Tag - cristiani

Quando la musica abbatte i muri: ad Algeri il coro Nagham celebra il Natale alla Basilica di Notre-Dame d’Afrique
In un’epoca in cui i media mainstream amplificano narrazioni di conflitto e incompatibilità tra religioni, giovedì 18 dicembre, a una settimana dal Natale, la Basilica Notre-Dame d’Afrique di Algeri ha offerto una risposta eloquente: la musica come linguaggio universale del dialogo e della convivenza. Protagonista della serata, la Chorale Nagham, ensemble polifonico algerino che da oltre trent’anni incarna l’ideale del vivre-ensemble attraverso il canto corale. La Chorale Nagham nasce nel 1994 per iniziativa del professor Rabah Kadem, pioniere del canto corale polifonico in Algeria, formatosi al Conservatorio di Algeri sotto la guida di maestri russi. Scomparso nell’agosto 2021 a 73 anni, Kadem ha lasciato un’eredità preziosa: generazioni di coristi formati all’eccellenza musicale e alla passione per il dialogo culturale. Oggi il testimone è passato ad Adel Brahim, giovane cantante lirico e direttore d’orchestra che guida il coro con lo stesso spirito del suo maestro. L’evento del 18 dicembre è stato annunciato dalla Chorale Nagham sui social media come una “serata musicale d’eccezione, in collaborazione con Notre-Dame d’Afrique”, promettendo “un momento di condivisione, di emozione e di armonia, portato dalle tradizioni e dal dialogo delle culture”. Una promessa mantenuta, a giudicare dall’atmosfera che ha pervaso la basilica quella sera. L’ingresso era libero, nei limiti dei posti disponibili, permettendo a chiunque di partecipare senza distinzioni. La risposta del pubblico è stata straordinaria: la basilica si è riempita di algerini di diverse generazioni e religioni. Giovani e anziani, uomini e donne, musulmani e cristiani, seduti gli uni accanto agli altri, accomunati dalla stessa emozione di fronte alla bellezza della musica. Chi è arrivato per primo ha trovato posto sui banchi di legno della chiesa; gli altri, rimasti in piedi in fondo alla cattedrale, non hanno voluto perdere lo spettacolo per nulla al mondo. All’ingresso, i sacerdoti accoglievano i presenti con il sorriso, incarnando lo spirito di apertura che caratterizza questo luogo. Sotto la direzione di Adel Brahim, la Chorale Nagham ha eseguito una ventina di brani tratti dal patrimonio musicale universale. Il programma spaziava attraverso lingue e stili: spagnolo, arabo, zulu, andaluso, gospel, russo. Tra i brani eseguiti: “Freedom”, “Belle qui tient ma vie”, “Por quererte tanto”, “Ozera” e “Alaki mini salam”, ciascuno interpretato con padronanza tecnica e intensità emotiva. Il fatto stesso che il coro canti in così tante lingue diverse rappresenta già un invito al vivre-ensemble. Come ha sottolineato uno dei sacerdoti a margine della serata: “Per vivere insieme abbiamo bisogno della pace. Durante tutto l’anno, quando possiamo avere degli artisti, cerchiamo di organizzare concerti per la promozione della concordia e della convivenza.” Il momento culminante dello spettacolo è arrivato con una sorpresa: i membri della Chorale Nagham si sono diretti al centro della cattedrale, tra i banchi degli spettatori, per l’esecuzione di “Oh, Holy Night” (O Santa Notte), il tradizionale canto natalizio. Un brano che non figurava nel programma distribuito all’inizio della serata, ma che ha trasformato la chiesa in un luogo di comunione profonda tra persone di diverse provenienze e fedi. Durante l’esecuzione si sono levati anche degli youyou, l’ululo di gioia tipico delle celebrazioni nordafricane, creando un’atmosfera unica: un gioioso incrocio tra gli arrangiamenti gospel del coro, la solennità degli affreschi murali e delle preghiere incise nella pietra nei secoli XIX e XX, e la vitalità della cultura algerina contemporanea. La Basilica Notre-Dame d’Afrique: simbolo di dialogo La scelta della location non è casuale. La Basilica Notre-Dame d’Afrique, costruita tra il 1858 e il 1872 in stile neo-bizantino, domina la baia di Algeri da un promontorio di 124 metri. È considerata la “sorella gemella” della Basilica Notre-Dame de la Garde di Marsiglia. Ciò che la rende unica è l’iscrizione sull’abside: “Notre Dame d’Afrique, priez pour nous et pour les Musulmans” (Nostra Signora d’Africa, prega per noi e per i musulmani). È probabilmente una delle poche chiese al mondo dove