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‘Dal cemento alla borsa: come è cambiata la mafia in Sicilia’: seminario all’OdG di Palermo
Venerdì 5 dicembre prossimo dalle ore 9 alle 13 presso la sede dell’Ordine dei Giornalisti del capoluogo siciliano si tiene l’evento formativo su un tema oggi di ‘grande’ attualità… L’iniziativa, promossa dall’associazione di categoria della regione insieme ad EsperoNews, un quotitidiano di informazione locale, in collaborazione con l’Università Popolare di Palermo, che ha diffuso la notizia, è dedicata a Cosimo Cristina, nato e abitante a Termini Imerese, corrispondente per L’Ora di Palermo, per il Corriere della Sera e Il Giorno di Milano, per Il Messaggero di Roma, per Il Gazzettino di Venezia e per l’agenzia ANSA, fondatore e direttore del periodico Prospettive Siciliane, un giornalista specializzato in ‘cronaca nera e, in particolare, inchieste sulla criminalità organizzata, all’età di 25 anni deceduto in ‘circostanze misteriose’. Subito gli inquirenti stabilirono che la sua morte, avvenuta il 5 maggio 1960, fosse un suicidio, e contro questa ipotesi i suoi parenti e i colleghi de L’Ora di Palermo combatterono a lungo, ma invano finché nel 1999 il giornalista catanese Luciano Mirone riuscì a dimostrare che Cosimo Cristina era stato assassinato e per occultare l’omicidio il suo corpo era stato portato sui binari della galleria Fossola dove nel 2020, alla ricorrenza della sua morte, per iniziativa promossa dal periodico locale Espero è stata finalmente una lapide commemorativa. Al seminario a lui intitolato che si svolgerà venerdì 5 dicembre prossimo, dalle 9 alle 13 nella sede dell’OdG di Palermo (via G.L. Bernini 52), sul tema Dal cemento alla borsa: come è cambiata la mafia in Sicilia interverranno * Vincenzo Bonadonna, giornalista * Giacomo Di Girolamo, giornalista – direttore Tp24 * Giuseppe Lo Bianco, giornalista * Alfonso Lo Cascio, giornalista – direttore di EsperoNews * Rosario Mangiameli, storico – docente all’Università di Catania * Franco Nicastro, giornalista * Dino Paternostro, giornalista – direttore Città Nuove * Umberto Santino, presidente Centro Peppino Impastato * Alberto Spampinato, giornalista – direttore di Ossigeno per l’informazione  La partecipazione assegna ai presenti 4 crediti formativi.   Redazione Italia
“Adesso racconto quel che non avevo scritto nelle mie cronache dai paesi in guerra”
«Spero di aver dato un contributo utile a spiegare cosa succede veramente dove vengono combattute le guerre», ha esordito Giuliana Sgrena alla presentazione del proprio memoriale nell’incontro a Casale Monferrato ieri sera, 27 novembre, organizzato dalle associazioni cittadine Rete delle Alternative e collettivo Donne Insieme. Le inchieste ‘sul campo’ e corrispondenze ‘dal fronte’ che ha inviato a Il Manifesto hanno raccontato molte pagine della storia di tanti paesi di Medio Oriente e Africa. Inoltre, hanno narrato della vita quotidiana delle loro popolazioni tra una guerra e l’altra, i conflitti tra milizie di fazioni politiche e religiose ed etnie avversarie e le invasioni degli eserciti sconfinanti dalle nazioni vicine o provenienti dall’altra parte del mondo, le forze delle ‘grandi potenze’ armate di mezzi all’avanguardia tecnologica e di troupe televisive addestrate a mostrare all’opinione pubblica la loro ‘versione’ dei fatti. Nelle pagine del libro appena pubblicato da Editori GLF Laterza, intitolato Me la sono andata a cercare. Diario di una reporter di guerra, racconta una storia parallela a quella delle vicende di cui ha riferito per 30 anni, cioè quella della propria vita professionale trascorsa nelle guerre, situazioni in cui un giornalista che si espone ai ‘rischi del mestiere’ viene considerato un eroe, invece di una donna ferita o aggredita mentre fa questo lavoro si dice che ‘se l’è andata a cercare’. «Io non sono mai partita convinta di avere una verità in tasca – ha spiegato Giuliana Sgrena dialogando con Alberto Deambrogio, a sua volta corrispondente di Alernativ@ e Mirella Ruo del collettivo Donne Insieme – Ho sempre cercato di capire i vari tasselli che compongono le realtà complesse come i paesi colonizzati e i conflitti militari». Infatti ha ‘aperto gli occhi’ anche su orizzonti per lei inaspettati: «In Algeria le donne mi hanno insegnato a