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L’Università nel movimento della guerra
Per introdurre la tematica anche a chi non abbia seguito la vicenda, proviamo a dare un breve contesto dei fatti, nonostante il nostro interesse non sia quello di fare una ricostruzione, peraltro già compiuta altrove, ma di fare il punto su cosa questo evento ci consegna. Il 29 novembre, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Carmine Masiello, si è lamentato pubblicamente di un corso triennale di Filosofia negato dal dipartimento competente di UniBo. Il corso, che era stato pensato su misura per 15/20 allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena, scatenando in risposta una mobilitazione contro la militarizzazione del sapere e degli spazi universitari, è stato infine valutato insostenibile per il dipartimento. È dalle polemiche di Masiello che il governo si è fatto giustiziere di questa causa, denunciando la negazione del corso come un «un gesto lesivo dei doveri costituzionali che fondano l’autonomia dell’Università», nelle parole di Meloni. Se scriviamo questo articolo è perché ci teniamo a entrare nel dibattito, tentando di potenziare la voce di chi lotta negli atenei del Paese, contro la voce già troppo amplificata del governo. Pertanto, esprimiamo vicinanza e solidarietà allə studentə e precarə bolognesi che si stanno mobilitando e che il 9 dicembre tengono un’Assemblea di Ateneo, alle 19:00 al 38 di Via Zamboni. QUALE AUTONOMIA? Rispetto a quanto accaduto, ci chiediamo innanzitutto “perché?”. Perché il Governo monta una questione mediatica attorno alla decisione di una singola Università? Perché lo fa mentre l’inflazione cresce e i salari hanno sempre minor potere di acquisto? Il nostro, sia chiaro, non vuole essere benaltrismo. Infatti, se da una parte crediamo che questa sia l’ennesima polemica strumentale a spostare l’attenzione, riteniamo che il punto non è tanto quale questione scegliere di attenzionare, ma come la si affronta. In questo senso, non è assolutamente una polemica slegata dai temi che ci interessa rimangano al centro dell’attenzione, tutt’altro. Ci stupiamo che Meloni parli di lesione all’autonomia universitaria e ci chiediamo di quale autonomia lei stia parlando. È forse rispettare l’autonomia universitaria entrare a gamba tesa sulla decisione di uno specifico dipartimento di un’Università? Crediamo proprio di no, e che Meloni e Bernini giochino a mistificare concetti – come quello di autonomia – che a loro proprio non vanno giù. Ciò che questo evento dimostra è che il governo ha un interesse preoccupante nel controllare ciò che accade nel mondo accademico e che anzi l’attacco all’autonomia lo stanno compiendo loro. di Luca Mangiacotti È stato di recente reso noto, infatti, il contenuto del disegno di riforma della governance universitaria prodotto dalla commissione presieduta da Galli della Loggia, che prevede di inserire un rappresentante del ministero all’interno dei Consigli di Amministrazione degli Atenei. Sulla stessa scia, anche l’ANVUR, entità già non poco problematica, verrebbe reindirizzata ai diktat governativi. Infine, come i collettivi universitari del nord-est hanno evidenziato, il DdL Gasparri e ora anche il DdL Del Rio, adottando la controversa definizione di antisemitismo dell’IHRA, propongono un controllo serrato e punitivo nei luoghi della formazione, depotenziando il movimento di solidarietà con la Palestina. Ben lontani dall’autonomia, allora, l’Università va sempre più in direzione di un’orbanizzazione. Dunque, Meloni e Bernini non apprezzano la scelta autonoma e legittima di un’università che, insieme alle mobilitazioni studentesche, impedisce che un’istituzione militare condizioni l’offerta formativa. Forse è proprio questo il problema per il governo? DE BELLO