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La speranza della pace
I pensieri sempre connessi ad azioni e a speranze di pace espressi in questo discorso hanno preso forma attraverso la ricerca collettiva di una società di amiche e amici della nonviolenza[1]. La ricerca per la pace non è mai finita, passa di mano in mano, come l’agricoltura e l’esperienza artigianale, di anno in anno, di generazione in generazione. Una voce di pace risuonata più volte durante la presenza di pace che dal 24 febbraio 2022 si svolge a Torino, in piazza Carignano o in piazza Castello – oggi, 3 gennaio 2026, è la 201° settimana – per porre, in primo luogo a noi stessi, a tutte e a tutti, la domanda più ingegnosa, la domanda più coraggiosa: “Come possiamo liberarci definitivamente dalla guerra?”. Nella consapevolezza comune che non esiste una via d’uscita dalla guerra con la guerra: “La vittoria di coloro che difendono con le armi una causa giusta non è necessariamente una vittoria giusta” (Simone Weil). La pace attraverso la guerra è una via d’uscita che non conduce alla libertà e porta a scambiare la sostanza con l’apparenza della pace: “La vittoria anche se dei buoni non conduce mai alla pace” (Raymond Panikkar)[2]. 24 febbraio 2022, l’“inizio” della guerra in Ucraina; 8 ottobre 2023, l’“inizio” della guerra a Gaza; 3 gennaio 2026, l’“inizio” della pace o la continuazione sine die della guerra? Il periodo 2022-2025 è segnato da una lunga scia di guerra che attraversa il “secolo breve”, si prolunga nel “secolo nuovo” e di cui non si riesce a intravedere la fine. La guerra sembra destinata ad essere ancora a lungo l’orizzonte delle nostre vite che scorrono liete, serene, indifferenti. Ripercorrendo gli avvenimenti tragici della guerra in Ucraina che non accenna a finire e della guerra di Gaza solo apparentemente conclusasi, nonché delle guerre nascoste, quelle che non guadagnano né le prime pagine dei giornali né l’attenzione delle televisioni e dei social, lasciano sgomenti l’acquiescenza alla guerra e l’assuefazione all’autodistruzione dell’umanità. Le notizie di morte e di violenza sono diventate la nostra realtà e normalità. L’indifferenza ci addolora perché i conflitti nascono prima di tutto dentro noi stessi. Ma come si fa a lasciarsi scivolare addosso tanto orrore? A questa domanda, rifuggendo da ogni forma di arroganza, le amiche e gli amici della nonviolenza mitemente rispondono con Aldo Capitini: “Io non accetto”. Non accettiamo di stare ciechi davanti alla sofferenza perché come dice la Poeta: “La speranza è un dolore che non si arrende”[3]. La pace si costruisce attraverso la nonviolenza. Al politico che dice: “Prima il potere, poi la coscienza”, le amiche e gli amici della nonviolenza oppongono: “Prima la coscienza, poi il potere”[4]. La coscienza seria “è umile discepola, eppure sempre libera. Risponde in definitiva alla verità, non all’autorità”[5]. La nonviolenza è la critica più radicale che sia mai stata concepita contro il potere politico, economico, ideologico, religioso. Essa riflette la contraddizione tra “un oggi drammatico e un domani sperabile”, tra la realtà attuale, che è limitata, chiusa, insufficiente, e la prefigurazione di “una speranza”[6]. C’è speranza e speranza. Nell’idea nonviolenta di un “potere di tutti” è racchiusa la speranza che ci possiamo liberare dai “gruppi di condizionamento” in cui ci troviamo costretti: “lo Stato, l’Impresa, la Natura”[7]. Non è un atto di fede. Piuttosto il “potere di tutti” è la sfida dei persuasi della nonviolenza come “apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere”[8]. Una speranza razionale che può accomunare le persone di buona volontà che lavorano per la pace. Fino alla liberazione dalla guerra che “merita la maledizione del cielo e della terra”[9]. Immaginare un mondo senza guerra è il compito più ambizioso che ci possiamo dare. Come già insegnava Plutarco nei Precetti per governare, “l’attività politica deve possedere un solido e robusto fondamento ed essere una scelta giudiziosa e razionale”[10]. Nel mondo attuale in fiamme che più forti della paura siano la volontà e l’impegno di cambiarlo in meglio: “il «meglio» che libera dai vincoli e dall’oppressione dell’esistenza quotidiana, e si ha il presentimento di un mondo migliore, come dovrebbe essere”[11]. Il dominio della violenza non è incontrastato. Non viviamo a occhi spenti. Se viviamo per la pace, ogni istante è un dono.     [1] Ricordo con riconoscenza: Domenico Sereno Regis, Giuliano Martignetti, Nanni Salio, Giovanni Ciavarella, Margherita Granero. [2] Traggo le citazioni di Weil e Panikkar da E. Peyretti, Dov’è la vittoria. Piccola antologia sulla miseria e le fallacie del vincere, Il Segno dei Gabrielli Editori, Verona, 2005, pp. 80-81 e 66. [3] Maria Letizia Del Zompo, La speranza, in Id., Passi. Versi di un incontro, Nulla die, 2 Piazza Armerina 2017. [4] A. Capitini, Internazionale della nonviolenza e rivoluzione permanente, “Azione nonviolenta”, aprile-maggio 1966, in Id., Scritti sulla nonviolenza, a cura di Luisa Schippa, Protagon, Perugia 1992, p. 401. [5] E. Peyretti, Dall’albero dei giorni. Soste quotidiane su fatti e segni, Introduzione di Goffredo Fofi, Sotto il Monte (BG), Servitium 1998, p. 60. [6] A. Capitini, Il potere di tutti, introduzione di N. Bobbio, prefazione di Pietro Pinna, La Nuova Italia, Firenze 1969, pp. 61-62 e 143-147. [7] A. Capitini, Il potere di tutti, cit., pp. 142-147. [8] Questa è la definizione di nonviolenza che Capitini sviluppa negli ultimi anni della sua vita, in particolare negli scritti su “Azione nonviolenta”. [9] E. Peyretti, Fino alla liberazione dalla guerra. Pensieri, azioni, speranze di pace, Edizioni MILLE, Torino 2025, p.15. [10] Plutarco, L’arte della politica, a cura di Carlo Carena, Einaudi, Torino 2024, p. 51. [11] B. Balsamo, Visione, Speranza, Promessa. Per pensare il futuro, Giuliano Landolfi Editore, Borgomanero (NO) 2026, p. 9.   Pietro Polito
Torino: duecento sabati di presenza di pace
Trascrizione del discorso di Enrico Peyretti alla duecentesima Presenza di Pace Oggi 27 dicembre 2025 sono duecento sabati di seguito che, dalle 11 alle 12, come in molte altre piazze d’Italia, da prima dell’aggressione russa, cioè da quattro anni, nella regale piazza Carignano di Torino, è qui presente la volontà di pace, il ripudio della guerra, la solidarietà con gli obiettori e i renitenti agli eserciti (che hanno anche parlato collegati qui con noi da Israele, dall’Ucraina, dalla Russia…). E’ qui presente anche la memoria e la vicinanza di cuore alle vittime civili, come ai soldati morti e nascosti, che gli stati usano come materiale per quel rogo di esseri umani che è la guerra. Abbiamo sentito, qualche giorno fa, la presidente del governo italiano dire ai soldati italiani in  missioni all’estero, che la pace è frutto della forza, delle armi, della deterrenza: cioè la pace sarebbe per lei frutto dell’inimicizia e della minaccia tra i popoli. Ma la minaccia è già violenza, è frattura dell’umanità tra vivi e sotto-vivi. Purtroppo anche il presidente Mattarella ha detto che le armi non piacciono al popolo ma sono necessarie. Ma non era il popolo il sovrano costituzionale dell’Italia democratica? Noi ripudiamo questa concezione disastrosa, che lacera la vita comune di tutta l’umanità: è una concezione che rappresenta la volontà di dominio e non rispetta l’universale uguale diritto alla vita, e la vita è ricca di tutte le varietà umane. Noi invece abbiamo imparato dalla storia, dalla morale universale del reciproco riconoscimento, dalla coscienza presente in tutte le culture, che la pace, cioè la vita di tutti insieme, è frutto del rispetto, dell’intesa, del dialogo, della giustizia, della mediazione e condivisione, del valore delle differenze, e delle istituzioni internazionali per “liberare le future generazioni dal flagello della guerra” (come decisero i popoli nello Statuto delle Nazioni Unite, 1945). Noi, vecchi e giovani, siamo le generazioni protette dal diritto internazionale, dopo il 1945. Noi vogliamo il rispetto totale di questo diritto. Abbiamo