Antonio Alatorre / Un romanzo incompiuto e segretoIn questi climi editoriali dalle identità confuse, alcune case editrici
coraggiose stanno offrendo ai lettori proposte di qualità certa. Una di queste è
la giovane Ventanas, che si era già distinta con un romanzo candidato al Premio
Strega 2025; presentare al mercato italiano un romanzo autobiografico, postumo,
di uno dei più grandi linguisti e filologi messicani, è una scelta, oltre che
audace, originale e consapevole.
L’emicrania è un ritrovamento di cento pagine di scrittura a macchina piena di
annotazioni di Alatorre; i figli dopo la sua scomparsa scoprono il manoscritto
del padre e decidono di portarlo alla luce, il testo è incompleto, il critico
non è riuscito a ultimarlo. Dopo essersi consultati tra loro, scelgono,
rispettando l’essenza del libro, di dargli una conclusione. Per loro è una
sorpresa, Alatorre nella sua vita e carriera ha scritto un numero
inquantificabile di articoli per la rivista da lui fondata, “Pan”, e svariati
testi di critica letteraria su “Revista Mexicana de Literatura”, ma quello che
hanno tra le mani è una scoperta di natura diversa, un romanzo autobiografico in
cui l’uso della lingua scorre con una teatrale e poetica musicalità. «… oltre
alla stesura di recensioni, a volte con uno pseudonimo, per non dare
l’impressione che fossero uscite dalla penna di una sola persona: un lavoro
certosino e invisibile, poiché era la rivista a dover brillare non il suo
responsabile».
Per apprezzare L’emicrania è necessario apprendere l’ecclettica poliedricità e
la vasta cultura di questo intellettuale; la prefazione di Martha Lilia Tenorio,
ricercatrice universitaria, studentessa di Alatorre, ci permette di entrare in
un mondo determinato dalla conoscenza della lingua e del suo uso, ma non solo,
con obiettività mostra brevemente la carriera di un uomo che ha basato tutta la
sua vita sulla diffusione della letteratura nel suo paese. Il critico letterario
è nel giardino di casa, in un grigio pomeriggio afoso, seduto, contempla
l’assenza di movimento delle nuvole in un cielo compatto e saturo, la moglie gli
offre un gin tonic e un malessere a lui familiare lo assale, l’emicrania
sopraggiunge e da questo momento il lettore viene calato in un viaggio
sensoriale che ha del metafisico e, allo stesso tempo, ha il sapore della
destrutturazione e della derealizzazione dell’essere investito da quel dolore
offuscante che è l’emicrania. «L’emicrania è una invasione poderosa è terribile,
un morso rilucente, azzurro e giallo. Si muove con un zigzag spigoloso e
velocissimo, dall’alto verso il basso e non si esaurisce mai, anzi si riproduce
alla stessa velocità, atrocemente silenziosa, oscillando rasente al campo
visivo…»
Ma il dolore provato dall’anziano professore in giardino appare come un pretesto
letterario per unire i tasselli della sua vita nella quale il malessere
compariva inaspettatamente; la narrazione ci porta quindi in un altro tipo di
viaggio, quello della sua giovinezza, la scoperta dei suoi talenti in campo
letterario e musicale, e la rivelazione dello sbocciare del corpo in un contesto
come quello del seminario, sua casa di apprendimento culturale negli anni
dell’adolescenza.
«È bello che esistano i meli e l’aria, e che esista una lezione stilistica per
instillarci raffinatezze». Ed è quello che è L’emicrania, un romanzo dalla prosa
raffinata ed elegante in cui la cifra stilistica dell’autore ha il marchio della
tecnica corretta dell’uso della lingua. Non solo, un’occasione per conoscere una
mente brillante e devota alla letteratura.
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