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TRUMP A CARACAS
di SANDRO MEZZADRA Per una volta non si può dire che la “strategia di sicurezza nazionale” statunitense sia soltanto un manifesto retorico. Secondo le linee che avevamo descritto poche settimane fa, l’“operazione militare straordinaria” dell’amministrazione Trump in Venezuela ha posto in atto il “corollario” alla Dottrina Monroe enunciato in quel documento. La rottura rispetto al diritto internazionale, la liquidazione di ogni sistema “basato sulle regole” è apertamente rivendicata. E come ha notato Celso Amorim, diplomatico brasiliano di lungo corso e primo consigliere del Presidente Lula in materia di politica estera, nelle parole di Trump non c’è alcun tentativo di “dissimulare” le ragioni dell’intervento. Petrolio, risorse, pieno dominio sull’“emisfero occidentale” ed esclusione di ingerenze “straniere” (si legga “cinesi”, in primo luogo): nessuna menzione per i diritti umani e per la democrazia appare più necessaria. Il regime di guerra globale inaugurato dall’invasione russa dell’Ucraina conosce con la seconda amministrazione Trump una torsione ormai apertamente imperialistica. Frenati dal peso del debito e incapaci di esercitare un’egemonia globale, gli Stati Uniti puntano a ridefinire gli spazi per la proiezione della propria potenza politica, militare ed economica – prima di tutto ristabilendo il loro controllo sull’America latina, che si era in qualche modo allentato dopo la fine della guerra fredda. Altrove, in Asia occidentale, il compito di riorganizzare un dominio regionale è affidato a Israele, mentre il genocidio di Gaza non sembra ostacolare nuove alleanze con le monarchie del Golfo. La Russia e soprattutto la Cina potrebbero approfittarne, costruendo le proprie geografie regionali di potenza, mentre Paesi come l’India e la Turchia avrebbero a loro volta l’opportunità di fare il proprio gioco. Sono solo pochi cenni al mondo che si intravede seguendo le scie degli elicotteri, degli aerei e dei droni che hanno attraversato il cielo di Caracas nella notte tra il 2 e il 3 gennaio. Il multipolarismo centrifugo e conflittuale che aveva preso forma all’indomani della crisi finanziaria del 2007/8 (e delle guerre statunitensi in Iraq e in Afghanistan) sembra mutarsi in un mondo nuovamente diviso in blocchi, l’uno contro l’altro armato. Nulla vi è tuttavia a ricordare l’età della guerra fredda, quando secondo il celebre detto di Raymond Aron la pace era impossibile ma la guerra improbabile. Troppo profonda è l’interdipendenza nel mondo di oggi, in primo luogo sotto il profilo del funzionamento del modo di produzione capitalistica. E i blocchi sono in formazione, tutt’altro che delimitati da stabili linee di confine. La guerra è destinata a segnare la congiuntura, tanto nel processo di formazione dei blocchi quanto – come possibilità sempre data – tra di essi. La guerra, del resto, non si limita alle operazioni militari contro altri Stati. Si diffonde sempre più, secondo una geometria variabile, anche nelle società e nelle economie: questo intendiamo parlando di regime di guerra. Non può sfuggire, e Trump lo ha affermato direttamente, il nesso tra un’operazione come quella condotta a Caracas e l’invio dei militari nelle grandi metropoli statunitensi, a copertura degli sgherri dell’ICE e delle deportazioni di massa dei migranti. La violenza è il segno distintivo di un progetto che punta a determinare un allineamento delle forme di vita, delle modalità di espressione, delle forme di cooperazione cancellando gli spazi di dissenso, libertà e uguaglianza. È la logica bellica del blocco, nella forma specifica in cui si manifesta oggi negli USA: a spingerla sono trasformazioni profonde del capitalismo, nel segno del monopolio, sia esso quello di Big Tech e delle grandi piattaforme infrastrutturali o quello delle compagnie petrolifere, “le più grandi al mondo” come ha ricordato Trump. I processi che abbiamo sommariamente descritto pongono un’ipoteca pesantissima sullo sviluppo delle lotte sociali e sulle prospettive di trasformazione politica in ogni parte del mondo. Lo avvertono con chiarezza, in questo momento, i movimenti, le forze di sinistra e i governi progressisti in America latina. La mobilitazione contro l’intervento statunitense in Venezuela non può che guardare, pur nella consapevolezza della difficoltà, alla ricostruzione di una prospettiva regionale capace di contrastare la nuova dottrina Monroe statunitense. Ma la questione è più generale: nel momento in cui si ridisegnano con violenza gli spazi globali, di fronte al regime globale di guerra quella che siamo abituati a chiamare politica internazionale diventa una dimensione essenziale della politica interna. È all’altezza di questa sfida che dobbiamo ridefinire il modo in cui pensiamo e pratichiamo la politica, su qualsiasi scala. Abbiamo parlato spesso in questi ultimi anni della necessità di un nuovo internazionalismo. Lo straordinario movimento contro il genocidio a Gaza, tra settembre e ottobre, ne ha dato in Italia una prima esemplificazione. L’intervento statunitense in Venezuela ci spinge a proseguire su quel terreno e contemporaneamente ad approfondire la ricerca e la sperimentazione. Reti e mobilitazioni internazionali, rapporti tra forze politiche, pratiche di solidarietà, attenzione a quel che si muove sullo stesso piano istituzionale: tutto questo è necessario. Ma per spezzare il regime di guerra globale, il nuovo internazionalismo deve vivere nella quotidianità, deve farsi interno alle lotte e ai comportamenti sociali, deve orientare la costruzione di rapporti e modi di cooperazione che esprimano un radicale rifiuto della guerra, una diserzione capace di tradursi efficacemente in sabotaggio. Liberare le nostre vite dall’ipoteca della guerra indica oggi il terreno generale su cui dobbiamo disporre la nostra azione. Non è qualcosa che possa essere separato (magari per affermarne la “priorità”) dall’insieme delle lotte sociali, sul tema dell’abitare, della difesa degli spazi, del salario, del rifiuto del patriarcato e del razzismo, della giustizia climatica. Non può che attraversare tutte queste lotte, mentre soltanto da esse deriva la propria forza affermativa. Nuovo internazionalismo significa anche far vivere il rifiuto della guerra in una mobilitazione di quartiere o contrastare l’autoritarismo di un governo nazionale. Significa poi inventare nuovi spazi di azione politica, che per noi sono anche gli spazi europei nella crisi e nel disfacimento degli assetti istituzionali dell’Unione. È su questa molteplicità di livelli che dobbiamo imparare ad agire e pensare per fermare la guerra e aprire nuovi spazi per la trasformazione sociale. L'articolo TRUMP A CARACAS proviene da EuroNomade.
