Scuola e insegnanti nella società neoliberalePubblichiamo di seguito un estratto tratto dal libro: “Scuola e insegnanti nella
società neoliberale- Mutazioni antropologiche in atto”, di Fabrizio Capoccetti,
pubblicato per Meltemi, Milano, 2026.
L’estratto è tratto dal paragrafo “L’innovazione conservatrice” (pp.336-339)
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Nella “società della conoscenza” la “buona governance” del sistema
dell’istruzione – dalla scuola all’università, dai ricercatori agli insegnanti,
dagli educatori agli studenti – si realizza nella normazione riuscita di un
soggetto che risulta conformista fin nei modi stessi di concepire la conoscenza
e la verità scientifica. Prima ancora che gli attori sociali possano incarnarlo,
il conflitto sociale è virtualmente messo fuori gioco dalla valutazione che
“agisce come censura dell’intelligenza del giudizio, il quale è tale –
intelligente – proprio perché in grado di spezzare vincoli dati, di deviare una
concatenazione e aprire nuovi e imprevedibili circuiti” (V. Pinto Valutare e
punire, II edizione, 2019). Resta pur vero che, proprio per queste sue
caratteristiche, il giudizio non può non implicare mancanze e difetti che gli
sono in qualche modo connaturati, così come ad accompagnarlo è “un inevitabile
dispendio” (ibidem) se non addirittura uno “spreco” (ibidem), dal momento che la
sua azione “non consiste nell’assicurare un risultato, nel produrre un effetto
voluto (efficacia) con sempre maggiore precisione e minore dispendio
(efficienza), ma bensì nell’interrompere gli automatismi collaudati, l’ottusa
sicurezza del riflesso” (ibidem).
Il giudizio “è sempre interpretazione” (ivi, p. 295), e proprio per questo
consente di mettere in discussione i criteri posti alla base della
classificazione che si vorrebbe attuare, consentendo in tal modo “un avanzamento
del sapere” (ibidem) che è anche l’unico vero progresso al quale si dovrebbe
aspirare. Si può avere progresso “in senso proprio” (ibidem), e quindi una reale
ed effettiva “apertura al nuovo”, solo se “lo stesso quadro delle regole e dei
procedimenti può entrare in discussione, […] solo in presenza di un pensiero che
mette in questione i modelli argomentativi condivisi, ossia i loro stessi
paradigmi” (ibidem). Dietro la retorica innovazionista che invita a incasellare
e semplificare i
saperi in griglie di valutazione sempre più stringenti, si cela, invece, una
vera e propria macchina di inibizione del cambiamento, volta a ridurre le
conoscenze a un insieme di competenze dall’evidente natura psicologica e niente
affatto legate alle esigenze dell’istruzione.
Gli indicatori in base ai quali si valuta finiscono per orientare l’analisi dei
risultati nel senso che predeterminano gli obiettivi da perseguire. Con le
parole di Valeria Pinto: “Avanzare in linea retta passo dopo passo verso un
risultato, assommando conoscenze secondo procedimenti determinati in anticipo
[…] non provoca alcun cambiamento” (ibidem). La creatività in gioco nella logica
delle competenze e nei corrispettivi sistemi di valutazione non crea, in realtà,
alcuna nuova conoscenza, ma semmai distrugge, cancella preventivamente ogni
possibile strada alternativa di ricerca, venendo impedita la possibilità di
giudicare, interpretare ovvero rileggere criticamente i criteri con i quali
considerare il sapere acquisito. La creatività tanto propagandata dagli
innovazionisti è piuttosto simile a una “distruzione creatrice à la Schumpeter,
la quale potrebbe essere definita al meglio come una ‘innovazione
conservatrice’, vale a dire la riproposizione sempre nuova dello stesso sotto il
terrorismo dell’obsolescenza programmata delle merci” (ivi, pp. 295-296). E la
prima merce costretta a rimodularsi sotto il continuo ricatto rappresentato
dall’accusa d’essere obsolescente è la forza lavoro, in questo caso
intellettuale, ovvero la stessa attività di ricerca e di insegnamento dei
docenti.