non “camuffarmi” indossando il velo come fanno le giornaliste occidentali all’arrivo in un paese arabo». Narrando le proprie esperienze ha spiegato come avviene la costruzione dei reportage e come si sono evoluti il giornalismo d’inchiesta e il lavoro dei corrispondenti dalle zone di guerra:«Ho voluto raccontare quello che non ho scritto quando ero impegnata a documentare i fatti mentre ero in luoghi dilaniati e devastati dai conflitti bellici». La realtà con cui si confronta un reporter di guerra infatti non è la stessa che governanti e militari vogliono che sia ‘narrata’ all’opinione pubblica, e Giuliana Sgrena lo ha dimostrato con molti esempi come funziona la propaganda di guerra. Quando lei aveva iniziato a lavorare come inviata dai paesi in guerra doveva anche ingegnarsi per trovare i mezzi con cui inviare le notizie in redazione. Le innovazioni tecnologiche hanno reso possibile comunicare facilmente e rapidamente da ogni posto, anche da trincee e città e zone assediate, perciò i giornalisti indipendenti sono stati man mano sempre più allontati dai fronti e via via anche dai territori e dai paesi in cui vengono combattutte le guerre. In quelle più recenti, come in Ucraina, l’accesso dei reporter è stato ostacolato in molti modi e nella Striscia di Gaza impedito del tutto, mentre i citizen journalist, cioè le persone del posto che inviavano foto, video e notizie alle redazioni, venivano minacciati, bersagliati e massacrati. Con la scusa di proteggerli dai pericoli, in realtà per controllare la divulgazione di informazioni, gli eserciti hanno ‘inglobato’ i corrispondenti dei mass-media istituzionalizzando la figura degli embedded reporter, in pratica ‘arruolando’ i giornalisti in truppe addestrate a produrre notizie in modo funzionale al perseguimento degli obiettivi militari. Finché ci sono persone che la vogliono sapere e giornalisti che la vogliono narrare, e la cercano, la verità può riuscire a trapelare anche dalla spessa corazza di segreti militari e di pretesti, falsità e menzogne che ammanta ogni guerra. Ma le informazioni che le correggono non producono lo stesso effetto delle fake news, come Giuliana Sgrena ha sperimentato anche direttamente. Ad esempio, siccome nei giorni della fine della seconda ‘guerra del Golfo’ era uno dei pochi giornalisti che si trovava a Baghdad, un redattore della RAI la chiamò dall’Italia per farsi raccontare dell’esultanza degli iracheni, enfaticamente esibita dai media americani: «Ma poi non trasmise quello che gli avevo riferito – ha spiegato Giuliana Sgrena – Gli avevo detto che la gente era chiusa in casa e, come anni dopo si è visto nelle immagini non artefatte di un reporter indipendente, al video che mostra l’abbattimento della statua di Saddam Hussein e che è diventato l’immagine simbolo della sconfitta di un dittatore nemico delle democrazie occidentali non c’era la folla che appariva nel filmato divulgato dalla tropue televisiva al seguito dell’esercito americano». Quando un gruppo islamista in Iraq l’aveva sequestra e il suo collega, Nicola Calipari, che si era prodigato per liberarla e l’accompagnava all’aeroporto di Baghdad venne ucciso da un soldato americano, ma i media americani e anche italiani hanno narrato questa vicenda in molte versioni, nessuna aderente e corrispondente al vero. Se un contrattempo non glielo avesse impedito, sarebbe stata a Mogadiscio negli stessi giorni in cui vi venivano uccisi Ilaria Alpi, che conosceva molto bene, Miran Hrovatin che l’accompagnava e la loro scorta. Premettendo che «Tutti i giornalisti che allora lavoravano in Somalia sapevano dell’esistenza del traffico di armi e rifiuti tossici su cui indagava anche Ilaria, che però non aveva scoperto niente di sensazionale, anzi…», Giuliana Sgrena ha spiegato che la reporter e il cameraman erano arrivati nella città in rivolta ignari della situazione e, soprattutto, non sapendo di essere un bersaglio dei ribelli perché erano italiani come i militari che avevano torturato molti somali e gestito una casa di prostituzione. Nel riferire di aver scoperto che i miliziani somali avevano infierito su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin per vendetta, non per sventare la minaccia dei giornalisti ‘insidiosi’, Giuliana Sgrena ricorda di esser riuscita a capirlo con l’aiuto di una coraggiosa donna somala che poi è stata assassinata forse proprio perché testimone di questa verità ‘scomoda’. Di un direttore de Il Manifesto, Luigi Pintor, che quest’anno compirebbe 100 anni, Giuliana Sgrena ha ricordato che da Enrico Berlinguer era considerato il miglior giornalista italiano e che quando lei era Baghdad mentre la situazione precipitava e in ogni redazione si decideva se dire agli inviati di fuggire oppure di restare, lui affermò che nessuna guerra vale la vita di chi la racconta agli altri. Maddalena Brunasti