“Reclutare ed espandere”: il “corollario Trump” alla dottrina Monroe
di SANDRO MEZZADRA. Donald Trump sembra avere una vera passione per il momento imperialista nella storia degli Stati Uniti. Nel suo discorso di insediamento ha citato William McKinley, campione dei dazi e Presidente che ha guidato il Paese nella guerra ispano-americana. Con quella guerra gli USA istituirono un protettorato di fatto su Cuba, acquisendo il controllo di Porto Rico, Guam e delle Filippine (mentre nel 1898, l’anno di inizio della guerra, McKinley firmò l’atto di annessione delle Hawaii). Ora, nella National Security Strategy della sua seconda amministrazione, Trump aggiunge un nuovo “corollario” alla dottrina Monroe del 1823, implicitamente richiamandosi a Theodore Roosevelt, il cui corollario del 1904 aveva sancito la torsione in senso interventista di quella stessa dottrina. Il dibattito sul documento strategico dell’amministrazione Trump, comprensibilmente, si è concentrato alle nostre latitudini sulle parti relative all’Europa. Va comunque ricordato che questi documenti devono essere letti con la necessaria cautela: si tratta fondamentalmente di manifesti, in cui la retorica ha spesso la meglio sul pur proclamato “realismo”. In questo caso, poi, l’attesa più lunga del previsto e le voci sulla presenza di più versioni del documento hanno portato molti osservatori a insistere su presunte divergenze all’interno dell’amministrazione. Ciò detto, la strategia di sicurezza nazionale rilasciata alla fine di novembre resta un testo istruttivo per chiunque voglia comprendere la direzione e gli obiettivi della politica internazionale della seconda Presidenza Trump. E la parte dedicata all’“emisfero occidentale” risulta in questo senso particolarmente interessante. Qualche parola è tuttavia necessaria sulla cornice disegnata dal documento. A dispetto della retorica sulla grandezza e sul primato statunitense, si prende qui atto di quella che con diverso linguaggio abbiamo descritto negli scorsi anni come crisi dell’egemonia globale degli USA: l’errore delle élite dopo la fine della guerra fredda, si legge all’inizio del testo, è stato pensare che “il dominio permanente sul mondo intero fosse nell’interesse del nostro Paese”. Al contrario, è giunto il momento di riconoscere che “non ogni Paese, regione, tema o causa – per quanto nobile – può essere al centro della strategia americana”. Si tratta quindi di definire un approccio selettivo, orientato da precise priorità e capace di accantonare il “globalismo” nel momento stesso in cui riconosce l’impossibilità dell’“isolazionismo”: ancora utilizzando un diverso linguaggio, l’obiettivo sembra essere quello di ridisegnare gli spazi della proiezione della potenza statunitense (politica ed economica) nel mondo. Dovranno essere grandi spazi, ma non coincidenti con il globo e con il mercato mondiale nella totalità della sua estensione. Di questi spazi fa senz’altro parte l’“emisfero occidentale”, e il “corollario Trump” alla dottrina Monroe si propone di inaugurare una nuova stagione di protagonismo statunitense nei Caraibi e in America Latina. Lo schieramento navale di fronte alle coste del Venezuela, gli omicidi extragiudiziali giustificati con la guerra alla droga, le pressioni sul governo colombiano del Presidente Petro, gli interventi a favore di Bolsonaro in Brasile e soprattutto il decisivo sostegno a Milei in Argentina prefigurano i tratti fondamentali di questo nuovo protagonismo. Se all’inizio del secolo l’impegno militare degli USA in Afghanistan e in Iraq aveva in qualche modo aperto gli spazi in cui – sospinti da formidabili movimenti sociali – erano sorti i “nuovi governi progressisti” nella regione, ora l’allineamento con l’amministrazione Trump viene presentato come il criterio fondamentale attorno a cui riorganizzare gli equilibri politici latinoamericani. Una riorganizzazione della presenza militare statunitense nell’“emisfero occidentale” è espressamente indicata nel documento come obiettivo da perseguire. Il “corollario Trump” alla dottrina Monroe, tuttavia, è espresso in termini più generali, secondo la logica del “reclutare ed espandere” (Enlist and Expand) la cerchia dei partner affidabili. “Stabilità e sicurezza” vanno di pari passo, nella strategia di Trump, con l’apertura di nuovi terreni di cooperazione commerciale e più in generale economica con l’obiettivo prioritario di “rafforzare le catene di fornitura critica” legate all’industria estrattiva. L’enfasi sul controllo dei confini, sulla lotta alla migrazione e alla droga è sufficiente a delineare un ideale di riorganizzazione dell’“emisfero occidentale” secondo la logica in ultima istanza militare del blocco, con la proliferazione di regimi di guerra a protezione degli “affari”. La prospettiva di un approfondimento e di un’ulteriore espansione dell’estrattivismo contribuisce a indicare come necessaria, secondo la dottrina di Trump, una torsione autoritaria che chiuda gli spazi di espressione dei movimenti sociali e imponga nuove forme di violento disciplinamento delle forme di vita insubordinate che negli ultimi anni hanno dato corpo alle lotte transfemministe, indigene e ambientali su scala regionale. Il radicamento di questi movimenti, di queste lotte e di queste forme di vita nelle società latinoamericane costituisce il primo limite che si frappone agli obiettivi dell’amministrazione statunitense. L’importanza assegnata nella strategia di sicurezza nazionale all’“emisfero occidentale” non risulta del resto in alcun modo sganciata dalla più generale cornice della competizione con la Cina. Al contrario, il documento insiste sul fatto che “concorrenti extra-emisferici hanno compiuto progressi significativi nel nostro Emisfero” e considera l’assenza di una “seria reazione” un altro “grande errore strategico americano degli ultimi decenni”. Il riferimento alla Cina, pur non menzionata, è trasparente, ed è reso ancora più esplicito quando si afferma che gli Stati Uniti dovrebbero “fare ogni sforzo per estromettere le aziende straniere che costruiscono infrastrutture nella regione”. La grande crescita della presenza cinese in America latina è avvenuta infatti prioritariamente attraverso la costruzione di grandi infrastrutture strategiche (ferrovie, strade, reti energetiche), di cui il grande porto peruviano di Chancay, sviluppato e finanziato dal conglomerato statale cinese COSCO Shipping Ports, costituisce una perfetta esemplificazione. Inaugurato lo scorso anno, il porto di Chancay apre nuove rotte per i traffici attraverso il Pacifico, riducendo significativamente i