ACCADEMICO Tra le considerazioni, infatti, che possiamo fare di questo evento, c’è sicuramente quella legata alla militarizzazione degli spazi del sapere, e della società nel suo complesso. Al di là delle polemiche montate sui social o a mezzo stampa, il succo di questa vicenda è che il governo ha un’evidente passione nel settore militare, nel legittimarlo e soprattutto nel renderlo pervasivo in ogni ambito sociale. Non capiremmo altrimenti perché insistere così tanto, se non ci fosse un certo immaginario, accompagnato in questi giorni dalla proposta di legge di Crosetto sulla reintroduzione della leva e da mesi di annunci di piani di riarmo e di ingenti spese militari. È, inoltre, interessante notare come la militarizzazione delle Università, che spesso pervade il mondo della ricerca, sia per lo più associata alle materie STEM. In questo senso, il caso di Bologna è paradigmatico non solo per la postura del governo, ma anche per il tentativo di associarsi a un dipartimento umanistico. A dimostrazione che tutti i nostri saperi sono spendibili per la guerra. Un altro campanello d’allarme è dato dai legami sempre più stretti che gli atenei potrebbero tenere con le vicine basi militari, trasformando a chiazze le università in continuazioni della caserma. Lo pensiamo scrivendo da una città con una base militare, che pianifica di allargarsi sul territorio, e da un’Università che già intrattiene rapporti con l’Accademia di Livorno e con il Genio navale. di Luca Mangiacotti GIÙ LE MANI DALL’UNIVERSITÀ! Un’altra possibilità, che abbiamo denunciato nelle ultime mobilitazioni insieme all’Assemblea Precaria di Pisa, è quella di un finanziamento pubblico con una più o meno esplicita finalità militare. Diciamo questo leggendo il nuovo piano Horizon, che introduce la “defence industry” tra i campi su cui fare ricerca. Ma, tornando ancora sul caso di Bologna, Bernini ha affermato che «il corso si farà». Ci chiediamo come e con quali soldi, visto il definanziamento strutturale dell’Università pubblica (132 milioni è il taglio ai fondi di finanziamento ordinario di quest’anno). In questo senso, consideriamo i tagli come strumentali per impoverire gli Atenei e chi li attraversa, ma soprattutto per renderli più ricattabili e controllabili. > Una manovra a tenaglia si sta abbattendo sull’Università: da un lato i tagli, > o eventualmente una rifinalizzazione dei finanziamenti, dall’altro una serie > di riforme che aumentano il controllo e la repressione. In questo modo la > formazione accademica cade nel movimento della guerra. Tutto ciò non sta accadendo esclusivamente al mondo universitario: in generale, le finanziarie di questi anni, compresa quella attualmente in discussione, fanno il paio con i decreti legge liberticidi. Per questo motivo, ci sembra che l’Università sia lo specchio del paese, e per questo crediamo che l’Università sia un valido terreno di conflitto contro il governo. Nella condizione studentesca e precaria si intrecciano tutte le contraddizioni che abbiamo argomentato, ma anche molte altre di cui possiamo fare solo un accenno. Pensiamo al diritto allo studio, all’inaccessibilità a borse di studio e alloggi, ai contratti e ai carichi di lavoro. Per concludere, vediamo come auspicabile e necessario un confronto nazionale tra studentə e precarə, che possa aprire una mobilitazione contro l’orbanizzazione dell’Università, difendendo non quel che già esiste, ma per costruire il nuovo. A partire da un dato di fatto urgente: chi sta in Università è sfruttatə, e oggi viene sfruttatə per la guerra e il genocidio. La copertina è di Ugo_05 (Flickr). Nell’immagine la bandiera dell’Accademia militare italiana con “scorta d’onore” SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo L’Università nel movimento della guerra proviene da DINAMOpress.
Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre
In Italia, per la prima volta dopo anni, un movimento ampio e popolare ha scosso la politica e le istituzioni fino alle fondamenta, incrinando la rassegnazione. Con la Flotilla si è sentita un’aria nuova: un soffio potente, moltitudinario, capace di attraversare confini e piazze. La Palestina ci ha mostrato, più di ogni altra fase storica, di cosa sono capaci il capitale, il patriarcato, la nazione, la religione: macerie e devastazione. > Tutte le guerre in corso stanno trasformando il capitale, spingendolo verso la > corsa agli armamenti, modificando economie e destini, compreso quello > dell’Europa. Oggi infatti è questo il volto dell’Europa: armi e controllo, mentre ogni visione ecologica e sociale viene rimossa. Ma la guerra in Palestina è andata oltre, mostrando non solo la lunga storia di oppressione e ribellione, ma anche il presente e il futuro possibile del pianeta. Se quella vista a Gaza è la misura dell’annientamento che si può raggiungere su questa Terra, a essa vogliamo contrapporre un desiderio di vita diverso. Questo desiderio di vita ha attraversato le maree degli ultimi anni, da quelle climatiche a quelle trans-femministe, e tutto possiamo dire fuorché sia sopito dopo le straordinarie piazze di settembre e ottobre. Le complicità del governo italiano – e di tanti altri – con il sistema che sostiene il genocidio e il colonialismo d’insediamento ci mostrano chiaramente contro cosa e chi lottare e che non siamo soli. Hanno dichiarato una tregua, ma se i governi restano gli stessi, chi può credere alla durata delle tregue e delle paci? E soprattutto chi può credere a una “pace” armata durante la quale si continua a utilizzare la fame come arma di morte, durante la quale apartheid, violenza coloniale e normalizzazione del genocidio si rafforzano unitamente a chi ha reso possibile tutto questo? La domanda non riguarda solo la Palestina ma anche noi che abbiamo – per quanto ancora? — il privilegio di lottare. Le cronache di questi giorni ci mostrano come il governo Meloni vuole imporre la sua finanziaria di guerra: sfratti eseguiti con violenza brutale, polizia a garantire l’agibilità politica dei neofascisti fuori le scuole, università messe sotto controllo governativo, mentre la precarietà e la compressione salariale acuiscono la ricattabilità. Nella pausa delle mobilitazioni di questi giorni abbiamo visto il colpo di coda di forme di squadrismo e della stretta repressiva, di cui il DL Sicurezza è l’espressione massima. > Ecco la svolta autoritaria e la democrazia di guerra già all’opera. La domanda > che ci deve assillare allora è: come si fa a fare come la Flotilla ogni > giorno? Come facciamo a mettere in pratica la speranza, a incarnare una > possibilità? A diventare un attore collettivo in grado di cambiare le cose? Come costruiamo dunque mobilitazioni grandi ed efficaci, ora che lo sciopero – convergente – è tornato a essere uno degli strumenti più importanti nelle nostre mani? Senza alcun determinismo pensiamo che per tutti gli scioperi dell’autunno, e oltre, il tema sia la generalizzazione che parte dalle città, dai territori, dalle tante contraddizioni e dalle tensioni sociali internazionali e del paese. Abbiamo scritto questa lettera per aprire uno spazio di possibilità. Per questo proponiamo di incontrarci in assemblea a Roma il 15 novembre. Se dall’assemblea nascerà davvero un rilancio in avanti, non saremo più solo queste e questi, ma molte e molti di più — con un metodo organizzativo tutto da inventare, ma con la convergenza e l’ambizione di dare forma a grandi progetti comuni. Proprio perché la crisi è sistemica, noi non siamo per un nuovo governo, siamo per un mondo nuovo. Al contempo è innegabile il ruolo del governo Meloni nel costituire una triangolazione nera con Trump e Netanyahu, pronta ad annichilire ogni movimento sociale. Condividiamo