Tag - Cessate il fuoco a Gaza

Davos, alla corte del re assoluto
Giovedì si firma la carta del Consiglio di pace di Trump, mentre a Gaza gli accordi di Sharm rischiano di cadere a pezzi. Tra le altre notizie: Reza Pahlavi vuole che si bombardi il suo paese, la conferma della carcerazione di Mohammad Hannoun, e procedono i lavori per la missione Artemis II
L’associazione a delinquere per Gaza
La composizione del Consiglio di pace è ufficiale, ma a Gaza non è ancora applicata nemmeno la fase 1 dell’accordo. Tra le altre notizie: due nuovi attacchi delle IDF contro l’UNIFIL, il ministero dell’Interno contro i vigili del fuoco per Gaza, e su ChatGPT arriva la pubblicità
La fase 2 del cessate il fuoco ammazzabambini
Gli Stati Uniti vogliono forzare l’avanzamento dell’accordo, ignorando come le IDF stiano continuano la strage indisturbati. Tra le altre notizie: si teme un attacco imminente all’Iran, il supporto di Meloni e Salvini per Orbán, e un nuovo studio sui little red dot avvistati dal telescopio Webb
Israele minaccia una nuova aggressione di Gaza
Mentre al Cairo e a Washington si lavora per la fase 2 degli accordi di Sharm, Tel Aviv prepara un nuovo attacco di Gaza città. Tra le altre notizie: la crisi del mobillo negli Stati Uniti, l’inaugurazione della campagna per il No al referendum, e mettere al bando X
Come Israele lucra sugli aiuti a Gaza
Un’inchiesta del Guardian rivela che Israele sta gestendo un doppio sistema “parallelo” di spedizioni verso Gaza: da più di un mese le autorità israeliane hanno iniziato a permettere a commercianti di far entrare i beni faziosamente classificati come “dual use,” il cui ingresso nella Striscia continua a essere vietato alle organizzazioni umanitarie. Gli oggetti bloccati includono beni di prima necessità e altri oggetti di vitale importanza per gli sfollati — tra cui anche generatori e anche pali per tende, anche questi ultimi considerati una tecnologia che potrebbe essere usata in combattimento. Secondo il governo israeliano l’ingresso di questi beni andrebbe “controllato severamente,” ma i beni entrati tramite canali commerciali sono in vendita a Gaza e transitano dagli stessi 3 checkpoint israeliani che continuano a bloccare indefessi le spedizioni se marchiate come aiuti umanitari. Una fonte diplomatica del quotidiano di Londra, rimasta anonima, commenta che è “altamente improbabile” che questi import commerciali non stiano avvenendo con il consenso di Tel Aviv. Sam Rose, il direttore protempore dell’UNRWA a Gaza, ha dichiarato che “l’unico modo per ottenere un generatore è attraverso il settore privato,” e ovviamente, trattandosi di commercio di beni molto scarsi, ci sono ricarichi molto costosi da parte di chi li vende. “A quanto ho capito, si tratta degli interessi commerciali di tutte le parti — israeliani, egiziani, palestinesi — con alcune società di sicurezza che godono della protezione israeliana,” commenta Rose. Ahmed Alkhatib, dell’Atlantic Council, sintetizza: “Sappiamo tutti che Gaza era e sarà sempre un grande mercato per l’economia israeliana.” (the Guardian) Tel Aviv continua a ostacolare l’invio di aiuti umanitari a Gaza: nei giorni scorsi riportavamo della messa al bando di 37 ONG internazionali, formalmente perché secondo le autorità israeliane non erano ancora a norma con i nuovi requisiti, molto stringenti, per operare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania — senza essere accusati di dare lavoro a miliziani di Hamas. La burocrazia è ovviamente una leva per fermare gli aiuti umanitari: Medici Senza Frontiere denuncia che sta ancora aspettando il rinnovo della propria registrazione, nonostante la sua azione sia vitale per assistere il sistema sanitario a pezzi a Gaza. (the Times of Israel / X) Un’indagine di Reuters documenta l’uso di M113, veicoli di trasporto truppe cingolati capaci di trasportare normalmente 13 militari, convertiti in autobombe contenenti tra 1 e 3 tonnellate di esplosivo, usate per demolire edifici nella Striscia di Gaza. Usando testimonianze, immagini satellitari e riprese da droni, l’agenzia ricostruisce come le IDF avanzavano verso il centro di Gaza città, coperti da raid aerei e con l’uso di bulldozer corazzati, prima di far esplodere i veicoli. L’agenzia ha attestato la distruzione di almeno 650 edifici solo nel periodo tra l’11 settembre e l’11 ottobre. La versione ufficiale è che si è deciso di usare queste grandi esplosioni per abbattere gli edifici perché essi stessi sarebbero carichi di esplosivi, un’accusa che le autorità israeliane non hanno mai saputo documentare, e che Hamas nega categoricamente, anche ammettendo che il gruppo non avrebbe la capacità di piazzare ordigni con la densità che vorrebbe la versione di Tel Aviv dei fatti. Secondo due studiosi di diritti umani contattati dall’agenzia, comunque, anche l’ipotetica presenza di trappole esplosive non giustifica la distruzione su larga scala causata dalle IDF. (Reuters)