tempi di transito tra America latina e Asia. Anche a proposito della presenza cinese, pur del tutto diversamente rispetto ai movimenti e alle lotte sociali, si può dunque parlare di un radicamento infrastrutturale, e più in generale di una spazialità economica (capitalistica) che non coincide con quella (geo)politica. Il documento di dottrina strategica della seconda amministrazione Trump riconosce che “l’influenza straniera sarà in certi casi difficile da rovesciare”, ma riconduce questa circostanza alle affinità politiche di alcuni governi latinoamericani con “attori stranieri”: come tuttavia dimostra l’esempio del porto di Chancay (il Perù, tolta la breve parentesi della Presidenza Castillo, ha sempre avuto governi liberali e autoritari), non sembra essere questa la logica degli investimenti cinesi. Ecco, dunque, un secondo limite di fronte a cui si trova la dottrina Trump nell’“emisfero occidentale”. Può questo limite essere superato? Difficile, almeno nel breve periodo, che questo avvenga attraverso la competizione economica. Viene dunque da chiedersi se il riferimento iniziale al momento imperialistico nella storia statunitense non autorizzi l’ipotesi che la guerra – nelle forme molteplici, ibride e non convenzionali che oggi assume – possa essere considerata lo strumento per forzare l’allineamento dell’America latina al blocco che Trump aspira a formare e guidare. L’imponente operazione militare contro il Venezuela assumerebbe in questo senso un significato di carattere generale. Il “Presidente della Pace”, come la stessa strategia di sicurezza nazionale lo definisce, starebbe allora ponendo le basi per nuove guerre (non certo limitate all’America latina), per cui invoca una “mobilitazione nazionale” con l’obiettivo dell’ammodernamento e del potenziamento dei sistemi d’arma, di difesa e di offesa. È inutile dire che questa mobilitazione non potrà che vedere protagoniste imprese come le grandi piattaforme infrastrutturali, le cui tendenze alla costruzione di monopoli sembrano realizzare un altro dei presupposti delle teorie classiche dell’imperialismo. Visti attraverso la lente dell’“emisfero occidentale”, guerra e imperialismo appaiono come tendenze in atto, per quanto non incontrastate e anzi destinate a scontrarsi con potenti limiti – a cui va almeno aggiunto il fatto che negli stessi Stati Uniti esistono interessi e movimenti che le rifiutano. Anche per noi, in Europa, è bene essere consapevoli delle poste in palio nell’attuale congiuntura, che la dottrina Trump illumina di una luce sinistra. Qui, la strategia che abbiamo definito nei termini della costruzione di un blocco sembra passare attraverso la scomposizione dell’Unione europea, in una logica di “reclutamento ed espansione” che punta a includere in modo subalterno singoli Paesi, attraverso una torsione autoritaria, la restaurazione di una presunta “civiltà” patriarcale e reazionaria e una militarizzazione che – in diverse condizioni – risuonano con quanto si è detto a proposito dell’America latina.  Solo il rifiuto di massa di questa prospettiva, in Europa e altrove nel mondo, può aprire vie di fuga dall’incubo carcerario di un mondo diviso in blocchi, dove la logica del capitale e quella della guerra appaiono sempre più strettamente intrecciate. L'articolo “Reclutare ed espandere”: il “corollario Trump” alla dottrina Monroe proviene da EuroNomade.
La pace nella condizione dei regimi di guerra e della politica del controllo
di ALI ZARKAYEEE. Uno: La macchina governamentale dell’occupazione e del controllo Lo Stato d’Israele non è soltanto una sovranità genocidaria dopo il 7 ottobre, ma una forma estrema di governo totale dello spazio e del tempo. Il genocidio e l’urbicidio a Gaza rappresentano l’esempio più terribile di questo controllo assoluto sugli spazi che stavano sfuggendo al dominio israeliano. Quando Israele ha compreso di non poter più mantenere le aree ribelli entro il proprio ordine tramite la colonizzazione – cioè attraverso l’occupazione e la militarizzazione nella produzione dello spazio – ha elaborato un nuovo paradigma di governo fondato sulla distruzione e sull’annientamento totale: l’urbicidio di Gaza e il genocidio dei palestinesi. Il desiderio israeliano di controllo non è semplicemente un desiderio di dominio sulla terra e sui confini fisici. È un’estensione totale del potere sulla temporalità e sui ritmi della vita collettiva: dal controllo delle frontiere a quello dei movimenti, dall’appropriazione dello spazio all’ingegneria del tempo. Ad esempio, nella guerra di dodici giorni contro l’Iran, Israele ha dichiarato come obiettivo principale il controllo del cielo iraniano tramite aerei da combattimento e droni, considerandolo il proprio maggiore successo – come se il dominio sull’aria fosse una nuova forma di governo spazio-temporale. Fin dalla sua fondazione, Israele ha fatto funzionare la propria macchina governamentale attraverso il controllo dei confini, degli spazi e dei tempi; da qui, la costruzione di frontiere, di campi e la militarizzazione estrema sono state impiegate per governare lo spazio-tempo. L’espulsione e il massacro di massa dei palestinesi – conosciuti come la Nakba (tra il 1947 e il 1949) – furono l’inizio criminale dell’attivazione di questa macchina di governo totale. Da allora, i crimini e le stragi compiuti e tuttora perpetrati dagli israeliani non sono che il prolungamento di uno Stato di controllo e di comunicazione che vuole porre tutti i palestinesi sotto la propria tutela. Per questo motivo, la colonizzazione massiccia, il controllo militare del confine giordano e della Cisgiordania, e l’imposizione di permessi di movimento ai palestinesi anche per le attività più elementari, costituiscono parti integranti di questa macchina di governo distruttiva. I flussi spaziali e temporali nei territori occupati scorrono in modo indefinito, determinando la biopolitica dei palestinesi; Israele, negli ultimi decenni, ha mirato a una completa dominazione della loro temporalità e spazialità. Lo spazio vitale dei palestinesi si trova così immerso in un vortice di forme estreme di governo totale, proprio come i personaggi dei romanzi Il Castello e Il Processo di Kafka si muovono in labirinti di passaggi, permessi, lavori e giudizi senza causa apparente. Allo stesso modo, i palestinesi sono imprigionati in questo spazio allucinato del controllo; ma al posto di ciò che un tempo si chiamava contratto, legge o diritto, oggi sono le armi, i fili spinati, le torri di sorveglianza e le colonie (gli insediamenti) a rappresentare il potere governamentale. La macchina