Il riconoscimento della Palestina: come un piromane che torna sulla scena del crimine
di Aya Talahmeh,
The New Arab, 25 settembre 2025.
A meno che l’Occidente non persegua l’illegalità del colonialismo d’insediamento
israeliano, il riconoscimento della Palestina non è altro che un gesto
simbolico.
Presentando la controversia come una disputa tra due parti uguali, i governi non
fanno altro che riprodurre ciò che oscura lo squilibrio strutturale tra
colonizzatore e colonizzato, scrive Aya Talahmeh [foto: Getty Images]
Il 21 settembre 2025, il governo britannico ha seguito l’esempio di Canada e
Australia riconoscendo formalmente lo Stato di Palestina. Il primo ministro Keir
Starmer ha motivato il suo annuncio con la necessità di mantenere “viva la
possibilità di pace e di una soluzione a due stati”, mentre la ministra degli
Esteri Yvette Cooper ha definito il riconoscimento come un’affermazione del
diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.
Tuttavia, questa dichiarazione non ha comportato alcun cambiamento pratico,
arrivando in un momento in cui la guerra di Israele contro Gaza e l’occupazione
della Cisgiordania si stanno intensificando con livelli di aggressività senza
precedenti.
L’ironia è impossibile da ignorare. La Dichiarazione Balfour del 1917, che
sosteneva “la creazione in Palestina di una patria nazionale per il popolo
ebraico”, trascurava i diritti di qualcun altro. Un secolo dopo, la Gran
Bretagna torna con un gesto simbolico, simile all’arrivo con un estintore molto
tempo dopo che la casa è stata bruciata, assicurando a tutti che cerca di
“mantenere viva la possibilità di pace”.
Dal suo dominio coloniale alla sua amministrazione durante il Mandato, le
impronte della Gran Bretagna sono ovunque nella spoliazione dei palestinesi.
Quella storia coloniale funge da guida per spiegare perché il riconoscimento
dello stato palestinese nel 2025 ha solo un profondo peso simbolico.
L’ambasciatore palestinese a Londra, Husam Zomlot, ha descritto il
riconoscimento come “un passo irreversibile verso la giustizia, la pace e la
correzione degli errori storici”. Tuttavia, il ritardo sottolinea come le
potenze coloniali continuino a razionare i diritti dei palestinesi secondo la
propria convenienza.
Il diritto internazionale sancisce l’autodeterminazione come sacrosanta, il che
rende il caso palestinese una netta eccezione. Third World Approaches to
International Law (TWAIL) spiega il perché: dottrine come terra nullius e uti
possidetis juris [teorie giuridiche volte a mantenere lo status quo, NdT] sono
state concepite per legittimare la costruzione dell’impero. Il riconoscimento di
ieri sembra meno l’inizio di una nuova alba e più la persistenza della logica
dell’impero, che si attiene agli obblighi legali solo quando è vantaggioso. Il
caso della Palestina è quindi un secolo di espropriazione mascherato ora dal
riconoscimento, poiché il riconoscimento è un velo per nascondere la violenza
che lo ha reso necessario.
Il riconoscimento è stato presentato come una coraggiosa presa di posizione
umanitaria, ma c’è da dubitare che cambierà materialmente la vita dei
palestinesi. David Lammy, vice primo ministro britannico, ha affermato che la
creazione di uno stato palestinese richiederà un lungo processo di pace.
Le dichiarazioni di riconoscimento da parte di Regno Unito, Canada e Australia
sono “una risposta simbolica alla guerra in corso di Israele contro Gaza e
all’espansione territoriale nella Cisgiordania occupata”. Questo riconoscimento
formale dà il via libera alle potenze coloniali per rivendicare la loro
superiorità morale, mantenendo al contempo le strutture che perpetuano la
sofferenza dei palestinesi, evitando la giustizia o la possibilità di ritenere
responsabili i colpevoli.
L’ex deputato laburista Jeremy Corbyn ha accolto con favore la mossa come
positiva ma insufficiente: secondo lui, “il Regno Unito dovrebbe riconoscere il
genocidio a Gaza, porre fine alla sua complicità nei crimini contro l’umanità e
smettere di armare Israele”. L’intervento di Corbyn sottolinea che un progresso
simbolico senza misure concrete rischia di rimanere un gesto formale privo di
impatto pratico.
