Tag - Attivismo

Basta argomenti “ex auctoritate” per giustificare la Riforma Nordio
Il Fronte del Sì al Referendum del 22-23 marzo 2026 ha riabilitato tutti i grandi nomi possibili per giustificare La Riforma Nordio. Fin da subito ovviamente, per attaccare il correntismo come qualcosa da bandire, ha ripreso la retorica contro le “toghe rosse” di Berlusconi, salvo poi fargli notare che il correntismo oggi riguarda solo il 23% dei magistrati iscritti all’ANM e che la maggioranza di loro sono aderenti a correnti di centro-destra. Allora si sono spostati sulle degenerazioni del correntismo che avrebbe creato un sistema scellerato e fuori controllo di spartizione delle poltrone; salvo poi fargli notare che la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il Fronte del Sì ha corretto il tiro dicendo che comunque la riforma ha l’obiettivo di togliere potere alle correnti della magistratura in generale nel Consiglio Superiore della Magistratura con il metodo del sorteggio. E’ a quel punto che molti magistrati – tra cui Nicola Gratteri e Nino Di Matteo -, da sempre fuori dal correntismo e favorevoli al sorteggio, alzano la voce e dicono, schierandosi per il NO, che questo sorteggio, in qualunque caso, è truccato poichè i membri laici verrebbero sorteggiati da una lista – senza un quantitativo preciso di nomi – scelta precedentemente dal Parlamento e dal governo. Inoltre gli si fa notare che questa Riforma, oltre a non parlare minimamente del fenomeno del correntismo, ha come fine proprio rendere dipendente la magistratura da ogni governo in carica. A tal proposito, il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Falcone”, perché favorevole alla separazione delle carriere, a tutti coloro che hanno riportato come argomentazioni per il NO a questa riforma proprio le citazioni e le teorie di Giovanni Falcone contro la subordinazione della magistratura alla politica. Il Fronte del Sì – nella figura del Ministro Nordio – ha riabilitato anche il grande giurista e partigiano socialista e antifascista Giuliano Vassalli come “padre spirituale” della Riforma Nordio, in quanto necessario completamento di un processo penale che deve svolgersi davanti a un “giudice terzo” con accusa e difesa poste su un piano di parità: in sostanza sarebbe l’istituzionalizzazione finale del sistema accusatorio, modello su cui si fonda il nostro sistema di giustizia pensato proprio da Vassalli. Il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la separazione delle carriere della riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Giacomo Matteotti contro l’unitarietà dei magistrati voluta dal fascismo”. Quando però gli si è fatto notare che l’unitarietà dei magistrati in Italia risale al Regno d’Italia e che sotto il fascismo era stata minata proprio dal governo fascista stesso, il Fronte del Sì si è messo in pace con la storia preferendo non ribattere. I liberali più arditi del Fronte del Sì hanno addirittura citato il grande padre costituente Piero Calamandrei, sostenendo – a partire da un estratto del suo Elogio dei Giudici scritto da un avvocato (1959) – che anche lui avrebbe voluto la Riforma Nordio per la “separazione delle carriere”. Queste affermazioni ricorrono continuamente, quasi fosse diventata un argomento definitivo: se l’avessero voluta loro, allora non ci sarebbe più nulla da discutere. Allora ammettiamolo, è vero: Vassalli, Falcone, Matteotti e Calamandrei erano sostenitori o di una “separazione delle carriere” o di una “separazione delle funzioni” in modo molto diverso tra loro, ma lo erano con cognizione di causa ed avevano tutto il diritto di sostenerlo. Il problema non è essere contro o favorevole alla “separazione delle carriere”: quella è un’opinione legittima. Il problema si pone al massimo su come si vuole attuare la “separazione delle carriere”. Bisogna sottolineare che questo referendum ha un quesito unico e che il votante non ha la possibilità di sostenere una o più parti della riforma e di rigettarne altre: il cittadino votante ha la possibilità di prendere il pacchetto completo delle modifiche o rigettarlo in toto. In questa Riforma sono molti gli elementi che non convincono, ma soprattutto la modalità in cui sono stati pensati il sorteggio e la separazione delle carriere, oltre ad una divisione inusuale del CSM e l’introduzione inusuale di un terzo organo disciplinare (l’Alta Corte). Anche volendo essere d’accordo con la separazione delle carriere o delle funzioni, laddove la riforma è un unicum che prevede altri elementi deprecabili, il cittadino ha il diritto di rifiutare la riforma in toto e non votare a favore solo per un elemento potenzialmente condivisibile. Stando a questi presupposti mi domando: quando Falcone, Vassalli, Matteotti, Calamandrei avrebbero mai scritto o detto di essere favorevoli al sorteggio dei magistrati? Non si trova traccia da nessuna parte. Nessun discorso, nessuna intervista, nessun documento ufficiale. E ancora quando si sarebbero mai espressi a favore di un giudice speciale come l’Alta Corte prevista nella riforma? Anche qui: nulla. Non esiste alcun testo in cui sostengono che sarebbe opportuno creare un organo del genere, né tantomeno che nei suoi collegi i magistrati debbano avere solo una rappresentanza e non una maggioranza. Non lo hanno mai scritto, mai detto, mai proposto, ma anzi possiamo dire il contrario. Vassalli, da giurista finissimo e garantista qual era, ha lavorato su norme fondamentali come il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale, ma non ha mai sostenuto – né apertamente né tra le righe – i meccanismi previsti oggi dalla Riforma Nordio, ma anzi da Presidente della Consulta nel 2000, con la Sentenza 37/2000, ribadì che la separazione delle carriere doveva essere introdotta con legge ordinaria dello Stato senza toccare la Costituzione. Giuliano Vassalli Il grande socialista, giurista e penalista, ucciso dalla squadracce fasciste Giacomo Matteotti, nel suo articolo Il pubblico ministero è parte, sosteneva con particolare vigore che il pubblico ministero (1) va decisamente considerato nella sostanza come “parte”, questa intesa come colui che può far valere o contro il quale è fatta valere la pretesa penale. La tesi era sostenuta in aperto dissenso con l’opposta annotazione recata in proposito nella Relazione al Re – ancora oggi tralaticiamente ripetuta -, per la quale quella del pubblico ministero sarebbe, viceversa, una posizione “più nobile e imparziale al di sopra delle parti”. Invero, «La divisione dei poteri su cui si fondano i moderni regimi costituzionali e la divisione delle funzioni, fra le quali anche la “funzione persecutiva” assegnata “agli organi esecutivi dello Stato”, permettono codesto apparente assurdo di uno Stato che è giudice e parte nel tempo stesso; fino a quando almeno sembreranno sufficienti quelle garanzie d’indipendenza di cui sono circondati gli organi di giustizia … organi sempre più autonomi». Il pensiero di Matteotti sulla figura del pubblico ministero, pur senza volere trarne conclusioni sopra le righe, apre scenari inediti e di attuale modernità in tema di disciplinamento dei diversi organi statuali di giustizia, il pubblico ministero e il giudice, parlando di disciplinamento delle diverse funzioni. Parlando di separazioni delle “funzioni” e non delle carriere, Matteotti, nel suo ruolo di giurista e studioso di procedura penale, criticò con fermezza l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, vedendola come un presidio essenziale dello Stato di diritto contro l’arbitrio del potere esecutivo. Matteotti criticò aspramente il tentativo del regime fascista di assoggettare l’ordine giudiziario al controllo del governo, difendendo l’indipendenza dei giudici come garanzia per i cittadini. Nel