governamentale israeliana, con tutte le sue forme di repressione, si colloca all’interno di un’alleanza globale di regimi economici, bellici e transnazionali: dagli Stati Uniti, al Regno Unito e alla Germania, fino alle imprese e alle istituzioni che operano al di là del gabinetto estremista di Netanyahu o dei blocchi civilizzatori-territoriali più rigidi. Per questo, il genocidio e successivamente l’accordo su Gaza devono essere compresi nel contesto dei regimi di guerra nel mondo multipolare. Sebbene Israele appaia simile agli Stati coloniali classici, la condotta attuale dei regimi di guerra e di frontiera presenta una differenza essenziale: l’intreccio globale degli interessi tra Stati e capitale attorno alla questione palestinese. L’occupazione e il controllo, in questo senso, hanno assunto una forma globale. Un’altra differenza fondamentale va cercata nella forma più estrema di governo necropolitico e nella moltiplicazione dei confini. I regimi coloniali del passato incorporavano le popolazioni e i territori colonizzati all’interno di processi disciplinari, educativi e di regolazione demografica, dichiarando il possesso di una terra sotto l’egemonia di uno Stato-nazione – come, per esempio, accadeva nei Paesi sotto il protettorato britannico. Anche nella condizione coloniale del passato era presente una forma profonda di necro-politica; come afferma Achille Mbembe, il colonialismo nel mondo capitalistico ha prodotto una classe marchiata a fuoco. Ma nella situazione attuale, i confini del controllo, in forma molteplice, spostano le classi tra diversi territori e rappresentano ogni aspetto della vita all’interno di flussi eterogenei di lavoro e sfruttamento. Per questo motivo, la regolazione demografica, l’espropriazione, la militarizzazione e lo sfruttamento costituiscono oggi principi fondamentali per l’accumulazione e il governo. Allo stesso modo, il controllo statale e di frontiera di Israele è sempre stato accompagnato dalla forma più violenta di espropriazione della terra, esercitando sulla vita dei palestinesi la forma più estrema di necro-politica: li uccide collettivamente, sottomette i loro spazi vitali al proprio dominio e controllo, e, una volta ottenuto il dominio – come abbiamo visto negli ultimi mesi — impone la fame, le restrizioni spaziali, lo sfollamento forzato e la privazione delle necessità più elementari dell’esistenza. Oggi l’espropriazione non significa più appropriazione della terra per il lavoro o la produzione; significa estendere i confini del controllo sulla vita e sul tempo. Se il colonialismo britannico agiva integrando le colonie nell’orbita della produzione industriale, i regimi contemporanei come quello israeliano, attraverso l’ingegneria dei confini, la tecnologia della sicurezza e l’assedio, trasformano lo stesso vivere in una fonte di valore. Qui, l’accumulazione non nasce dalla produzione, ma dalla privazione della possibilità di vita: una forma di accumulazione attraverso la morte, la sorveglianza e la crisi permanente. Per questo, i palestinesi hanno continuamente cercato, attraverso diverse forme di lotta e resistenza, di aprire vie di fuga dall’egemonia della necro-politica e dell’occupazione; e proprio per questo l’atto di governo israeliano continua fino alla soppressione totale di questi corridoi di fuga – imponendo, fino ad oggi, le più terribili stragi al popolo palestinese. L’urbicidio di Gaza, il genocidio dei palestinesi e, successivamente, la cosiddetta “pace di Trump”, che costituisce la commedia-tragedia della nostra epoca, devono essere compresi all’interno di questo stesso quadro di governo. La pace di Trump non è una pace per porre fine alla guerra, ma la sua continuazione con mezzi più morbidi, al fine di rendere permanente il dominio dello Stato di controllo e d’occupazione su Gaza. Per questo Israele non riduce i palestinesi in schiavitù, ma esercita su di loro la forma più estrema di necro-politica: li uccide collettivamente, sottomette i loro luoghi di vita al proprio controllo e, una volta ottenuto il dominio, come abbiamo visto negli ultimi mesi, li priva del cibo, degli spazi vitali e delle necessità più elementari dell’esistenza. Ora, dopo aver imposto la fame agli abitanti di Gaza, il genocidio e l’urbanicidio, come mostra il piano di pace di Trump, potremmo assistere a una nuova forma di guerra condotta con strumenti economici, tramite imprese e istituzioni transnazionali e multinazionali. Così, la repressione e l’occupazione continueranno attraverso regimi “di frontiera”, sia all’interno che all’esterno della Palestina, e mediante un controllo costante sulle loro vite. Due: Solidarietà contro il controllo Nella situazione attuale, il controllo sui confini, la logistica e la sorveglianza dei flussi di persone sono elementi centrali per la riproduzione delle forme di governo delle macchine statali e del capitale. Per questo forse Israele ha adottato le tecniche più estreme dei regimi di frontiera, ricorrendo al massacro collettivo e al genocidio e lanciando attacchi verso sette paesi dall’8 ottobre in poi. Interrompere i processi di governo frontali di Israele significa colpire il suo dispositivo statale. Nel capitalismo contemporaneo – in ciò che Sandro Mezzadra e Brett Neilson chiamano le macchine governamentali – il controllo degli spazi e dei tempi è un’operazione fondamentale; tramite questo controllo si costruisce un terreno di governo molteplice: il governo dei regimi di frontiera e l’imposizione di restrizioni alle popolazioni, la sorveglianza dei luoghi e l’accaparramento del tempo e del ritmo della vita sono la strategia che reprime i legami trans-identitari e le forme di solidarietà, soggiogando i movimenti liberi e le vie di fuga dallo spazio-luogo. Perciò il regime israeliano e la sua governance di frontiera, che incide e segnala dentro e fuori un territorio, rappresentano la forma più estrema di quel governo frontale. Per questo il movimento della «Carovana della Resistenza» è stato di grande importanza: le navi e le imbarcazioni, agendo autonomamente, si sono spinte verso zone e margini di frontiera dove Israele applica le forme più severe di militarizzazione per controllare quei punti. La sola paura del regime di frontiera è che si generino interruzioni del governo delle frontiere e che queste interruzioni si ripetano in modo organizzato; quindi questo tipo di intervento sulle rotte logistiche non prende di mira soltanto il regime frontale israeliano e la sua logica del controllo, ma – contrariamente alle dichiarazioni di preoccupazione delle organizzazioni transeuropee