” mostrano con particolare evidenza l’inefficacia strutturale del sistema dei decreti flussi rispetto agli obiettivi dichiarati di regolazione e programmazione degli ingressi per lavoro. A fronte di 278.700 quote previste e di 247.597 quote assegnate, sono state presentate circa 1,3 milioni di domande di assunzione. Ma il dato più inquietante emerge osservando il passaggio finale della filiera amministrativa. Solo 158mila domande hanno portato al rilascio del nulla osta e, di questi nulla osta, solo 61.941 sono divenuti visti di ingresso rilasciati, dunque persone entrate regolarmente in Italia attraverso il sistema dei decreti flussi. Eppure, di queste circa 62mila persone entrate regolarmente in Italia, solo 25.499 hanno poi avuto accesso effettivo a un permesso di soggiorno per lavoro. Detto in altri termini, questo significa che oltre 36mila persone, pur essendo entrate legalmente nel territorio italiano, scompaiono dal radar della regolarità amministrativa. Non spariscono però dal mercato del lavoro italiano. Spariscono soltanto dalla protezione giuridica. È qui che il discorso cambia radicalmente. Perché la domanda da porsi non è soltanto perché il sistema non funzioni, ma che fine facciano concretamente queste persone. In quali settori lavorano oggi? In quali condizioni? Dentro quali reti di dipendenza, informalità e sfruttamento vengono assorbite? Pensare che decine di migliaia di lavoratori entrati regolarmente evaporino semplicemente nel nulla sarebbe ovviamente assurdo. Più realisticamente, una parte consistente di queste persone finisce dentro quell’enorme area grigia del lavoro irregolare che attraversa agricoltura, logistica, edilizia, ristorazione, cura domestica e servizi. È difficile immaginare una rappresentazione più chiara dell’inefficacia di questo meccanismo. Eppure, nonostante ciò, il dibattito pubblico continua a descrivere i decreti flussi come uno strumento di “governo ordinato” delle migrazioni per lavoro. In realtà, il loro funzionamento concreto produce spesso l’effetto opposto: alimenta mercati paralleli della mobilità e dell’intermediazione, rafforza il potere di reti informali (e in non pochi casi criminali) e costringe migliaia di lavoratori a entrare in rapporti di dipendenza estrema. La radice di questa distorsione è nota da oltre vent’anni. Con la Bossi-Fini del 2002, il sistema d’ingresso per lavoro è stato costruito attorno a un presupposto sostanzialmente irrealistico: l’idea che domanda e offerta di lavoro possano incontrarsi a distanza, prima della mobilità, attraverso procedure amministrative centralizzate. Come se esistesse una sorta di ufficio di collocamento planetario capace di selezionare lavoratori all’estero sulla base dei bisogni immediati del mercato italiano. Ma il mercato del lavoro reale non funziona così. Da decenni la sociologia economica e delle migrazioni mostra che l’incontro tra domanda e offerta passa attraverso reti sociali, presenza territoriale, conoscenze informali, relazioni fiduciarie e percorsi di mobilità già avviati. Pretendere di governare questi processi ignorandone il funzionamento concreto significa produrre inevitabilmente disfunzioni, irregolarità e spazi di intermediazione opaca. Non prevedere canali realistici di ingresso per ricerca di lavoro significa infatti lasciare i lavoratori nelle mani di chi controlla concretamente l’accesso alla mobilità: intermediari, caporali, agenzie informali, reti criminali e datori di lavoro disposti a monetizzare il bisogno di documenti e regolarità. È esattamente ciò che emerge anche dall’inchiesta di Potenza, dove le pratiche legate ai decreti flussi diventavano parte integrante di una filiera transnazionale dello sfruttamento. Per anni la politica italiana ha dichiarato di voler combattere la “clandestinità”, senza però interrogarsi sul fatto che è proprio la struttura normativa vigente a produrre sistematicamente condizioni di irregolarità. I decreti flussi hanno finito così per funzionare non come uno strumento di programmazione degli ingressi, ma come una sorta di sanatoria “mascherata”, incapace persino di regolarizzare in modo stabile lavoratori già inseriti nel sistema economico italiano. Continuare a riproporre questo modello significa ignorare ciò che la realtà mostra ormai con evidenza: quando si restringono i canali legali e realistici di ingresso, non si fermano le migrazioni né il fabbisogno di lavoro. Si rafforzano, piuttosto, i circuiti illegali che organizzano la mobilità, si ampliano le aree di ricattabilità sociale e si consolidano le condizioni che rendono possibile lo sfruttamento estremo. Le alternative esistono, ma richiedono un cambio radicale di paradigma. Tra queste vi sarebbe almeno l’introduzione di un titolo di soggiorno per ricerca di lavoro, che consenta alle persone di entrare legalmente sul territorio senza dipendere immediatamente da un singolo datore di lavoro e senza essere costrette a indebitarsi con reti informali o criminali. Continuare invece a immaginare frontiere rigidamente chiuse e ingressi selezionati attraverso meccanismi amministrativi astratti significa, nei fatti, continuare ad alimentare proprio quel sistema di sfruttamento che periodicamente si dichiara di voler combattere. Finché il bisogno di mobilità continuerà a essere governato attraverso dispositivi irrealistici e repressivi, il risultato non sarà la fine delle migrazioni, ma l’espansione dei mercati dello sfruttamento che vivono proprio di quella vulnerabilità prodotta istituzionalmente. Antonio Ciniero, antonio.ciniero@unisalento.it   Redazione Italia