Da “invisibile” a “manifesta”: una rivista che cambia con la città che insorge
La Città invisibile si trasforma: l’uscita sarà settimanale, il formato più snello. Ma la rivista del laboratorio politico perUnaltracittà cambia anche il titolo. A fronte di una Firenze “esplosa” nel movimento di massa contro il genocidio operato da Israele nella … Leggi tutto L'articolo Da “invisibile” a “manifesta”: una rivista che cambia con la città che insorge sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
L’ANPI Collinare “Aedo Violante” condanna l’attentato contro Sigfrido Ranucci: la libertà di stampa non si tocca
L’ANPI Collinare “Aedo Violante” condanna con fermezza l’attentato dinamitardo avvenuto nella notte del 17 ottobre 2025, che ha distrutto le automobili del giornalista Sigfrido Ranucci e della figlia, mettendo seriamente a rischio l’incolumità delle persone. Si tratta di un gesto che colpisce non solo simbolicamente la persona e il suo lavoro, ma che tenta di intimidire chi, attraverso il giornalismo d’inchiesta, difende la trasparenza e il diritto all’informazione. Questo episodio richiama, con preoccupante gravità, gli attacchi che la democrazia e la libertà hanno subito nel corso della storia del nostro Paese: basti pensare al periodo dello stragismo e della strategia della tensione , segnato dall’intreccio tra neofascisti , piduisti , servizi segreti deviati e mafie . Il gesto che oggi ha preso di mira un giornalista impegnato nella ricerca della verità è un’eco perversa della violenza che un tempo voleva cancellare la democrazia e il diritto alla libertà di parola, garantiti dalla nostra Costituzione nata dalla Resistenza . Come promotrici e promotori di una sezione ANPI, ma prima ancora come cittadine e cittadini, ribadiamo con forza la nostra solidarietà a Sigfrido Ranucci. Atti come questi vogliono intimidire chi denuncia, chi indaga, chi smaschera poteri occulti. Non consentiamo che il silenzio o la paura prevalgano. Sentiamo, anzi, il dovere di impegnarci ancora di più, perché siamo tra i custodi della memoria. Non possiamo dimenticare che, durante la Resistenza, molti furono vittime di attentati, persecuzioni e violenze, perché osarono resistere all’oppressione. Proprio a Napoli , le Quattro Giornate (28 settembre – 1° ottobre 1943) rappresentano un esempio straordinario di ribellione popolare contro l’occupazione nazista e lo stragismo fascista: cittadini e cittadine napoletane, con coraggio e spirito collettivo, si organizzarono per riconquistare la libertà perduta. Sappiamo che dobbiamo farci carico della memoria antifascista come impegno attivo nel presente. Le Quattro Giornate ci insegnano che la libertà va conquistata, difesa e praticata ogni giorno . Oggi come ieri, ribadiamo che l’antifascismo non è un rituale, ma un dovere civico . La Resistenza, con le sue lotte ei suoi sacrifici, è un vento che deve continuare a soffiare nelle nostre coscienze: chi tenta di spegnere una voce non potrà mai vincere su chi tiene viva la memoria e la responsabilità collettiva. Nel nostro piccolo, abbiamo organizzato un ciclo di appuntamenti denominato “Memoria Attiva” , in collaborazione con la libreria IoCiSto , durante il quale presentiamo libri che rispondono a questi obiettivi. Il prossimo incontro si terrà martedì 21 ottobre alle ore 18.00 : parleremo di Resistenza e di Antonio Amoretti , eroe delle Quattro Giornate di Napoli, insieme al figlio Francesco , ad Annamaria Carloni già senatrice della Repubblica e alla giornalista Federica Flocco . Luna Pisa Presidente della Sezione ANPI Collinare “Aedo Violante” Redazione Napoli
“Nel ricordo di Giancarlo Siani” Una serata per la verità e l’impegno civile