suo pensiero, emergeva una visione del processo penale come strumento nomofilattico (di garanzia dell’esatta osservanza della legge), criticando eccezioni come l’Alta Corte di giustizia, che riteneva di carattere meramente politico e non giurisdizionale. Le riflessioni di Matteotti (1917-1919) anticipavano moderni scenari sulla disciplina degli organi di giustizia, fermo restando il suo fermo rifiuto di qualsiasi interferenza politica nella magistratura. Giacomo Matteotti Che dire di Falcone, il quale parlava di efficienza della giustizia, di coordinamento tra procure, di modernizzazione degli strumenti investigativi, di collaborazioni internazionali, concentrato sul funzionamento concreto del sistema, non sulla creazione di organi speciali né sul sorteggio dei componenti del CSM. L’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha dichiarato a La Repubblica in merito al presunto sostegno di questa separazione delle carriere da parte del grande pm: “Falcone si sta rivoltando nella tomba” – ha detto – “lo sport più diffuso è quello di attribuire a Falcone dopo la sua morte idee che non lo avevano nemmeno sfiorato”. A confermare questo inciso è stato Alfredo Morvillo, cognato del grande pm antimafia: “Giovanni (Falcone, ndr) era contrario alla separazione delle carriere. Semmai era un sostenitore della cosiddetta separazione delle funzioni o quantomeno della necessità di una specializzazione per l’ufficio del pubblico ministero”. Si tratta di una differenza abissale rispetto all’attuale Riforma Nordio(2). Giovanni Falcone Sulla stessa linea, anni addietro, era stato proprio il padre costituente Piero Calamandrei a esprimersi nei suoi Scritti e discorsi politici: “Il pubblico ministero è un magistrato che ha l’obbligo di cercare la verità, non la vittoria; ed è per questo che egli deve essere pronto a chiedere l’assoluzione quando si accorge che l’imputato è innocente.” Secondo Calamandrei un PM con una carriera separata e gerarchizzata verrebbe valutato in base alle “vittorie” (condanne), perdendo questa funzione di garanzia. Per Calamandrei, il PM non è un semplice “avvocato dell’accusa” o un organo di polizia, bensì un “promotore della giustizia” con l’obbligo di cercare la verità, anche a favore dell’imputato. Questa è cultura della giurisdizione: solo chi è cresciuto professionalmente con la mentalità del giudice può avere l’umiltà intellettuale di chiedere un’assoluzione. Nel dibattito sull’articolo 112 (poi approvato), Calamandrei sostenne fermamente l’obbligatorietà dell’azione penale come garanzia di uguaglianza, vietando al PM di sospenderla o ritardarla arbitrariamente. Nel discorso inaugurale dell’anno accademico dell’Università di Siena, tenuto il 13 novembre 1921, Piero Calamandrei, allora docente di “diritto giudiziario”, individuava quattro “tortuose vie …che la politica segue per far sentire il suo influsso sull’amministrazione della giustizia” mettendo in pericolo la separazione dei poteri, in particolare fra giustizia e politica “che di quella separazione costituisce il cuore pulsante”. In un suo discorso alla Costituente, Calamandrei disse: “La magistratura deve essere un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Questa indipendenza è la condizione suprema perché la giustizia non diventi strumento di fazione o di vendetta politica.” Ad accompagnare questa convinzione, una sua famosa citazione: “Quando per la porta del tribunale entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.” La posizione di Calamandrei e di gran parte dei padri e delle madri costituenti fu contraria alla proposta di far dipendere il PM dal potere esecutivo (Governo), per evitare la politicizzazione dell’azione penale. Calamandrei si oppose alla separazione delle carriere tra giudici e PM, sostenendo che entrambi dovessero far parte dello stesso ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (come poi sancito dall’art. 104 della Costituzione). In sintesi, per Calamandrei il PM è un magistrato a tutti gli effetti, inamovibile e indipendente, distinguendosi dai giudicanti non per appartenenza a un corpo diverso, ma solo per la diversità di funzioni: ciò che sostiene in Elogio dei Giudici scritto da un avvocato del 1959. Piero Calamandrei Di fronte a tutto questo, perché allora il Fronte del Sì continua a tirare in ballo i loro nomi? Pensa che i cittadini siano così ignoranti a tal punto da dagli in pasto delle mezze verità, senza contestualizzazione, su questi illustri uomini di cultura istituzionale e politica? Evidentemente sì. Le argomentazioni ex auctoritate – come ha scritto Gustavo Zagrebelsky nell’introduzione alla guida al Referendum di Marco Travaglio – sono proprio funzionali a questo: dare in pasto mezze verità dando l’illusione ai cittadini di essere informati, dando l’illusione di sapere senza conoscere niente. Far passare il messaggio che “lo volevano loro (n.d.a: Falcone, Matteotti, Calamandrei, Vassalli)” significa chiudere la discussione prima ancora che inizi, come se bastasse evocare alcune figure importantissime della storia della giustizia italiana per mettere il timbro di legittimità di questa riforma pasticciata. Attribuire le volontà contorte della Riforma Nordio a Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei non è solo storicamente falso, ma una scorciatoia retorica, una fallacia logica, un enorme sofisma laddove la falsificazione dell’argomentazione è intenzionale. Il Fronte del Sì e la destra sono in malafede quando usano queste strategie di comunicazione distorta: sono un tentativo di mettere un’aura di autorevolezza su qualcosa che dovrebbe essere discusso apertamente e laicamente. Il pensiero di Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei va letto, non reinventato. E soprattutto non usato come slogan per sostenere posizioni che non hanno mai espresso. La Riforma Nordio va discussa nel merito senza pregiudizi e non giustificata ex auctoritate. Si sta parlando di questa riforma con le sue scelte precise: il sorteggio, l’Alta Corte, la nuova composizione degli organi disciplinari, il diverso equilibrio tra politica e magistratura di cui la “separazione delle carriere” – positiva o negativa che sia – è solo lo sfondo dei contenuti di questa riforma… e nemmeno così troppo trasparente. Per concludere è interessante che la destra oggi non citi Paolo Borsellino, grande magistrato antimafia nonchè fondatore e membro di Magistratura Indipendente – corrente di destra moderata e conservatrice dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) – , il quale invece era un oppositore convinto della separazione delle carriere. Nel suo libro Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile (Edizione Bur, maggio 2022, con presentazione di Manfredi Borsellino) Borsellino affermava: “Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”. Come ha dichiarato suo fratello, Slavatore Borsellino: “Il timore di Paolo Borsellini era che venisse alterata l’indipendenza della magistratura: pensava che una separazione delle carriere avrebbe potuto portare i magistrati sotto l’inflluenza del potere politico”. Ai votanti l’ardua sentenza…   (1) Nel sistema processuale penale e nell’esercizio dei poteri assegnatigli in particolare dagli artt. 1 e 179 cod. proc. pen. del 1913. (2) In una intervista che rilasciò a Mario Pirani de La Repubblica il 3 ottobre 1991, in cui si parlava della riforma Vassalli e del nuovo Codice di Procedura Penale, Giovanni Falcone dichiarò: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.   Altre fonti: https://www.giustiziainsieme.it/articolo/3393-la-magistratura-e-lindipendenza-in-memoria-di-giacomo-matteotti-introduzione-paola-filippi https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3264-indipendenza-dei-giudici-e-riforme-della-giustizia-ai-tempi-dellomicidio-matteotti-uno-sguardo-alle-pagine-di-cento-anni-fa-della-rivista-la-magistratura-simone-pitto Lorenzo Poli