l’invocazione alla Vergine Maria include esplicitamente i musulmani, testimonianza di una vocazione al dialogo interreligioso che precede di molto il Concilio Vaticano II. Gli algerini la chiamano affettuosamente “Madame l’Afrique” o “Lalla Myriem”, considerandola parte del loro patrimonio condiviso. Oggi ospita regolarmente concerti ed eventi culturali. Virale sui social, contro le fake news I video della serata sono rapidamente diventati virali sui social network, raggiungendo centinaia di migliaia di visualizzazioni. Un influencer algerino ha commentato su TikTok: “L’Algeria, terra di fede dove le religioni si incontrano. Ecco le immagini che certi media francesi non condivideranno mai.” Il riferimento è appena velato: nelle settimane precedenti, alcune emittenti televisive francesi, CNews in particolare, avevano diffuso fake news secondo cui l’Algeria “perseguiterebbe” i cristiani, impedendo le celebrazioni religiose o addirittura vietando le “bûches de Noël” (i dolci natalizi a forma di tronco). Le immagini della Chorale Nagham alla Basilica Notre-Dame d’Afrique smentiscono categoricamente queste narrazioni tossiche. I commenti degli utenti sui social sono un coro unanime di orgoglio e apertura: “Buone feste ai cristiani d’Algeria”, “Rispettiamo le altre religioni”, “L’Algeria è stata dalla notte dei tempi una culla per diverse civiltà e religioni”, “Conosciamo la nostra storia, ma siamo umani prima di tutto. Nulla ci impedisce di dare importanza alle altre religioni”. Non è la prima volta che la Chorale Nagham si esibisce alla Basilica Notre-Dame d’Afrique. Da oltre cinque anni, la basilica organizza un concerto in occasione della Giornata mondiale della pace, che coincide con il 1° gennaio. In passato, la Chorale Nagham aveva già animato queste celebrazioni, confermando il suo ruolo di ambasciatrice del dialogo interculturale e interreligioso. Il coro algerino partecipa anche a festival internazionali di canto corale, come il Festival Internazionale di Tangeri in Marocco, portando ovunque la testimonianza di un’Algeria plurale, aperta e fiera delle sue molteplici identità. In un momento in cui l’Europa è attraversata da retoriche che dipingono l’Islam come incompatibile con il dialogo interreligioso, l’evento del 18 dicembre offre una lezione preziosa. È l’Algeria musulmana che ospita e protegge una basilica cristiana, trasformandola in luogo di incontro. Sono i giovani algerini, musulmani e cristiani insieme, che affollano una chiesa per celebrare la musica e il Natale. Sono gli youyou nordafricani che si mescolano agli inni gospel, creando una sinergia culturale impensabile secondo i clichés mediatici. La Chorale Nagham dimostra che il vivre-ensemble non è un’utopia astratta, ma una realtà concreta quando si costruisce sulla base del rispetto reciproco e della bellezza condivisa. Come ha ricordato uno dei sacerdoti: “In Algeria, il vivere insieme è concreto”. Una realtà semplice che certi media occidentali preferiscono ignorare, ma le immagini di quella sera parlano più forte di mille editoriali: la musica è uno dei ponti più efficaci tra culture e religioni. Redazione Italia
Come cambia il panorama religioso globale
Secondo un’analisi condotta tra il 2010 e il 2020 dal Pew Research Center, un centro di informazione imparziale che conduce sondaggi di opinione, ricerche demografiche, analisi dei contenuti e altre ricerche di scienze sociali (https://www.pewresearch.org/), i cristiani sono rimasti il gruppo religioso più numeroso al mondo, aumentando di 122 milioni e raggiungendo i 2,3 miliardi. Anche se, in percentuale rispetto alla popolazione mondiale, i cristiani sono scesi di 1,8 punti percentuali, attestandosi al 28,8%. I musulmani sono quelli che hanno avuto invece la crescita più rapida nel corso del decennio, aumentando di 347 milioni. I buddisti sono stati l’unico grande gruppo religioso ad avere meno fedeli nel 2020 rispetto a un decennio prima, diminuendo di 19 milioni e scendendo a 324 milioni. Il numero degli indù è aumentato di 126 milioni, raggiungendo 1,2 miliardi. Quanto agli ebrei, il loro numero nel mondo è cresciuto di quasi 1 milione, raggiungendo i 14,8 milioni. Tutte le altre religioni (inclusi Bahá’í, Taoisti, Giainisti, Sikh, seguaci di religioni popolari e numerosi altri gruppi) sono rimaste stabili. Anche le persone