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Israele ha ucciso mio marito. Ora cresco da sola un figlio che non avrà mai un padre
di Yasmin Abu Shamala,  Al Jazeera, 23 settembre 2025.   Il pensiero che mio figlio Malik non potrà mai conoscere l’amore di suo padre è fonte di un dolore costante e lancinante. Il marito dell’autrice, Anas, con in braccio il loro primo figlio, Ibrahim [Per gentile concessione di Yasmin Abu Shamala] A Gaza, la guerra non finirà quando smetteranno di cadere le bombe. Continuerà a ferirci dall’interno, lasciando dietro di sé ferite profonde, ferite che non vengono riportate nelle cifre delle vittime o nei notiziari. Per la mia famiglia, uno dei ricordi più crudeli di questa verità è il mio figlio più piccolo, Malik. A un anno e quattro mesi, non ha mai visto suo padre. Anas, suo padre e mio marito, è stato ucciso da un attacco aereo israeliano mentre lavorava come giornalista freelance a Gaza City. All’epoca ero incinta di quattro mesi. Quando ho scoperto di essere incinta, poco prima dell’inizio del genocidio, Anas era al settimo cielo. Trascorrevamo le serate sognando insieme di costruire un futuro per noi e i nostri figli, di avere una nuova casa, di continuare i nostri studi: lui il dottorato e io il master. Discutevamo dei nomi da dare al bambino e avevamo deciso che se fosse stato un maschio, lo avremmo chiamato Malik. Non avevamo ancora deciso il nome da dare a una bambina. Israele non solo mi ha portato via mio marito e il sogno di invecchiare insieme, ma ha anche messo a tacere una voce che si dedicava a denunciare i suoi crimini a Gaza. Dopo la sua morte, molti mi hanno esortato a dare al bambino il suo nome, ma non ho potuto farlo. Volevo onorare la scelta di Anas, quindi l’ho chiamato Malik. Prima che la guerra distruggesse le nostre vite, Anas si era dedicato completamente alla paternità. Con il nostro primo figlio, Ibrahim, che ora ha tre anni, non era solo un padre, ma un compagno costante. Ho innumerevoli foto e video dei due insieme: Anas che gli dà da mangiare, lo porta con sé alle preghiere, lo porta al lavoro. Quando frequentavo le lezioni all’università, Anas rimaneva con orgoglio a casa con Ibrahim, occupandosi di lui con pazienza e devozione. Quei ricordi sono ora tesori inestimabili. Ibrahim ha un ricordo vivo dell’amore di suo padre a cui può ricorrere ogni volta che la sua assenza diventa troppo difficile da sopportare. Può guardare il sorriso di suo padre, sentire la sua risata e sentire la sua presenza attraverso i momenti catturati prima che la guerra lo portasse via. Malik, invece, è nato in assenza di suo padre. Non ha foto, né video, né momenti in cui lo sguardo di suo padre incrocia il suo. È venuto al mondo portando con sé un vuoto che solo le storie possono tentare di colmare. Ogni volta che guardo le immagini di Ibrahim con suo padre, il mio cuore si spezza un po’ di più. Non solo perché Anas non c’è più, ma perché l’eredità di Malik è il vuoto. Come potrà trovare la forza in un padre che non ha mai conosciuto? Come potrà sviluppare la sua resilienza senza nemmeno un ricordo a cui aggrapparsi? Gli racconterò, naturalmente, quanto Anas lo desiderasse ancora prima che nascesse, come immaginasse di tenerlo in braccio e pianificasse un futuro luminoso per lui. Ma le parole da sole non possono sostituire il conforto tangibile dell’abbraccio di un padre, il calore della sua voce o il tocco della sua mano. La nostra storia non è un’eccezione. Fa parte di una realtà più ampia vissuta da migliaia di bambini a Gaza. Bambini nati orfani o che hanno perso la madre o il padre nei primi anni di vita, privati del diritto più fondamentale: avere un ricordo delle persone che li hanno messi al mondo. Non si tratta solo di storie personali, ma di una ferita collettiva che si approfondisce ogni giorno di più. L’occupazione israeliana non si limita a uccidere i vivi, ma priva le generazioni future della memoria, dei legami, persino di una singola immagine o di un momento fugace. Una foto, un video, un sorriso condiviso: cose così semplici, date per scontate altrove, sono impossibili per tanti bambini qui. Sono bambini che crescono con frammenti, piccole storie tramandate per colmare i vuoti lasciati dai loro genitori. Porto il peso di essere madre e padre, custode e conservatrice della memoria. Faccio più lavori per sfamarli e cercare di garantire loro un’infanzia, nonostante il genocidio e la morte del padre. Cerco di costruire il legame di Malik con suo padre attraverso le parole, intrecciando una storia che sia abbastanza forte da superare l’assenza. Eppure so che, nonostante le mie storie, lui non saprà mai cosa significa sentire la risata di Anas o sentire il calore del suo abbraccio. Questa è la crudeltà nascosta di questa guerra genocida: non solo uccide, ma ci priva dei ricordi. Ci costringe a lottare per la memoria con la stessa ferocia con cui lottiamo per la sopravvivenza. Per bambini come Malik, la memoria deve essere inventata, ricomposta da storie, per resistere alla cancellazione delle vite dei loro genitori. Scrivo questa storia non per affogare nel dolore, ma per conservare i frammenti che posso per i miei figli. Scrivo perché, in un momento in cui veniamo messi a tacere e cancellati, la scrittura stessa diventa resistenza. Forse queste parole daranno a Malik qualcosa che lo legherà a suo padre. Forse faranno sì che il mondo presti attenzione, agisca, fermi i massacri che lasciano bambini come mio figlio a lottare in assenza di un genitore. Yasmin Abu Shamala è una traduttrice e scrittrice di Gaza. https://www.aljazeera.com/opinions/2025/9/23/israel-killed-my-spouse-now-i-raise-alone-a-son-wholl-never-have-a-father Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.