March 20, 2026
Pressenza
Depressione e impegno sociale
Il testo che scrivo oggi è assai diverso dalle decine di articoli che ho scritto per Pressenza: questa volta parlo di me, ma dalla mia vicenda personale voglio ugualmente trarre un’esperienza che potremmo ugualmente definire politica e sociale. Iniziamo col dire che mi sono messo a giocare con la cosiddetta Intelligenza Artificiale per vedere cosa dice di me. Cosiddetta perché si tratta pur sempre di un’invenzione umana che semplifica, rafforza, moltiplica e velocizza le nostre capacità esattamente come la prima, semplice pietra rozzamente scheggiata dagli umani. Insomma associo il mio nome completo ad alcune parole: Ucraina, Rifondazione, Pace e resto sbalordito dalla velocità e dal numero delle informazioni che vengono elaborate. Poi penso di andare a cercare qualcosa di più intimo e personale e digito “Mauro Carlo Zanella depressione” e qui vi riporto ciò che salta fuori: “Mauro Carlo Zanella è un insegnante di scuola primaria e collaboratore della testata Comune-info, noto per aver condiviso pubblicamente la sua esperienza personale con la depressione. Il suo contributo sul tema si distingue per alcuni punti chiave: Testimonianza diretta: nel maggio 2014 ha pubblicato un articolo intitolato “Soffro di depressione”, in cui racconta il suo vissuto con la malattia dal punto di vista di un educatore, cercando di rompere il tabù che spesso circonda la salute mentale nel mondo del lavoro. Impegno sociale e civile: oltre alla scrittura, Zanella è attivo in ambito politico e sociale. Recentemente (giugno 2025), ha partecipato a manifestazioni civili a Roma (Porta San Paolo), confermando il suo impegno su temi come la pace e la memoria storica. Contributo giornalistico: collabora regolarmente con portali di informazione indipendente come Pressenza e Transform! Italia, dove affronta temi che spaziano dalla scuola alla critica sociale. Il suo racconto è spesso citato come esempio di auto-narrazione terapeutica e di coraggio nel mostrare la vulnerabilità in contesti professionali.” Ora, a parte il fatto che non sono noto per niente, ma evidentemente in un istante l’Intelligenza Artificiale ha scovato un vecchio articolo scritto appunto come lettera per il Manifesto e successivamente pubblicato da Comune-info, che nel bene soprattutto, ma anche nel male, in parte, ha avuto una grande importanza nella mia vita. Dubito che sia “noto” o ricordato a chi pure lo lesse a suo tempo, molte persone in verità, al punto che perfino i giornalisti di radio Rai mi fecero una breve intervista incuriositi da ciò che  avevo scritto. Che cosa è cambiato da allora? Il triste riconoscimento della mia fragile condizione: invalidità riconosciuta al 67%, articolo tre comma tre della Legge 104; per intenderci con questi numeri i bambini a scuola hanno il diritto all’insegnante di sostegno… e io tuttora sono un insegnante di scuola primaria. Sindrome delle apnee notturne (devo dormire con una mascherina, il cpap, e ho preferito smettere di guidare per non mettere a rischio l’incolumità mia e soprattutto altrui con un sempre possibile colpo di sonno, una certa obesità che in effetti va e viene, un tremore essenziale ereditario e, ahimè, una certificata sindrome bipolare, la cosa più difficile per chi ne soffre da riconoscere e da accettare e al tempo stesso più invalidante di una “semplice” depressione stagionale o ciclotimica. Cosa che io stesso ho impiegato anni ad accettare e quindi affrontare con responsabile pazienza. “La depressione è finita, sto bene, anzi benissimo, non ho più alcun bisogno di curarmi, sono guarito finalmente e voi volete farmi credere che la mia euforia è da controllare e contenere anche farmacologicamente? E per quale motivo dovrei farlo ora che sono così felice, pieno di energia vitale?” Questo è il ragionamento. Ma è un ragionamento sbagliato, che può essere perfino pericoloso, per se stessi ovviamente: si perde ogni prudenza, si fanno scelte avventate, si pecca di eccessivo e ingenuo ottimismo e ci si mette nei casini, facilitando il precipitare in una nuova e forse perfino peggiore fase di depressione. Dopo anni e tentativi di cura infruttuosa per errori miei, ma anche di psichiatri supponenti a cui mi ero rivolto, ho finalmente trovato al CSM, che non è in questo caso il Consiglio Superiore della Magistratura, ma il Centro di Salute Mentale, la struttura pubblica del mio Municipio, un ottimo psichiatra che, come ovvio gratuitamente, con competente empatia, settimanalmente mi visita, anzi direi mi incontra. Parliamo, mi ascolta con attenzione e se lo ritiene utile aggiusta il tiro: “Proviamo così e poi mi farà sapere come va”. Basta così, per ora non aggiungo altro: ora tutto finirà in rete e con un banale programma di Intelligenza Artificiale chiunque saprà che sono in cura da uno psichiatra al Centro di Salute Mentale… Per la seconda volta sfido lo stigma sociale, come fecero decenni fa, ad esempio, gay e lesbiche o chi ha subito abusi. Per cambiare le cose qualcuno deve iniziare a esporsi, a raccontare, a sfidare i pregiudizi… La solidarietà compenserà la diffidenza e la condanna, o perlomeno aiuterà altri a sentirsi meno soli e meno depressi. Mauro Carlo Zanella
March 19, 2026
Pressenza
Cagliari: il presidio per la Palestina ripudia la guerra. Un sabato speciale con Emergency in Piazza Yenne
Sabato 14 marzo 2026, il Presidio per la Palestina, che si svolge tutti i giorni a Cagliari in Piazza Yenne, dalle ore 18:30 alle ore 20:00, ha anticipato alle ore 17:00 il raduno per proporre alla cittadinanza un laboratorio sulla pace. Il Medio Oriente è spinto dallo scellerato attacco preventivo contro lo Stato sovrano dell’Iran deciso dal presidente della superpotenza statunitense, Trump e dal suo servo/alleato premier dello Stato ebraico, Netanhyau in una carneficina di esseri umani, moltƏ bambinƏ. Israele, inoltre, conduce una guerra a oltranza in territorio libanese. Il diritto internazionale è calpestato palesemente e la prospettiva di una guerra mondiale è più che mai vicina. Per dire no alla guerra, che continua a Gaza e in Cisgiordania sotto una falsa tregua, e che divampa nel Medio Oriente, permane in Ucraina, e in diversi Paesi africani, il Presidio ha invitato il gruppo Emergency Sud Sardegna a partecipare all’iniziativa “Laboratorio sociale di cucito scampoli di Pace”. Il gruppo ha aderito con grande piacere, sia per esprimere il suo supporto al Presidio, sia per portare il messaggio di Emergency di costruzione di pace e solidarietà. Su un grande telo bianco è stato scritto con stoffe di diversi colori, cucite a mano da un gruppo di persone, per lo più donne ma anche qualche maschio: “Il PRESIDIO R1PUD1A LA GUERRA”. Questo lavoro condiviso tra i vari partecipanti ha espresso il concetto chiave della campagna R1PUD1A di Emergency, campagna che si rifà all’art. 11 della Costituzione. Sono costruiti e donati anche degli scampoli di pace, gli “straccetti di pace”, piccole strisce di tessuto bianco che richiamano i valori di Emergency della pace, del ripudio della guerra, del terrorismo e della violenza. Foto archivio Piazza della Indignazione Durante la serata, è stato ricordato che Emergency è presente da agosto 2024 nella Striscia di Gaza, con una Clinica al-Qarara (Khan Younis), e con un’attività di supporto nell’ambulatorio di Al-Mawasi (Khan Younis).  