La forza dei numeri
di Fabio Ancora,
Quello che resta, 13 ottobre 2025.
La demografia del controllo e le minoranze arabo-israeliane.
Haredim per le strade di Gerusalemme. Foto di Eleonora Fragai
Il 18 luglio del 2018 la Knesset ha approvato con 62 voti favorevoli e 55
contrari la Legge Fondamentale “Israele – Stato-nazione del popolo ebraico”, che
riconosce nella terra d’Israele la “casa nazionale del popolo ebraico”, e
stabilisce che il diritto all’autodeterminazione nazionale spetta solo al popolo
ebraico. La legge considera gli insediamenti ebraici come “valore nazionale” e
riserva l’immigrazione con accesso automatico alla cittadinanza solo agli ebrei.
Nell’ordinamento giuridico israeliano una Legge Fondamentale assurge al rango di
una legge costituzionale, in un paese ancora sprovvisto di una Costituzione
unitaria, a causa dei contrasti interni che alla nascita dello Stato di Israele
hanno interessato soprattutto il dibattito sul rapporto tra stato e religione. A
partire dagli anni ‘50 l’approvazione di leggi fondamentali superiori per rango
a quelle ordinarie ha finito per costituire una convenzione giuridica per
pervenire alla graduale scrittura di una costituzione unitaria.
L’idea per cui lo Stato di Israele debba essere composto esclusivamente da
cittadini ebrei rappresenta uno dei fondamenti dei movimenti sionisti più
estremi. Per averne un compendio vi consiglio di cercare in rete una qualsiasi
delle interviste rilasciate da Daniella Weiss (ve ne riporto qui una del 1987,
ce ne sono di più recenti), storica leader del movimento Gush Emunim e
direttrice di Nachala, associazione impegnata nella promozione della nascita di
nuovi insediamenti colonici nei territori palestinesi occupati.
Il principio di esclusività etnico-religioso implicito nella Legge Fondamentale
del 2018, per alcuni critici soverchia, rendendolo secondario, quello della
democraticità e laicità dello stato, gettando le basi giuridiche per la
fondazione di un etnonazionalismo di stampo razzista.
L’adozione della legge non rappresenta un unicum o una contingenza giuridica, ma
si fonda su un’idea che alimenta le politiche di occupazione illegale dei
territori palestinesi sin dalla nascita dello Stato di Israele. Con questa legge
Israele ha solo esplicitato ciò che era in qualche modo implicito nel momento
della sua creazione come stato di diritto: non c’è spazio per le minoranze in
uno stato composto da soli ebrei, men che meno per quelle palestinesi.
Dal 1948 in poi l’idea di una nazione interamente ebraica nata in seno al
sionismo più radicale si è servita di due elementi fondamentali per essere
realizzata: gli insediamenti colonici, che non a caso la legge sullo
stato-nazione considera un valore nazionale, e la crescita demografica.
Con un tasso di crescita che si attesta al 2%, 10 milioni di abitanti nel 2025 e
una proiezione di 13 milioni entro il 2050 Israele infatti, diversamente dagli
stati europei, è un paese in forte crescita demografica, con una natalità media
pari a 3 figli per madre.
Il dato più interessante però si registra quando si analizza la natalità media
della sola popolazione Haredi, quella ultraortodossa, che tendenzialmente si
riconosce nei partiti dell’estrema destra messianica. La popolazione Haredi
israeliana ha infatti una media di natalità pari a 6,6 figli per madre, un
valore pari a più del doppio rispetto a quello medio dell’intera popolazione
israeliana.
Nel 1948 gli Haredi in Israele erano circa 60.000, pari a meno del 2% della
popolazione. Oggi sono 1,3 milioni e costituiscono quasi il 14% della
popolazione. Dati forniti dall’università di Haifa prevedono che, mantenendo
questa media di natalità, nel 2050 gli Haredi si attesteranno intorno al 25-30%,
più di un quarto della popolazione complessiva.
Questi numeri non sono neutri, ci parlano del presente e soprattutto del futuro
di Israele, restituendo l’immagine di una società che per età e appartenenza
religiosa è sempre più orientata verso le idee radicali dell’estrema destra
messianica, molto lontana da un’idea di stato democratico-liberale che i primi
immigrati ebrei provenienti dall’Europa avevano invece ereditato dalle loro
esperienze politiche.