e di altri Stati circa gli attacchi e il controllo militare israeliano – genera la sensazione che il monopolio della governance sulle rotte logistiche possa sfuggire di mano proprio perché la carovana agiva in modo autonomo. In particolare, questa carovana è riuscita ad aprire un momento singolare di solidarietà, costruendo non la mano alzata degli Stati e delle istituzioni governative, ma un’alleanza dal basso contro i governi e in particolare contro il regime distruttivo israeliano. Nell’azione collettiva attivata dalla Carovana della Resistenza, la logistica intesa come controllo e militarizzazione si è trasformata in potenzialità logistica di un corpo comune e di flussi auto-organizzati. Certo, di fronte agli strumenti bellici avanzati di Israele questa azione non è riuscita ad infilarsi profondamente nelle frontiere controllate dallo Stato; ma ciò che qui conta è la frattura delle barriere dei campi, anche se solo in modo parziale e potenziale, e il collegamento delle differenze delle politiche locali e autoctone nella forma di un corpo collettivo e internazionale. Per questo, dopo anni, abbiamo visto sommosse e scioperi collettivi contro l’autoritarismo di governi europei e del capitale globale. Di conseguenza, la lotta sui margini delle frontiere e contro i regimi di frontiera non solo può disturbare il controllo e l’occupazione spaziale e temporale, ma potenzialmente può seminare i germi di una nuova forma di rivendicazione democratica che trascenda e fugga dall’assoggettamento degli Stati-nazione. Mezzadra, nella sua recente nota, osserva giustamente: «“Volevamo liberare la Palestina” stava scritto su uno striscione a Roma; “la Palestina ci ha liberati.”» Indubbiamente, in questi giorni moltitudini di giovani, donne e uomini hanno riconosciuto nel genocidio di Gaza la stessa ingiustizia che domina in molte forme il nostro mondo contemporaneo — e nella liberazione della Palestina hanno intravisto l’orizzonte di una lotta più ampia, una lotta che deve organizzarsi ovunque la gente vive, lavora e soffre. Questo è il primo segno di come si debba articolare nei giorni a venire questa mobilitazione: a questo movimento recente va data una prospettiva temporale, e ciò è possibile soltanto collegando la solidarietà con Gaza a un radicamento nella vita quotidiana dell’azione politica. Tuttavia, il ruolo dell’Iran e delle forze che aspirano a instaurare la democrazia contro l’autoritarismo è rimasto mancante in questi cicli di solidarietà; ciò potrebbe indebolire i futuri movimenti in Iran, poiché la presenza delle lotte nel contesto globale e nelle nuove reti di solidarietà è troppo tenue. D’altra parte, il dispotismo interno e un’opposizione filoisraeliana hanno marginalizzato ogni forma di soggettività che si opponga al genocidio e all’autoritarismo come solidarietà con altri flussi di lotta; così in Iran assistiamo a una forma di ingegneria della soggettività che ha sminuito la potenzialità conflittuale. In altre parole, la guerra e l’instaurazione di un regime di polizia da una parte, e dall’altra un’opposizione dipendente dalle potenze imperiali, hanno spazzato via alternative soggettive all’interno della società, rimpiazzandole con meccanismi di soggiogamento da parte di poteri e regimi in cui non esiste alcuna forma reale di democrazia. Per questo l’asse della resistenza e le forze di sinistra, così come le opposizioni di destra, hanno entrambi compromesso la possibilità di costruire solidarietà tra i movimenti combattivi, in modo che le forze alternative in Iran risultino isolate. Di conseguenza, ciò che è stato chiamato lotta sulle rotte logistiche e ai margini delle frontiere ha perso in Iran la sua possibilità di realizzazione. Eppure, nelle immagini diffuse della Carovana della Resistenza, alcuni attivisti hanno brandito lo slogan زن، زندگی، آزادی» Donna, Vita, Libertà» – ma non bisogna ingenuamente sopravvalutare questa presenza: in quella flotta tale slogan, nel migliore dei casi, è una diffusione discorsiva; sfortunatamente oggi esso non può tradursi in una forza materiale radicata nelle molteplici basi sociali del Medio Oriente occidentale. Soprattutto ora, lo Stato di polizia iraniano reprime qualsiasi iniziativa che, al di fuori dell’asse della resistenza, tenti di tracciare progetti materiali di solidarietà con la Palestina e contro Israele; perciò siamo intrappolati nelle forme più severe dei corridoi del potere, e forse il primo passo per uscire da questi corridoi è un’uscita soggettiva dai confini che renda possibile una lotta molteplice contro i regimi del potere. Come abbiamo visto nelle lotte in corso in Europa e in particolare negli scioperi e nelle mobilitazioni estese in Italia, la solidarietà con la Palestina ha costituito una via di fuga dai corridoi dell’autoritarismo statale neoliberale, restituendo capacità collettiva alle lotte di classe. Le solidarietà di frontiera, quindi, non sono lotte concentrate su un unico asse centrale, ma creano plessi moltiplici di conflitto che collegano il locale al translocale e all’internazionale; per questo possono sovvertire i controlli statali sulle frontiere, sia a livello soggettivo che geopolitico, e rappresentano una urgenza per il futuro delle nuove lotte in Iran: che non sia il governo, ma il popolo a calcare la scena globale per infrangere i dispositivi di controllo delle frontiere. Tre: Pace e controllo La pace, nella logica delle potenze dominanti, non è la fine della guerra, ma la sua continuazione in forma attenuata. Lo Stato d’Israele e i suoi sostenitori globali chiamano “pace” ciò che in realtà è una nuova fase di riorganizzazione della macchina governamentale e di riproduzione dell’occupazione in forma economica e diplomatica. In particolare, la cosiddetta “Pace di Trump” rappresenta un modello coloniale completo fondato sul commercio e sull’accumulazione. La pace, in questo senso, è la gestione della distruzione: sorvegliare la ricostruzione, ingegnerizzare una sopravvivenza minima, e proseguire la necro-politica nei confronti dei palestinesi attraverso il controllo della vita stessa e la sospensione del militarismo sotto forma di tecnocrazia. Così, ciò che sul campo di battaglia si manifesta come bombardamento e assedio – ciò che ha prodotto l’“urbicidio” – distrugge ogni possibilità di vita e di sua riproduzione. Ora la città, in cui la rimozione delle macerie richiederà anni, sarà apparentemente controllata dal ciclo del capitale e dai capitalisti stessi, travestiti da una coalizione globale di ricostruzione. In questo modo l’occupazione militare si trasforma in