Emergency ha inoltre lavorato, a marzo 2025, nell’Ospedale Nasser Medical Complex in Khan Younis, dove ha garantito supporto nelle attività di primo soccorso e formazione, soprattutto nella gestione delle mass casualty di feriti da guerra; nella sola Clinica di Al-Qarara, sono state eseguite da parte del nostro team 16500 visite, di cui circa un terzo a minori. Essere presenti in Gaza è, per Emergency, non solamente un “dover esserci” perché c’è bisogno di cure sanitarie, ma anche la necessità di essere testimoni di quello che è successo e sta succedendo nel territorio; quello che testimoniamo i nostri operatori è la constatazione di una situazione umanitaria che si sta aggravando giorno dopo giorno, di mancanza di beni primari, cibo, medicine, dispositivi medici, a causa della chiusura dei valichi, con una popolazione che vive, al 90% in tende o sistemazioni di fortuna, esponendoli a gravi rischi per la loro salute, soprattutto nei casi di vulnerabilità. Gli attivisti e le attiviste di Emergency hanno ringraziato per l’invito da parte del Presidio all’iniziativa di condivisione dei valori di ripudio della guerra e dei messaggi di pace e solidarietà, ribadendo il supporto allo stesso. «Il Presidio continua OGGI più che mai e OGNI GIORNO a venire a costruire PACE – ha scritto Vania Erby, coordinatrice del Presidio, sulla sua pagina Facebook – e a denunciare ancora una volta il genocidio che il governo Israeliano sta perpetrando in Palestina UCCIDENDO ESSERI UMANI. Chiediamo allo Stato Italiano di rispettare l’art.11 della nostra Costituzione e di ripudiare la guerra, non solo a parole, ma con fatti e scelte reali e concrete. Tutti i giorni ma proprio tutti saremo in Piazza Yenne al fianco dei popoli oppressi della terra».   Pierpaolo Loi
March 16, 2026
Pressenza
Democrazia in tempo di guerra: Milano apre un varco nel consenso di guerra
Un incontro alla Camera del Lavoro prova a riaccendere il dibattito su guerra, censura e riarmo in un Paese dove il conflitto appare sempre più ineluttabile. Venerdì scorso, alla Camera del Lavoro di Milano, nella Sala Di Vittorio, si è parlato di una parola che negli ultimi mesi è tornata con forza nello spazio pubblico: guerra. Vent’anni fa, quando iniziò la guerra in Iraq, in Italia si respirava una tensione diversa. Le piazze si riempivano, il dibattito attraversava la società, la guerra divideva il Paese e costringeva tutti a prendere posizione. Oggi il clima è molto diverso. Mentre l’Europa si riarma e i conflitti si moltiplicano, la guerra sembra scivolare nel linguaggio della politica quasi senza provocare scosse nel corpo della società. È proprio dentro questo clima che si inseriva l’incontro milanese. Il titolo dell’iniziativa “Democrazia in tempo di guerra ossia l’Italia ai tempi della censura, della repressione e del riarmo”. Non un titolo scelto per provocare, ma per descrivere il momento storico. L’iniziativa è stata organizzata dal Coordinamento per la Pace Milano insieme ad altre organizzazioni, in un contesto internazionale segnato da conflitti armati, corsa al riarmo e crescente tensione sul terreno della libertà di espressione. Sul palco, in presenza, lo storico Angelo d’Orsi e l’ex ambasciatrice Elena Basile. Durante la serata sono stati proiettati anche i messaggi video di Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Accanto a loro hanno portato il loro contributo anche Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Roman Froz Gorsky, ex campione europeo di breakdance, ed Emanuele Lepore dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Uranio Impoverito, ricordando come la guerra non resti confinata nei teatri di conflitto ma produca conseguenze concrete nella società, nelle istituzioni educative e nella vita delle persone. Angelo D’Orsi ha parlato di un passaggio storico che ricorda altri momenti della storia europea: quando la guerra torna a occupare il centro della politica, il primo effetto non si vede sui campi di battaglia ma nello spazio pubblico. Cambia il linguaggio e i confini di ciò che si può dire. Elena Basile, diplomatica con una lunga esperienza internazionale, ha insistito su un punto che negli ultimi mesi è diventato sempre più evidente: l’Europa parla sempre più spesso il linguaggio del riarmo mentre lo spazio per il dissenso si restringe. I messaggi video di Alessandro Di Battista e Moni Ovadia hanno riportato la discussione sul terreno politico e culturale italiano: la sensazione che il Paese stia scivolando dentro una logica di guerra senza che si apra un vero confronto democratico. Non è un caso che l’iniziativa abbia già provocato polemiche prima ancora di svolgersi. Alcuni commentatori hanno accusato l’incontro di rappresentare un pacifismo “filorusso”, segno di quanto il tema della guerra sia ormai diventato un terreno politico esplosivo anche nel dibattito italiano. Ed è proprio questo, forse, il punto più interessante della serata milanese. Non tanto quello che è stato detto sul palco. Ma il fatto che oggi, nel cuore di una città europea, parlare apertamente di guerra, riarmo e libertà di parola sia diventato un gesto politico. Vent’anni fa la guerra in Iraq provocò una reazione potente nella società italiana. Milioni di persone scesero in piazza. Il conflitto entrò nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. Oggi quella tensione sembra essersi dissolta proprio mentre la guerra torna a occupare il centro della scena internazionale. Forse anche per questo incontri come quello di Milano assumono un significato che va oltre la singola serata. Perché quando la guerra torna al centro della politica, la prima battaglia non si combatte al fronte, si combatte nello spazio pubblico. E riaprire quello spazio, riaprire il dibattito, il dissenso, la possibilità di discutere, è il primo passo per incrinare il consenso che rende la guerra possibile. Un primo passo che molti dei presenti hanno indicato con chiarezza: non limitarsi a osservare, ma tornare a unirsi, organizzarsi e costruire insieme una voce pubblica capace di farsi sentire. https://www.facebook.com/coordinamentopacemilano https://www.instagram.com/coordinamentopacemilano?igsh=ZHo3bWh5N245am5l Cristina Mirra
March 16, 2026
Pressenza
ULTIMA GENERAZIONE: ROMA NUOVA ASSOLUZIONE PER IL BLOCCO STRADALE SUL GRA
Siamo alla 68° sentenza favorevole 16 marzo 2026, Roma – Giovedì 12 marzo mattina, presso il tribunale di Roma si è tenuta l’udienza per il processo dell’azione del blocco stradale sul Grande Raccordo Anulare del 24 giugno 2022, all’interno della campagna “No gas No carbone”. Imputate 10 persone di Ultima Generazione difese dall’avvocato Cesare Antetomaso. Al termine dell’udienza il giudice ha assolto tutte le persone in quanto il fatto non è previsto dalla legge come reato (relativamente al capo di imputazione di interruzione di pubblico servizio), e in quanto il fatto non sussiste (relativamente al capo di imputazione di violazione del foglio di via. Dichiarazione di uno degli attivisti: “Sento un grande sollievo per questa assoluzione: oggi la magistratura ha riconosciuto ciò che già sapevamo nel profondo — la nonviolenza e la legittimità della nostra protesta. Abbiamo agito con responsabilità e coraggio per difendere il futuro comune, esercitando un diritto costituzionale fondamentale: manifestare il dissenso contro un sistema che sta conducendo il pianeta e le persone al disastro. Questa sentenza conferma che quello che facciamo è partecipazione politica autentica. Non è vandalismo, è democrazia in azione: rivitalizziamo il dibattito pubblico e chiediamo risposte concrete su una crisi che è anche una crisi democratica.” Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui   Ultima Generazione
March 16, 2026
Pressenza
I COBAS partecipano all’European Convoy for Cuba