Trump, al servizio di Netanyahu
È molto difficile capire come sia andato l’incontro tra Trump e Netanyahu di lunedì, tra una conferenza stampa in cui il presidente statunitense è stato estremamente effusivo verso il Primo ministro israeliano e in generale la politica di Tel Aviv, e ricostruzioni che raccontano di attriti interni tra i due paesi. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero sostenere un altro grande attacco contro l’Iran, se Teheran dovesse ricostruire il proprio programma nucleare, e ha avvertito Hamas di “gravi conseguenze” nel caso non si riesca ad arrivare al disarmo. Trump ha insistito sulla necessità di entrare nella seconda fase degli accordi di Sharm, ignorando le quotidiane infrazioni delle autorità israeliane del proprio accordo di cessate il fuoco. Al contrario, Trump ha dichiarato che “Israele lo sta rispettando al 100%” — e che i ritardi nell’implementazione della fase 2, non riguardano quello che sta facendo Israele. A dire il vero, prima dell’incontro, Trump aveva detto l’esatto contrario, ovvero che avrebbe insistito con Netanyahu sulla necessità di avere personale turco a Gaza, nel contesto della Forza di stabilizzazione internazionale. Israele finora ha rifiutato categoricamente che la Turchia partecipi alla forza che deve sostituire le IDF a Gaza, ma la cosa ha fondamentalmente arrestato il processo di costruzione della Forza di “peacekeeping.” Durante l’incontro, Trump e i diplomatici statunitensi hanno indicato a Netanyahu che il governo di Tel Aviv deve rivedere drasticamente la propria posizione di sostegno alle azioni dei coloni della Cisgiordania, un passaggio che secondo Washington è obbligato se Tel Aviv deve “ricostruire” i propri rapporti con gli stati europei. Secondo i retroscena Netanyahu si sarebbe detto d’accordo e avrebbe condannato con parole nette la violenza dei coloni — ma è difficile immaginare un cambio di tendenza su questo fronte, considerata la composizione a dir poco di estremisti dell’attuale coalizione del governo Netanyahu VI. (ABC News / Reuters / Axios) Dan Diker, presidente del Centro per gli Affari esteri e la sicurezza di Gerusalemme, un think tank conservatore israeliano, specializzato nella diplomazia e vicino ad ambienti governativi, ha dichiarato che il Somaliland avrebbe offerto a Israele di assorbire più di 1,2 milioni di rifugiati palestinesi in cambio del riconoscimento del proprio stato. L’offerta non è stata confermata o annunciata pubblicamente — attualmente in Somaliland vivono 6,2 milioni di persone, in un territorio di più di 170 chilometri quadrati. Sarà una coincidenza, ma al termine dell’incontro con Netanyahu, lunedì Trump ha ripetuto di nuovo che secondo lui — o meglio, secondo un sondaggio non meglio specificato — i palestinesi sarebbero felici di lasciare la Striscia di Gaza se venisse loro offerta la possibilità di andare a vivere altrove. Secondo Trump più di metà dei palestinesi sarebbero pronti a lasciare la Striscia, ma, rispetto ai mesi scorsi, il presidente ha imparato che alludere a deportazioni di massa è un tema che non piace particolarmente agli alleati di Washington nella regione: “Non parliamone perché non voglio che diventi una controversia,” ha commentato Trump. “Vediamo se si presenta l’opportunità.” (X / the Times of Israel) Secondo fonti riservate di Ultra Palestine, Hamas avrebbe concluso le elezioni interne, nel contesto del processo avviato nelle scorse settimane per la nomina di nuovi leader che comporranno interessano sia l’Ufficio politico che il Consiglio militare dell’organizzazione. Il movimento avrebbe completato l’elezione di 18 membri dell’Ufficio politico. Nell’Ufficio politico ci si arriva attraverso uno schema di autorizzazioni e referenze, mentre nel Consiglio militare ci si arriva per acclamazione, ma in entrambi i casi ci sono sistemi interni specifici, legati al profilo professionale e di rischio dei singoli individui. Le nomine non sono ancora note, ma Ultra Palestine parla di diverse persone che finora non sono state visibili mediaticamente nell’Ufficio politico, tra giovani dirigenti ed ex prigionieri liberati. (Ultra Palestine)