una prima idea da discutere insieme: stare all’interno di una processualità già in corso, che incrocia le piazze climatiche, transfemministe e degli scioperi per arrivare a opporci a una legge di bilancio fondata sulla guerra, il militarismo e lo sfruttamento. Il governo Meloni siede allo stesso tavolo dei nuovi autonominati “Re” perciò, per tutte le ragioni esposte, tutte e tutti noi abbiamo il diritto di affermare che il “re è nudo” e vogliamo avere il nostro No Kings Day: non si tratta di mutuare esattamente le caratteristiche del movimento statunitense, né di regalare alla figura di Meloni una centralità personale che del resto non le riconosciamo. Si tratta di continuare ad affiancare al generale il generalizzato, all’internazionale il “qui e ora” e di dare alla lotta tappe convergenti e generalizzanti. Di costruire insieme la risposta alla svolta autoritaria italiana, all’economia di guerra e allo sfruttamento per aprire un orizzonte nuovo. Per questo ci diamo come arco temporale le prime due settimane di dicembre per una giornata che possa segnare la storia d’Italia e d’Europa, per un continente di pace, ecologico e non più complice del sistema di morte. ***Primi firmatari: Giorgina Levi (Global Movement to Gaza), Maria Elena Delia (Global Movement to Gaza), Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica Ex Gkn), Raffaella Bolini (Arci Nazionale), Christopher Ceresi (Municipi Sociali Bologna), Francesca Caigo (Centri Sociali del Nord Est), Valentina D’Amore (Csa Astra/ Brancaleone), Marino Bisso (Rete No Bavaglio), Elena Mazzoni (Rete dei Numeri Pari), Demetrio Marra (Csa Lambretta, Anita Giudice (Laboratorio Sociale Alessandria), Marco Bersani (Attac Italia), Francesco Paone (Spazi sociali Reggio Emilia), Nicola Scotto (Laboratorio Insurgencia – Napoli), Roberto Musacchio (Transform Italia), Flavia Roma (Esc Atelier Autogestito), Angela Bitetti (Casale Garibaldi), Thomas Müntzer (Communia), Alberto Campailla (Nonna Roma) La copertina è di Marta D’Avanzo SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il desiderio di movimento contro i Re e le loro Guerre proviene da DINAMOpress.
Nel movimento dello sciopero: un invito alla discussione
RESET Against the War – Rete per lo sciopero sociale ecotransfemminista contro la guerra ha lanciato prima dell’estate una giornata di discussione per l’11 ottobre, a partire dall’evocazione della parola d’ordine dello sciopero sociale europeo contro la guerra e il riarmo. A distanza di mesi, la giornata si colloca oggi in una fase molto diversa: il movimento dello sciopero contro la guerra si è manifestato in Italia trovando nel rifiuto del genocidio a Gaza il suo innesco. Questo movimento ha mostrato la sua forza con le grandi giornate di blocco del 22 settembre e 3 ottobre e le decine di manifestazioni di massa che hanno attraversato numerose città, non solo in Italia, fino all’immenso corteo del 4 ottobre a Roma. Di fronte a questi eventi e alle possibilità impreviste che aprono, abbiamo ritenuto necessario ripensare il programma dell’11 ottobre. Mettiamo a disposizione la giornata per un momento di discussione/assemblea pubblica e aperta, per ragionare insieme su composizione, impatto e prospettive del movimento contro il genocidio e la guerra. Per dare spazio a questa discussione abbiamo riorganizzato la giornata. NUOVO PROGRAMMA DELLA GIORNATA DI DISCUSSIONE Ore 11: Presentazione RESET e discussione introduttiva RESET… per stare dentro il movimento contro il genocidio e la guerra: temi, organizzazione, prospettive Il percorso RESET nasce a settembre 2024 con l’obiettivo di elaborare discorsi e prospettive per opporsi collettivamente alla guerra, partendo dalla consapevolezza che questa oggi ridefinisce strutturalmente le condizioni di vita e lavoro, di sfruttamento e oppressione, e il quadro in cui prendono corpo le lotte di donne, migranti, operai, precari, studenti