Il Cobas Lavoro Privato annuncia la propria partecipazione alla missione internazionale European Convoy for Cuba – Nuestra América Convoy, una mobilitazione di solidarietà che unisce persone, sindacati, associazioni e movimenti sociali di diversi paesi europei nel segno della cooperazione tra i popoli, contro gli embarghi economici, le aggressioni e le guerre che colpiscono le popolazioni civili. La missione partirà il 17 marzo con un volo diretto verso Cuba, con l’obiettivo di portare un contributo concreto alla popolazione cubana attraverso la consegna di medicine e materiali sanitari, frutto della campagna di raccolta solidale alla quale hanno partecipato attivisti, lavoratori e cittadini. A rappresentare i Cobas sarà Luca Giordano, componente dell’Esecutivo Nazionale Cobas e RSA, T.P.L Autilinee Toscane di Firenze .. La solidarietà internazionale tra lavoratori e popoli resta un valore centrale dell’azione sindacale dei Cobas: di fronte a crisi globali, guerre e sanzioni economiche che colpiscono le popolazioni civili, diventa sempre più necessario costruire ponti di cooperazione, pace, giustizia sociale e autodeterminazione dei popoli.   Ufficio Stampa Cobas Lavoro Privato   Redazione Italia
March 13, 2026
Pressenza
Forlì: poesia, musica e diritti umani con Amnesty International
Il 21 marzo, primo giorno di primavera, Giornata Mondiale della Poesia e Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, il gruppo locale di Amnesty International propone a Forlì una serata dedicata all’incontro tra arte e diritti umani. L’appuntamento è sabato 21 marzo al Centro Pace “Annalena Tonelli”, dove alle ore 20.00 la serata si aprirà con un Open mic di poesia, uno spazio inclusivo in cui chiunque può leggere testi propri o di altri autori: poesie inedite, componimenti amati o brevi prose. Il microfono aperto letterario incoraggia la libera espressione e la partecipazione collettiva, trasformando la lettura dei versi in un momento collettivo di ascolto e condivisione. Alle ore 21.00 la serata proseguirà con “Accordi e disaccordi – Musiche e voci del Sud America”, con Filippo Fucili e Valentina Fabbri. Il duo propone brani della tradizione popolare del Cono Sud, le sue radici afrodiscendenti e indigene, accanto a canzoni d’autore nate nei movimenti di resistenza civile, con incursioni jazz e atmosfere che spaziano tra bossa nova, folklore e ballate. Un caleidoscopio di ritmi, stili e suoni intrisi di tematiche sociali, amore e poesia: donne, terra e comunità. Voci represse o dimenticate, percepite come “stonate” o “desafinados” prendono forma nella musica, offrendo nuovi sguardi sull’America Latina, un continente segnato da secoli di colonizzazione, dittature e repressioni che in molte forme continuano ancora oggi. Da sempre attenti all’arte come strumento di sensibilizzazione sociale e tutela ambientale, i musicisti hanno partecipato nel 2024 a “Musica&Parole a Riceci”, evento per la tutela e la valorizzazione della valle del Foglia (Petriano, PU) e hanno curato gli interventi musicali nel convegno “Nel cuore dell’umano: affrontare i conflitti”, promosso a Fano dall’Associazione Itinerari e Incontri, dedicato alla riflessione su guerra, violenza e convivenza nelle società contemporanee. L’iniziativa segna il ritorno delle attività pubbliche di Amnesty a Forlì dopo una breve pausa, proponendo un momento di incontro aperto e partecipativo, in cui arte, musica e poesia si intrecciano ai diritti umani. Durante la serata sarà presente anche un punto ristoro. L’invito è aperto a tutte e tutti: portare una poesia, ascoltare musica o semplicemente partecipare. L’arte è un catalizzatore per il cambiamento culturale: questa serata offre l’opportunità di vivere l’esperienza artistica come strumento di riflessione e consapevolezza, andando oltre il semplice intrattenimento e contribuendo alla tutela dei diritti umani attraverso la cultura, le emozioni e la partecipazione collettiva. Sabato 21 marzo 2026 Centro Pace “Annalena Tonelli” via Publio Fausto Andrelini, 59 – Forlì (FC) Ore 20.00 – Poetry open mic Ore 21.00 – Accordi e disaccordi – Musiche e voci del Sud America Contatti Amnesty International Forlì: 338 946 7605 e-mail: gr225@amnesty.it Facebook: Amnesty International – Forlì Redazione Romagna
March 10, 2026
Pressenza
Democrature nel caos globale. Introduzione a “Moltitudini ribelli”
Pubblichiamo eccezionalmente l’introduzione integrale al volume Moltitudini ribelli. Un’alternativa possibile alla guerra permanente, (Multimage, Firenze, 2026, pp.325),  il Quaderno di Pressenza 2025 curato da Toni Casano, Pina Catalanotto e Daniela Musumeci. Il libro sarà presentato a Palermo il prossimo martedì 10 marzo alle ore 17, presso il Laboratorio “Andrea Ballarò” (Largo Rodrigo Pantaleone, 16), organizzato dalla nostra redazione e dal Caffè filosoofico “Beppe Bonetti”. Al dibattito parteciperanno: Angela Galici (Lab. A. Ballarò), Franco Ingrillì (Ambulatori popolari) ed Antonio Minaldi (Caffè filosofico B.Bonetti). Saranno presenti i curatori del quaderno. Si ringrazia la Multimage per la gentile concessione_ ******************************* In questo terzo quaderno di Pressenza (2025) non parleremo delle recenti gesta di Donald Trump: così tante sono diventate le sue sortite sulla scena mondiale che è meglio lasciare alle cronache di tutti i giorni i commenti dei colleghi della carta stampata e dei talk show televisivi sulle sorprese (come quella di Davos o le minacce all’Iran, ultime in ordine di tempo prima di entrare in tipografia) che ci riserva quotidianamente il monarca d’oltreoceano.  Al cinico presidente col cilindro “a stelle e strisce” (e con gli occhi strabuzzati – quasi dollari scintillanti – volti a contemplare i grandi business che si profilano all’orizzonte), avevamo già prestato molta attenzione nei primi due annali – Pace oltre frontiere (2022-23) e Crepuscolo dell’Impero (2024) -, redatti avendo al centro obtorto collo il tema della guerra; guerra che purtroppo non esita ad aprire altri scenari via via aggiuntisi ai “pezzi” di questo conflitto bellico globale, destinato a perpetuarsi per chissà quanto tempo ancora.  Nel doppio annale 22/23, avevamo messo in evidenza la ten denza imperiale americana – ch’era sin dall’inizio insita nella vicenda russo/ucraina – diretta a «stabilire fermamente il quadro atlantista per l’Europa gestito dagli Stati Uniti e ad eliminare l’opzione di una “casa comune europea” indipendente, una questione annosa – dicevamo già allora – negli affari internazionali fin dal l’origine della Guerra Fredda». Ma quali erano gli effetti concreti di una siffatta tendenza imperiale? Da un lato, il riconoscimento del ruolo dominante statunitense in virtù della supremazia militare (fattore che Trump – in modo più che brutale – utilizza per gettare in faccia al mondo il suo delirio di onnipotenza); dall’altro, «i grandi benefici che la guerra porta con sé all’economia americana, soprattutto per la lobby dell’industria dei combustibili fossili che capeggia il partito negazionista della crisi climatica». Lobby che sarebbe tornata ancor più prepotentemente al comando (caso Ve nezuela docet!) con l’elezione – ampiamente prevista – del tycoon immobiliarista, il quale avrebbe ripreso ed accelerato l’imperial-atlantistica tendenza con la distruzione dei vecchi assetti geopolitici e preparato il terreno per la dominazione incontrastata sull’emisfero occidentale e non solo, allargandone i confini geografici convenzionalmente fissati.  