La porta girevole di Mar-a-Lago
Donald Trump ha dichiarato che Washington e Kyiv “si stanno avvicinando,” e “forse sono molto vicini” a un accordo per porre fine alla guerra in Ucraina, anche se Trump stesso ha ammesso che restano da risolvere ancora “questioni spinose.” Resta da sciogliere, sopra ogni altra cosa, il nodo del Donbass, che Mosca chiede che Kyiv ceda nell’accordo per mettere fine al conflitto. Zelenskyj ha riferito che la parte sulle garanzie di sicurezza sarebbe chiusa — anche se Trump sostiene che la quasi totalità dell’impegno dovrà essere sostenuta dall’Europa. Prima dell’incontro Trump aveva sentito Putin al telefono: la conversazione è stata descritta come “produttiva” da Washington, e dai toni “amichevoli,” secondo Mosca. Trump ha dichiarato che Putin si sarebbe offerto di sostenere l’impegno di ricostruzione dell’Ucraina, fornendo, tra le altre cose, energia a basso costo. Zelenskyj spera ancora che i termini dell’accordo possano migliorare per l’Ucraina nelle prossime settimane, e ha anticipato che, nel caso non ritenesse i termini particolarmente favorevoli, porrebbe l’accordo per mettere fine alla guerra a referendum. Secondo il leader ucraino per organizzare il referendum serve una tregua di almeno 60 giorni, proposta che finora i mediatori russi hanno respinto, dicendo che si tratterebbe di uno strumento per, al contrario, allungare la guerra. (Reuters / ABC News / Axios) Oggi a Mar-a-Lago è atteso il Primo ministro ricercato internazionale Netanyahu: i funzionari statunitensi guardano all’incontro con timore, perché c’è il sentore che Netanyahu potrebbe decidere da un momento all’altro di infrangere gli accordi di Sharm in modo ancora più netto, riprendendo apertamente l’aggressione di Gaza, o lanciare altri attacchi a stati limitrofi. Finora le autorità israeliane hanno implementato in modo parziale gli accordi della fase 1 del piano dell’amministrazione Trump II, e stanno facendo ostruzionismo per l’ingresso nella fase 2 degli accordi — esattamente come avevano fatto durante la scorsa tregua, che si è conclusa con una serie di pesanti attacchi “a sorpresa” su Gaza. I funzionari statunitensi temono che Netanyahu voglia spostare Trump sulle proprie posizioni più oltranziste e belligeranti: per il Primo ministro israeliano è a tutti gli effetti l’apertura della propria campagna elettorale, in vista delle elezioni che si terranno nell’ottobre 2026, ma che potrebbero essere anticipate. Attualmente i sondaggi danno Netanyahu sotto la soglia dei 61 seggi necessari per continuare a governare, e il Primo ministro ha bisogno di spostare l’attenzione dell’elettorato dal fallimento del 7 ottobre 2023. (the Guardian / CNN) Mentre Netanyahu cerca di spostare la posizione di Trump sugli accordi su Gaza — Trump vorrebbe poter vantare dei passi avanti fatti dal proprio accordo al Forum economico mondiale di Davos — la situazione a Gaza resta difficilissima. Nei giorni scorsi le piogge invernali hanno di nuovo allagato i campi per sfollati, con pozze che arrivano fino alle caviglie. La redazione del New Arab ha raccolto alcune testimonianze che raccontano come sia impossibile scappare dalla pioggia. Dal 13 dicembre sono morte di ipotermia o a causa delle condizioni meteorologiche almeno 12 persone, tra cui un neonato di 2 settimane. (the New Arab)
L’operazione persuasione di Netanyahu