occupazione tecnocratica. Progetti come la “Pace di Trump” o le iniziative denominate “Stabilità regionale” sono, in realtà, nuove configurazioni della stessa macchina di controllo: tentativi di consolidare il dominio mediante strumenti più morbidi. Israele, Trump (e forse i paesi del Golfo come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti), dopo la distruzione fisica di Gaza, cercano di imporre nella fase della ricostruzione una forma di pace tutelare, basata sul controllo delle rotte commerciali, energetiche e umanitarie — una pace fondata sull’obbedienza e sulla dipendenza, non sulla liberazione e l’uguaglianza. In questo nuovo ordine, l’esercito viene sostituito dalle banche, e le armi ritornano sotto forma di capitale, di aiuti umanitari e di contratti di ricostruzione. Ma il gesto fondamentale resta lo stesso: il controllo dei flussi vitali, dei movimenti dei corpi, delle merci e della temporalità della vita quotidiana. In questa logica, la pace stessa diventa una forma di guerra: una guerra senza dichiarazione, che si perpetua attraverso i meccanismi economici, finanziari e tecnologici. Gaza, in questo quadro, diviene un laboratorio di governo attraverso la crisi – un luogo dove la sopravvivenza non è il risultato della potenza collettiva di creare vita, ma un privilegio condizionato all’obbedienza. Gli Stati occidentali e le istituzioni finanziarie, sotto la maschera della ricostruzione e dell’aiuto, generano in realtà una nuova rete di controllo che riproduce Israele come centro di comando di un ordine economico e securitario. Se consideriamo lo stato di guerra e i suoi regimi, la distruzione di un territorio – il ridurlo a terra bruciata – lo riporta, in senso storico, a una forma di primitività totale, cancellando le condizioni stesse della vita: alimentazione, ambiente, casa. Ci troviamo oggi in una condizione in cui il nome di questo processo è capitalismo, i cui regimi si muovono entro guerre infinite per promuovere la ricostruzione economica e il commercio. Così, trasformare la città bruciata di Gaza in un’impresa commerciale e in un corridoio di valorizzazione diventa uno dei processi tipici dei regimi di guerra e delle alleanze tra Stato e capitale nel mondo contemporaneo. Per questo la pace attuale non ha alcun significato in termini di autodeterminazione per i palestinesi: serve soltanto al saccheggio, alla valorizzazione e a nuove forme di controllo. Di conseguenza, di fronte a questa pace imposta, bisogna parlare di un’altra pace: una pace come fuga. Una pace che non stabilizza il controllo, ma apre possibilità di vita comune e di movimento libero; una pace che nasce dai corpi distrutti, dalla memoria della morte e dal desiderio di creare nuovi spazi e nuovi tempi. Così come le carovane autonome e le solidarietà di frontiera hanno saputo generare momenti di rivolta e di fuga dal controllo, la pace autentica può emergere solo da una rottura con l’ordine esistente – non dalla sua ricostruzione da parte dei predatori dell’ordine capitalistico. In un mondo in cui la governamentalità è divenuta gestione della crisi, la pace non può significare il ritorno all’ordine controllato del capitale, ma deve essere una rottura rispetto ad esso: una frattura rispetto ai circuiti del controllo, ai tecnocrati del sistema capitalistico, ai regimi di guerra e alla temporalità governata dagli Stati. La pace, in questo senso, non è la promessa della gestione, ma la possibilità di creare spazi e tempi che ancora non sono stati catturati dal controllo – spazi per una vita comune e per un nuovo inizio al di là dei confini, in connessione con le lotte che si svolgono ai margini delle frontiere. L'articolo La pace nella condizione dei regimi di guerra e della politica del controllo proviene da EuroNomade.
Trump alla restaurazione di san Kirk, genealogia di una vendetta
di MARCO BASCETTA. Di Charles Kirk sentiremo parlare ancora a lungo. Non tanto per le circostanze della sua morte incastonate nella variegata storia della violenza politica in America con i suoi molteplici risvolti razziali, ideologici, identitari, messianici. Ma piuttosto per l’uso politico, immediato e diretto, che Trump e il suo seguito di infervorati seguaci ne hanno fatto e ne faranno. Alcuni hanno azzardato un paragone con l’incendio del Reichstag nel febbraio del 1933, l’attentato attribuito a un giovane comunista olandese da cui Hitler trasse il pretesto e lo slancio per smantellare in men che non si dica la Costituzione di Weimar e inaugurare il regime nazionalsocialista. L’analogia storica, presa più distesamente in esame su queste pagine da Mario Ricciardi, trova un senso solo nel fatto che l’assassinio di Kirk ben si presta, nelle intenzioni del presidente Usa e dell’estrema destra americana, al progetto di asfissiare attraverso leggi e decreti “fascistissimi” il dissenso e l’opposizione democratica negli Stati uniti, per non parlare della critica sociale antiliberista, con l’improbabile accusa di avere alimentato ideologicamente la violenza politica e armato, indirettamente, la mano dell’attentatore. Il clima minaccioso e aggressivo che si respira in questi giorni negli Usa, con le sue miserabili imitazioni europee, si inserisce perfettamente nel disegno ormai evidente tracciato da Donald Trump e dal suo Maga. Quello di identificare ed enfatizzare un nemico interno dai contorni piuttosto indefiniti (la sinistra) per combattere il quale sarebbe necessario forzare l’architettura politico-istituzionale degli Stati uniti al fine di trasformare radicalmente forme e tendenze della vita sociale americana. Bersaglio del Maga è appunto il sistema democratico statunitense, le forme di socialità che ha generato e l’apertura culturale che ne ha accompagnato lo sviluppo. Rispetto a questa missione tutti i passi finora compiuti dal presidente sono stati assolutamente logici e coerenti: il relativo disimpegno sui fronti internazionali e l’elusione di ogni attrito politico eccessivo con le potenze maggiori sullo scacchiere globale, la caccia allo straniero e le deportazioni, l’invio di truppe nelle metropoli americane governate dai democratici per fronteggiare fantomatiche emergenze, le epurazioni, la crociata contro le istituzioni accademiche e le voci critiche dei mezzi di comunicazione. La vendetta contro gli avversari politici, rei se non proprio di aver ispirato la violenza anche solo di non aver voluto rendere omaggio alla santificazione di Kirk, è l’ultimo tassello che si inserisce alla perfezione in questa road map della destra trumpiana che trasferisce in patria il fronte della guerra. Il