Nel secondo annale del 2024 abbiamo visto come, in continuità con la precedente amministrazione democratica, anche Trump avesse ripreso la dottrina da lui stesso oggi ribattezzata “Donroe”: nel giorno del suo insediamento non aveva fatto mistero, infatti, delle sue mire espansionistiche su Panama, Groenlandia, Canada, Messico etc. Tutti quanti – soprattutto le classi dirigenti europee – si sono sperticati a parlare di “spacconate propagandistiche prive di realismo politico”. Adesso si ritrovano a versare lacrime sulla smarrita retta via che aveva contrassegnato per diversi secoli la civiltà occidentale, lamentando l’improvviso spengimento del faro della democrazia, come se essa – la civiltà d’occidente – nel suo storico divenire fosse immune dalle scelleratezze coloniali e dalle rapine commesse ai danni del pianeta e dei popoli, figli dannati di un dio minore colpevole di non avere dato loro le opportunità di una ricca crescita, relegandoli avaramente in uno stato perenne di miseria.  Nella dottrina Donroe c’è, però, un quid in più: la difesa degli interessi americani travalica lo spazio fisico e si dilata a livello ultraterritoriale; non a caso fra i primi atti del secondo mandato di Trump v’è stata «la rottura del negoziato sul Global Tax Deal – con il ritiro USA dall’accordo fiscale globale dell’OCSE – per contrastare il dumping finanziario, minacciando il diritto di agire contro quei Paesi che volessero applicare sanzioni alle multinazionali americane». Ed è proprio di questi giorni la messa a terra di un passaggio fondamentale nella dottrina di conio trumpiano, con il quale senza appello si mette la parola fine al cosiddetto “diritto internazionale”: è in corso la costituzione del Board of Peace for Gaza, una sorta di Protettorato internazionale guidato (manco a dirlo) dal Re Sole dei nostri tempi.  Il neoassolutismo vuole mostrare tutta la sua efficacia risolutiva, sciogliendo lacci e lacciuoli che hanno paralizzato l’iniziativa dell’ONU, a cui gli stati-nazione avevano conferito parte della loro sovranità. Con il Board of Peace – che esclude l’ONU e cui si accede dietro pagamento di una cospicua somma – si demolisce il paradigma politico che aveva sorretto quel multilateralismo (per altro frequentemente contraddetto dalla pratica del doppio standard) con cui s’erano regolati i rapporti fra gli stati che avevano riconosciuto nelle Nazioni Unite l’autorità massima a garanzia della pace.  L’agenzia trumpiana si propone divenire de facto la nuova autorità sovranazionale a cui affidare la regolazione dei rapporti globali: si tratta di un “Consiglio per la pace” che mira alla stabilizzazione politica ed economica secondo i principi aziendalistici e il laissez faire gerarchizzato (un mercato liberato dalle pastoie burocratiche statali, ma governato direttamente dalle grandi concentrazioni capitalistiche) – non a caso si nomina uno Chief executive (un amministratore delegato) e si può acquistare un seggio permanente del board versando un miliardo di dollari. Esso ha come obiettivo strategico la garanzia di una “pace duratura”, magari rispolverando all’occorrenza (salvo il solito doppio standard di giudizio) le famose operazioni di polizia internazionale invocate negli anni bushiani al tempo delle guerre del Golfo.  Quindi, non si tratta soltanto di Gaza, di cui il Consiglio pare intestarsi la ricostruzione, evidentemente con lauti profitti anche per il futuro, magari riprendendo il progetto speculativo neocoloniale della “nuova lussuosa riviera mediterranea” del famoso rendering sulla Trump-city. Si tratta invece di un organismo a vocazione globale, che – come ha rilevato L’Avvenire del 22/1/26 – «dovrebbe favorire soluzioni di presunto “buon senso” (il mantra della politica Maga)», discostandosi «da approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito», e promuovendo «lo sviluppo e la diffusione di migliori pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace». Detto per inciso, la scala della gerarchia dei principi che regoleranno il Board of Peace trova, al l’apice dei suoi gradini, quella norma fondamentale, già ben illustrata in una delle ultime interviste del presidente USA, secondo cui il limite costituzionale è sottoposto al giudizio esclusivo della moralità del Capo dello Stato – come nella migliore tradizione assolutistica della monarchia di diritto divino.  Con l’esplosione della guerra multipolare perla contesa di spazi egemonici planetari e con l’impietoso svuotamento del diritto internazionale, perseguito con la forza dalle autocrazie imperiali, l’UE è rimasta relegata sempre più ai margini del dibattito geopolitico, stretta nella morsa delle superpotenze militari, incapace di costruire un proprio spazio politico autonomo fuori dalle logiche di conquista. D’altro canto, i “volenterosi europei”, rimasti a discettare sulla vigenza e l’osservanza del diritto internazionale, dimenticano le continue ed arzigogolate interpretazioni delle norme spesso loro imposte dalle diverse amministrazioni statunitensi, in deroga (e sovente spudoratamente in violazione) ai dettati convenzionali, la cui credibilità viene così messa in crisi insieme a quella delle istituzioni sovranazionali. Peraltro, invece di ripartire da quel l’incipiente visione solidaristica per una società della cura (maturata negli anni terribili della pandemia), che guardava alla transizione ecologica per creare un sistema alternativo sostenibile dalla vita nel pianeta, l’Unione Europea si ritrova adesso ad inseguire superpiani di riarmo, con una riconversione a marcia forzata del proprio apparato produttivo in una economia di guerra.  Insomma, diciamolo con estrema franchezza, quella che abbiamo definito una sorta di codificazione giuridica universale, consta di un quadro normativo convenzionale che ha funzionato sempre nella logica della forza, basti dire che la stessa istituzione delle Nazioni Unite, decantata come fonte suprema della democrazia, è stata sistematicamente bypassata dal suo Consiglio di Sicurezza – o per l’esercizio del diritto di veto o per decisione unilaterale dei membri più potenti, in primo luogo della superpotenza americana. Come non ricordare sul tema le diverse – e sempre disattese – risoluzioni di condanna dei governi d’Israele da parte dell’ONU, per le occupazioni dei territori palestinesi? Oppure le famigerate “armi di distruzione di massa”, artatamente costruite sulla menzogna per giustificare l’invasione dell’Iraq, rovesciare il regime e far posto ad un altro parimenti repressivo?  Lasciamo da parte i giochi della geopolitica e i commenti quotidiani dei fatti che scorrono a flusso irrefrenabile (vedi, non ultimo, l’incalzare della vicenda curda che – tra l’altro – rimette in campo l’ISIS), per fissare, invece, alcune tematiche di approfondimento e per comprendere lo stato della crisi globale. Ovvero interrogarci su quali possono essere le variabili sociali capaci di trasformare il triste destino profilatoci dalle classi dirigenti al comando, a cominciare da quelle europee che continuano a dolersi come prefiche al capezzale dell’occidente dipartito.  La crisi del sistema globale si è intrecciata con quella interna attraversata dalle democrazie occidentali, una questione che si trascina ormai da tempo e che ha abbassato il livello delle aspettative sociali, con la perdita di fiducia nei miglioramenti qualitativi delle condizioni di vita promessi. La società, dopo gli anni terribili del lockdown pandemico, aveva immaginato un’inversione di tendenza del paradigma della crescita; v’era una maggiore consapevolezza della necessità della salvaguardia del pianeta. Le spinte più forti alla riconversione ecologica provenivano dall’opinione pubblica europea: probabilmente l’essere stata nell’epicentro epidemiologico da Covid 19 l’aveva messa in guardia sulla sostenibilità di un modello di sviluppo i cui effetti impattanti sugli ecosistemi sono sempre più imprevedibili e soprattutto non controllabili.  