Attenzione ai fascisti hi-tech
Il bel saggio di Irene Doda, recentemente uscito per Fuori Scena, parla, come
leggiamo in quarta di copertina, di fascismo, “non quello delle camicie nere e
dell’olio di ricino, ma di un fascismo più cool: quello hi-tech”. Come ha
sottolineato Umberto Eco nel suo saggio del 1995 dal titolo Il fascismo eterno,
esiste infatti un ur-fascismo che è esistito e ha continuato ad esistere dopo la
contingenza storica che ha visto l’affermarsi dei regimi fascisti.
Nella contemporaneità sembra andare per la maggiore il cosiddetto
“tecnofascismo”, cool, americano e hi-tech. Ma chi sono, precisamente, i
tecnofascisti? Come spiega l’autrice, si tratta di alcuni tecnomiliardari che
vedono l’inizio della loro fortuna tra fine anni novanta e inizio del nuovo
millennio, tutti impegnati nella realizzazione delle nuove tecnologie digitali,
accomunati dall’ideologia “libertarian” (libertaria di destra), individualista,
nonché dalla capacità di estendere la propria rete di influenza fino alle più
alte sfere politiche auspicando “una convergenza tra industria tecnologica e
istituzioni militari, con l’obiettivo di difendere o restaurare la supremazia
occidentale nel mondo”.
Le radici politiche della Big Tech risalgono all’ideologia nota come
anarcocapitalismo, termine coniato dall’economista e filosofo politico
statunitense Murray Rothbard nella seconda metà del XX secolo, che non ha niente
a che vedere con il pensiero anarchico di matrice europea o russa, permeato di
una spinta egualitaria e comunitaria. Nucleo centrale di questa ideologia è il
concetto di libertà: naturalmente si tratta di una libertà strettamente
individualista. Ciò che gli oligarchi occidentali hanno a cuore, infatti, è la
loro libertà di investimento, estrazione e profitto.
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