e persone LGBTQ+. L’obiettivo era superare i blocchi che negli anni scorsi hanno impedito la comunicazione politica necessaria a creare le condizioni per organizzare l’opposizione alla guerra, imporre la sua fine, fermare il genocidio, individuando nel processo dello sciopero una sfida e una possibilità. Ora che questo movimento è esploso in modo dirompente e a tratti imprevisto, siamo convinti e convinte che sia ancora più urgente trovare prospettive e linguaggi comuni in grado di alimentare la forza che abbiamo visto esprimersi nelle scorse settimane. In questa prima plenaria introduttiva vogliamo allora chiederci come costruire collettivamente un metodo, individuare delle priorità in grado di mantenere aperto quel processo di convergenza reale che si è dato nelle piazze in queste settimane, senza richiuderci in identitarismi e frammentazioni tra strutture organizzate, rendendo il confronto politico una parte viva del processo di mobilitazione, senza separarlo dalle pratiche di lotta e iniziativa. Ore 13.00: pranzo Ore 15: assemblea pubblica Percorsi di lotta e sciopero sociale europeo contro la guerra Le grandi giornate di lotta per Gaza e la Flotilla, in Italia, in Europa e nel mondo, hanno mostrato la forza di un movimento reale di rifiuto del genocidio e della guerra. Lo sciopero ha dato consistenza al blocco reclamato solo poche settimane fa dai portuali di Genova, travolgendo le tradizionali modalità di azione dei sindacati. Questo emergente movimento dello sciopero ha, in modi diversi, articolato un’ampia opposizione politica che dal genocidio si estende a ciò che la guerra impone. Lo sciopero per Gaza ha creato le condizioni affinché lotte frammentate ma diffuse trovassero una convergenza reale: quelle delle insegnanti contro il patriarcato, l’autoritarismo e il militarismo che danno forma ai programmi scolastici; quelle dei precari contro il modo in cui la guerra trasforma le condizioni della ricerca e dei suoi finanziamenti; quelle di lavoratrici e lavoratori che dalle fabbriche alla sanità non accettano di doversi sacrificare per il riarmo; quelle transfemministe e antirazziste che quotidianamente sfidano la violenza che la guerra legittima apertamente. Questa convergenza deve essere consolidata, allargata e approfondita sul piano tanto nazionale quanto transnazionale. Farci carico di questa sfida è necessario, perché questi giorni hanno dimostrato che lo sciopero può essere non solo una pratica di interruzione e blocco, ma anche un processo di organizzazione collettiva: un metodo per tenere insieme il rifiuto del genocidio, della guerra e la costruzione di un’alternativa. Con questa assemblea, aperta a singoli/e, reti collettivi e realtà organizzate, sindacati e delegate/i intendiamo discutere delle prospettive in campo a partire da alcune domande: Come gli scioperi di questi giorni hanno investito i luoghi di lavoro – dalle fabbriche alle scuole, dagli ospedali alle università – e che impatto hanno avuto sui  sindacati e i movimenti organizzati? In che modo lo sciopero è riuscito a unire il rifiuto del genocidio e l’opposizione ai tagli alla spesa pubblica e all’impoverimento dei salari causati dal riarmo? Che cosa è necessario fare per rendere possibile questo collegamento? In che modo il riarmo europeo sta ridefinendo la produzione industriale, la ricerca scientifica e tecnologica, la transizione ecologica e digitale? Che forme di conflitto possiamo costruire nei luoghi dove queste politiche si concretizzano – università, centri di ricerca, fabbriche, istituzioni pubbliche – per smascherarne la logica bellica e produttivista? Come queste diverse forme di conflitto possono continuare ad alimentarsi a vicenda tramite il processo dello sciopero? In che modo lo sciopero contro guerra e genocidio può unire pratiche, soggetti e percorsi diversi facendo comunicare le molte forme di opposizione alle politiche