Sull’onda solidaristica montante, da parte di larghe fasce di popolazione del vecchio continente, le classi dirigenti europee – sia pure con un paio di virtuosi leader “frugali” sino all’ultimo recalcitranti – vararono quel piano straordinario di ripresa e resilienza imperniato sulla transizione ecologica, con il quale sembrava fossero stati messi al centro degli interessi collettivi i valori incommensurabili dell’umanità, piuttosto che la valorizzazione accumulatrice del dio-denaro. Sembrava prender forma concreta mente quella casa comune europea di cui da generazioni si auspicava l’inveramento. Ma “provvidenzialmente” la guerra ha bloccato tutto! Si erano avuti già degli ammonimenti da oltreatlantico contro le spinte ecologiste, tanto che nel nostro PNRR fu variato il titolo modificando l’originaria denominazione da “transizione ecologica” a “transizione energetica”. Ne avrebbe parlato Chomsky in quella sua memorabile intervista con cui aprimmo il nostro Pace oltre frontiere, a proposito delle pressioni delle lobbies dei combustibili fossili, a cui tutte le amministrazioni americane hanno sempre prestato molta attenzione. Scriveva Chomsky: «Nel bel mezzo della crisi ucraina, l’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) ha pubblicato il suo rapporto del 2022, di gran lunga l’avvertimento più terribile che abbia mai prodotto. La relazione ha chiarito che dobbiamo immediatamente adottare misure ferme, senza alcun indugio, per ridurre l’uso di combustibili fossili e passare alle energie rinnovabili. Gli avvertimenti hanno ricevuto scarsa attenzione, e poi la nostra strana specie è tornata a destinare le materie scarseggianti alla distruzione e ad aumentare rapidamente l’avvelenamento dell’atmosfera, mentre bloc cava gli sforzi per districarsi dal suo percorso suicida».  Certamente, in quel blocco degli sforzi tentati per venire fuori dal percorso suicida, v’era quel cambio di rotta intervenuto con l’abbandono della strada imboccata precedentemente dall’Europa col programma della Next Generation EU. Noi non pensiamo che la guerra sia scoppiata per arrestare il processo di riconversione europeo, ma sicuramente l’esplosione di essa ha fatto tirare un grosso sospiro di sollievo nelle centrali di comando del sistema globale. E, soprattutto, il pericolo della guerra ha cancellato tutte le radicalità critiche che avevano contestato il modo di produzione dominante, il quale, invece, è tornato a crescere proprio sull’economia del riarmo e della morte.  Lo scenario della guerra all’interno dei confini europei e la tempesta genocidaria scatenata da Israele in Palestina dopo il 7 ottobre non solo hanno messo in crisi il sistema multilaterale, ma hanno anche messo a dura prova la tenuta democratica nello spazio europeo. Solo con il patto di non ingerenza si potevano tollerare i limiti alla democrazia – se non il vero e proprio autoritarismo (leggi Ungheria) – di alcuni stati membri. Oggi, però, la deriva “democraturista” sembra assumere forme concrete di imbastardimento ordinamentale, senza risparmiare alcuna delle democrazie mature consolidate, una volta vanto della tradizione liberale che con i suoi pesi e contrappesi assicurava certezza del diritto.  D’altro canto, se ci si spertica a considerare ultimo avamposto delle democrazie occidentali lo Stato Ebraico, a cui è concessa da settant’anni l’impunità per i crimini perpetrati a danno del popolo palestinese nei territori occupati illegalmente, giustificando per fino il suo primo ministro Netanyahu “costretto” a compiere cri mini di guerra e crimini contro l’umanità (per i quali incombe sul suo capo il mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Interna zionale), perché non ammettere anche nei paesi a democrazia ma tura come più che legittime misure analoghe a quelle adottate da Israele, in una fase di crisi politica e sociale? Non è forse quello che sta accadendo già negli USA (vedi l’Ufficio Remigrazione con una milizia apposita – la famigerata ICE – costituita appositamente per la caccia ai migranti)? Insomma in tutto il mondo i sovranisti sono chiamati a raccolta per restituire ogni nazione alla sua presunta etnia originaria.  Quanto sopra detto potrebbe lasciarci imprigionati nell’impossibilità di agire se, però, non considerassimo gli aspetti fondamentali che hanno caratterizzato l’annus domini appena passato. Non v’è alcun dubbio che esso ci ha portato in dote un nuovo vento, quello stesso di cui la Global Sumud Flotilla ha saputo intercettare la deriva e padroneggiare la potenza per puntare dritto sulla rotta di Gaza.  Sappiamo bene quel che è successo dopo l’infame abbordaggio in acque internazionali da parte della marina sionista: una mobi litazione globale straordinaria ha accompagnato l’azione resisten ziale contro l’esercito genocidario. Milioni di manifestanti spontaneamente si sono riversati nelle piazze di tutte le grandi città, per sostenere il diritto alla vita e alla libertà del popolo di Palestina.  La questione palestinese non è più soltanto un affaire regionale: costituisce il paradigma dell’espansione neocoloniale globalmente praticata ai danni delle moltitudini subalterne dei tanti sud del pianeta, i cui corpi sono attraversati dalle “guerre civili locali” sponsorizzate dai famelici competitori capitalistici, che inneggiano alla “naturalità” di un sistema politico-economico sorretto dallo sfruttamento dell’uomo e dall’estrattivismo insostenibile per la tu tela degli ecosistemi. Di questa vicenda non c’è traccia nelle narrazioni al di qua dei mari e dei muri che proteggono le “cittadelle occidentali”: si preferisce continuare a raccontare ancora la storiella trita e ritrita dei “migranti economici” che vengono a rubare il lavoro ai cittadini della “società di etnia bianca”.  Dobbiamo ricordare che, dall’inizio della guerra all’interno dei confini europei, non sono mancate le iniziative pacifiste promosse dai movimenti, pur non toccando esse le alte punte di partecipazione fatte registrare nello scorso autunno. Già prima dell’estate ci sono stati diversi appuntamenti in piazza che lasciavano presagire l’eccezionalità delle manifestazioni successive. Questa avanzata del movimento pacifista, come fossero scosse telluriche, è stata avvertita dallo stesso governo postfascista italiano, il quale in via d’urgenza ha varato il “decreto sicurezza”. Però nessuno immaginava che la scossa decisiva che avrebbe svegliato le coscienze sarebbe arrivata dalla Global Sumud Flotilla: è stata la deflagrazione rigeneratrice di una moltitudine sociale insorta prepotentemente in ogni dove a indicarci la via maestra di un processo alternativo a quello prospettatoci dai potenti della terra. Una enorme marea umana ha dato corpo ad una piattaforma con la quale non solo s’è chiesta la fine del genocidio a Gaza e l’autode terminazione dei palestinesi, ma si è anche ribadito il rifiuto degli assetti geopolitici che il conflitto bellico multipolare vuole imporre e l’estraneità dai “giochi di guerra” e dalle logiche egemoniche tra civiltà contrapposte.  Questa moltitudine globale ha inoltre posto con assoluta deter minazione l’abbandono delle forme di soggettivismo autoreferen ziale che, in qualche modo, hanno ritardato negli ultimi anni la costituzione di un forte e radicato movimento alternativo per la Pace, capace di contrastare gli interessi delle classi dirigenti che trovano linfa nel caos geopolitico: le iniziative identitarie non con tribuiscono minimamente alla costruzione di una soggettività aperta, in grado d’interpretare i processi indicatici delle moltitu dini autunnali e di stabilire parimenti spazi comuni di lavoro po litico. È giunto il tempo di comprendere che le moltitudini sociali non possono essere inglobate in sovrastrutture ideologiche precostituite: la loro energia ha bisogno sì di un supporto organizzativo durevole nel tempo, ma autogestito, progettato dal basso, senza alcuna pretesa di ambizione alla governabilità secondo un disegno politologico sovrapposto.  Toni Casano Redazione Palermo
March 8, 2026
Pressenza