senza alcuna affiliazione religiosa sono aumentate di 270 milioni, raggiungendo 1,9 miliardi. Nel complesso, nel 2020 il 75,8% della popolazione mondiale si identificava con una religione, mentre il 24,2% non si identificava con alcuna religione, rendendo le persone senza affiliazione religiosa il terzo gruppo più numeroso, dopo cristiani e musulmani. Anche se in questo periodo la quota della popolazione mondiale che ha una qualche affiliazione religiosa è diminuita di quasi 1 punto percentuale (dal 76,7%), mentre la quota senza affiliazione è aumentata della stessa quantità (dal 23,3%). L’Africa subsahariana ospita il maggior numero di cristiani, superando l’Europa: nel 2020, il 30,7% dei cristiani del mondo viveva nell’Africa subsahariana, rispetto al 22,3% che viveva in Europa. Questo cambiamento è stato alimentato dalle differenze nei tassi di crescita naturale delle due regioni (con tassi di fertilità molto più elevati in Africa che in Europa), nonché dalla diffusa disaffiliazione cristiana nell’Europa occidentale. Nel 2020, i cristiani erano la maggioranza in 120 paesi e territori, in calo rispetto ai 124 di un decennio prima. I cristiani sono scesi sotto il 50% della popolazione nel Regno Unito (49%), in Australia (47%), in Francia (46%) e in Uruguay (44%). In ognuno di questi luoghi, le persone senza affiliazione religiosa rappresentano ora il 40% o più della popolazione, mentre gruppi religiosi più piccoli come musulmani, indù, buddisti, ebrei o seguaci di altre religioni (insieme) rappresentano l’11% o meno. Anche la concentrazione regionale degli ebrei è cambiata: nel 2020, il 45,9% degli ebrei viveva nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, mentre il 41,2% risiedeva in Nord America, mentre nel 2010 il Nord America era la regione in cui viveva il maggior numero di ebrei. Questo cambiamento è stato principalmente dovuto alla crescita della popolazione ebraica di Israele da 5,8 milioni a 6,8 milioni tra il 2010 e il 2020, attraverso una combinazione di crescita naturale e migrazione. Lo studio si occupa anche del “cambio di religione”, sottolineando come sia un fenomeno diffuso. I cristiani hanno subito le perdite nette maggiori a causa del passaggio di religione (3,1 se ne sono andati per ogni 1,0 che si è iscritto). La maggior parte degli ex cristiani non si identifica più con alcuna religione, ma alcuni ora si identificano con una religione diversa. Anche tra i buddisti il numero di coloro che hanno abbandonato la religione è stato maggiore di coloro che ne hanno aderito (1,8 hanno abbandonato la religione, 1,0 si sono uniti). Stesso discorso per gli indù che hanno avuto più persone che hanno abbandonato la religione rispetto a quelle che vi hanno aderito, mentre vale il contrario per i musulmani. Tuttavia, il passaggio di religione è relativamente raro e, quindi, le modeste differenze nel rapporto tra coloro che abbandonano la religione e coloro che vi aderiscono hanno un impatto complessivo limitato sulle dimensioni delle popolazioni indù e musulmane . I cristiani rappresentano il gruppo più diffuso geograficamente: la quota maggiore di cristiani vive nell’Africa subsahariana (31%), seguita dalla regione dell’America Latina e dei Caraibi (24%) e dall’Europa (22%). Si tratta di un cambiamento geografico significativo rispetto ai primi anni del 1900, quando i cristiani nell’Africa subsahariana rappresentavano l’1% della popolazione cristiana mondiale e due terzi dei cristiani vivevano in Europa. Qui per approfondire la ricerca: https://www.pewresearch.org/religion/2025/06/09/how-the-global-religious-landscape-changed-from-2010-to-2020/. Giovanni Caprio
Gaza, il coraggio di una minoranza dà lezioni al mondo