May 27, 2026
Pressenza
L’economia in nero supera i 217 miliardi di euro. Oltre 3 milioni i lavoratori irregolari
L’economia non osservata è costituita dalle attività produttive di mercato che sfuggono all’osservazione diretta e comprende, essenzialmente, l’economia sommersa e quella illegale. Nel 2023 il valore aggiunto generato dall’economia non osservata, ovvero dalla somma di economia sommersa e attività illegali, si è attestato a 217,5 miliardi di euro, con una crescita del 7,5% rispetto all’anno precedente (quando era 202,4 miliardi). L’incidenza dell’economia non osservata sul Pil, cresciuto a prezzi correnti del 7,2%, è lievemente aumentata al 10,2%, dal 10,1% del 2022. I settori dove il peso del sommerso economico è maggiore sono gli altri servizi alle persone, dove esso costituisce il 32,4% del valore aggiunto del comparto, il commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (18,8%) e le costruzioni (16,5%). Si osserva invece un’incidenza minore per gli altri servizi alle imprese (5,5%), la produzione di beni d’investimento (4,3%) e la produzione di beni intermedi (1,6%). Sono alcuni dei dati del Report dell’ISTAT sull’economia non osservata. “La dinamica complessiva dell’economia non osservata, si sottolinea nel Report, è stata guidata dalla crescita delle sue principali componenti. Rispetto all’anno precedente, il valore aggiunto dovuto alla sotto-dichiarazione ha registrato un incremento del 6,6% (pari a +6,7 miliardi di euro), mentre quello generato da lavoro irregolare ha segnato una crescita dell’11,3% (corrispondenti a +7,8 miliardi). Contenuto, invece, il contributo delle altre componenti del sommerso: mance e fitti non dichiarati hanno registrato un aumento del 3,8% (pari a +0,5 miliardi) rispetto al 2022, mentre le attività illegali sono aumentate dell’1,0% (circa +0,2 miliardi)”. Cresce anche il lavoro irregolare: nel 2023 sono 3 milioni e 132mila le unità di lavoro a tempo pieno (Ula) in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (circa 2 milioni e 274mila unità). Rispetto al 2022, il lavoro irregolare è aumentato del 4,9% (poco più di 145mila Ula). “Entrambe le componenti dipendenti e indipendenti, si legge nel Report dell’ISTAT,  hanno registrato una dinamica simile con un aumento, rispettivamente, del 4,9% e del 4,8%, pari a +105,8mila Ula dipendenti e +39,5mila Ula indipendenti. Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza percentuale delle Ula non regolari sul totale, è risultato lievemente in aumento nell’ultimo anno, dopo 5 anni di calo consecutivo, attestandosi al 12,7% (era 12,5% nel 2022). L’aumento del tasso di irregolarità è dovuto alla forte crescita del lavoro non regolare, la cui dinamica (+4,9%) è stata circa il doppio rispetto a quella dell’input di lavoro regolare. Quest’ultimo ha registrato nel 2023 un aumento del 2,4% (circa +503,5mila Ula), determinato prevalentemente dalla componente dei dipendenti (+3,1% Ula regolari pari a +464mila Ula). Il tasso di irregolarità si è confermato più elevato tra i dipendenti in confronto agli indipendenti (pari, rispettivamente, al 12,9% e al 12,2%); è proseguita, tuttavia, la tendenza all’attenuazione della differente incidenza del lavoro irregolare tra le due componenti, in atto dal 2018. Nell’ultimo anno si è riscontrato un aumento di 0,2 punti percentuali del tasso di irregolarità per le unità di lavoro dipendenti e di 0,4 punti percentuali per quelle indipendenti”. Per quanto riguarda, in particolare, le attività illegali, l’ISTAT segnala un valore aggiunto pari a 20 miliardi di euro, con  una crescita dell’1% (pari a +0,2 miliardi di euro). Nel 2023 il traffico di stupefacenti è cresciuto lievemente: il valore aggiunto è salito a 15,3 miliardi di euro (+0,2 miliardi rispetto al 2022), mentre la spesa per consumi si è attestata a 17,2 miliardi di euro. Nello stesso periodo si è registrata anche una moderata crescita dei servizi di prostituzione. In particolare, nel 2023 il valore aggiunto e i consumi finali sono aumentati, rispettivamente, del 2,8% e del 2,9% (portandosi a 4,1 e 4,8 miliardi di euro), dinamica dovuta anche alla revisione delle fonti utilizzate. L’attività di contrabbando di sigarette nel 2023 è rimasta marginale, rappresentando una quota – sul complesso delle attività illegali – del 2,5% del valore aggiunto (0,5 miliardi di euro) e del 3% dei consumi delle famiglie (0,7 miliardi di euro). Nel periodo 2020-2023 l’indotto connesso alle attività illegali, principalmente riconducibile al settore dei trasporti e del magazzinaggio, è passato da un valore aggiunto di 1,3 miliardi di euro a 1,4 miliardi di €. Qui il Report: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/Report-ECONOMIA-NON-OSSERVATA-NEI-CONTI-NAZIONALI_ANNO2023.pdf Giovanni Caprio
October 21, 2025
Pressenza