L’uso delle griglie di valutazione, oltre che estromettere il docente da una
delle attività che più gli competono, impedendogli di giudicare, e quindi di
interpretare il livello di rielaborazione delle conoscenze acquisite da parte
dello studente, è funzionale al continuo miglioramento del sistema di
valutazione stesso. Questo significa che a migliorare non è la capacità di
comprendere il nuovo a cui la conoscenza apre; a essere costantemente
perfezionata è, piuttosto, la possibilità stessa da parte degli indicatori di
orientare, indicare i risultati desiderati predeterminandoli. La valutazione si
nutre, infatti, del “meccanismo mimetico della concorrenza” (ivi, p. 296) dal
momento che i parametri che informano le griglie rappresentano al tempo stesso
degli standard di riferimento in base ai quali
misurare e confrontare le prestazioni. Gli indicatori generano e riproducono
concorrenza,
rappresentando le condizioni stesse per qualunque processo di valutazione
comparativa
(benchmarking). A conferma della natura aziendale di simili sistemi di
valutazione sta il fatto che gli stessi meccanismi e le stesse logiche, le si
ritrova all’opera nei “Piani di miglioramento” che ogni singolo istituto
scolastico è chiamato a produrre sulla base di quanto emerge nei Rapporti di
Autovalutazione (RAV), documenti in cui le scuole analizzano i punti di forza e
di debolezza proprio come farebbe un’azienda, con la differenza che a essere
considerati sono i “risultati” degli studenti, messi in relazione a contesti e
processi interni mediante un format fornito dall’INVALSI. Con il Piano di
Miglioramento, ogni singolo istituto scolastico è chiamato a trasformare le
priorità emerse dall’Autovalutazione in “obiettivi” di processo da raggiungere
mediante apposite strategie che dovranno essere esplicitate e rese note
all’interno del PTOF (Piano dell’Offerta Formativa Triennale). A
conferma di quanto la valutazione e l’imprenditorializzazione della vita oltre
che della società e delle sue istituzioni – a partire da quelle formative –
abbia letteralmente colonizzato le menti delle persone, sta la naturalezza con
la quale i docenti hanno, oramai da decenni, non solo accettato che linguaggio e
pratiche aziendali diventassero il pane quotidiano delle cosiddette comunità
scolastiche (che della comunità non hanno più nulla, se non della cosiddetta
“comunità d’impresa”), ma lo hanno reso addirittura possibile partecipando, non
di rado, alla produzione dei suddetti documenti con l’entusiasmo e comunque il
senso del dovere tipico dell’impiegato alienato, sacrificando tempo ed
energie sottratte allo studio e alla preparazione che l’insegnamento
necessariamente richiede. A tale condizione di alienazione deve avere
contribuito non poco, naturalmente, lo stravolgimento del linguaggio di cui la
governamentalità neoliberale – come già più volte ricordato – si nutre, e in
base al quale viene attribuito a parole di senso comune “un significato del
tutto diverso da quello consolidato” (ivi, p. 285).
La progressiva e imbarazzante impiegatizzazione alla quale i docenti sono stati
sottoposti negli ultimi decenni è testimoniata anche dal grado di
insoddisfazione che essi stessi sembrano manifestare rispetto a tutta una serie
di attività che nulla hanno a che vedere con l’insegnamento, come la
compilazione di modelli, tabelle, griglie, analisi di statistiche prodotte, fra
l’altro, da quegli stessi enti che – come l’INVALSI – sono gli artefici della
loro stessa proletarizzazione (termine col quale si vuole indicare
l’espropriazione di prerogative e funzioni che connotano lo status di un gruppo
o di una categoria sociale, corrispondente al ruolo da quella incarnato nella
società).