In nessun luogo il divario tra simbolismo e realtà è più evidente che nella
Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Dall’ottobre 2023, il genocidio perpetrato
da Israele nella Striscia di Gaza ha provocato una delle peggiori catastrofi
umanitarie della storia recente. Oltre ai bombardamenti e agli sfollamenti di
massa, Israele ha sistematicamente affamato i civili palestinesi, con condizioni
di carestia confermate dalla Classificazione Integrata delle Fasi di Sicurezza
Alimentare. Queste condizioni terribili riflettono una politica deliberata di
sfollamento e distruzione.
Nel frattempo, la violenza dei coloni e la retorica annessionista in
Cisgiordania continuano senza freni. Lo stesso giorno in cui è stato annunciato
il riconoscimento, le uccisioni e le espulsioni sono continuate, mentre
Netanyahu così rispondeva al riconoscimento: “Non sarà istituito uno stato
palestinese”. Il riconoscimento di Starmer ha escluso il coinvolgimento della
leadership palestinese, rafforzando un modello in cui le potenze esterne dettano
il futuro dei palestinesi.
Il riconoscimento non ha moderato l’aggressione militare né frenato l’espansione
dell’insediamento coloniale.
Anas Iqtait avverte che il riconoscimento, in assenza di applicazione, rischia
di diventare una distrazione. La Palestina rimane confinata allo status di
“Stato osservatore non membro” presso l’ONU, incapace di esercitare i diritti
sovrani che sono dipendenti dal consenso degli Stati Uniti. Come afferma il
lavoro di Forensic Architecture, intrecciare il riconoscimento con gesti
simbolici distrae solo dai problemi più profondi come l’assenza di sanzioni, di
embargo sulle armi o di protezione internazionale, il che non fa che
approfondire il dominio invece di lavorare alla sua eliminazione.
Salem Barahmeh ha descritto il riconoscimento come una “performance
accuratamente studiata” che maschera il genocidio nella Striscia di Gaza,
l’occupazione militare in Cisgiordania e l’espropriazione a Gerusalemme.
Ciò che colpisce è anche il fatto che né i governi né gli ambienti accademici
menzionino il diritto al ritorno dei milioni di palestinesi della diaspora o il
destino degli oltre due milioni di palestinesi che vivono nella terra
colonizzata nel 1948, oggi chiamata “Israele”. Quindi, ciò che alcuni presentano
come una via verso la liberazione è, in realtà, il rafforzamento dello stesso
ordine coloniale che si propone di contrastare.
Il discorso internazionale rimane intrappolato nelle acque poco profonde del
“processo di pace”, senza mai navigare verso la responsabilità per l’apartheid e
l’occupazione. Presentando la disputa come una disputa tra due parti uguali, i
governi si limitano a riprodurre ciò che oscura lo squilibrio strutturale tra
colonizzatore e colonizzato. Quello che viene presentato come un dono benevolo
di sovranità diventa invece uno strumento diplomatico che maschera l’aggressione
unilaterale sotto la promessa illusoria di “due stati che vivono fianco a
fianco”.
La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha affermato due volte l’illegalità
dell’occupazione israeliana, ma l’applicazione rimane teorica. Il riconoscimento
diventa un’altra performance di moralità senza alcun potere, che radica ancora
più profondamente l’impunità di Israele.
La questione più profonda è che il riconoscimento funziona all’interno di un
quadro sostanzialmente razziale che dipinge Israele come razionale, mentre i
palestinesi sono irrazionali, sospetti o sacrificabili. Accettando le narrazioni
di Israele e ignorando le voci e le esperienze dei palestinesi, nonostante
decenni di prove documentate fin dall’inizio della colonizzazione, i governi
occidentali rivelano perché la vera responsabilità rimane ai margini.
Come ha affermato l’artista palestinese Sliman Mansour: “La statualità non può
essere dichiarata nei comunicati stampa mentre il genocidio brucia Gaza e la
terra viene rubata quotidianamente in Cisgiordania. Il riconoscimento della
Palestina è vuoto se ignora lo sradicamento delle persone e la violenza che è
diventata una realtà quotidiana”.
Aya Talahmeh ha conseguito una laurea in giurisprudenza presso l’Università di
Exeter e ha maturato esperienza professionale principalmente nel campo legale
interno. Attualmente sta conseguendo un master in diritti umani presso il Doha
Institute for Graduate Studies, con un forte interesse per il mondo degli affari
e i diritti umani.
https://www.newarab.com/opinion/recognition-palestine-arsonists-returning-crime-scene
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.