Da questa prospettiva, il genocidio a Gaza e l’occupazione illegale della
Cisgiordania non possono più apparire come il mero prodotto del cinismo di
Netanyahu o dei ministri più radicali del suo governo, bensì come un complesso
nodo di istanze ideologico-religiose in seno a una società che cambia
profondamente, diventando sempre più intollerante alla presenza delle minoranze
non ebraiche o che, nel migliore dei casi, almeno nella sua grande maggioranza,
non considera di per sé il genocidio di Gaza un problema Israeliano e ha
protestato contro il governo solo perché lamentava una cattiva gestione nelle
trattative per il rilascio degli ostaggi.
Make Gaza Jewish again. Quartiere ebraico a Gerusalemme
La radicalizzazione della società israeliana si intreccia inevitabilmente con il
destino degli arabo-israeliani, ossia quei palestinesi figli e nipoti dei
palestinesi che dopo la Nakba sono rimasti nelle proprie terre e oggi risiedono
e hanno la cittadinanza in Israele.
In comunità come quelle di Haifa e Akko, a nord i di Tel Aviv, la presenza araba
è ovunque: dagli odori inebrianti delle spezie del mercato ai rumori del
traffico indisciplinato delle auto. In queste città la lotta si sposta dal piano
militare a quello politico-culturale e le rivendicazioni riguardano il pieno
raggiungimento dei diritti per i palestinesi residenti in Israele.
Per dieci anni, fino al 1958, queste persone sono state inglobate nel nascente
Stato di Israele senza vedersi riconosciuto alcun diritto, a partire da quello
fondamentale alla cittadinanza. Oggi i cittadini israeliani di origine
palestinese, pur pagando le tasse e parlando l’ebraico come lingua della propria
quotidianità, non hanno gli stessi diritti dei cittadini Israeliani di origine
ebraica. Sono minoranze che protestano, voci minoritarie, a cui va data forza,
perché insieme ai dissenti israeliani cercano di cambiare dall’interno lo stato
di cose.
Il rischio che corrono scendendo in piazza, scrivendo un post, un commento,
oppure mettendo semplicemente un like è di essere arrestati. Le politiche di
discriminazione nei confronti degli arabo-israeliani sono molto antiche ed
esistevano già prima del 7 ottobre, ma dopo c’è stata una forte escalation della
situazione. Non a caso gli arabo-israeliani erano uno dei quattro fronti su cui
combattere nella politica del governo Netanyahu dopo il 7 ottobre, insieme a
Gaza, la Cisgiordania e il Libano. Nei mesi immediatamente successivi più di 250
palestinesi residenti in Israele sono stati arrestati per un post, un like o un
commento. Tutte le manifestazioni sono state vietate. Proprio in quel periodo
Ben Gvir ha iniziato a distribuire armi ai coloni in Cisgiordania. Dei
parlamentari di Hadash, l’unione di alcuni partiti di opposizione, tra cui Aida
Tuma e Ofer Cassif sono stati più volte allontanati a forza dalla Knesset, anche
solo per aver pubblicato un tweet e arrestati per sospette cospirazioni.
Le minoranze arabe e quelle israeliane sono unite in questa lotta tutta interna
ad Israele per il riconoscimento dei diritti delle minoranze. Le loro
rivendicazioni però sono distanti da quelle dei palestinesi residenti in
Cisgiordania i quali, con gli accordi di Oslo hanno accettato di
autodeterminarsi entro il 22% del territorio concesso e sono vicine, almeno
empaticamente alla catastrofe di Gaza. L’unione politica dei palestinesi è resa
impossibile da un modello di occupazione che frammenta geograficamente per
dividere politicamente, che costringe al silenzio le minoranze interne allo
Stato di Israele con la minaccia di togliere loro i diritti conquistati nel
tempo.
Israele non può allo stesso tempo definirsi una democrazia e fondare la propria
identità statale sul l’esclusione e il rifiuto dell’altro. L’identità si
costruisce a partire dalla relazione con l’altro, l’assolutamente altro che
sfugge alla comprensione e al possesso, l’infinitamente altro che per Emmanuel
Lévinas è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, che non può essere
costretto entro i confini autoidentitari di uno stato-nazione.
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