Buone notizie: finalmente l’Europa interviene contro Israele. Ma è sufficiente quello che fa?
di Tamam Abusalama,
The New Arab, 25 settembre 2025.
Scegliendo di allinearsi con gli Stati Uniti piuttosto che difendere la
giustizia a Gaza, l’UE ha abbandonato i palestinesi, mettendo a nudo la propria
ipocrisia morale.
Sebbene le radici dell’inerzia dell’Europa nei confronti di Israele risalgano a
un secolo fa, le strutture attuali e le pressioni esterne continuano a giocare
un ruolo importante, scrive Tamam Abusalama. [GETTY]
A quasi due anni dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza e nel mezzo della
pulizia etnica della città di Gaza, la Commissione Europea ha finalmente deciso
di presentare al Consiglio proposte di sanzioni contro Israele. Queste includono
la sospensione delle clausole commerciali, la sospensione del sostegno
bilaterale a Israele e sanzioni contro Hamas e contro i coloni estremisti e
violenti.
Non si può fare a meno di chiedersi: per quanto tempo ancora l’Unione Europea
potrà ritardare un’azione concreta, evitare di assumersi le proprie
responsabilità e continuare a finanziare e facilitare le ripetute atrocità
israeliane in Palestina, compreso il genocidio trasmesso in mondovisione?
Cosa impedisce all’UE di agire?
Il processo decisionale europeo in materia di politica estera è notoriamente
lento, burocratico e, come si è visto con i dazi di Trump e la spesa per la
difesa, troppo reattivo. Sebbene le radici dell’inazione dell’Europa nei
confronti di Israele risalgano a un secolo fa, le strutture attuali e le
pressioni esterne continuano a giocare un ruolo importante.
Diverse nazioni europee hanno contribuito a plasmare lo stato israeliano che
esiste oggi. Il Regno Unito, in particolare attraverso la Dichiarazione Balfour
del 1917, ha sostenuto l’immigrazione ebraica in Palestina e ha appoggiato la
visione sionista di “una terra senza un popolo per un popolo senza terra”. Dopo
la seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto, crimini perpetrati dalla Germania
nazista, la Germania si è impegnata in un rapporto unico con Israele,
rafforzando i legami in vari ambiti e catalizzando un più ampio sostegno
internazionale per una patria ebraica in Palestina.
Queste diverse esperienze storiche, come la colpa collettiva europea per
l’Olocausto e i cambiamenti geopolitici seguiti alla fine del comunismo, i
diversi interessi nazionali e le priorità politiche, hanno creato divisioni
interne tra gli stati membri dell’UE riguardo alla causa palestinese.
Soprattutto dopo l’inizio del genocidio, è diventato chiaro che esistono due
schieramenti principali: gli stati che sostengono il diritto internazionale e i
diritti umani, che tendono ad essere più solidali con la Palestina (ad esempio
Irlanda, Spagna, Belgio, Slovenia), e un altro gruppo (che comprende paesi come
Germania, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca) che propende per Israele per
ragioni ideologiche, di sicurezza o politiche.
Nel frattempo, gli stati che dichiarano di adottare un “approccio equilibrato”
stanno, in pratica, favorendo attivamente i crimini di Israele.
Queste diverse posizioni hanno reso difficile raggiungere un consenso,
complicando qualsiasi azione unitaria dell’UE per rendere Israele responsabile
delle sue ben documentate atrocità in Palestina, soprattutto perché le decisioni
di politica estera e di sicurezza dell’UE richiedono l’unanimità in seno al
Consiglio Europeo.
In assenza di un consenso a livello europeo, i paesi stanno prendendo iniziative
indipendenti. Ad esempio, la Slovenia, che ha chiesto un’azione dell’UE contro
le atrocità di Israele, è diventata il primo paese a vietare ogni commercio di
armi con Israele, compreso il transito e l’importazione.
Altri stati membri, come la Francia, stanno guidando un movimento per il
riconoscimento condizionato dello stato di Palestina che, in ultima analisi,
mantiene l’egemonia di Israele e priva i palestinesi dei loro diritti
inalienabili, compreso il diritto all’autodeterminazione e il diritto al
ritorno. Questa ondata di riconoscimenti è un tentativo per distrarre l’opinione
pubblica dal fallimento dell’UE nel ritenere Israele responsabile e per
nascondere la sua complicità.
Infine, la dipendenza dell’UE dagli Stati Uniti le impedisce di avere una
politica estera indipendente. In quanto alleato più forte di Israele, gli Stati
Uniti sono la potenza leader all’interno della NATO – di cui fanno parte anche
la maggior parte degli stati membri dell’UE – e sono quindi spinti dal desiderio
di proteggere i propri interessi imperialisti e coloniali in Medio Oriente.
Infatti, il Defence Desk dell’UE – un forum in cui i ministri della difesa
dell’UE si riuniscono prima delle sessioni della NATO – esiste per coordinare le
posizioni e le priorità europee, con l’obiettivo di raggiungere una maggiore
autonomia strategica di fronte alla continua dipendenza dell’UE dagli Stati
Uniti e dalla NATO.
Di conseguenza, l’UE è cauta nel fare pressione su Israele, preoccupata che ciò
possa danneggiare le relazioni transatlantiche e la cooperazione con la NATO.
Impedire la giustizia
L’approccio di lunga data dell’UE nei confronti della Palestina rivela le sue
vere intenzioni: manca una reale volontà politica di porre fine all’occupazione
illegale, contrariamente a quanto richiesto nel recente parere consultivo della
Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) e nella risoluzione dell’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite di settembre.
L’UE mira invece a gestire lo status quo, mantenendo una fragile facciata di
dialogo con Israele che protegge il progetto di insediamento coloniale e
mantiene la dipendenza dell’UE dagli Stati Uniti, trascurando i suoi obblighi
morali, legali e richiesti dai cittadini. Inoltre, queste azioni sono in
contrasto con le disposizioni dell’UE stessa, in particolare l’articolo 2
dell’Accordo di Associazione UE-Israele.
L’UE continua a ripetere le barbarie coloniali del passato, credendo
erroneamente che la distanza geografica dalla Palestina la protegga dalle
conseguenze. L’UE deve comprendere che un mancato intervento politico
significativo basato sulla giustizia, sul diritto internazionale e sui diritti
umani, al di là delle sanzioni individuali o temporanee dell’umanitarismo
performativo e del riconoscimento condizionato, finirà per ritorcersi contro di
essa.
L’UE ha il potere, se lo desidera, di scegliere una strada diversa: quella che
abbraccia una soluzione sostenibile, giusta e basata sui diritti umani per la
Palestina, invece di perpetuare questo circolo vizioso di violenza, a scapito
dei diritti e delle vite dei palestinesi e della sua immagine già traballante, a
sostegno del colonialismo d’insediamento, del crollo dell’ordine internazionale
e delle violazioni del diritto.
Tamam Abusalamaè una professionista palestinese-belga della comunicazione, nata
e cresciuta nel campo profughi di Jabalia. Il suo lavoro include campagne per i
diritti dei rifugiati.
https://www.newarab.com/opinion/good-news-europes-finally-acting-against-israel-it-enough
Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.