Il conflitto asimmetrico che vede oggi l’invasione di terra di Gaza da parte delle forze armate israeliane, ormai palesemente volto alla pulizia etnica definita senza mezzi termini dal Segretario di Stato vaticano Parolin “una guerra senza limiti”, ci regala un esempio eccezionale e che assume un significato globale: la scelta dei cristiani della Striscia di Gaza di non abbandonare il territorio. Si tratta di una comunità drammaticamente ridotta rispetto al secolo scorso, quando nel 1948 contava circa 35.000 fedeli. Nonostante la marginalità numerica, pari allo 0,05% di oltre 2,3 milioni di abitanti, la loro presenza, legata ad attori meno marginali come il Vaticano o la Chiesa ortodossa, ha assunto una dimensione politica che certamente mette in ambasce Israele e più ancora i suoi alleati, non ultima la cattolica Italia. Le scuole cattoliche e ortodosse hanno offerto rifugio a migliaia di sfollati musulmani durante i bombardamenti del 2023–2024. La Chiesa di San Porfirio, tra le più antiche della città, è stata trasformata in rifugio comune per centinaia di persone e la condivisione di aiuti medici e alimentari ha dato supporto a tutta la comunità, cristiana o musulmana che fosse. In termini simbolici, ciò significa che una comunità apparentemente irrisoria è diventata una spina nel fianco per Israele: da piccola “debole” minoranza si è fatta moltiplicatore di protezione e solidarietà. Da quando l’aggressività colonica di Israele si è intensificata negli ultimi anni, i patriarchi delle tre principali Chiese cristiane di Gerusalemme – latino, greco-ortodosso e armeno – hanno pubblicato dichiarazioni congiunte per denunciare l’occupazione, difendere i luoghi santi e chiedere corridoi umanitari. Non è solo ecumenismo religioso, ma una scelta politica: di fronte a un conflitto che produce divisioni, comunità cristiane di tradizioni diverse hanno trovato un linguaggio comune. A Gaza ormai questa unità è diventata vita quotidiana: aprire spazi, condividere risorse, proteggere civili. È qui che il locale diventa globale: una metafora di un’altra via percorribile, dove le diversità possano cooperare anche in condizioni estreme. La stessa logica si riflette nell’approccio vaticano alla Cina. Con l’accordo provvisorio del 2018 sulla nomina dei vescovi, più volte rinnovato, la Santa Sede ha scelto di non interrompere il dialogo con Pechino, mantenendo un canale aperto. Non è il numero dei fedeli a contare, ma la scelta di restare come a testimoniare contro le logiche di blocco. Il Vaticano quindi si oppone de facto alla politica dei blocchi e all’uso strumentale della religione, particolarmente evidente nei discorsi del governo israeliano. In questo quadro va letto anche lo scisma delle Chiese ortodosse in Ucraina che trascina le chiese in guerra, con implicazioni dirette nel conflitto. In America Latina, la crescita delle chiese evangeliche, sostenute da reti nordamericane legate al conservatorismo trumpiano e alla galassia MAGA, ha modificato gli equilibri politici tradizionali, rafforzando in diversi Paesi il peso dei blocchi conservatori. Questo stesso circuito alimenta il legame con il governo israeliano, con il quale condivide le politiche liberticide e aggressive, e dove la religione viene usata come arma estrema, pilastro ideologico di politiche disumanizzanti che lasciano un retrogusto amaro, nero, fascista. Parallelamente, gli attori come Falun Gong e il suo braccio mediatico, l’Epoch Times, storici sostenitori del trumpismo, spostano il discorso sul fronte cinese, dipingendo Pechino come nemico assoluto. Così il cerchio si chiude: religione, geopolitica e informazione diventano un’unica trama di polarizzazione globale. È esattamente contro questa logica che il Vaticano sembra muoversi in direzione ostinata e contraria: diplomazia di pace, presenza silenziosa ma costante, resistenza all’uso strumentale della fede. In questo forse ci sarà un calcolo politico che riporti la fede cattolica al centro della scena, ma finché torna al centro della politica come elemento di unione in un mondo che sembra vivere solo di divisioni, anche da non praticanti, non possiamo che felicitarci di un attore di tale portata che muove in questa direzione. A Gaza quindi si sta scrivendo un capitolo importante della storia: i cristiani restano, i gazawi resistono, l’una si nutre dell’altra. Restare significa non farsi cancellare, resistere significa opporsi: due sfumature di un’etimologia comune, entrambe legate allo stesso etimo del verbo stare. Restare è la fermezza di chi rimane radicato, resistere è la forza di chi si oppone. Quando questa radice etimologica dello stare incontra la radice cum-, nascono le altre parole del vocabolario necessario: compatire, patire insieme, comprendere e comunità. La comunità sono palestinesi, cristiane e musulmane. Restano e resistono, e insieme sono già una comunità di destino. Una lezione grandissima – per l’Europa e per il mondo intero.   Redazione Italia