I prossimi giorni saranno vitali per capire il futuro immediato della Striscia di Gaza: l’amministrazione Trump II vuole necessariamente annunciare l’inizio della fase 2 degli accordi di Sharm entro gennaio — e tra i funzionari più vicini a Trump, in particolare Witkoff e Kushner, c’è crescente scetticismo nei confronti delle autorità israeliane. Lunedì Netanyahu incontrerà Trump a Mar-a-Lago, in quella che, secondo un retroscena di Axios, vorrebbe essere una operazione di influenza diretta sul presidente degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump II teme che Netanyahu stia rallentando il processo e voglia in realtà riprendere al più presto l’aggressione di Gaza. Una fonte israeliana del sito statunitense riporta che Netanyahu spera di poter portare Trump sulle proprie posizioni più aggressive. Axios descrive di sempre più forti frizioni tra i funzionari di Trump e i loro colleghi israeliani: dalla questione sull’apertura del valico di Rafah alla mancata fornitura di tende agli sfollati per l’inverno, Washington vede nelle azioni di Tel Aviv tutti tentativi per minare il cessate il fuoco. Secondo un funzionario statunitense, ovviamente rimasto anonimo, Netanyahu ha perso la fiducia di gran parte delle voci più fidate da Trump — J.D. Vance, Marco Rubio, Jared Kushner, Steve Witkoff, Susie Wiles. Netanyahu può contare su un buon rapporto personale con Trump, ma anche il presidente vuole la soddisfazione (personale) di vedere il proprio piano di “pace” avanzare: la Casa bianca vorrebbe avere il governo palestinese tecnocratico e la Forza di stabilizzazione internazionale pronte in tempo per il World Economic Forum di Davos, che si aprirà il 19 gennaio, con un focus sulla necessità di maggior “dialogo” in tutto il mondo. (Axios) In questi giorni Hamas sta lavorando per cercare di ricontestualizzare non solo l’aggressione di Gaza ma anche gli attacchi del 7 ottobre, rifiutando le accuse israeliane di aver ucciso deliberatamente civili, tra cui bambini, e negando in modo risoluto le accuse di stupri avvenuti durante il proprio attacco. In un nuovo documento politico, il gruppo scrive espressamente: “Durante l’operazione Diluvio al-Aqsa del 7 ottobre, la resistenza non ha preso di mira nessun ospedale, scuola o luogo di culto; non ha ucciso un solo giornalista o personale delle ambulanze.” Il gruppo sfida Israele di “dimostrare il contrario.” Il movimento chiede “un’indagine internazionale imparziale sulle accuse di morte di civili israeliani,” che vada di pari passo a un’altra indagine sui crimini israeliani commessi durante l’aggressione di Gaza. (Palestinian Information Center) Nel frattempo, nel Regno Unito: un gruppo di esperti ONU per i diritti umani ha avvertito il governo britannico che 8 attivisti detenuti, legati a Palestine Action, in sciopero della fame da 7 settimane, sono a rischio di morte per insufficienza d’organo. Tra gli esperti ci sono anche Francesca Albanese e Gina Romero: il gruppo ha citato possibili conseguenze dello sciopero della fame protratto, citando “danni neurologici irreversibili,” “aritmie cardiache” e appunto, la possibilità che gli attivisti muoiano. L’ONU ha chiesto alle autorità britanniche di agire con urgenza, sottolineando che ci sono obblighi legali e morali verso le persone in custodia: il diritto alla salute vale anche per chi è detenuto. (OHCHR)
Fieri del genocidio
Durante la DefenseTech Week di Tel Aviv, diversi dirigenti delle principali aziende israeliane di armamenti hanno esplicitamente collegato il valore dei propri prodotti ai test “sul campo” condotti durante l’aggressione di Gaza. I dirigenti e i loro clienti dell’esercito hanno parlato espressamente di Gaza come un laboratorio di sterminio: Boaz Levy, presidente e ad di Israel Aerospace Industries ha dichiarato esplicitamente che “la guerra che abbiamo combattuto in questi due anni garantisce la validità dei nostri prodotti nel resto del mondo.” Gili Drob-Heistein, la direttrice esecutiva del Blavatnik Interdisciplinary Cyber Research Center, ha sostenuto che i due anni di utilizzo della tecnologia militare israeliana sui palestinesi hanno aiutato Israele a passare da “startup nation” a player globale nell’industria della difesa. Solo Shlomo Toaff, di RAFAEL Advanced Defense Systems, ha ammesso che la fama internazionale di Israele come paese stragista potrebbe essere un problema, citando il rischio crescente dei boicottaggi, come è successo al Paris Air Show di giugno. Yehoshua Yehuda, vicepresidente di Elbit Systems, ha vantato che l’azienda ormai ha “tecnologie di combattimento provate,” che permette di colpire persone anche “quando gli obiettivi sono più piccoli di un pixel.”  (Drop Site) I numeri giustificano l’entusiasmo: i dati sulle vendite globali di armi certificano un aumento dei ricavi per le aziende di armi israeliane. Tre aziende israeliane del settore hanno aumentato i propri ricavi del 16%, arrivando a un totale di 16,2 miliardi di dollari. La ricercatrice per il Programma su produzione e spesa per le armi del SIPRI Zubaida Karim commenta seccamente: “Il crescente allarme per le azioni di Israele a Gaza sembra aver avuto un impatto di poco conto sull’interesse per le armi israeliane.” (SIPRI) Come in Europa — e in tutto il mondo — una industria delle armi sana ha bisogno della guerra: Muhammad Shehada spiega sul New Arab come Tel Aviv sta cercando di far cedere il cessate il fuoco a Gaza, partendo dall’omicidio di Raed Saed, avvenuto dieci giorni fa. Storicamente, gli assassini mirati non hanno effetti positivi sullo smantellamento dei gruppi armati — è un processo che in tutto il mondo funziona solo attraverso soluzioni politiche. Il momento dell’uccisione di Raed Saed non è casuale, spiega Shehada: Trump sta facendo pressioni per poter annunciare la fase 2 del proprio piano per Gaza, e Israele sta cercando di far infiammare di nuovo il conflitto per fermare il processo di pace. Saed, insieme a Izz al-Din al-Haddad, aveva dato il preciso via libera ai rappresentanti del gruppo per accettare il piano di Trump. (the New Arab / RAND)
Israele vuole la propria “Alligator Alcatraz”
Il ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir vuole creare un carcere per prigionieri palestinesi “circondato da coccodrilli.” Nel fine settimana aveva anticipato la notizia un retroscena di Reshet 13, secondo cui il Servizio carcerario israeliano la stava considerando come opzione per impedire ai carcerati di scappare dalla prigione. L’emittente israeliano riporta che le autorità starebbero valutando come posizione per il carcere le Alture del Golan siriano occupate, vicino al confine con la Giordania — perché c’è uno zoo da cui sarebbe possibile trasferire coccodrilli. La proposta ha suscitato lo scherno da parte di alcuni funzionari di polizia, ma è comunque sotto esame. L’ispirazione è evidentemente “Alligator Alcatraz,” la controversia prigione fortemente voluta dall’amministrazione Trump II come centro di detenzione per persone senza documenti, costruita all’interno della riserva nazionale di Big Cypress, nei pressi delle praterie umide delle Everglades, ricche di coccodrilli. Ben-Gvir sta lavorando per un inasprimento drastico delle politiche carcerarie del paese, compresa la legge che ha l’obiettivo di introdurre la pena di morte obbligatoria per tutti i palestinesi “condannati” per aver pianificato o compiuto attacchi contro persone israeliane, di cui è ancora attesa la seconda e terza lettura. (Reshet 13 / Ynet News / the New Arab) Secondo l’ultima analisi della Classificazione integrata della sicurezza alimentare, in questo momento non c’è nessuna area della Striscia di Gaza che è in questo momento in condizioni di carestia — un passo avanti fatto grazie al cessate il fuoco accordato a ottobre. Tuttavia, sottolinea il direttore generale dell’OMS Tedros, anche in queste condizioni “meno peggio,” l’organizzazione stima che circa 100 mila bambini e 37 mila donne incinte o in allattamento soffriranno comunque di malnutrizione acuta. Nel territorio ci sono ancora gravissime carenze di forniture essenziali, perché molte strette necessità sono segnalate faziosamente come “di duplice uso,” ovvero di possibile uso militare, da parte delle autorità israeliane. La situazione umanitaria a Gaza resta difficilissima, con le tende e le strutture — fatiscenti quelle non completamente distrutte dall’aggressione delle IDF — che non sono in grado di garantire un rifugio agli sfollati colpiti dal clima invernale. La Protezione civile palestinese denuncia che sono già crollate su persone che cercavano rifugio 19 case, e che le tempeste invernali hanno distrutto più di 53 mila tende. Altre 27 mila sono state allagate o molto danneggiate dalle forti piogge. (IPC Info / X) La situazione dovrebbe teoricamente migliorare con l’inizio della fase 2 degli accordi di Sharm, ma sono settimane che non si fanno passi avanti: secondo il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan le ripetute violazioni israeliane della tregua su Gaza stanno mettendo in pericolo la transizione alla seconda fase. Da parte degli Stati Uniti, Witkoff ha ripetuto che Washington “riaffermava il proprio impegno per l’intero piano di pace,” e “chiede a tutte le parti di rispettare i loro obblighi,” “di esercitare contegno e cooperare con le soluzioni di monitoraggio.” (Al Jazeera)