Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi,
presidente ANPI provinciale Roma
Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente
nazionale ANPI, al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su
“Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della
Costituzione?”
Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come
soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In
realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri
dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si
dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da
cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di
ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge
sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato
dall’Associazione nazionale dei partigiani
Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che
va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia
referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila,
affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio
comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi
abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle
carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due
questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente
collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide
sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e
giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione.
La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi
(sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri
delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme
debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo
politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su
questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi
significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è
necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e
ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione
delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo
più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan
semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non
in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco
fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato.
Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a
emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando
vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la
riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi
insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone
che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle
questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo
della sicurezza nel nostro Paese.
Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le
nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono
i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale
su questo profilo.
Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in
Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le
associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono
favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione
è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore
della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati
sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla
funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo
generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale
separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata
anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione
all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia.
La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità
del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a
quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un
lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al
contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle
carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia
della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche
se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto,
noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo.
Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura,
quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte
attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie
articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in
sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da
quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo
potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine
da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima
esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare
le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che
dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani,
(anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla
norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla
individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla
cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una
violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è
invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione
penale obbligatoria.
Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di
riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il
problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi
non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che
mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro,
e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si
rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della
Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati,
quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici
giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più
importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la
coltivazione della legalità nel nostro Paese.
È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal
punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi
abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono
migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di
migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione
allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata
la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono
comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile
pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione
delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni
amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non
sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei
reati poi non giungono a processo.
La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono
portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale:
quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta
di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della
certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a
livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia
perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini
che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di
interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma
parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non
attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale
incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di
carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che
determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e
articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e
che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che
subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una
serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della
vita.
Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica
perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o,
quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di
questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle
involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo
sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del
Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio
delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della
libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite
costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite.
Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la
legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del
comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte
qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza
democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà
in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là
delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo,
bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico.
Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma
costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri
meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum
(di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un
Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria
sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici
ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di
ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante,
di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza
dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene
sottoposto a procedimento disciplinare.
La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta
Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge
un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato
venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che
l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna
previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo
un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate
alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì,
l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso
organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi
dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi
sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio
grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni
politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del
quale non conosciamo la fine.
Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la
mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io
personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società
civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare
questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è
legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta
il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una
legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%…
Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che
non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico
(di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che
venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e
comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere
vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera
sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei
diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere
compromessi.
Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della
introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione
delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”
30 dicembre 2025
> Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle
> carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su
> Radio Radicale
>
> Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali
Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria
Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com