tutto spacciato non come una forzatura di parte ma come una grande opera di cancellazione del cattivo nuovo che avrebbe corrotto la purezza della Costituzione del 1787. E naturalmente delle sacre scritture. Nel riferirsi alla destra, o anche all’estrema destra, negli Usa come in Europa, si usa correntemente il termine di conservazione. Così, anche di Charles Kirk si dice essere stato un campione del pensiero conservatore. C’è nella scelta di questa definizione fuorviante un errore non privo di conseguenze. Oggi non ci troviamo affatto di fronte alla conservazione di valori del passato minacciati da un progresso fuori controllo, o da una accelerazione foriera di angoscia e disorientamento, ma a dover fronteggiare una aggressiva politica di “restaurazione”, ovverosia il ripristino di dottrine, precetti, obblighi e gerarchie che lo sviluppo democratico e le lotte sociali avevano già superato o quantomeno messo seriamente in discussione. Se si passano in rassegna le convinzioni di Kirk, che il suo assassinio non rende certo meno detestabili, queste mostreranno nitidamente la loro appartenenza al repertorio della restaurazione, a partire dal pilastro su cui poggia ogni altra restaurazione che è poi quello del patriarcato nella pienezza delle sue prerogative e delle sue credenziali teologiche. Mentre la “conservazione”, che tra le destre attuali non ha quasi cittadinanza, presenta un elemento di prudenza, di freno, di attaccamento a convincimenti consolidati, la restaurazione è invece segnata da una natura aggressiva, bellicosa, da spirito di vendetta e volontà di distruzione. Deve combattere un nemico, sconfiggere, per così dire, un usurpatore. I tecno-oligarchi come Musk e Thiele non avrebbero mai potuto essere conservatori. Prudenze, timori e preoccupazioni per chi resta indietro, non potevano che frenare il corso dell’innovazione che trascina le loro fantasie e i loro profitti. La “restaurazione” assume invece la maschera del nuovo, della rottura con una stagione trascorsa, di un ritorno che può attuarsi con ogni mezzo, anche il più avveniristico, e ricostruire nelle forme più arbitrarie e feroci i miti dell’autenticità. È insomma un ambiente carico di violenza reazionaria. Della conservazione sopravvive qualcosa a sinistra, tra gli ecologisti e tra i teorici della cosiddetta “modernità riflessiva” nella resistenza al progressivo smantellamento di conquiste sociali, diritti acquisiti ed equilibri ambientali. Qualcosa che non può certo bastare a fermare l’avversario per riprendere l’iniziativa. La restaurazione va contrastata con la stessa grinta con cui pretende di imporsi. Un opposto estremismo? Perché no. questo articolo è stato pubblicato sul manifesto il 18 settembre 2025 L'articolo Trump alla restaurazione di san Kirk, genealogia di una vendetta proviene da EuroNomade.
Trump e noi. Resistere ad autoritarismo e regime di guerra
di SANDRO MEZZADRA. Muoversi all’interno delle rovine di un sistema non è agevole. Il fatto è che oggi in rovina non è soltanto il sistema internazionale, l’ordine che si presentava come “basato sulle regole”. Al contrario, si può assumere quella rovina come vertice prospettico per analizzare il disfacimento di una molteplicità di sistemi, che certo non dovevano essere particolarmente in salute. All’ombra del genocidio di Gaza, una regione cruciale per gli equilibri mondiali, il Medio Oriente, sembra aver perso ogni principio di ordine. Staccata dagli Stati Uniti, se non per la camicia di forza della NATO, l’Europa appare consegnata all’irrilevanza sotto il profilo della politica mondiale, irrigidita al suo interno dalla paura del declino e della stagnazione economica e amputata del suo “modello sociale”. L’ambizione europea a essere “forza di pace” si sgretola di fronte all’opzione per il riarmo e per la militarizzazione dell’economia, della politica e della società. Nel tempo di Trump, poi, la stessa democrazia liberale – ancora contrapposta all’“autocrazia” all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina – impallidisce e si svuota di determinazioni materiali. Lo spettacolo della forza sembra essere dominante – si tratti di dazi, sottomarini nucleari, o rambo mascherati a caccia di migranti per le strade di Los Angeles. Anche dall’Alaska, poi, la logica che viene proiettata sul mondo è quella imperiale della politica di potenza come criterio dominante nelle relazioni internazionali. Proprio i dazi, del resto, ci mostrano che la situazione è ben lungi dall’essere stabile – che al contrario l’uso ricattatorio di questo strumento ha l’obiettivo di produrre una serie di shock successivi che puntano a ridefinire le geografie e il regime di accumulazione del capitalismo statunitense e globale. Basti pensare all’“accordo” con l’Unione europea, che ha come corollario l’impegno a investimenti europei, in particolare in campo energetico, che, come ha dimostrato ad esempio Paul Krugman, sono da diversi punti di vista non solo irrealistici, ma impossibili. Quando una clausola di questo genere viene inserita in un “accordo”, è evidente che si prepara il terreno per ulteriori forzature e ricatti. Instabili e provvisori appaiono molti degli accordi sui dazi siglati nelle ultime settimane, senza contare che è continuamente necessario adeguarli al fatto che le importazioni non riguardano solo beni di consumo ma anche le catene di fornitura di componentistica vitale per il residuo settore manifatturiero negli Stati Uniti. È bene resistere alla tentazione di leggere nei dazi e nelle guerre commerciali l’ennesima fine della “globalizzazione” e guardare piuttosto a questa costitutiva instabilità delle politiche dell’amministrazione Trump come allo strumento attraverso cui si mira a scuotere i rapporti commerciali all’interno del mercato mondiale per ritagliare condizioni più favorevoli per il capitale statunitense. È comunque una trasformazione radicale rispetto agli ultimi decenni, in primo luogo perché le politiche di Trump – puntando a drenare risorse da tutto il mondo per affrontare l’insostenibile debito degli Stati Uniti e dunque rallentarne la crisi egemonica – determinano una accentuata nazionalizzazione del capitale statunitense, che corre parallela ai processi di concentrazione accelerati negli anni della pandemia da Covid-19. E se queste stesse politiche determinano un indebolimento del dollaro, minacciando quello che è stato in questi anni il principale strumento di gestione del debito, il Genius Act (la legge sulle criptovalute e sulle stablecoin) ha esattamente la funzione di controbilanciare quell’indebolimento. La