patriarcali, razziste, militariste e autoritarie in tutti i luoghi della produzione e riproduzione sociale? Come possiamo immaginare forme di sciopero a partire dal superamento divisione tradizionale tra mondo del lavoro e movimenti sociali, innovando schemi organizzativi per produrre convergenze reali tra lotte diverse? Il movimento dello sciopero, in forme e tempi diversi nei vari paesi – da Parigi a Barcellona, da Berlino a Amsterdam, da Istanbul a Londra – sta costringendo sindacati e strutture organizzate ad ascoltare la stessa urgenza: dare forza a un rifiuto collettivo della guerra e del genocidio. Come possiamo, da dentro questo movimento dello sciopero, rendere il carattere transnazionale delle mobilitazioni una forza organizzativa reale, capace di durare nel tempo attraversando confini nazionali e strutture sindacali? E come possiamo costruire connessioni con i contesti dove, invece, l’opposizione alla guerra non ha ancora trovato forme esplicite di espressione? Per aiutarci ad organizzare al meglio la giornata, iscriversi tramite questo FORM. Leggi qui lo Statement finale della due giorni organizzata dalla rete Reset Against the War lo scorso marzo a Roma. 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Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra
Le piazze oceaniche di queste settimane contro il genocidio e in solidarietà alla Flotilla hanno finalmente innescato un processo di rottura delle politiche di morte, di cui il governo italiano è attivamente complice. Questo processo non può esaurirsi, ma deve anzi permanere e articolarsi con le altre lotte sociali nel nostro Paese, per trarne forza e far dilagare la capacità mobilitativa. È in questa cornice che pensiamo si debba inserire la chiamata del Collettivo di Fabbrica ex-GKN per il corteo del 18 ottobre a Firenze. > L’esperienza della fabbrica socialmente integrata non è solo una lotta per la > dignità del lavoro, ma anche per un’alternativa a un sistema produttivo che > trae profitti dal genocidio. Un punto di rottura di questa filiera di morte, > di cui già i blocchi e gli scioperi generali ci hanno mostrato l’importanza > per il sostegno al popolo palestinese. La speculazione finanziaria e immobiliare, le politiche ecocide, la deindustrializzazione che lascia spazio alla riconversione bellica delle produzioni sono processi legati a doppio filo alla stessa base che sostiene il genocidio. È questa la realtà di stabilimenti come la Beko di Siena, dove Leonardo S.p.A è pronta a intervenire sulla crisi occupazionale al prezzo di una conversione bellica dello stabilimento. Per questo, domandarsi cosa si produce e per chi, trovare un’alternativa a questo presente di morte, è oggi più che mai imporre il primato della vita contro i profitti della guerra. È questa urgenza che il Collettivo di Fabbrica ex-GKN è riuscito a imporre nel discorso pubblico. di Andrea Tedone LO STATO DELLA VERTENZA Quattro anni di vertenza e lotta sociale per la reindustrializzazione non sono bastati a rompere il muro di gomma di padronato e istituzioni. Una vertenza che si vuole far chiudere senza alternative, in quello che potrebbe diventare un ennesimo esempio della speculazione immobiliare e finanziaria. Nel 2021 a Campi Bisenzio sembrava ripetersi una storia paradigmatica di capitalismo all’italiana: l’ex FIAT, diventata azienda committente di semiassi per Stellantis, chiusa col pretesto della transizione ecologica. Un piano del capitale come tanti, che però si è scontrato con l’ostinazione del collettivo operaio a non voler subire il licenziamento e farsi invece protagonista di una vera transizione ecologica, dal basso. Nonostante un piano di reindustrializzazione per la produzione di cargo-bike e pannelli fotovoltaici, scritto col supporto di ricercatorə solidali e l’approvazione di una legge regionale per consorzi industriali, le istituzioni impongono ancora un’attesa logorante. Il