Il Comune di Napoli onora la memoria del giovane cronista con la prima proiezione pubblica del docufilm “Quaranta anni senza Giancarlo Siani, regia di Filippo Soldi . In programma anche la presentazione del cortometraggio “Il compleanno di Ciro” dedicato a un’altra vittima innocente della camorra: Ciro Colonna Martedì 23 settembre – Ore 20.00 – Complesso Monumentale di San Domenico Maggiore – Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili Era il 23 settembre 1985, quando la camorra spiezzò la vita di un giovane cronista napoletano: Giancarlo Siani. Aveva solo 26 anni, ma in quei tempi precari e difficili aveva già lasciato un segno indelebile nel giornalismo d’inchiesta, raccontando con coraggio le trame di potere e criminalità che avvelenavano la sua terra. In occasione del 40esimo anniversario della sua scomparsa, il Comune di Napoli ne onora la memoria con una serata speciale dedicata alla verità e all’impegno civile. Martedì 23 settembre alle ore 20.00, presso il Complesso monumentale di San Domenico Maggiore, si terrà una doppia prima proiezione pubblica a Napoli: quella del docufilm “Quaranta anni senza Giancarlo Siani”, prodotto da Combo International in collaborazione con Rai Documentari, per la regia di Filippo Soldi e con la partecipazione di Toni Servillo, e quella del cortometraggio “ Il compleanno di Ciro ”, dedicato a un’altra giovane vittima innocente della camorra, Ciro Colonna, ucciso per uno scambio di persona nel 2016, all’età di 19 anni, nel quartiere di Ponticelli. La serata, con ingresso libero fino all’esaurimento dei posti disponibili, è promossa dal Comune di Napoli con Fondazione Giancarlo Siani e Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Interverranno: Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli; Ferdinando Tozzi, delegato del sindaco di Napoli per l’industria musicale e l’audiovisivo; Mariano Di Palma, referente di Libera Campania; Paolo Siani, fratello di Giancarlo Siani; Armando D’Alterio, pubblico ministero che ha condotto le indagini sul caso Siani; Pietro Perone, giornalista e autore del volume “Giancarlo Siani. Terra nemica”; il regista Filippo Soldi; la famiglia Colonna; Marta Esposito, regista, e Marianna Mercurio, attrice del cortometraggio “Il compleanno di Ciro”. Siani non si limitava a riportare i fatti di cronaca: scavava, collegava, denunciava. Fu proprio una sua inchiesta a svelare i legami tra la politica e la camorra, in particolare nel contesto della ricostruzione post terremoto del 1980. Una serie di articoli che decretarono la sua fama, ma anche la sua condanna a morte: il giornalista fu assassinato sotto casa, nel quartiere dell’Arenella, mentre era ancora a bordo della sua Citroën Méhari verde. Da quella terribile giornata, in “Quaranta anni senza Giancarlo Siani” parte il racconto dell’incredibile lavoro investigativo avviato otto anni più tardi, nel 1993, dal cosiddetto “Pool Siani”: un gruppo di giornalisti che, in collaborazione con le forze dell’ordine, è riuscito a far riaprire il caso irrisolto dell’omicidio del cronista, permettendo di consegnare alla giustizia i suoi assassini e mandanti. Sul grande schermo, prima del docufilm di Soldi, scorreranno le immagini del cortometraggio “Il compleanno di Ciro”, scritto e diretto da Marta Esposito e presentato in anteprima al 55esimo Giffoni Film Festival. Lo short movie restituisce con delicatezza e poesia una giornata mai avvenuta nella vita di Ciro Colonna: la madre Adelaide si prepara al ritorno del figlio dopo anni trascorsi all’estero, in un rito che incarna l’essenza del ricordo e l’incolmabile vuoto dell’assenza. Il cortometraggio è nato da un laboratorio che si è svolto nello Spazio Metamorfosi di Ponticelli nell’ambito della terza edizione del progetto “La voce dei giovani”, promosso e finanziato dal Comune di Napoli e curato da Giffoni Innovation Hub. Dieci studenti, di età compresa tra i 13 ei 18 anni, hanno partecipato a un percorso di teoria e pratica del linguaggio audiovisivo, realizzato in collaborazione con il presidio di Libera Ponticelli e con l’Istituto Comprensivo 83° Porchiano Bordiga. “Il compleanno di Ciro” è prodotto da Giffoni Innovation Hub, Mad Entertainment e Gabbianella, con il patrocinio di Libera e con il sostegno attivo del Comune di Napoli, da anni impegnato nella promozione della cultura della legalità tra le nuove generazioni. Redazione Napoli