politica dei dazi di Trump si innesta all’interno di un quadro mondiale da tempo percorso da tendenze protezionistiche e da accentuata competizione in particolare nel settore delle tecnologie digitali e dei minerali più o meno “critici” necessari per il loro sviluppo. E tuttavia, all’interno di questo quadro quella politica introduce un tasso di nazionalismo “economico” senza precedenti negli ultimi anni, secondo una logica che non può che essere al tempo stesso di nazionalismo politico. Oggettivamente, la combinazione di concentrazione di capitali e territorializzazione (per quanto ovviamente in parte solo retorica, ma questo significa “nazionalizzazione” del capitale statunitense) ripropone un elemento centrale analizzato dai teorici dell’imperialismo all’inizio del Novecento. E mentre il nazionalismo si diffonde ulteriormente, ben al di là degli Stati Uniti, la congiuntura che stiamo vivendo appare destinata a facilitare un’ulteriore proliferazione di guerre e regimi di guerra. La “militarizzazione di Silicon Valley” di cui ha parlato il New York Times qualche giorno fa (4 agosto), ovvero la torsione in chiave bellica dello sviluppo di tecnologie digitali, piattaforme e Intelligenza artificiale, è al tempo stesso un sintomo e un acceleratore di questa tendenza. Si tratta di un primo tentativo di analisi, necessariamente provvisorio e consapevole del fatto che la situazione è in costante mutamento. Quello che molti cominciano a chiamare il Trump shock, in analogia con il Volcker shock del 1979 (il violento rialzo dei tassi di interesse da parte del Presidente della Federal Reserve che per molti versi diede avvio all’epoca neoliberale), è in ogni caso destinato a ridisegnare violentemente le geografie e le logiche del capitalismo mondiale, e in particolare i rapporti tra capitale e lavoro. Mi sembra quindi necessario, sulla base di questi primi elementi di analisi, insistere su alcuni dei limiti fondamentali che la politica di Trump incontra e indicare alcune delle sfide politiche più rilevanti di fronte a cui ci troviamo nella nuova congiuntura. Sotto il profilo dei rapporti globali, è evidente che il limite fondamentale è rappresentato dalla Cina, non solo per la forza economica (e in prospettiva politica) di quest’ultima ma anche per la persistente interdipendenza tra l’economia statunitense e quella cinese. Se si prendono i due Paesi che Trump ha sanzionato con dazi “politici” – il Brasile (per l’incriminazione di Bolsonaro) e l’India (per l’acquisto di petrolio russo) – si può immaginare un asse con la Cina (certo più facile con il Brasile che con l’India) nella cornice dei BRICS e di una organizzazione internazionale come la SCO (“Shanghai Cooperation Organization”). Non si tratta qui di riproporre un’immagine edulcorata del “Sud globale” come “polo” o “blocco” alternativo all’Occidente, ma piuttosto di richiamare un quadro realistico dei cambiamenti profondi che si sono ormai determinati nella distribuzione della ricchezza e del potere a livello mondiale. E da questo punto di vista, per riprendere un punto menzionato in precedenza, i processi e i progetti di de-dollarizzazione sono senz’altro cruciali. Anche all’interno degli Stati Uniti, del resto, la politica di Trump sta già incontrando dei limiti. Come sul piano internazionale lo spettacolo dei dazi (si pensi al “Liberation day”) ha contribuito a ingigantire l’impressione della forza statunitense, anche sul piano interno lo spettacolo della forza (le deportazioni, l’ICE, Alligator Alcatraz, la guardia nazionale a Los Angeles e Washington) ha prodotto un analogo effetto. Ma la resistenza è cresciuta in queste settimane, e resta da capire come saprà collegarsi ai processi di impoverimento di massa annunciati dalla “Big Beautiful Bill” in materia fiscale e di spesa. Difficilmente la re-industrializzazione del Paese, che Trump immagina comunque collegata a un attacco radicale alle pratiche di libertà innervate all’interno dei territori metropolitani, potrà offrire la prospettiva di un futuro per cui valga la pena vivere e lottare. È anzi la rappresentazione più evidente della miseria che caratterizza oggi l’“orizzonte di aspettativa” di nazionalismo e autoritarismo – non certo solo nella terra di Trump. Non è forse così importante, almeno qui, definire la peculiarità di questa forma di nazionalismo e di autoritarismo, intervenendo nel vivace dibattito internazionale attorno a categorie come fascismo e neoliberalismo. Certo, l’orizzonte “promissorio” di quest’ultimo appare definitivamente esaurito (con poche eccezioni, come ad esempio l’Argentina di Milei). Dinamiche di “fascistizzazione” sono comunque in atto in molte parti del mondo, e si combinano in vari modi (da analizzare nei diversi contesti) con la persistenza di politiche neoliberali. I processi di concentrazione del capitale su base nazionale che si sono descritti a proposito degli Stati Uniti – e che si irradiano secondo una geometria variabile – costituiscono la base materiale di queste forme di ibridazione. E diffondono nel pianeta una “violenza atmosferica”, per riprendere un’immagine di Fanon, presaga di guerra. Lottare contro autoritarismo e nazionalismo non può che essere oggi anche per noi una priorità. E questa lotta non può che essere contro la guerra, contro la proliferazione di regimi di guerra che dell’autoritarismo e del nazionalismo costituiscono la cifra d’insieme. Trump mostra bene come il regime di guerra si indirizzi contro i movimenti femministi, nella prospettiva di un violento riallineamento patriarcale dei rapporti tra i generi; contro i movimenti ecologisti, considerato che le energie fossili sono al centro della macchina militare statunitense che i Paesi europei sono chiamati ad alimentare; contro i migranti, sfruttati o deportati nei modi più violenti; contro i poveri, espulsi dai centri urbani. Si potrebbe continuare: ed è evidente come tutto questo abbia precise corrispondenze in Italia, in un Paese governato da un Trump in sedicesimo. Qui, come negli Stati Uniti, su ciascuno di questi terreni (e su molti altri), ci sono resistenze e lotte di fondamentale importanza. Ma la mobilitazione contro la guerra – e per fermare il genocidio a Gaza – può e deve essere un’occasione di convergenza, per moltiplicare la forza di queste resistenze e di queste lotte e per intervenire su una congiuntura mondiale che è già asfissiante per tutte e tutti noi. Si tratta di organizzare questa mobilitazione, con il necessario senso di urgenza. L'articolo Trump e noi. Resistere ad autoritarismo e regime di guerra proviene da EuroNomade.