consorzio che si è costituito a luglio potrebbe rilevare lo stabilimento e far partire la produzione, ma le tempistiche non sono obbligate e un’ennesima posticipazione sarebbe insostenibile per la reindustrializzazione, le vite degli operai e la lotta in sé. Il timore è che l’urgenza della sua attivazione si disperda nell’agone delle vicine elezioni regionali, dilatando ancora i tempi di attuazione del piano industriale. Per questo la ex-GKN non è mai stata tanto vicina al successo e alla sconfitta nello stesso momento. Il corteo del 18 ottobre, a elezioni regionali ormai alle spalle, esigerà risposte definitive sullo stabilimento e sul consorzio. Serve quindi spingere ancora il Collettivo di Fabbrica oltre l’immobilismo delle istituzioni, perché questa vittoria dà forza al movimento nel suo complesso e una vittoria del movimento dà forza a ogni lotta particolare. PER TUTTO, PER ALTRO, PER QUESTO Il Collettivo ha definito il 18 ottobre come la data del per tutto, per altro, per questo. Ha invertito l’ordine di due anni fa, quando questa particolare vertenza era diventata un punto di ricaduta del movimento, convergendo con varie altre lotte per mettere in discussione il generale (un tutto). Oggi sono il genocidio e il riarmo a imporsi necessariamente come raccordo delle varie lotte particolari (il tutto). Tra i tanti (altri) punti di rottura da aprire, il particolare della ex-GKN è uno di questi. La fabbrica socialmente integrata, con l’accento posto su cosa e come si produce, può essere un modello largamente replicabile e alternativo agli interessi del comparto bellico che permea sempre più settori della società. Come in fabbrica, anche in università è necessario chiedersi che ricerca si conduce, per chi, con quali mezzi: ricercatorə solidali si sono messə a disposizione della vertenza ex-GKN e dei suoi piani industriali, aprendo così lo spazio a un’idea di università come motore di interesse collettivo. E se da un lato l’università diventa sempre più dipendente da finanziamenti di aziende belliche e inquinanti, il conseguente smantellamento della spesa pubblica a favore del riarmo ha già fatto perdere il posto di lavoro a questə stessə ricercatorə e con loro a moltə altrə colleghə. > La lotta ex-Gkn ha permesso inoltre di riprendere parola sulla crisi > eco-climatica da una prospettiva di classe, in una fase in cui questa è > drammaticamente scomparsa dalle rivendicazioni di piazza, nonostante continui > ad aggravarsi, ed è impugnata soltanto pretestuosamente dalla destra fascista > trumpiana in chiave negazionista. Il piano di reindustrializzazione della ex-GKN è un’alternativa alla dipendenza dal combustibile fossile, pretesto e obiettivo dei conflitti, una soluzione alla crisi produttiva e un passo avanti verso la democrazia energetica. Mettere a terra la transizione ecologica, dal basso, è oggi più che mai la nostra comune priorità. Per questo la lotta della ex-GKN è l’occasione di ricomporre sempre più lotte in aderenza al tutto di genocidio e riarmo. Riaprire la fabbrica significa riaprire un orizzonte di possibilità per disertare la guerra oltre il solo piano di movimento e per costruire l’alternativa tramite la transizione ecologica dal basso. La possibilità di vedere altre vertenze simili nei prossimi anni nel nostro Paese non può prescindere del tutto da questa vittoria. Per questo tuttə noi ci dobbiamo assumere la responsabilità del 18 ottobre: della vittoria, così come dell’eventuale sconfitta di questa vertenza. Deve essere la convergenza politica e umana larghissima che in questi anni si è stretta attorno alla fabbrica di sogni a dare la spallata finale all’immobilismo delle istituzioni. Tocca a tuttə noi, il 18 ottobre a Firenze, riaprire la nuova GKN. La copertina è di Andrea Tedone SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Riaprire GKN: una rotta per equipaggi di terra proviene da DINAMOpress.