Javier Tomeo / Cosa può una bambola gonfiabile
Cosa può una bambola gonfiabile è senz’altro differente da cosa può un corpo,
secondo la nota definizione deleuziana, ma, nella penna dell’autore spagnolo
Javier Tomeo (1932-2013), può comunque essere una – a tratti divertente, a
tratti terribile – sorpresa. In effetti, se Deleuze interrogava da par suo
l’opera di Spinoza, il protagonista di questo libro, Juan P, interroga
costantemente, come recita il titolo, lo sguardo della bambola gonfiabile
Dorotea. Qui terminano gli improvvisati parallelismi e le mis-letture: Juan P
non trae certo verità filosofiche dalle sue conversazioni, venendo anzi
rimbeccato spesso a monosillabi, con una certa asprezza, proprio da Dorotea.
Juan P, anzi, è via via sempre più deluso dalla laconicità di Dorotea – che pure
gli parla, ovvero sembra che gli parli – ma non soddisfa, per quanto ne può
sapere chi legge, alcun suo desiderio o pulsione: il suo destino – probabilmente
scritto sin dall’antefatto della narrazione, come si scoprirà nelle ultime righe
– è di chiudersi in un solipsismo folle e paranoico, oscillante tra sessuomania
e sessuofobia, e forse, quindi, proto–incel (il testo è del 2003), ma
sicuramente incardinato in una cultura patriarcale e misogina che non riesce a
dare, e a darsi conto, di un mondo altrettanto impazzito.
Chi legge scopre in effetti rapidamente – venendo catapultato nel giro di poche
pagine da una narrativa che procede per tratti sommari, a partire dal più
classico degli incipit («Mi chiamo Juan P…») nel vortice delirante del monologo
interiore di Juan P, più congeniale alla narrativa radicale e debordante di
Tomeo (e assai ben rappresentata dalle arguzie del suo traduttore, Loris Tassi)
– che il mondo di Juan P è quello dei primi anni Zero, agitato da quei fantasmi
del terrorismo internazionale che si sono nuovamente manifestati, nel combinato
disposto di politica e media, con l’11 settembre 2001. È per questo, tra
l’altro, che una delle ribellioni impossibili di Juan P riguarda non tanto la
bambola gonfiabile Dorotea, quanto l’apparato televisivo, cui pure dovrebbe
restare legato non solo dalle sue inveterate abitudini voyeuristiche ma anche da
alcune disposizioni – che appaiono terribilmente orwelliane – dell’autorità
vigente.
Juan P appare dunque prigioniero, innanzitutto, di una realtà affetta da una
sostituzione simulacrale ubiqua, esperita – con quella punta di sentimentalismo
kitsch che non abbandona mai il narratore, essendo a tutti gli effetti una
dimensione dell’affettività incel – come predominio del dato onirico su quello
materiale, e come dice a un certo punto Juan P all’amico Torcuato, «in fin dei
conti gli uomini non sono colpevoli dei loro sogni». Juan P, tuttavia, è
responsabile, e presumibilmente lo è stato anche in passato, di alcune
efferatezze in funzione del suo continuo delirare e ciò accelererà
inevitabilmente il suo destino, più tragico che tragicomico.
Beninteso, quella di Tomeo non è in alcun modo una narrazione consolante, anche
se pervasa di un umorismo grottesco, occasionalmente ridondante; vi aleggia
sempre, per contro, una terribile aura di mistero sulle sorti individuali e
collettive, che Tomeo proietta riflessivamente anche sulla propria scrittura, in
uno dei passaggi più deliranti e al tempo stesso più ludici di Juan P, che qui
conviene riportare per intero: «Perché gli uomini scrivono cose impossibili? Lo
fanno perché sanno che non potranno mai vederle trasformate in realtà? Perché
Torcuato sogna padelle e io uomini senza naso? Sogniamo queste sciocchezze solo
per ricordarci che viviamo circondati dal mistero?».
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