imparato da Norberto Bobbio che la pace peggiore, falsa, e ingiusta, offensiva, è la “pace d’impero”, dove la varietà umana è oppressa e  schiacciata, non è lasciata vivere. Abbiamo imparato che, se uno stato aggredisce un popolo, la migliore soluzione non è rispondere duplicando la guerra e le armi come unica mortifera difesa, ma è anzitutto il dialogo e la comunicazione tra i popoli, la condivisione dei diritti umani, il rispetto di ogni vita, da non uccidere mai, ed è la resistenza nonviolenta, i corpi civili di pace, una Costituzione mondiale. Se a volte le differenze umane sono difficili da comporre, ben più difficile e dolorosa e disastrosa è la incompatibilità e rivalità violenta, e la violenza che imita la violenza. Oggi la guerra non ha alcuna tollerabile giustificazione: è massima stoltezza perché è rovina universale. La politica di potenza opprime i popoli, non li difende, ma li depreda, e minaccia l’intera umanità. La nostra protesta non è negativa: è “presenza” di volontà e cultura di vita, sviluppata nei valori umani. E se una potenza è offensiva noi le opponiamo il dialogo di base tra i popoli e le culture, preziose differenze umane, nel diritto e nell’interesse vitale di vivere insieme. Col “nemico” conviene parlare (la “fraternizzazione” dei soldati, Natale 1914), non sparare. Qui siamo semplici cittadini di fronte a un compito immenso, ma sappiamo che vale l’impegno di pensiero, di volontà, di organizzazione e di politica, che è la pace, atto di riconoscimento e condivisione. Sappiamo che la pace non è impossibile: gli egoismi particolari ci sono, ma la ricerca comune di tutti gli umani è vivere. Ormai vivere è possibile solo nella pace giusta per tutti, nel sottomettere i particolarismi al bene comune, alla vita giusta per tutti i popoli. La storia umana è oggi al bivio tra la morte nucleare e la vita nella pace. Questa piazza, una tra le tante piazze di pace, ci raccoglie e ci invia all’impegno quotidiano, antico e nuovo, di costruire la pace di tutti. Abbiamo riascoltato la canzone di Boris Vian: noi siamo disertori civili e politici della guerra. Coordinamento AGiTe
Sabati di Pace – Agite a Torino – anteprima della mostra fotografica
Visitabile dal 29 settembre 2025 al 31 ottobre 2025 dalle ore 8 alle ore 19 Incontro su Esperienze della nonviolenza il 29 settembre 2025 ore 17-19 Camera del Lavoro CGIL di Torino via Pedrotti, 5   Quante storie, incontri, eventi, testimonianze durante le Presenze di Pace del Coordinamento AGiTe di Torino. Il progetto “SABATI DI PACE. AGiTe a Torino ” nasce con l’idea di narrare con delle immagini il lungo percorso, le relazioni e le motivazioni che lo caratterizzano fin dalla prima presenza del febbraio 2022. Questa mostra è solo un’anteprima delle tante immagini che documentano le Presenze di Pace che si svolgono ogni sabato dalle ore 11 alle ore 12 in piazza Carignano da oltre 3 anni, circa 190 settimane. Grazie alla collaborazione di CGIL Torino e CGIL Piemonte e in concomitanza con l’inizio del Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile e di EireneFest Torino, Festival del libro per la pace e la nonviolenza, è possibile vedere, in anteprima, alcune foto di una mostra che sarà realizzata nei prossimi mesi sulle centinaia di sabati di AGiTE. L’anteprima è accompagnata da un Incontro dal titolo “ESPERIENZE DELLA NONVIOLENZA”. Il dibattito – con inizio alle ore 17 – ha come relatori Silvano Rigotti, all’interno di AGiTe, introduce la mostra, Angela Dogliotti del Centro Studi Sereno Regis racconta il Festival della Nonviolenza e della Resistenza Civile, Giorgio Mancuso presenta il progetto di EireneFest e Gabriele Gilotto, della CGIL di Torino e Giorgio Airaudo, segretario generale CGIL Piemonte illustra il significato della Nonviolenza e della collaborazione con AGiTe. Seguiranno altre testimonianze di qualche altra organizzazione attiva sul tema della Pace sempre presente ai Sabati di Pace. Vi aspettiamo lunedì 29 settembre 2025, dalle ore 17 alle 19, presso CGIL Torino, via Pedrotti 5 Coordinamento AGiTe