Un no in difesa della costituzione democratica e per la pace
Sono già le sei di sera di sabato 7 marzo quando sotto le luci del Teatro Massimo a Palermo gli organizzatori della manifestazione nazionale per votare NO alla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo prossimi, in conclusione, lanciano un appello a tutti i partecipanti a mobilitarsi per convincere quante più persone possibile da qui all’appuntamento elettorale a sostenere la battaglia per la difesa della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano. L’iniziativa di oggi è nata il 12 febbraio scorso con un appello sottoscritto da duemila cittadini e cittadine rivolto a “tutti coloro che hanno a cuore la democrazia invitandoli a dire NO a questa riforma autoritaria e a mobilitarsi in tutte le forme possibili, in tutti i territori, nei luoghi di lavoro, di studio e della vita quotidiana in difesa della nostra Costituzione democratica”. Per i sottoscrittori del documento “la separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che conduce alla sottomissione della magistratura al potere politico, attentando alla sua indipendenza e autonomia” e che incide pesantemente sulle libertà di tutti alimentando una ancora più forte repressione del dissenso. Come punto di incontro e di avvio della manifestazione è stato individuato lo spiazzale adiacente al Palazzo di Giustizia, luogo doppiamente simbolico se si considera la stagione della lotta alla mafia a Palermo e in Sicilia che a partire dagli anni ‘80 ha fatto assurgere a simbolo proprio questo luogo. Tra la folla di partecipanti che numerosi si sono radunati in piazza, ha preso vita un flash mob con un gruppo di essi che ha formato con dei cartelli la frase “Palermo vota NO in difesa della Costituzione”; dopo è partito il corteo diretto verso il Teatro Massimo seguendo un percorso che ha interessato alcune vie del centro e che ha visto la partecipazione di circa cinquemila persone. L’iniziativa di oggi è stata preceduta in queste settimane da una serie di incontri, dibattiti, iniziative  a cui hanno preso parte esperti in ambito giudiziario, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni e della società civile che hanno evidenziato i pericoli di una riforma costituzionale che mette seriamente in discussione la separazione dei poteri ed è funzionale all’attribuzione di maggiori poteri all’esecutivo. Inoltre è stato significativo che in questi giorni in una città come Palermo, la quale ha vissuto la violenza stragista della mafia a cui è seguita la grande risposta della società civile degli anni ‘90, si siano visti i lenzuoli bianchi appesi alle ringhiere dei balconi dal centro alla periferia proprio come in quella stagione, con un grande NO scritto al centro per esprimere con forza il dissenso nei confronti di una riforma così pervasiva imposta a colpi di maggioranza. D’altro canto, il sentimento che oggi spinge così tante persone in piazza in queste ore a manifestare è animato anche dalla forte apprensione per i fronti di guerra aperti in Medio Oriente che rischiano di portarci ad una escalation incontrollabile del conflitto internazionale alimentato da democrazie occidentali che stanno assumendo sempre più i connotati di democrazie illiberali. Siamo di fronte a nuove forme di autoritarismo e di imperialismo che vengono messi in atto sul fronte interno con scelte politiche tendenti a comprimere sempre di più le libertà civili e sociali e a rendere sempre più assoluto il potere di chi governa, mentre sul fronte internazionale ad attuare un nuovo colonialismo funzionale al sistema capitalistico intenzionato ad accaparrarsi le risorse del pianeta a tutti i costi. Per questi motivi la battaglia di oggi a favore del No al referendum assume i contorni di una battaglia più generale per affermare l’intangibilità dei diritti delle persone ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della deriva autoritaria in cui sta cadendo il nostro Paese e gran parte delle democrazie occidentali: è un NO contro l’attacco alla nostra Costituzione ed in difesa della Pace e dei diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, come dimostrano le tante bandiere arcobaleno presenti alla manifestazione. Giunti in piazza, è stato il momento degli interventi, il primo dei quali è stato quello di uno degli instancabili organizzatori del Comitato per il NO, Gaspare Motta, il quale ha etichettato la riforma come “un attacco eversivo senza precedenti contro la nostra Costituzione democratica che dal 1948 ci ha tenuto al riparo da ogni deriva autoritaria”. A seguire, Mario Ridulfo, segretario della Cgil di Palermo, ha richiamato al dovere di andare a votare e di votare no, non cedendo alla rassegnazione ma andando strada per strada a convincere gli indecisi denunciando un piano eversivo che risale alla P2 di Gelli e che vuole trasformare la nostra democrazia in una democrazia illiberale. L’attore Gigi Borruso ha poi declamato il famoso discorso di Pericle sulla democrazia (“Qui ad Atene noi facciamo così”) che esalta la società che favorisce i molti e non i pochi, con leggi che assicurano una giustizia uguale per tutti, che accoglie gli stranieri. L’ultimo intervento è stato affidato a Monica Genovese in rappresentanza degli avvocati per il NO la quale, preoccupata anche per i modi con cui è stata portata avanti questa riforma, ne ha messo in evidenza i forti limiti a partire dal fatto che non migliora le condizioni dell’amministrazione della giustizia in Italia, oltre a sottolinearne in negativo gli aspetti legati alla nuova figura del pubblico ministero vista come autoreferenziale, alla sdoppiamento del CSM e all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.    foto di Fausta Ferruzza   Enzo Abbinanti
March 7, 2026
Pressenza
Brescia, grave atto repressivo contro Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB
Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’USB Brescia sulla vicenda di Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB. Il GIP di Brescia ha condannato ad una pesante multa Dario Filippini, coordinatore provinciale della USB. Il motivo della condanna è la manifestazione del 30 dicembre scorso in Piazza Paolo VI, dove centinaia di bresciani participarono ad una pubblica assemblea per protestare contro l’arresto di Mohammad Hannoun e di altri dirigenti palestinesi,  accusati ingiustamente di terrorismo. L’assemblea si era svolta senza il minimo incidente, ma ciò nonostante è arrivata la condanna al dirigente sindacale. L’incredibile motivo è che Dario Filippini , pur avendo notificato alla Questura la manifestazione, non avrebbe rispettato I tempi di preavviso. Sulla base del Regio Decreto del 1931 la Questura di Brescia, da tempo impegnata  in una costante e diffusa iniziativa di rappresaglia repressiva verso i movimenti e le lotte, ha denunciato il sindacalista. E il tribunale ha emesso la condanna alla multa senza aver sentito l’accusato o la sua difesa. È un fatto gravissimo , che anticipa il nuovo decreto sicurezza che commina migliaia di euro di ammenda ai manifestanti sulla base di semplici procedure di polizia. È lo Stato di polizia che si diffonde ed afferma. La USB nell’esprimere totale solidarietà e pieno sostegno a Filippini, risponderà  a questa ingiusta condanna per vie legali e con la mobilitazione democratica. È necessario reagire alla politica repressiva e Stato di polizia che il Governo Meloni sta imponendo. Per questo manifesteremo a Roma il 14 marzo. USB invita tutte le forze e le persone che si sono mobilitate  in questi mesi a Brescia a partecipare a un INCONTRO PUBBLICO CONTRO LA REPRESSIONE MARTEDÌ 10 MARZO ORE 17 Presso la sede USB di Brescia ia Corsica 142 NO ALLO STATO DI POLIZIA Redazione Sebino Franciacorta
March 7, 2026
Pressenza