Nel deserto lasciato dalla guerra, l’università deve parlare
Fatta — o forse solo dichiarata — la pace, resta il deserto che la guerra ha
lasciato. Ora tocca a noi. Alle università spetta la responsabilità più
difficile: la ricostruzione culturale, la progettazione del mondo di domani.
Di fronte alla distruzione e al silenzio, molti si chiedono che cosa debbano
fare oggi le università. Sembra finito il tempo dell’urgenza, della ricerca di
un cessate il fuoco, della pressione internazionale, del dibattito sul
boicottaggio. Sembra sia finito lo spazio per incidere. Ed è invece proprio
oggi, quando la guerra sembra essersi fermata, che l’università deve
interpretare la sua funzione più nobile: la tensione verso un mondo migliore.
Si dice spesso, giustamente, che questa funzione si dispieghi attraverso la
ricerca libera, guidata dalla curiosità e dall’intuizione. Ma ricerca libera non
significa ricerca neutra. Ogni ricerca si muove dentro una direzione, una
visione, una scelta di mondo. E continuare come se nulla fosse — con la scienza
che si piega alle logiche del mercato, tutt’altro rispetto alla scienza libera —
significa dunque abdicare al nostro ruolo più profondo. Ruolo che ci impone di
confrontare visioni diverse e alla fine di scegliere consapevolmente.
Le università dovrebbero essere laboratori di conflitto costruttivo, luoghi in
cui idee diverse si confrontano, non spazi pacificati dalla voce unica del
consenso. E i loro organi di governo dovrebbero rappresentare il pluralismo
delle visioni del mondo, non l’efficienza amministrativa di una burocrazia
subalterna.
L’ossessione per gli indicatori di performance, per l’efficientamento dei
processi, per i ranking internazionali serve su un piatto d’argento la deriva
che silenzia la ricerca critica, quella che non produce profitto. Così si apre
la strada all’università-azienda, che vende servizi e sforna studenti come pezzi
di un ingranaggio: un sistema in cui il dissenso è un attrito, non la scintilla
del pensiero critico che nutre il progresso.
Possiamo davvero continuare così? Non abbiamo davvero nulla da dire?
Possiamo accettare un ordine mondiale in cui il diritto internazionale è violato
sistematicamente — oggi a Gaza, domani altrove — e dire che “non è compito
nostro”? Se il diritto internazionale vale solo “fino a un certo punto”, allora
stiamo rinunciando alla nostra funzione di coscienza critica.
Proprio ora, nel tempo sospeso della pace, dobbiamo scegliere una direzione:
vogliamo un’università che si limiti a osservare e che al più tenda una mano, o
una che prenda posizione, che indichi la strada? Non si tratta di negare
l’autonomia scientifica dei singoli, ma di riconoscere una responsabilità
collettiva dell’istituzione: mai più collaborare con chi viola il diritto
internazionale.
Dietro la retorica della “neutralità” si nasconde spesso il conformismo. Dietro
la libertà di ricerca si nasconde la fuga dalla responsabilità. Ma una scienza
che non si interroga sui propri fini è solo tecnica: efficiente, ma cieca.
Si dice spesso che la politica deve restare fuori dall’università. È vero il
contrario: le università devono tornare a essere laboratori politici, spazi dove
si pensa il futuro, dove si mettono in discussione le strutture del presente,
dove si sperimenta il possibile.
Non possiamo accontentarci di essere manutentori del mondo com’è. Dobbiamo
tornare a essere innovatori, non nel senso di chi produce l’ennesima app, ma di
chi governa l’innovazione, la orienta, la pensa. Perché se nulla è possibile
oltre il business as usual, allora anche l’università smette di essere il luogo
dove l’impossibile si pensa.
Articolo pubblicato su Il Manifestodel 14 ottobre 2025.